Parcheggiò in centro, di fronte a un negozio di abbigliamenti, e
rimase nellabitacolo a fumarsi una sigaretta. (E chi ci...?) Si era appena
messo a fischiettare Bourrée - una reminiscenza di Bach, ma anche dei Jethro Tull
-, quando gli giunse alle orecchie la risata sgargiante di una donna. Allora ripensò a
tutte le risate che aveva imparato ad apprezzare lontano da Traumfurt.
Nella cittadina aveva riso molto, ma solo altrove aveva incontrato
determinate donne, donne in grado di ridere malgrado tutto e tutti. E aveva potuto
constatare che proprio queste donne dal riso spontaneo e a tratti sguaiato sono le più
versatili in amore. Ridendo, si allargano come fiori belli grassi.
Il riso che Marco si rievocava era di quel tipo particolare, non
offensivo, che esorcizza langoscia dellassurdo e trasmette la voglia di tirare
avanti, di continuare a farsi e a fare coraggio. Si totus mundus stultiziat, ci
vuole proprio una bella risata grassa, una risata che sembra salire direttamente dalla vagina, per
riattivare i nostri sensi sconvolti e far distogliere il nostro dolore dal cataplasma che
ci circonda; una risata come di negra, che ci aiuti a riacciuffare la cima del cordone
ombelicale spenzolante dal nostro essere in fuga.
Sbuffando fumo, si godeva intensamente il film offertogli dalla
memoria, film che a tratti si sovrapponeva, confondendosi, al moderato avvicendarsi di
forme e colori di quellora e di quel luogo (Werner von Siemens Strasse, angolo
Ledererzeile). Si riscoprì pieno di ricordi e visioni. Se avesse permesso a questa
pressione dallinterno di liberarsi e trasmutarsi in energia, non avrebbe resistito
alla tentazione di mischiarsi ai passanti cantando, correndo e nitrendo come un invasato. Splenetic
and rash. Felice e folle sotto il sole e davanti alle vetrine-specchi: come certi tizi
sfasati visti ad Amburgo, a Berlino Ovest, a Berlino Est... Sì, doveva assolutamente
incontrare gli amici, raccontargli ogni cosa: tutti i posti, tutte le storie. E
desiderava anche ascoltarne, di storie. Dichiarare loro: «Non avete mai avuto un confidente
migliore. Scaricate pure le vostre preoccupazioni sulle mie povere spalle: sono qua per
questo! Oppure chiedetemi quel che volete e farò del mio meglio. Che dite? Volete sapere
l'ora? Ecco una domanda irragionevole! Non sapete che ora è, che ora fa?». Si
stupiva sempre nel sentirsi chiedere lora. Lui non guardava più lorologio.
Ogni istante, ormai, era lora della sua vita.
La sua vita. Un viaggio. Con un inutile diplomino dentro la valigia. Da
Palermo («È in provincia di Corleone, vero?») fin nella regione subalpina bavarese, per
ricambiare la visita di un Goethe, di un Waiblinger: spiriti che affrontarono mille
peripezie per scendere ad ammirare il mondo siciliano. E ricambiarla con un ritardo di
oltre duecento anni, conscio di star vivendo in unepoca in cui persino
lattraversamento a piedi di un deserto e la traversata a nuoto di un oceano non
fanno più sensazione.
Aveva ventisette anni, un Werther con il mantello di Faust, ed era
ancora on the road.
Poiché adesso metà del suo volto era illuminata e laltra metà in
ombra, la concretezza della strada dueggiava più apertamente con quella dei ricordi e
delle svogliate riflessioni. Così, quando la sua pupilla dilatata registrò
lapparizione di un giovanottino moro in giacca di pelle e con un'enorme radio
appoggiata a una spalla, credette di essere confrontato con una caricatura mentale
dellieri.
Lo smilzo, bruno individuo procedeva ondeggiando, bizzarro ed esotico
fin nelle ossa.
«Johnny», si disse Marco in un baleno. Perplesso. Durante la
latitanza da Traumfurt, la sua mente non era stata neppure sfiorata dal personaggio in
questione. Batté le palpebre una o due volte e ciò bastò perché la versione
provinciale di Michael Jackson, copia di copie, sparisse dalla sua visuale. Al suo posto
apparve una casalinga di origine palesemente mongola che subito fece coppia con la
fatamorgana di una ragazza che da un bel pezzo avrebbe dovuto essere obliata e cancellata.
Richiuse gli occhi, li riaprì. Inopinatamente, il giovanottino dalla
pelle olivastra ricomparve con prepotenza, stavolta nellaltro settore ottico, giusto
davanti alla pupilla ristretta perché colpita dal sole, e ricomparve in grandezza tale da
fargli escludere che si trattasse di un mero richiamo della memoria.
Il fantasma gli sorrideva, il naso schiacciato sul parabrezza.
«Sei proprio... tu?», chiese Marco, smontando.
«Amigo!», esclamò Johnny, passando la radiona portatile in una mano
e tendendogli laltra.
Johnny.
Dietro al sorriso dai denti smaglianti, comune a tanti individui
della sua razza, si nascondeva una delle figure più tragiche che Marco avesse mai conosciuto.
Johnny era un figlio del pianeta India. Il suo vero nome doveva risultare impronunciabile,
perciò si faceva chiamare in quel modo. Essendo sprovvisto di documenti,
conduceva in Germania unesistenza da clandestino, cercando di spacciarsi per...
siciliano. In tutti gli anni in cui aveva lavorato in fetide taverne e nelle cucine di
vari bordelli, Johnny aveva assorbito non solo buona parte dellidioma italico, ma anche molte
espressioni-basi del dialetto di Trinacria. Senonché, lo tradivano laccento
eccessivamente "morbido", vagamente anglosassone, e la carnagione, che era di
una tonalità più scura rispetto a quella che può avere anche il più autentico dei
nostri meridionali.
Adesso il ragazzo scopriva la sua mirabile chiostra di denti, esternando una
felice incredulità, e ripeteva: «Tu... qui?».
«Come vedi...».
Mentre, di tacito accordo, si recavano in un caffè, Marco si sentì
molto alto accanto a lui: quasi della statura di un ufficiale prussiano.
«Anch'io sono arcicontento di rivederti, amigo», disse. «E
decisamente sorpreso. Non credevo che ti ci saresti ancorato, a Traumfurt.»
«Ma!», ribatté l'indiano. Aveva suppergiù l'età di Marco, ma
dimostrava diciannove, al massimo ventanni. «È più strano vedere te da
queste parti. Perché sei tornato?». Intendeva dire, naturalmente: «Come mai sei
tornato?».
Marco rise. «Già, perché? Raccontami di te, piuttosto: hai poi
regolarizzato la tua posizione?». E, dato che Johnny evidentemente non capiva, si spiegò
meglio: «Il permesso di soggiorno. Lo hai ottenuto?».
«Non ho ottenuto un Katz», gridò Johnny, rabbuiandosi. Intanto si
aggrappava alla megaradio, esagerando l'andatura dinoccolata nell'imitazione
dellidolo doltreoceano. Era vestito, anche, come lidolo: interamente in
pelle nera. Con quel caldo! «È una fortuna», aggiunse, «che nessuno sa da dove
vengo.»
In merito a ciò continuava a farsi illusioni, dunque. Persino un
bambino lo avrebbe smascherato, individuando in lui lextracomunitario.
Non essendo registrato in nessun ufficio, in nessuna anagrafe, Johnny
era praticamente una non-entità. Brutto dilemma, il suo: non poteva autodenunciarsi alle
autorità crucche perché quelle lo avrebbero ricacciato indietro, e per lui farsi
espellere sarebbe equivalso a un mezzo suicidio. In India era bollato come agitatore
politico e, a sentirlo parlare, la polizia di laggiù non aspettava che di poterlo sbattere
in carcere o peggio: per via di certa propaganda antigovernativa che lui aveva svolto
tramite il giornalino del liceo. (Libero Orissa! Abbasso i parassiti di Dehli!)
Così, era costretto a vivere in Germania come ombra tra le ombre, il gestus e
lhabitus di un eroe canoro delle grandi masse, sempre in attesa del
fantomatico passaporto falso promessogli tempo addietro da uno smargiasso proprietario di
pizzeria.
«È una fortuna», ripeté Johnny. Quindi tornò a incurvare verso
l'alto gli angoli della bocca, mentre spiegava furbescamente: «Ora sto con la Olga. Te la
ricordi?».
«Olga... Olga?».
«Unungherese naturalizzata. Se mi riesce di sposarla, ottengo
automaticamente lAufenthalterlaubnis.» Il permesso di soggiorno. «E poi
faccio domanda per avere la cittadinanza tedesca.»
«Oh», fece Marco. «Dovrò chiamarti Herr Johnny, allora!».
Marco, Johnny e la risata stridente di Johnny irruppero in un locale
situato in cima a un supermercato. Il locale, che si cingeva dell'appellativo 'Cafeteria',
a quell'ora si presentava discretamente affollato: dopo aver fatto le compere, molte
persone si concedono una pausa di ristoro - tramezzino o fetta di torta; birra o
aranciata; e limmancabile cappuccino, bevanda "festosa" dei tedeschi.
Trovato posto sotto un ventilatore dalle pale enormi, i due amici
brindarono al loro incontro. E non certo a cappuccini. Johnny, la cui eccitazione era dovuta,
almeno in parte, alla marmellata di hascish consumata a colazione, dopo il primo
liquore perse il controllo di sé e cominciò a berciare mezzo in italiano e mezzo in inglese.
Una fatalità benigna volle che gli occupanti dei tavoli attigui non comprendessero né
luna né laltra lingua. Un discorso slegato e imbevuto di astio, il suo. Marco
lo lasciò sfogare, cercando di non bagnarsi alla pioggia di frasi infarcite di etimi
osceni. Lanziana cameriera sempre pronta a servirli, anche se tra mille brontolii. A un
"salute" seguì un "prost". Quindi un "cheers".
"Santé" era un omaggio alla Francia e ai francesi, stranamente amati e riveriti
in simili occasioni. E "nastrowje" fu duopo, essendo la Russia di grande
attualità.
Colto da un eccesso di nostalgia per la remota patria, Johnny iniziò a
raccontare: Bourabay, Rourkela, Bhubaneswar. E
poi: Kamatkura, Daduth, Bangalore... luoghi mitici, che presumibilmente non aveva
visti mai. Il Mahanadi e il Gange; la vegetazione sontuosa e gli edifici sacri, così meravigliosi e
opulenti. E, come si era abituati da lui, non un minimo accenno alla sovrappopolazione, o
alla fame, o alle guerre intestine che dilaniano il subcontinente indiano.
Non era lui che Marco avrebbe voluto incontrare; anzi, a questo ragazzo
dal triste destino non aveva pensato nemmeno una volta nell'ultimo biennio - si rese
nuovamente conto, sbalordito. Ma, trovandosi ora in sua presenza, gli faceva bene il
vederlo sfogarsi, dimentico pro tempore di tutti i guai. Sapeva che, quando lo
avrebbe lasciato di nuovo solo, Johnny avrebbe cercato nelle droghe, o in una bottiglia di
whisky da scolare ad avidi sorsi, lanestetico per un dolore divenuto monomania.
Per un istante l'indù pareva chetarsi. Subito dopo cercava il
radioregistratore sotto la sedia e, trovatolo, lo sistemava tra i bicchieri, per
accenderlo a tutto volume. (Whos bad?) Listante successivo pretendeva
di sfilarsi gli stivaletti da cowboy - lucidi perché nuovi - e di esporli al di sopra di
radio e bicchieri.
Marco prese nota delle occhiate sempre più frequenti da parte di altri
astanti. La situazione rischiava di degenerare. Specialmente un manipolo di
manovali serbi e croati, che venivano a trascorrere nella caffetteria la pausa di
mezzogiorno (regolarmente in discordia tra di loro, a rispecchiare il disgregamento in
corso in Iugoslavia), gettava sguardi minacciosi. Perciò, con un pretesto, e parlandogli
il più dolcemente possibile, convinse l'amico che avrebbero fatto meglio a lasciare il
locale. Gli permise finanche di saldare il conto, che l'arcigna cameriera
(«Facciadicavallo», la soprannominò Johnny) venne a schiaffare in mezzo a loro.
Ora le strade principali erano oltremodo animate. Tutti sfoggiavano
luniforme degli operai, dei commessi, degli impiegati. Barcollando, Johnny si
lamentò per unimprovvisa emicrania («Quel Katz di ventilatore», ipotizzò),
tornò ad accendere il soundbooster e prese a raccontare: «Al momento faccio il
tuttofare in una bettola bavarese. Lavoro con dei bastardi razzisti. Maledetti
schifosi!», indirizzò loro, o ai passanti, difficile dirlo. Marco si vide costretto a
levargli di mano lapparecchio radio, prima che lui - involontariamente,
sintende - lo sfracellasse contro il fianco di qualche traumfurtiano. «Anche gli
italiani sono razzisti. No, tu no, Marco. Ma gli altri... Fuck! Fuck a tutti gli
italiani, e primi di tutti gli chef.» Si riferiva agli esercenti di pizzerie.
«Sfruttatori! Idiots!... Ma se sposo la Olga, mi cerco un impiego normale.»
«Normale?».
«Forse vado alla Siemens.»
«Allora chiudi con la gastronomia?».
Johnny alzò su di lui uno sguardo strabico (il mal di testa,
probabilmente). «Mai più metterò piede in un ristorante», giurò, spergiurò.
Poi, assumendo unaria circospetta, chiese: «Tu sei tornato per lavorare con
Geppo?».
«Con Geppo e Giovanni, sì», ribadì Marco. «Mi hanno contattato
dopo aver preso in mano le sorti del Capri, invitandomi a. Già. Credo che, grazie
a loro, celebrerò il mio comeback al vecchio, glorioso Capri.»
«Fuck.»
«Che c'è, amigo?».
Johnny fece una lunga pausa prima di annunciare: «Litigano sempre».
«Vuoi dire, Geppo e Giovanni...?».
«Sì», annuì il siciliano di Puri (città sul Golfo del Bengala).
«Cioè», rettificò, «sono le loro girls che litigano.»
«Babsy e Doris?».
«Exactly. Non vanno daccordo.»
Accidenti. Ecco qualcosa di disdicevole. Soprattutto adesso che la loro
gestione era agli inizi, i due compagnoni necessitavano di una perfetta armonia, di una
totale intesa di tutte le parti. Di certo i dissapori, le animosità tra le loro
fidanzate scombussolavano lambiente. Ma, dopo aver brevemente ponderato sulla
faccenda, Marco riacquistò il suo ottimismo, vaticinando loro un avvenire roseo. Li
conosceva bene: a forza unita, Geppo & Giovanni avrebbero superato ogni avversità.
Sapeva che gli amici avevano rilevato il ristorante - di cui erano ex dipendenti
- soffiando l'affare a un certo Androlli, un trafficone, un intrallazziere privo di
scrupoli che sembrava aver messo radici a Traumfurt. Avevano avuto coraggio ed era lieto
per loro, come disse anche a Johnny. «Ma poi, te lo immagini un locale come il Capri nelle
grinfie dell'Androlli?».
Sfuggitogli il deal, l'intrallazziere, che non aveva la più
pallida idea di arte culinaria, aveva ripiegato sullAmalfi: un postaccio da
sempre in svendita e perciò senza una vera reputazione da perdere.
Marco conosceva a puntino il curriculum del signor Androlli. Era un
siciliano («Proprio come noi, Johnny», ironizzò, ma senza perfidia) discendente di
grandi proprietari terrieri ed emigrato, o costretto a farlo, per motivi oscuri. Dopo un
intervallo - altrettanto oscuro - trascorso in Austria, era riuscito ad accumulare una
discreta fortuna in Baviera, commerciando in prodotti vinicoli. Fu lIntendenza di
Finanza a fargli chiudere quellimpresa.
In seguito si era impegolato nella vendita di una bilancia dietetica
che segnava da uno a due chili in meno del peso reale, per dopo passare alla produzione in
proprio di ricotta. Stavolta fu lUfficio dIgiene a interdirgli
lesercizio.
Persona dalle inesauribili risorse, Androlli aveva ripiegato sulla
stampa e vendita di cartellini colorati, di quelli che affaristi e privati amano appendere
in ufficio o in soggiorno. Marco aveva visto alcuni di quei cartellini; erano plastificati
e recavano scritte in varie lingue: Proibido fumar, Out to lunch,
Ich komme gleich wieder, Home sweet home, Please dont
disturb, Achtung! Hund! My boss is a Neanderthal e altre
analoghe. Poiché Androlli non conosceva nessun idioma oltre al proprio (anche il suo
tedesco era assai impreciso), per la progettazione e la manifattura di quegli articoli
aveva ingaggiato un artistucolo di nome Moses. Moses, uno dei tanti "eterni
studenti" di Traumfurt, si teneva a galla prestando il suo ingegno e il suo estro a imprese ed
imprenditori tra i più strampalati.
Per quanto possa sembrare improbabile, la trovata dei cartellini diede
i suoi frutti. O "fruttarelli", per usare le parole dello stesso Androlli. Ma,
per via di nuove irregolarità fiscali, lintrapendente affarista aveva perduto la
licenza pure per quel commercio. Così, aveva puntato le sue antenne sul settore
gastronomico, che è più allettante e... imperscrutabile.
Androlli era un personaggio sgradevole anche nella vita di tutti i
giorni. Possedeva i modi viscidi di un camerlengo, palpava tutti e ognuno, aveva un
colorito insalubre e, coerentemente al colorito, si piaceva nel ruolo di mettimale. Non
passava giorno senza che spargesse maldicenze su questo o quellaltro italiano di
Traumfurt e dintorni. Abbigliato costantemente in giacca e cravatta, adorava quando lo
chiamavano "signore"; ma molto di più gli sfagiolava il titolo di
"Dottore", di cui si fregiava illecitamente. Beh, nulla d'insolito: Dottore
è, per antonomasia, un prenome italico.
Teneva discorsi sfasati, da cui difficilmente si poteva ricavare un
senso o trarre qualche illazione. E poi, quel suo distorto bilinguismo: «Signora Frau»,
«Buona Abend», «Trinka no schnaps», «Senza Problemen»...! Aveva una
predilizione per gli ossimori più inverosimili e le sue sentenze abbondavano di
pleonasmi, di tautologie solo in parte volute. Diceva, ad esempio: «giovane ragazzo»,
«pioggia umida», «buio scuro», «correre svelto», «nano piccolino»... Era, insomma,
uno di quei tizi che, nel mezzo di una conversazione, sbrottano qualcosa come: «Adesso
andiamo a mangiare. Anche i vostri figli». O che appendono all'entrata della bottega
uninsegna del genere:
VENDESI BICICLETTE E AGGIUSTASI ANCHE.
In quei giorni, allentrata dellAmalfi si poteva
ammirare la scritta: Nuova gestione e proprietario nuovo.
«Sono contento per i nostri due amici», ripeté Marco. «Loro
sapranno continuare la buona tradizione del Capri!». Volle tornare ad accertarsi:
«Tu dici che le loro ragazze si strappano i capelli?».
«Oh, quelle...», cominciò Johnny. Ma, all'improvviso, il boy
indiano fu assalito da un rigurgito di omertà. Smise bruscamente di ballonzolare come
supponeva facesse il grande mito della musica pop e si limitò a fissare davanti a sé con
l'espressione di chi è caduto in trance.
«Johnny?».
Niente.
«Johnny?».
L'indiano parve finalmente riscuotersi. «Debbo andare», dichiarò; e
si riprese il suo soundbooster, che abbracciò strettamente come si fa con un amato
pargolo. Aggiunse, en passant: «Ho ancora la mia vecchia stanza. Vieni a trovarmi
quando vuoi».
La vecchia stanza: a Marco sembrò di rivedere i calzini a mollo nel
lavabo e il filo della biancheria teso tra l'armadio e la finestra.
Annuì, non volendo trattenerlo oltre. «Ciao, Johnny».
«Well, allora... Giao.»
Seguì con lo sguardo la figura dellorientale sparire oltre
l'angolo con andatura zigzagante. Poi si scrollò, lui stesso un tantino offuscato e reso
malinconico dallalcol. Avviatosi in direzione opposta, valutò le ragioni per cui
Johnny non si era mai potuto integrare nella loro compagine. Forse che Geppo, Giovanni,
Nino, il Boccia e lo stesso Marco non avevano intrapreso nulla per incoraggiarlo? Lo
avevano discriminato, rivelando una vena di razzismo?... No, non erano razzisti, né mai
si erano mostrati ostili verso unaltra cultura. Anzi: tutti i loro amici
traumfurtiani provenivano da altre terre, addirittura da altri continenti. Se Traumfurt
era vivibile, lo era appunto perché molteplici nazioni vi convergevano convivendo
pacificamente. Il fatto è che, quando il piccolo indù capitò a Traumfurt, la Banda dei
Cinque era già in procinto di sfaldarsi. Inoltre era palese che Johnny non desiderava
circondarsi di amici, ma di sparring partners, ombre accondiscendenti. Persone che
lo compatissero e... che gli permettessero di saldare il conto. Povero diavolo, tutto solo,
esiliato a diecimila miglia da casa sua!
«Oh, via!», concluse Marco, riscotendosi. Il mondo ribolle di
sciagure, e non solo di sciagure sociali. Nellanimo di ciascuno si apre un pozzo senza
fondo e lui non poteva farci niente. Non poteva aiutare nessuno: solamente se stesso
(forse), agendo in maniera tale che almeno il suo baratro risultasse meno
spaventoso e meno definitivo.
Accelerò il passo, mentre le strade continuavano a riempirsi.
Lorologio del campanile "cattolico" segnava luna. Spostando
leggermente la testa, poté accertarsi che laltro orologio, quello
"protestante", era inchiodato sulla stessa ora. Ecco qualcosa di rassicurante: a
dispetto degli scismi, delle divergenze di vedute, il tempo rimane invariato per tutti.
Inutile specificare che il quadrante digitale montato sulla facciata del municipio non
solo consacrava lesattezza dei meccanismi dei due templi, ma in più faceva mostra
dei secondi (01:01:24... 01:01:25... 01:01:26...): uno sberleffo informale in coda
allEssenziale, un odioso esubero, ma anche il simbolo del trionfo della precisione
laica sulle dottrine trascendentali.
Ad un tratto si accorse di stare camminando un po troppo
speditamente, in involontaria sintonia con il lampeggiare dei secondi sul
sovradimensionale LED del segnatempo atomico; rallentò perciò la falcata e,
allandatura metropolitana, fece seguire quella più serena, più a misura
duomo che meglio si adatta a una cittadina di provincia.
Di nuovo avvertì in ogni fibra leccitazione conferitagli dal
senso dellaspettativa. Si persuase a rimandare ulteriormente lincontro con gli
amici per prolungare il piacere dellattesa. Ripensò a loro, a Geppo e a Giovanni, e
ripensò a tutti i connazionali conosciuti fuori dItalia. Trogloditi, gnomi sclerotici,
casi postfreudiani... ma vivi, tutti vivi e con una personalità ben spiccata. Guitti con
un proprio ineguagliabile repertorio da offrire al mondo. Individui accomunati non tanto
dalla razza quanto dalla lingua; e forse neppure da quella, in fondo.
Simile a un fuscello in preda a una corrente d'aria, si lasciò risucchiare da un altro
Kaffeehaus.