Libro Primo

                                 IV

 

Benché vi fosse approdato in età relativamente matura, ossia a ventitré anni (la maggior parte dei suoi compagni era emigrata molto più giovane), Marco doveva a Traumfurt le prime reali escursioni nell’estasi: tresche durate un giorno o un mese; amori travolgenti e antiplatonici conclusisi tutti anzitempo, prima che raggiungessero la compiutezza, il grado di crescita che lui si era augurato per essi. In quanto italiano, si era visto immediatamente messo a confronto con la realtà distorta dell’ethos, delle norme non scritte che gli appiccicavano addosso l’etichetta del seduttore, dell’amante prodigioso. In effetti, più di una massaggiatrice non soltanto di anime volle approfittare di Marco per prendersi una vacanza speciale - quel che in inglese si dice one night stand.

Giovanni, la cui sincerità spesso arrivava a essere urticante, agli inizi della loro amicizia lo aveva imbeccato: «Sei uno di quei tipi che si innamorano di ogni troietta e temo che non cambierai mai».

Vero, verissimo: di quante donne, allora e in seguito, non si era innamorato! I sospiri non hanno mai fine... Un animo poetico, il nostro Itaker. Anche nelle ore più esasperate nell’inferno di una cucina, trovava il tempo di pensare a qualcuna, lanciando occhiate trasognate a un fascio di luce come di riflettore montato al di là della nuvolaglia o a una luna nel bel mezzo del pomeriggio. (Gastronomo o... astronomo?)

Giovanni non aveva torto. Lui le amava tutte: le acerbe e inodori; le sedicenni in gramaglia; le allegre e ultraprofumate trentacinquenni per le quali il tradimento non è che un momentaneo trasloco della carne; le sciocche camerierine che fanno gnau, gnau. Aveva affondato il suo stupore nelle profondità lacuali di occhi belli e stanchi; si era offerto volentieri, sfrontatamente, alle angherie di alcolizzate e nevrasteniche.

Un playboy? Nel chiuso di una stanza la maschera cadeva sempre o quasi, e dal viluppo di pose da palcoscenico affioravano le febbrili, incontenibili parole di un folletto un po’ piagnone e un po’ eroe. Le trovava tutte meravigliose e non mancava di appagarsene la vista: poiché sapeva che sarebbe presto finita. Proprio le esperienze accumulate lì, a Traumfurt, gli avevano insegnato a smettere di cercare in loro Psiche o Urania per limitarsi a indugiare sulle forme esteriori con vista illetterata. Sul letto, o sul rivestimento di legno del pavimento crivellato da bruciature di sigarette, si svolgeva ogni volta l’epilogo di una commedia iniziata con inaudita disinvoltura in una bettola notturna. Nell’intimità della sua tana veniva inscenato il finale poco strepitoso in cui Marco, sfoderando una semplicità di tipo androgino, nell’impellente esigenza di amore le costringeva tutte a mostrarsi uniche, splendide e dotate di una chiarezza di idee che abitualmente non possedevano. E talvolta a farsi nature morte: per meglio imprimersele nella mente.

Cézanne suggeriva alle sue modelle di sforzarsi di assomigliare il più possibile a una mela, e le ritraeva con lo stesso spirito con cui dipingeva della frutta o un paesaggio. Marco scorreva gli involucri di cera, marmo o cartapesta con la curiosità tattile di uno scultore cieco.

All’irrompere del giorno i corpi perdevano le loro particolarità seriche o marmoree e il suo stambugio tornava a essere la celletta di un disperato, un luogo di devastazione che la nudità improvvisamente sbugiardante di ciascuna delle amanti rendeva simile a una sentina di vizi. Il seguito non faceva più parte del ludo: lo squallore del tran-tran quotidiano risfoderava i suoi artigli e le varie abadesse, carrieriste, studentesse dedite al piercing e segretarie con i tacchi alti rientravano nel ruolo consueto. Lui le osservava con infinito sconforto mentre il mondo le ricatturava. Al di là dell’alba, l’orchestrina suonava sordide canzoni e la faccenda non lo concerneva più.

«Ti innamori di ogni...». Era innamorato dell’amore! (Agape, houb, ahavah, ai, love, upendo, Liebe.) Credeva nella donna ideale e credeva di poterla scoprire nella compagna di una o più notti. Certo, il sogno svaniva presto. Ma meglio l’illusione che l’impotenza artificiale dell’ascetismo. Ora ecco che all’orizzonte sorgeva Brigitte: la fine di un circolo vizioso?

 

      "Marco" 

Traumfurt e le sue prime esperienze. Il lavoro lo teneva occupato da mane a sera. Poi, smesso il grembiule, usciva, da solo o con i colleghi, con un unico pensiero: "Ora Sherlock Holmes si mette all’opera".

Era diventata un’abitudine. Varcando la soglia di un pub o di una discoteca, Giovanni, Geppo e compagnia bella non ambivano che a divertirsi guardandosi intorno e, se possibile, cogliere l’occaso per una salutare scopatina (sebbene non ne avessero mai l’aria). Marco, invece... Già: sempre lì a gingillarsi con i preliminari, a cercare di intavolare una conversazione che scimmiottasse la brillantezza dei salotti parigini. Aveva i modi di un cavaliere d’altri tempi e questa galanteria strabiliava le ragazze, che erano assuefatte all’insolenza di pappagalli rappresentanti una sputtanata italianità o qualche altro cliché ugualmente sputtanato. Lui piaceva. Piaceva nonostante ballasse come un puledro e facesse l’amore come un coniglio. Piaceva e persino lui si piaceva, anche se ogni mattina sorprendeva allo specchio un orangutàn scapigliato. ("E quello sarei io?".)

Ci pensò Hella - un’austriaca che faceva la cassiera in un magazzino all’ingrosso - a istruirlo su come ci si deve comportare con una donna, come essere delicato e brutale a un tempo. Hella gli era rimasta fedele più a lungo di ogni altra: perché si erano incontrati sempre e solo al momento di andare a letto. A un certo punto, però, lei aveva perso la testa per un pilota d’aerei (che poteva quantomeno offrirle il biglietto per un volo alle Baleari) e si era imbarcata per l’eternità lunare.

A tutte le altre, di qualsiasi nazionalità e colore fossero, non bastavano le carezze di questo amleto in jeans - miliardario dei sentimenti e dunque ricco di niente. Appena oltre la sponda del letto, venivano divorate dal dubbio e dalla rabbia. Cercavano di spiegargli: «Non ci si può accontentare della notte! Nessuno lo può. Mentre noi dormivamo, un nuovo mito è nato e si è espanso... Se tutti fossero chiusi e passivi come te, il mito si perderebbe, svanirebbe nel nulla».

E allora? provava a minimizzare Marco. Voi lo chiamate mito e io lo chiamo moda, virus della modernità. E lasciamolo pure svanire!

Ma non funzionava. Le ragazze, persino le più mature, pretendevano la sua compagnia anche in pubblico, sotto i lampioni delle ore mondane. Che se ne facevano di un uomo che non potevano mostrare ai parenti, all’amica del cuore, all’ex fidanzato, ai vicini di casa? E che non parlava mai di matrimonio, o almeno di convivenza civile? Marco rintuzzava gli attacchi alla meno peggio, tremando all'idea di dover affrontare gli aspiranti suoceri e alla prospettiva di lunghe, noiose partite a carte la domenica pomeriggio. Si scusava: «Con questo mio lavoro...».

Ed era vero, in un certo qual senso: con quel suo lavoro, non gli restava, per vivere, che la notte.

 

                                                                                                                               

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