Ritornò a Traumfurt dopo un viaggio che gli parve
interminabile, da Amburgo giù giù fino al Libero Stato di Baviera. Era assente dalla
cittadina da due anni: il periodo più insensato della sua vita.
Sullintero tragitto, sotto un sole stranamente quasi sempre a fil
di piombo, fu scortato da una carovana di Trabant, Lada, Skoda, Wartburg o come altro si
chiamavano le automobili costruite nei Paesi oltre lex Cortina di Ferro. In mezzo a
tanta ferraglia, a tanti residuati del caduto socialismo, la sua duecavalli
non sfigurava affatto, sembrando, anzi, meno piccola e meno demodé.
Giunse che era ancora chiaro. Lorologio digitale nella Piazza del
Mercato segnava le diciannove e quaranta. Poiché si sentiva stanco, non prese
immediatamente contatto con Geppo & Giovanni, com'era stato nelle sue intenzioni, ma
puntò sullunico hotel di Traumfurt degno di questo nome.
Il portiere, uno straniero - polacco, arguì lui dallaccento -,
trovava difficoltà nel trascrivere le generalità del viaggiatore che, per un caso
eccezionale, era sceso all'albergo poco prima di Marco.
«Mayr. Si scrive con lipsilon», diceva il cliente.
«Va bene, signor Maier. Ho capito.»
«Mayr. Guardi, ha toppato di nuovo. Non Maier né
Mayer: Mayr. Ma-y-r.»
Il portiere alzò gli occhi dalla pagina mezzo schiccherata e cercò
invano aiuto da Marco, che, due passi più indietro, attendeva pazientemente. Infine si
arrese con un sospiro. Disse: «Senta, scriva lei stesso». Sottovoce, quasi ad ammettere
la propria ignoranza.
E luomo di nome Mayr girò il registro verso di sé e scrisse:
Mayr.
Riprendendosi in modo professionale, limpiegato aggiunse: «Eh,
questi nomi sono una croce! Anche con il mio non ve la cavate tanto facilmente, voi
tedeschi: Stankynovskjy», si presentò.
Il signor Mayr, che già stava trascinando le sue valigie lungo il
corridoio, si volse con lentezza solenne. «Israeliano, prego», precisò.
«Eh?», fece il portiere, spiazzato.
«Non sono tedesco ma israeliano», puntualizzò lospite, prima
di scomparire nellascensore senza nemmeno l'abbozzo di un sorriso.
«E io italiano», annunciò a questo punto Marco, sgomentando ancor di più il
portiere. Lo tranquillizzò immediatamente, porgendogli il documento didentità:
«Può copiare il mio nome da qua».
Al mattino compì un giro per le vie inondate dalla luce di quel luglio radioso.
Trattandosi di un giorno feriale, lagitazione era contenuta, tuttavia Traumfurt
pullulava ugualmente di una mirabolante presenza corale. Affatto male per un posto di
nemmeno ventimila anime.
Alla prima occhiata non avrebbe saputo dire se la cittadina fosse
mutata di tanto rispetto a quando laveva lasciata. Architettonicamente presentava lo
stesso volto pulito e poco spigoloso che lui le conosceva. Il municipio si ergeva a metà
strada tra la chiesa luterana e quella cattolica: la potenza terrena tende le mani alle
potenze celesti. Ben distribuiti erano bar notturni, discoteche, caffè e spacci
gastronomici greci, iugoslavi e italiani (Marco ricordò di aver letto una volta questo
avviso: Il cuoco non cè. È andato a mangiare). Riconobbe lente
sanitario, lufficio postale con le aiuole che facevano pensare più a
uninsalata che a un giardino, i tetti a spiovente, le finestre sotto i tetti e, poco
distante dalla piazza, anzi praticamente a ridosso del centro, il quartiere dei
"diversi", degli "asociali", dei rifugiati - politici e no - con la
viuzza preannunciata dallenigmatico cartello: Passaggio pedonale sconsigliato
- Transito a proprio rischio e pericolo.
A parte gli inevitabili ritocchi, le inevitabili aggiunte (un bar tutto
vetri e ottoni scintillanti e limmancabile discount sorto alla periferia
nord, là dove prima cerano stati dei graziosi abeti), Traumfurt - sul fiume Traum -
conservava laspetto ordinato di nucleo urbano efficiente, molto elegante nella sua
funzionalità. Ovviamente tanto modernismo era una spina nel fianco per la Baviera
tradizionalista e ultraconservatrice.
E la gente era cambiata? Marco non poteva ancora stabilirlo. Ogni tanto
alcuni passanti si giravano a guardarlo, attratti dalla velocità moderata della
vetturetta. Forse si rammentavano di lui... Ma come poteva sapere se si trattava di
persone con le quali aveva avuto a che fare in un paio di occasioni soltanto o di
neotraumfurtiani trascinati fin lì dallesodo che aveva preso avvio allEst?
Due anni erano trascorsi dal Crollo del Muro. A Traumfurt lui aveva
vissuto per due anni e vi mancava da un periodo ugualmente lungo. Nel frattempo si era
imbattuto in tante solitudini, in tante storie, e nel mondo si erano svolti avvenimenti a
dir poco portentosi al cui confronto la sua odissea personale si sgonfiava miseramente, si
smitizzava da sé, vergognosa, riducendosi allaffannarsi episodico e insignificante
di una tignola. Che cosa era successo? Beh, innanzitutto lEuropa aveva acquistato in
fusi; si era ingrandita, diventando un ideale quadrilatero delimitato dal trentesimo
meridiano est e dal quarantesimo ovest, dal parallelo a nord di Murmansk e da quello a sud
di Marrakesh. E scusate se è poco.
Due anni: quante cose possono accadere in questa eternità! Marco
aveva corso il rischio di vivere la morte delle emozioni: perché ammalato, incattivito,
reso inquieto dalle metropoli teutoniche, dapprima venerate, poi abbandonate con un senso
di nausea, poi nuovamente venerate, poi ancora neglette... Ce laveva fatta in
extremis a ritornare nel luogo in cui ogni cosa era iniziata; a decidersi per la
chiusura del cerchio, scongiurando il pericolo di trasformarsi in perpetuum mobile.
"Marco"
Traumfurt era stata la sua prima tappa in Germania: ventiquattro mesi
di rude, umile lavoro come lavapiatti, poi come pizzaiolo - il tirocinio di tanti emigrati
italiani. Ma era stato anche un tempo di bagordi, di scherzi, ed è singolare che, per
quanto in seguito avesse cercato e provato, in nessun altro luogo gli era riuscito di
rivivere la collegialità virile e lamicizia disinteressata conosciute là. Solo una
noia gravida di ilarità e discorsi a cavoli di cane in decine di ristoranti disseminati
tra le Alpi e il Baltico.
«Marco, lei se ne intende di cucina?».
«Uhm. Linserzione diceva che cercate un cameriere, no?».
«Già. Ma lei ha lavorato come cuoco e di un cuoco abbiamo bisogno
più urgentemente. Pensa di poter svolgere questattività da noi?».
Era condannato a vita a stare dietro i fornelli: un ergastolano di
pentole e mastelli.
«Il cuoco... Il quoquo! E che ci vuole? In fondo non si tratta
che dellapplicazione pratica di elementari processi chimici...».
«Eh?».
«Si devono sottoporre alcune sostanze organiche alle giuste condizioni
termostatiche e, usando ossido di idrogeno...». Poiché la mascella del suo aspirante
datore di lavoro ricadeva come senza più vita, semplificava: «Voglio dire che cucinare
è facile. Tutto quel che occorre sono viveri, acqua e calore. Proviamo a considerare i
tegami come provette...».
Subentrava una pausa interrogativa e, secondi dopo, una risata poco
persuasa. «Ah, ah. Spiritoso, spiritoso davvero!».
Eseguì un'inversione a 'U' sul piazzale antistante una fabbrica di
elettrodomestici e ripercorse il cavalcavia che, girando alle spalle della cittadina,
fiancheggiava il bosco.
In una regione attaccatissima al proprio folklore e poco propensa a
prestare attenzione agli impulsi esterni, Traumfurt costituiva un'eccezione, presentandosi
come agglomerato multirazziale e multiculturale. Cinquantanni prima era stato un
insediamento di operai sorto intorno a uno stabilimento che produceva macchine da guerra
per Hitler. Dopo la Capitolazione e durante la cosiddetta "denazificazione", vi
arrivarono a frotte gli sfollati, i fuggiaschi, gli sbandati: dalla Prussia e dalla
Slesia, dalla Turingia, dai Sudeti... Un esodo immane, paragonabile in qualche modo a
quello in corso. Niente di strano, dunque, che vi si parlasse più lHochdeutsch che
non lostico dialetto bavarese.
Da nessun'altra parte Marco si era trovato bene come in quella
cittadina, e non solo per motivi linguistici. Ripensando agli amici che presto avrebbe
riveduti e a certi episodi vissuti insieme a loro, sorrise internamente. (Stava proprio
godendosi laspettativa dellincontro, oltre alla piccola crociera
sullasfalto.) Che follie, allora! Di giorno la fatica, di notte le gozzoviglie. E
quando dormivano? Infatti: non dormivano mai.
Sicuro, cerano stati anche momenti di tranquillità, ugualmente
preziosi, in cui lui si era distaccato da Geppo, Giovanni e dagli altri allegroni per
tornarsene solo soletto nel suo rifugio: a concedersi un po di pace e a rimirare la
luna che, declinando piano, più piano, andava a posarsi su qualche isoletta del Pacifico,
Rarotonga, Puka Puka, Minami Tori... e a sbuffare fumo contro la monumentale volta del
cielo dopo averlo aspirato da una sigaretta di forma conica. Ma indelebile rimaneva
soprattutto il ricordo di quelle notti in comitiva. Notti pazze, costellate di gesti e
parole epilettoidi e spesso conclusesi allalba accanto al corpo di una sconosciuta.
Erano "la banda dei cinque" e solo circostanze contingenti
avevano fatto sì che si separassero. La famigerata Banda dei Cinque... O anche:
"Quelli del Capri ".
Gli "amalfitani", ossia i dipendenti del ristorante Amalfi,
non formavano un drappello omogeneo come il loro. Gli scagnozzi del Da Marcello,
poi, non contavano nulla, dato che non li si vedeva quasi mai in giro. Tutti quanti,
comunque, erano Itaker. Dispregiativo per italiani. Itaker: Solo una delle
tante specie di fauna presenti nelle germaniche contrade - pennuti e ungulati, bestie di
ogni tipo.
Respirò con voluttà. Il sole, filtrando attraverso le fronde che
formavano unarcata al di sopra della strada, baciava a sprazzi le parti
concavo-convesse della duecavalli. Gli amici... Aveva aspettato a lungo ed era
giusto che ora si preparasse spiritualmente, per così dire, allincontro. Voleva
lasciarsi ancora qualche ora di vantaggio; o - perché no? - un'intera giornata.
Sicuramente non erano cambiati di molto: Geppo, homo catastrophus,
dallaspetto iperalimentato e in stato di fame perenne; e Giovanni, piccolo grande
uomo dai tratti gentileschi e dalla comicità acidula. I due avevano deciso di prendere il
Capri mentre lui, Marco, percorreva il Nord della Germania sperimentando il
calvario tipico di ogni scrittore-operaio. Quanto ai restanti membri della cricca, Nino e
Antonio, si erano luno sposato e laltro ritirato nella vita compassata del
paesino di Calabria; ma, nellaccennare a loro, continuavano a chiamarli con gli
affettuosi soprannomi di una volta: "Ninotschka" e "Boccia".
Di tutti quanti, finora non aveva avuto che notizie sporadiche. Ogni
tanto si erano sentiti al telefono, poiché scrivere non era il forte di quei ragazzi. Ma
chi è capace di comunicare, di comunicarsi veramente al telefono? Di infondere
simpatia, calore e sentimenti parlando dentro a un freddo aggeggio di ebanite?
Ora transitava davanti a un raggruppamento di croci: un cimitero sul
limitare della Terra. Trasalì, avvedendosi di essersi immesso in una stradina sbagliata.
Dovette procedere in seconda per almeno mezzo chilometro prima di arrivare a una radura,
dove poté rigirare il muso dellautomobile. Bellissima qui la natura, con i suoi
boschi, i laghi, i fiumi. Fantastico, immenso paesaggio. Monaco, Berlino e Amburgo - si
disse - appartengono a unaltra dimensione.
Monaco! Berlino! Amburgo! Nomi altisonanti. Ma in quellistante,
circondato comera dallo scenario armonioso e rappacificante, alle grandi città e al
loro fascino vero o presunto lui non voleva neanche pensare.
1987
Siamo spossati perché, come al
solito, abbiamo dormito quasi niente, eppure rieccoci - più o meno puntuali - ad
arrancare sulle scale che conducono al Capri. Nino (il nostro stupendo
lustrabicchieri) sembra addirittura più stanco di noi, assomiglia a uno spaventapasseri,
ha occhi gonfi e arrossati. Tuttavia è allegro e parla parla parla come una
mitragliatrice. Da quando vive con la Ingrid, Ninotschka non perde occasione per narrarci
le sue imprese erotiche. E noi, dal canto nostro, gli contiamo le fesserie che abbiamo
combinato in discoteca. Come sappiamo, il padrone del locale non arriverà se non poco
prima l'orario di apertura, perciò ne approfittiamo per scolarci diversi caffè
ultraforti, lasciando pure che la radio in sala sbraiti.
Siamo ancora in stato comatoso, ma presto ci penserà l'asfissiante
ritmo lavorativo a farci svegliare del tutto, unitamente alle urla del kaiserlicchio cui
appartiene l'intera baracca.
Il mio posto è in cucina, dove faccio coppia con Giovanni. Io e lo chef
de cassius siamo abbastanza affiatati, ma a volte mi tocca stringere i denti e
sopportare, sopportare. Non sempre Giovanni è di buon umore. Quando imperversa il lavoro,
snocciola soliloqui carichi di risentimento, biliose tirate che durano ore e ore. E ore.
Anche questoggi, giacché è chiaramente distrutto, kaputt,
lo sento dibattere, mentre saltabecca tra i fornelli e il forno della pizza:
«Certo, cè il problema dei soldi. Ma non è solo quello.
Bisogna lottare anche per conquistarsi un minimo di ossequio, cosa che a casa nostra
invece era ovvia e non ci pensavamo nemmeno. Qua chi viene a leccarci le zampe? Chi si
toglie il cappello al nostro passaggio? Siamo egoisti, zozzi, ignoranti, opportunisti. E
solitari: perché nessuno ci capisce. Ci capiamo solo tra noi Canachi. Poveri e pazzi,
ecco quello che siamo! Schiavi alle catene... Anche il più onesto di noi è un ladro. Un
ladro, sì, in quanto ruba spazio e lavoro a chi in questa terra ci è nato. Ogni tanto
abbiamo unimpennata di orgoglio e ci mettiamo a vaneggiare delle tradizioni e della
storia del nostro oh! bel paese, della nobiltà della nostra oh! antica razza; e non ci
accorgiamo di essere dei voltagabbana, dei traditori. Mi domandi perché? Perché siamo
dei voltagabbana? Perché chi ama il suo Paese ci resta, ecco perché! E mica va a
prostituire la sua supposta nobiltà allestero nella mansione di sciacquino o di
scaricatore di mattoni! Eppoi, le balle che spariamo! Quante balle! Ci reinventiamo il
passato sapendo di non avere un futuro. No, Marco, non cè un domani per noi. Siamo
persi! Chiamiamo "nostra" la città in cui viviamo, ma in realtà nulla ci
appartiene né mai ci apparterrà. Non possediamo più nenche un ego: quello di cui
facciamo mostra è una maschera. Siamo un esercito di Ridolini! Il mondo ci scorre
tuttintorno pieno di suoni e di colori vivaci e la nostra è una vita in bianco e
nero. Compiliamo puntualmente la schedina del lotto sognando la libertà,
lemancipazione, lautonomia... Che coglioni! E mi sorprende che un tipo
intelligente come te sia venuto quassù di sua spontanea volontà. Non vorrai fare la mia
stessa fine, no?... Ma coraggio, compagno: non tutto è perduto. Tu fai ancora in tempo a
tornartene in Italia, prima che la tua famiglia e i tuoi compari si dimentichino di te.
Scappa! Mi senti? Ah, ma che siamo? Siamo niente! Ci aggiriamo con il fiato corto e la
schiena rotta, il piede equino, le arterie sclerotiche... ognuno un agent provocateur.
Sputiamo alle spalle di capireparti, guardiani, becchini, portieri di stabile, edicolai,
poliziotti, provando invidia per i loro rampolli alti, biondi e belli. E, come se non
bastasse, fumiamo come turchi.» (Accendendosi una sigaretta.) «E CHI CI SALVA?».