Libro Primo

                                   IX

 

Liselott non era propriamente una donna. Era un automa, un fantoccio semovente che Marco aveva conosciuto a Monaco-Schwabing una notte di due inverni prima. Gli era subito apparsa quasi comica nel portamento, che l'acconciatura stalagmitica e gli arlecchineschi abiti non servivano ad accrescere di dignità. A causa di Liselott, l’oscurità e lo scenario di Schwabing gli apparvero come tratti di peso da un museo dell’orrore. I muri palpitavano ancora della quotidiana agitazione e, a tendere l’orecchio, si poteva avvertire l’eco tardiva di striduli colpi di martello e voci dolenti.

La cosa, che in seguito si presentò con un nome cristiano, gli era caduta tra le braccia - lui solitario passante sorpreso - invocando aiuto. Gli narrò che il fidanzato l’aveva cacciata di casa e che da due giorni non mangiava, non dormiva ed era in cerca di un riparo.

Marco non si domandò se quella storia fosse vera, ma condusse Liselott, semplicemente, nel suo attico.

Mentre salivano le scale, la studiò con attenzione. Lei era di forma trapezoidale, sul volto aveva disegnati goccioloni color latte e uno struggimento inquieto le storceva la bocca all’ingiù. Una perla argentea pareva esserle cresciuta aulla punta della lingua. Dalla sommità di tale maschera emergeva una sega a coda di volpe: un'acconciatura rossoverde che non si offriva certo a tenere carezze.

Avevano fatto l’amore prima ancora di scrollarsi la neve di dosso. "Fare l’amore" è un eufemismo, in quanto nemmeno a letto Liselott sembrava una donna. Ma qua e là affioravano pezzi di carne fresca, carne giovanile. Sulle prime Marco si era sentito fiero della "conquista": Liselott era un bottino non indifferente per uno che negli ultimi tempi al massimo era riuscito a insidiare le difese di qualche penelope sfiorita. Si era detto che, se il fantoccio fosse rimasto a svernare nella sua stanza sotto-il-tetto, avrebbe forse potuto umanarlo. Inoltre si convinse, decise di convincersi, che le tinte a tutti frutti di Liselott formavano un contrasto ben riuscito con il fosco armamentario dell’ambiente.

Ma la marionetta, l’arlecchino, il robot di plastica non rimase: dopo un paio di giorni, mentre Marco era al lavoro, sgombrò il miniappartamento per non farvi più ritorno. E con lei si dileguarono cinque banconote (5) da cento marchi (100) cadauna.

Dell'episodio si ricordò mentre abbracciava Brigitte. Ovviamente il paragone non calzava: Brigitte era autenticamente femmina - fatto che gli si riconfermò soprattutto dopo che lei si ebbe tolto la giaccaccia -; e dolce; e innamorata.   

       Si rifocillarono stando seduti sul letto, quindi uscirono. In strada lei gli confidò un mucchio di cose. Disse di sapere che le bisbigliavano dietro: «Quella ragazza è un insulto alla nostra comunità». Perché lo facevano? Boh! Probabilmente perché mostrava di sentirsi diversa dagli altri e di non voler nascondere questa sua diversità.

«Forse è vero che sei un insulto alla comunità», osservò Marco. «Ma un bell'insulto, in ogni modo.» E si chinò a baciarle i capelli.

Quella sera l’avrebbe portata nel locale dei suoi amici, dove le avrebbe chiesto di leggere la lista delle bevande. E lei:

«Rrrosso. Bianko. Birrra».

 

La piazza era movimentata; tutti si affrettavano perché tra un po' i negozi avrebbero chiuso i battenti. Soltanto un tizio non si affannava, non correva, non andava da nessuna parte: un greco o levantino che fosse. Con le spalle appoggiate a un muro, l'uomo era immerso nella lettura di un giornale su carta rosa. Quella pubblicazione poteva essere tanto il Financial Times quanto la Gazzetta dello Sport.

Lo straniero non si degnava di alzare lo sguardo sul viavai serale e, d'altro canto, nessuno si sognava di disturbarlo in quella sua pacifica occupazione. Era una scultura vivente in un mondo di corridori. La scultura (lo fosse stata per davvero) avrebbe potuto recare il nome: Coolness. O Caparbietà. Opera di uno scolaro di Beuys o di Hundertwasser; magari di Andy Warloh. In nessun caso però di Giacometti.

Brigitte e Marco procedevano a passi tranquilli e quindi anche loro, come l’uomo con il giornale, nettamente distinti nell’agitazione generale. Erano una coppia che bisognava ammirare per forza: lei - lo ricordiamo - piccola e biondissima, lui un normanno dai capelli scuri. Di tanto in tanto Brigitte scambiava un saluto con qualche conoscente: solo un cenno del capo. Da parte sua, Marco non riconosceva nessuno. Ma gli stava bene così. Certi tipi sono appiccicaticci, delle pittime inguaribili, e l’unico suo interesse al momento era di rimanere da solo con la sua morosa. Similmente all’uomo con il giornale, anche lui era in grado di innalzare un muro tra sé e il resto del mondo.

«È bello passeggiare con te», rifletteva Brigitte ad alta voce. «Mi piace stare appesa al tuo braccio. Ehi, puoi continuare a guardarla quella bambola. È particolarmente sexy, lo vedo anch’io. D’altronde sono contraria alle scenate di gelosia... Buona sera, signor pastore. Quello è il nostro pastore. Sono protestante, spero che tu te ne renda conto.» Tutto d’un fiato; e corse verso le vetrine, come una falena attratta dalle luci.

Marco la guidò sul lungofiume, ma anche lì non poterono stare soli: ombre passavano e ripassavano davanti al corso d’acqua. I salici si immergevano nel Traum fluttuando pigramente. Cominciarono a toccarsi, lì, sul viottolo, incuranti di eventuali spettatori. E gli occhi di lui le trasmisero: «Credo di credere in te».

 

                                                                                                                               

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