Libro Primo

                                   II

 

Parcheggiò in centro, di fronte a un negozio di abbigliamenti, e rimase nell’abitacolo a fumarsi una sigaretta. (E chi ci...?) Si era appena messo a fischiettare Bourrée - una reminiscenza di Bach, ma anche dei Jethro Tull -, quando gli giunse alle orecchie la risata sgargiante di una donna. Allora ripensò a tutte le risate che aveva imparato ad apprezzare lontano da Traumfurt.

Nella cittadina aveva riso molto, ma solo altrove aveva incontrato determinate donne, donne in grado di ridere malgrado tutto e tutti. E aveva potuto constatare che proprio queste donne dal riso spontaneo e a tratti sguaiato sono le più versatili in amore. Ridendo, si allargano come fiori belli grassi.

Il riso che Marco si rievocava era di quel tipo particolare, non offensivo, che esorcizza l’angoscia dell’assurdo e trasmette la voglia di tirare avanti, di continuare a farsi e a fare coraggio. Si totus mundus stultiziat, ci vuole proprio una bella risata grassa, una risata che sembra salire direttamente dalla vagina, per riattivare i nostri sensi sconvolti e far distogliere il nostro dolore dal cataplasma che ci circonda; una risata come di negra, che ci aiuti a riacciuffare la cima del cordone ombelicale spenzolante dal nostro essere in fuga.

Sbuffando fumo, si godeva intensamente il film offertogli dalla memoria, film che a tratti si sovrapponeva, confondendosi, al moderato avvicendarsi di forme e colori di quell’ora e di quel luogo (Werner von Siemens Strasse, angolo Ledererzeile). Si riscoprì pieno di ricordi e visioni. Se avesse permesso a questa pressione dall’interno di liberarsi e trasmutarsi in energia, non avrebbe resistito alla tentazione di mischiarsi ai passanti cantando, correndo e nitrendo come un invasato. Splenetic and rash. Felice e folle sotto il sole e davanti alle vetrine-specchi: come certi tizi sfasati visti ad Amburgo, a Berlino Ovest, a Berlino Est... Sì, doveva assolutamente incontrare gli amici, raccontargli ogni cosa: tutti i posti, tutte le storie. E desiderava anche ascoltarne, di storie. Dichiarare loro: «Non avete mai avuto un confidente migliore. Scaricate pure le vostre preoccupazioni sulle mie povere spalle: sono qua per questo! Oppure chiedetemi quel che volete e farò del mio meglio. Che dite? Volete sapere l'ora? Ecco una domanda irragionevole! Non sapete che ora è, che ora fa?». Si stupiva sempre nel sentirsi chiedere l’ora. Lui non guardava più l’orologio. Ogni istante, ormai, era l’ora della sua vita.

La sua vita. Un viaggio. Con un inutile diplomino dentro la valigia. Da Palermo («È in provincia di Corleone, vero?») fin nella regione subalpina bavarese, per ricambiare la visita di un Goethe, di un Waiblinger: spiriti che affrontarono mille peripezie per scendere ad ammirare il mondo siciliano. E ricambiarla con un ritardo di oltre duecento anni, conscio di star vivendo in un’epoca in cui persino l’attraversamento a piedi di un deserto e la traversata a nuoto di un oceano non fanno più sensazione.

Aveva ventisette anni, un Werther con il mantello di Faust, ed era ancora on the road.

Poiché adesso metà del suo volto era illuminata e l’altra metà in ombra, la concretezza della strada dueggiava più apertamente con quella dei ricordi e delle svogliate riflessioni. Così, quando la sua pupilla dilatata registrò l’apparizione di un giovanottino moro in giacca di pelle e con un'enorme radio appoggiata a una spalla, credette di essere confrontato con una caricatura mentale dell’ieri.

Lo smilzo, bruno individuo procedeva ondeggiando, bizzarro ed esotico fin nelle ossa.

«Johnny», si disse Marco in un baleno. Perplesso. Durante la latitanza da Traumfurt, la sua mente non era stata neppure sfiorata dal personaggio in questione. Batté le palpebre una o due volte e ciò bastò perché la versione provinciale di Michael Jackson, copia di copie, sparisse dalla sua visuale. Al suo posto apparve una casalinga di origine palesemente mongola che subito fece coppia con la fatamorgana di una ragazza che da un bel pezzo avrebbe dovuto essere obliata e cancellata.

Richiuse gli occhi, li riaprì. Inopinatamente, il giovanottino dalla pelle olivastra ricomparve con prepotenza, stavolta nell’altro settore ottico, giusto davanti alla pupilla ristretta perché colpita dal sole, e ricomparve in grandezza tale da fargli escludere che si trattasse di un mero richiamo della memoria.

Il fantasma gli sorrideva, il naso schiacciato sul parabrezza.

«Sei proprio... tu?», chiese Marco, smontando.

«Amigo!», esclamò Johnny, passando la radiona portatile in una mano e tendendogli l’altra.

Johnny.

Dietro al sorriso dai denti smaglianti, comune a tanti individui della sua razza, si nascondeva una delle figure più tragiche che Marco avesse mai conosciuto. Johnny era un figlio del pianeta India. Il suo vero nome doveva risultare impronunciabile, perciò si faceva chiamare in quel modo. Essendo sprovvisto di documenti, conduceva in Germania un’esistenza da clandestino, cercando di spacciarsi per... siciliano. In tutti gli anni in cui aveva lavorato in fetide taverne e nelle cucine di vari bordelli, Johnny aveva assorbito non solo buona parte dell’idioma italico, ma anche molte espressioni-basi del dialetto di Trinacria. Senonché, lo tradivano l’accento eccessivamente "morbido", vagamente anglosassone, e la carnagione, che era di una tonalità più scura rispetto a quella che può avere anche il più autentico dei nostri meridionali.

Adesso il ragazzo scopriva la sua mirabile chiostra di denti, esternando una felice incredulità, e ripeteva: «Tu... qui?».

«Come vedi...».

Mentre, di tacito accordo, si recavano in un caffè, Marco si sentì molto alto accanto a lui: quasi della statura di un ufficiale prussiano.

«Anch'io sono arcicontento di rivederti, amigo», disse. «E decisamente sorpreso. Non credevo che ti ci saresti ancorato, a Traumfurt.»

«Ma!», ribatté l'indiano. Aveva suppergiù l'età di Marco, ma dimostrava diciannove, al massimo vent’anni. «È più strano vedere te da queste parti. Perché sei tornato?». Intendeva dire, naturalmente: «Come mai sei tornato?».

Marco rise. «Già, perché? Raccontami di te, piuttosto: hai poi regolarizzato la tua posizione?». E, dato che Johnny evidentemente non capiva, si spiegò meglio: «Il permesso di soggiorno. Lo hai ottenuto?».

«Non ho ottenuto un Katz», gridò Johnny, rabbuiandosi. Intanto si aggrappava alla megaradio, esagerando l'andatura dinoccolata nell'imitazione dell’idolo d’oltreoceano. Era vestito, anche, come l’idolo: interamente in pelle nera. Con quel caldo! «È una fortuna», aggiunse, «che nessuno sa da dove vengo.»

In merito a ciò continuava a farsi illusioni, dunque. Persino un bambino lo avrebbe smascherato, individuando in lui l’extracomunitario.

Non essendo registrato in nessun ufficio, in nessuna anagrafe, Johnny era praticamente una non-entità. Brutto dilemma, il suo: non poteva autodenunciarsi alle autorità crucche perché quelle lo avrebbero ricacciato indietro, e per lui farsi espellere sarebbe equivalso a un mezzo suicidio. In India era bollato come agitatore politico e, a sentirlo parlare, la polizia di laggiù non aspettava che di poterlo sbattere in carcere o peggio: per via di certa propaganda antigovernativa che lui aveva svolto tramite il giornalino del liceo. (Libero Orissa! Abbasso i parassiti di Dehli!) Così, era costretto a vivere in Germania come ombra tra le ombre, il gestus e l’habitus di un eroe canoro delle grandi masse, sempre in attesa del fantomatico passaporto falso promessogli tempo addietro da uno smargiasso proprietario di pizzeria.

«È una fortuna», ripeté Johnny. Quindi tornò a incurvare verso l'alto gli angoli della bocca, mentre spiegava furbescamente: «Ora sto con la Olga. Te la ricordi?».

«Olga... Olga?».

«Un’ungherese naturalizzata. Se mi riesce di sposarla, ottengo automaticamente l’Aufenthalterlaubnis.» Il permesso di soggiorno. «E poi faccio domanda per avere la cittadinanza tedesca.»

«Oh», fece Marco. «Dovrò chiamarti Herr Johnny, allora!».

Marco, Johnny e la risata stridente di Johnny irruppero in un locale situato in cima a un supermercato. Il locale, che si cingeva dell'appellativo 'Cafeteria', a quell'ora si presentava discretamente affollato: dopo aver fatto le compere, molte persone si concedono una pausa di ristoro - tramezzino o fetta di torta; birra o aranciata; e l’immancabile cappuccino, bevanda "festosa" dei tedeschi.

Trovato posto sotto un ventilatore dalle pale enormi, i due amici brindarono al loro incontro. E non certo a cappuccini. Johnny, la cui eccitazione era dovuta, almeno in parte, alla marmellata di hascish consumata a colazione, dopo il primo liquore perse il controllo di sé e cominciò a berciare mezzo in italiano e mezzo in inglese. Una fatalità benigna volle che gli occupanti dei tavoli attigui non comprendessero né l’una né l’altra lingua. Un discorso slegato e imbevuto di astio, il suo. Marco lo lasciò sfogare, cercando di non bagnarsi alla pioggia di frasi infarcite di etimi osceni. L’anziana cameriera sempre pronta a servirli, anche se tra mille brontolii. A un "salute" seguì un "prost". Quindi un "cheers". "Santé" era un omaggio alla Francia e ai francesi, stranamente amati e riveriti in simili occasioni. E "nastrowje" fu d’uopo, essendo la Russia di grande attualità.

Colto da un eccesso di nostalgia per la remota patria, Johnny iniziò a raccontare: Bourabay, Rourkela, Bhubaneswar. E poi: Kamatkura, Daduth, Bangalore... luoghi mitici, che presumibilmente non aveva visti mai. Il Mahanadi e il Gange; la vegetazione sontuosa e gli edifici sacri, così meravigliosi e opulenti. E, come si era abituati da lui, non un minimo accenno alla sovrappopolazione, o alla fame, o alle guerre intestine che dilaniano il subcontinente indiano.

Non era lui che Marco avrebbe voluto incontrare; anzi, a questo ragazzo dal triste destino non aveva pensato nemmeno una volta nell'ultimo biennio - si rese nuovamente conto, sbalordito. Ma, trovandosi ora in sua presenza, gli faceva bene il vederlo sfogarsi, dimentico pro tempore di tutti i guai. Sapeva che, quando lo avrebbe lasciato di nuovo solo, Johnny avrebbe cercato nelle droghe, o in una bottiglia di whisky da scolare ad avidi sorsi, l’anestetico per un dolore divenuto monomania.

Per un istante l'indù pareva chetarsi. Subito dopo cercava il radioregistratore sotto la sedia e, trovatolo, lo sistemava tra i bicchieri, per accenderlo a tutto volume. (Who’s bad?) L’istante successivo pretendeva di sfilarsi gli stivaletti da cowboy - lucidi perché nuovi - e di esporli al di sopra di radio e bicchieri.

Marco prese nota delle occhiate sempre più frequenti da parte di altri astanti. La situazione rischiava di degenerare. Specialmente un manipolo di manovali serbi e croati, che venivano a trascorrere nella caffetteria la pausa di mezzogiorno (regolarmente in discordia tra di loro, a rispecchiare il disgregamento in corso in Iugoslavia), gettava sguardi minacciosi. Perciò, con un pretesto, e parlandogli il più dolcemente possibile, convinse l'amico che avrebbero fatto meglio a lasciare il locale. Gli permise finanche di saldare il conto, che l'arcigna cameriera («Facciadicavallo», la soprannominò Johnny) venne a schiaffare in mezzo a loro.

Ora le strade principali erano oltremodo animate. Tutti sfoggiavano l’uniforme degli operai, dei commessi, degli impiegati. Barcollando, Johnny si lamentò per un’improvvisa emicrania («Quel Katz di ventilatore», ipotizzò), tornò ad accendere il soundbooster e prese a raccontare: «Al momento faccio il tuttofare in una bettola bavarese. Lavoro con dei bastardi razzisti. Maledetti schifosi!», indirizzò loro, o ai passanti, difficile dirlo. Marco si vide costretto a levargli di mano l’apparecchio radio, prima che lui - involontariamente, s’intende - lo sfracellasse contro il fianco di qualche traumfurtiano. «Anche gli italiani sono razzisti. No, tu no, Marco. Ma gli altri... Fuck! Fuck a tutti gli italiani, e primi di tutti gli chef.» Si riferiva agli esercenti di pizzerie. «Sfruttatori! Idiots!... Ma se sposo la Olga, mi cerco un impiego normale.»

«Normale?».

«Forse vado alla Siemens.»

«Allora chiudi con la gastronomia?».

Johnny alzò su di lui uno sguardo strabico (il mal di testa, probabilmente). «Mai più metterò piede in un ristorante», giurò, spergiurò. Poi, assumendo un’aria circospetta, chiese: «Tu sei tornato per lavorare con Geppo?».

«Con Geppo e Giovanni, sì», ribadì Marco. «Mi hanno contattato dopo aver preso in mano le sorti del Capri, invitandomi a. Già. Credo che, grazie a loro, celebrerò il mio comeback al vecchio, glorioso Capri

«Fuck

«Che c'è, amigo?».

Johnny fece una lunga pausa prima di annunciare: «Litigano sempre».

«Vuoi dire, Geppo e Giovanni...?».

«Sì», annuì il siciliano di Puri (città sul Golfo del Bengala). «Cioè», rettificò, «sono le loro girls che litigano.»

«Babsy e Doris?».

«Exactly. Non vanno d’accordo.»

Accidenti. Ecco qualcosa di disdicevole. Soprattutto adesso che la loro gestione era agli inizi, i due compagnoni necessitavano di una perfetta armonia, di una totale intesa di tutte le parti. Di certo i dissapori, le animosità tra le loro fidanzate scombussolavano l’ambiente. Ma, dopo aver brevemente ponderato sulla faccenda, Marco riacquistò il suo ottimismo, vaticinando loro un avvenire roseo. Li conosceva bene: a forza unita, Geppo & Giovanni avrebbero superato ogni avversità.

Sapeva che gli amici avevano rilevato il ristorante - di cui erano ex dipendenti - soffiando l'affare a un certo Androlli, un trafficone, un intrallazziere privo di scrupoli che sembrava aver messo radici a Traumfurt. Avevano avuto coraggio ed era lieto per loro, come disse anche a Johnny. «Ma poi, te lo immagini un locale come il Capri nelle grinfie dell'Androlli?».

Sfuggitogli il deal, l'intrallazziere, che non aveva la più pallida idea di arte culinaria, aveva ripiegato sull’Amalfi: un postaccio da sempre in svendita e perciò senza una vera reputazione da perdere.

Marco conosceva a puntino il curriculum del signor Androlli. Era un siciliano («Proprio come noi, Johnny», ironizzò, ma senza perfidia) discendente di grandi proprietari terrieri ed emigrato, o costretto a farlo, per motivi oscuri. Dopo un intervallo - altrettanto oscuro - trascorso in Austria, era riuscito ad accumulare una discreta fortuna in Baviera, commerciando in prodotti vinicoli. Fu l’Intendenza di Finanza a fargli chiudere quell’impresa.

In seguito si era impegolato nella vendita di una bilancia dietetica che segnava da uno a due chili in meno del peso reale, per dopo passare alla produzione in proprio di ricotta. Stavolta fu l’Ufficio d’Igiene a interdirgli l’esercizio.

Persona dalle inesauribili risorse, Androlli aveva ripiegato sulla stampa e vendita di cartellini colorati, di quelli che affaristi e privati amano appendere in ufficio o in soggiorno. Marco aveva visto alcuni di quei cartellini; erano plastificati e recavano scritte in varie lingue: ‘Proibido fumar’, ‘Out to lunch’, ‘Ich komme gleich wieder’, ‘Home sweet home’, ‘Please don’t disturb’, ‘Achtung! Hund!’ ‘My boss is a Neanderthal’ e altre analoghe. Poiché Androlli non conosceva nessun idioma oltre al proprio (anche il suo tedesco era assai impreciso), per la progettazione e la manifattura di quegli articoli aveva ingaggiato un artistucolo di nome Moses. Moses, uno dei tanti "eterni studenti" di Traumfurt, si teneva a galla prestando il suo ingegno e il suo estro a imprese ed imprenditori tra i più strampalati.

Per quanto possa sembrare improbabile, la trovata dei cartellini diede i suoi frutti. O "fruttarelli", per usare le parole dello stesso Androlli. Ma, per via di nuove irregolarità fiscali, l’intrapendente affarista aveva perduto la licenza pure per quel commercio. Così, aveva puntato le sue antenne sul settore gastronomico, che è più allettante e... imperscrutabile.

Androlli era un personaggio sgradevole anche nella vita di tutti i giorni. Possedeva i modi viscidi di un camerlengo, palpava tutti e ognuno, aveva un colorito insalubre e, coerentemente al colorito, si piaceva nel ruolo di mettimale. Non passava giorno senza che spargesse maldicenze su questo o quell’altro italiano di Traumfurt e dintorni. Abbigliato costantemente in giacca e cravatta, adorava quando lo chiamavano "signore"; ma molto di più gli sfagiolava il titolo di "Dottore", di cui si fregiava illecitamente. Beh, nulla d'insolito: Dottore è, per antonomasia, un prenome italico.

Teneva discorsi sfasati, da cui difficilmente si poteva ricavare un senso o trarre qualche illazione. E poi, quel suo distorto bilinguismo: «Signora Frau», «Buona Abend», «Trinka ‘no schnaps», «Senza Problemen»...! Aveva una predilizione per gli ossimori più inverosimili e le sue sentenze abbondavano di pleonasmi, di tautologie solo in parte volute. Diceva, ad esempio: «giovane ragazzo», «pioggia umida», «buio scuro», «correre svelto», «nano piccolino»... Era, insomma, uno di quei tizi che, nel mezzo di una conversazione, sbrottano qualcosa come: «Adesso andiamo a mangiare. Anche i vostri figli». O che appendono all'entrata della bottega un’insegna del genere:

‘VENDESI BICICLETTE E AGGIUSTASI ANCHE’.

In quei giorni, all’entrata dell’Amalfi si poteva ammirare la scritta: ‘Nuova gestione e proprietario nuovo’.

«Sono contento per i nostri due amici», ripeté Marco. «Loro sapranno continuare la buona tradizione del Capri!». Volle tornare ad accertarsi: «Tu dici che le loro ragazze si strappano i capelli?».

«Oh, quelle...», cominciò Johnny. Ma, all'improvviso, il boy indiano fu assalito da un rigurgito di omertà. Smise bruscamente di ballonzolare come supponeva facesse il grande mito della musica pop e si limitò a fissare davanti a sé con l'espressione di chi è caduto in trance.

«Johnny?».

Niente.

«Johnny?».

L'indiano parve finalmente riscuotersi. «Debbo andare», dichiarò; e si riprese il suo soundbooster, che abbracciò strettamente come si fa con un amato pargolo. Aggiunse, en passant: «Ho ancora la mia vecchia stanza. Vieni a trovarmi quando vuoi».

La vecchia stanza: a Marco sembrò di rivedere i calzini a mollo nel lavabo e il filo della biancheria teso tra l'armadio e la finestra.

Annuì, non volendo trattenerlo oltre. «Ciao, Johnny».

«Well, allora... Giao.»

Seguì con lo sguardo la figura dell’orientale sparire oltre l'angolo con andatura zigzagante. Poi si scrollò, lui stesso un tantino offuscato e reso malinconico dall’alcol. Avviatosi in direzione opposta, valutò le ragioni per cui Johnny non si era mai potuto integrare nella loro compagine. Forse che Geppo, Giovanni, Nino, il Boccia e lo stesso Marco non avevano intrapreso nulla per incoraggiarlo? Lo avevano discriminato, rivelando una vena di razzismo?... No, non erano razzisti, né mai si erano mostrati ostili verso un’altra cultura. Anzi: tutti i loro amici traumfurtiani provenivano da altre terre, addirittura da altri continenti. Se Traumfurt era vivibile, lo era appunto perché molteplici nazioni vi convergevano convivendo pacificamente. Il fatto è che, quando il piccolo indù capitò a Traumfurt, la Banda dei Cinque era già in procinto di sfaldarsi. Inoltre era palese che Johnny non desiderava circondarsi di amici, ma di sparring partners, ombre accondiscendenti. Persone che lo compatissero e... che gli permettessero di saldare il conto. Povero diavolo, tutto solo, esiliato a diecimila miglia da casa sua!

«Oh, via!», concluse Marco, riscotendosi. Il mondo ribolle di sciagure, e non solo di sciagure sociali. Nell’animo di ciascuno si apre un pozzo senza fondo e lui non poteva farci niente. Non poteva aiutare nessuno: solamente se stesso (forse), agendo in maniera tale che almeno il suo baratro risultasse meno spaventoso e meno definitivo.

Accelerò il passo, mentre le strade continuavano a riempirsi. L’orologio del campanile "cattolico" segnava l’una. Spostando leggermente la testa, poté accertarsi che l’altro orologio, quello "protestante", era inchiodato sulla stessa ora. Ecco qualcosa di rassicurante: a dispetto degli scismi, delle divergenze di vedute, il tempo rimane invariato per tutti. Inutile specificare che il quadrante digitale montato sulla facciata del municipio non solo consacrava l’esattezza dei meccanismi dei due templi, ma in più faceva mostra dei secondi (01:01:24... 01:01:25... 01:01:26...): uno sberleffo informale in coda all’Essenziale, un odioso esubero, ma anche il simbolo del trionfo della precisione laica sulle dottrine trascendentali.

Ad un tratto si accorse di stare camminando un po’ troppo speditamente, in involontaria sintonia con il lampeggiare dei secondi sul sovradimensionale LED del segnatempo atomico; rallentò perciò la falcata e, all’andatura metropolitana, fece seguire quella più serena, più a misura d’uomo che meglio si adatta a una cittadina di provincia.

Di nuovo avvertì in ogni fibra l‘eccitazione conferitagli dal senso dell‘aspettativa. Si persuase a rimandare ulteriormente l’incontro con gli amici per prolungare il piacere dell’attesa. Ripensò a loro, a Geppo e a Giovanni, e ripensò a tutti i connazionali conosciuti fuori d’Italia. Trogloditi, gnomi sclerotici, casi postfreudiani... ma vivi, tutti vivi e con una personalità ben spiccata. Guitti con un proprio ineguagliabile repertorio da offrire al mondo. Individui accomunati non tanto dalla razza quanto dalla lingua; e forse neppure da quella, in fondo.

Simile a un fuscello in preda a una corrente d'aria, si lasciò risucchiare da un altro Kaffeehaus.

 

                                                                                                           

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