Libro Primo

                                    VII

                                 

        Quando piangevo progetti focosi

        ed era il tempo, tempo mio,

        ci sognavo tutti quanti famosi;

        ma era, questa voce, voce d’addio.

        Ora è nel sonno più ostico il tempo,

        ed è per questo che esorcizzo tempo

        con la testa a Sud e le mani quassù,

        strampalato, a cercarne di più.

 

Le tende delle finestre gemelle - rettangolari: niente goticismi - erano accostate a metà; nella stanza si riversavano due cospicue porzioni di sole. La luce mattutina trasformava i granelli di polvere in lievi icosaedri e faceva stelline dei cristalli di zucchero che, mancando la tazza del caffè, si erano sparsi sopra il tavolo. Le pareti sembravano fosforescenti: vetri, specchi, oligrammi che ondeggiavano su e intorno a Marco; strutture concatenate di un desiderio indomabile.

Standosene disteso, si studiava il cielo e la terra, la brezza estiva e la gente, se li studiava per sé e li incasellava all’interno della finestra che aveva nel cranio. Si studiava i sorrisi e gli abracadabra, le belle giornate e le croci, le danze, le frenate brusche di quattroruote... E intanto digeriva la cena della sera precedente, cena speziata con l'accoglienza affettuosa di Giovanni & Geppo e rispettive donne.

La cena fu consumata a lume di candela, ma non in perfetta intimità. Brigitte, delusa, aveva poi commentato: «Cordiali i tuoi amici. Ma grotteschi».

«Essere normali è tutt’altro che facile», aveva voluto difenderli lui.

wahnsinn.gif   È vero che erano grotteschi, che facevano discorsi insensati. Ma erano i suoi amici, infine.

Geppo: un Budda fumante, gravido, pesante. "Eppur si muove...". Suoi pregi erano l’autoironia e la paciosità. Spesso si faceva beffe delle proprie sembianze. Mentre si passava una mano sul capo glabro, con l’altra si tirava i peli precocemente ingrigiti della barba da rabbino; oppure si tambureggiava sul pancione - disgrazia di molti vitaioli - e, guardando da sopra le lenti da astigmiope, ci teneva ad assicurare: «È tutta aria, ché non ho ancora magnato niente».

Geppo era poco più che un ragazzo, ma il suo fisico lo costringeva a incassare dei colpi niente male. Una sera, all’entrata di una discoteca, era stato fermato dal buttafuori: «Beh nonno, che vuoi? L’ospizio brucia? Di qui non si passa: barriera biologica». Marco e gli altri avevano dovuto giurare che il loro amico non aveva ancora raggiunto la trentina, e si erano infuriati con quella bestia di una sentinella. Ma non Geppo: Geppo l’aveva buttata in ridere.

Non perdeva mai le staffe. O quasi mai. Un giorno, il cameriere di una trattoria rivale, alticcio, per qualche ragione si era sentito urtato dalla sua calma sorridente e aveva cercato di attaccar briga. Geppo, irremovibile nel suo involucro di monaco vivandiere, era rimasto a fumare la pipa senza badare alle offese. E quel tizio gli aveva sputato in faccia. Un gesto madornale, dettato solo dall’alcol? Eh no, non solo dall'alcol. Marco lo ha già detto: essere normali è tutt’altro che facile.

L’episodio si era svolto davanti a un pubblico esiguo ma attento. Tutt’intorno si era levato un mormorio teso, un’ondata di sdegno. Ma Geppo aveva quietato gli animi: «Alt! Lo sputo non è considerabile come aggressione. Semmai come semplice vituperio». La saliva gli gocciolava dagli occhiali, dalle guance, dalle spalle. «E non provoca danni alla salute, nevvero?». Confuso da tale reazione, il cameriere brillo, non sapendo che altro fare, si era prontamente allontanato. La storia fece il giro di tutti gli ambienti bazzicati dagli italiani, venne tramandata tra singulti e risatine divertite con decine di accenti dialettali diversi, e sembrò essersi conclusa lì.

Accadde però che, tempo dopo, il tizio si ripresentò al cospetto di Geppo, offrendogli così l'opportunità di vendicarsi. E questo misto di Barbanera e Fra' Indovino si vendicò, pur se con signorilità, secondo il suo stile. Il tizio si era messo a spiegargli che aveva disperatamente bisogno di lavoro: dall’Amalfi (o era il Da Marcello?) lo avevano cacciato. Non poteva farlo assumere lui, Geppo, al Capri?... Geppo aveva sorriso vagamente, accendendo la pipa e non pronunciando parola. Per quanto l’altro drammatizzasse la propria situazione e sbuffasse e gesticolasse, lui continuò a rimanersene immobile come assorto nei casi propri. Solo un paio di volte puntò gli occhiali spessi sull’uomo-lama, infilandosi un dito nell’orecchio e rigirandolo distrattamente. La sua espressione denotava blando interesse, ma non un suono uscì dalla sua bocca. Sopraffatto dall'onta, il tizio sgombrò il campo, mormorando frasi incomprensibili.

 

Poi c’era Babsy, la convivente di Geppo. Quanto a sembianze si sarebbe potuta scambiarla per sua sorella, anche se caratterialmente ne era l'antitesi: immoderata e urlona. Ed era, oltretutto, gelosa a più non posso. Gelosa non perché sopravvalutasse il fascino seduttivo di Geppo (del cui aspetto si faceva scherno pure lei), ma per un evidente complesso d’inferiorità nei riguardi di tutte le donne. Babsy si mostrava ostile contro ogni creatura che denotasse fattezze femminili.

Aveva una faccia come di gomma, capace di piegarsi in un intero repertorio di smorfie, e molte di quelle smorfie purtroppo non piacevano a Brigitte, che con la virulenta ragazza aveva già avuto a che fare al ginnasio. Più tardi Brigitte raccontò a Marco: «Anche in classe era invidiosa delle altre e faceva un gran cancàn». Marco ribatté che lui invece la trovava simpatica, e Brigitte, amara: «Ovvio. Tutti gli uomini la trovano simpatica. Sta’ attento: quella lì ti mangia con un sol boccone!».

 

Giovanni...

(«È quello piccolo, vero? Si dà il rimmel o sbaglio?». «Ma no. Cioè... si ritocca un po’ il viso, ecco tutto.» Effettivamente, Giovanni si crogiolava spesso davanti allo specchio.)

...Giovanni fu il primo a dargli il bentornato. Nel vedere l’utilitaria di Marco nel piazzale, commentò, fin troppo francamente: «Non sapevo che viaggiassi in seconda classe».

«È solo perché la terza non esiste», disse Marco.

«E quella ragazzina?», ghignò il cuoco del Capri, prendendo di mira Brigitte. «Dove l’hai trovata? No, non dirmelo! Non voglio saperlo. Sfasciafamiglie!», aggiunse allegramente.

 

Doris, l'amica di Giovanni, era di indole placida. Anche per questo tra lei e Babsy non correva buon sangue. Cercò di imbastire un dialogo con Brigitte, ma neppure con Brigitte ci fu intesa. Era come se due universi totalmente differenti tentassero di comunicare: l’una era superficiale e le sue conoscenze si limitavano alle nozioni impartite dai rotocalchi, mentre l’altra non voleva o non poteva scendere dal suo podio di superalfabetismo. «È un’oca», osservò poi Brigitte. «Carina, ma starnazza a vanvera.»

 

Gli stessi Giovanni e Geppo non sembravano più gli amiconi di una volta: un’ennesima prova che in un paio di anni possono mutare tante cose. Come Marco aveva temuto, il rapporto più che labile delle loro fidanzate li aveva allontanati l’uno dall’altro. Tuttavia, i due cercavano di fare buon viso a cattivo gioco. In fondo erano in affari, ora; avevano voluto addossarsi la responsabilità del locale e bisognava che ci dessero dentro.

Avevano rilevato il Capri quando questo si trovava sull’orlo della rovina (il vecchio gestore, in procinto di prendere commiato, ne aveva azzerato i conti bancari: una manovra abituale atta a fregare il fisco). «Se lavoriamo bene, intensamente, mantenendo un elevato livello qualitativo», esposero a Marco il loro concetto, «non solo presto avremo risarcito ogni debito, ma accumuleremo anche un discreto patrimonio che ci permetterà di riposarci per qualche tempo e di riordinare le idee.»

La nostalgia per il Paradiso ci deriva dal sogno imperituro di liberarci dalla fatica.

Della coppia di soci, Geppo era quello che nutriva i dubbi maggiori sulla riuscita dell’impresa. «Certo che gli obblighi non sono pochi. Quegli squali ci hanno pure aumentato il coso... l’affitto... Ho una fifa blu!», confessò, stropicciandosi la barba.

«Non può andar male e lo sai benissimo», lo tacitò Giovanni. «Guarda il Marcello o l’Amalfi: possono cavarsela meglio di noi? Inoltre, ora abbiamo lui...». E indicò Marco.

«Sicuro», disse Geppo, incrociando indice e medio. «Se Dio vuole...».

Giovanni rimaneva il più sbarazzino e forse anche il più realista dei due: «Vedi Marco, se il locale va bene ci guadagnamo tutti. E se invece piove ci bagnamo tutti». E gli ammiccò con quegli occhi svegli, profondi e... spennellati.

Sancirono l'accordo a caffè e grappini. Oltre le vetrate, le case di Traumfurt spegnevano le luci a una a una, mentre l’orologio in sala batteva le ventiquattro - Ora Zero.

 

                                                                                                                               

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