VIII
La prima volta che Marco aveva avuto voglia di Traumfurt, e dunque di
provincia, era fuggito da Berlino per andare a impiantarsi a Baden Baden. Ma Baden Baden
non è una provincia: è la capitale teutonica della mondanità. Numerose sono le saune e
terme badensi, tra cui ce n'è una in stile giapponese che include autentici resti romani e
un'altra nella tradizione romano-celtica. Qualcuno gli aveva regalato la
tessera per frequentare uno dei bagni più rinomati. Cerchiamo di immaginarlo mentre si aggira, con
un asciugamano ai fianchi, nell'atmosfera sfarzosa e ovattata, tra mille metri
quadrati di marmo di Cappadocia e tra colonne di marmo del Brasile. Il trattamento più
comune: doccia gelata, aria calda secca, massaggio con spazzola sullintero corpo,
aria calda umida, immersione in vasca, fustigazione con rametti di alloro... fanghi. Nella
zona pedonale di Baden Baden si allineano i negozi di lusso, tra i quali è da annoverare
il ristorante dove Marco lavorò in quellestate. A sera, nababbi arabi e italiani
sciamano verso il casinò. La campana di una piccola cappella suscita echi idilliaci,
passerotti e usignoli intonano monodie evocanti latitudini più temperate.
Tutto il mondo bello e celebre è transitato e transita per Baden
Baden. Questa città è come un atlante storico corredato di illustrazioni, come il
romanzo di tutti i romanzi. Vi hanno alloggiato: Rossini, Bismarck, imperatori
dAustria, generali francesi, scrittori inglesi e americani... per tacere
dello zar di Russia (quale? Alessandro?). Dappertutto vige una pulizia che, manco a dirlo,
è fiabesca. Cè un magnifico parco attraversato da un viale di tre chilometri che
congiunge gli impianti termali a un monastero. Ci sono le melodiche vie dacqua, i
prati fioriti, i sentieri aristocratici... Nel parco si contano ben duecentoottanta tipi
di cipressi e faggi. A ogni albero hanno assegnato un numero: il 477 è un ultracentenario
Rododendron giganteum, una pianta-mammut.
Nel suo giorno libero, Marco andava a spasso accompagnato da una
sinfonia di magnolie, tra bande di anziane signore armate di parasole. Immancabilmente, la
passeggiata lo conduceva davanti allhotel in cui alloggiò lAga Khan e che
oggi conta, tra i suoi ospiti, personalità della politica e dello spettacolo. Nell'hotel
sono impiegati non meno di cinquanta servitori. Al mattino vengono pulite le scarpe dei
residenti e la colazione è presentata su un servizio di porcellana. Gli alberghi di Baden
Baden non sono semplici alberghi: sono case lussuose con sorgenti interne.
...aria calda secca, massaggio con spazzola, aria calda umida,
immersione, fustigazione... FANGHI.
Il compleanno di Marco cade il ventitré agosto. Nella celebre stazione
climatica lui festeggiò la ricorrenza in solitudine, facendo i bagordi nei bar e baretti
annessi a vari stabilimenti. Finì la giornata in bellezza, insieme a una stagionata dama
di Arles.
Il giorno dopo, un Marco disattento sul lavoro, esausto per aver
trascorso la notte in bianco (LArlesiana), faceva bruciare la salsa destinata
a un filetto mignon; il ventiquattro agosto di trecento anni prima
(milleseicentottantanove) Baden Baden fu messa a fuoco e integralmente distrutta dalle
truppe francesi. Nella splendida città termale si registrano oggi molte visite-lampo
dalla Francia...
Leldorado del turismo renano finì con lannoiarlo. Così,
lui disertò anche da lì: un po perché si sentiva come intrappolato in un enorme
gerontocomio, un po a causa di unennesima relazione fallita.
"Lei mi prese con sé. E io, innamorato pazzo, la seguii nella sua
reggia, pur non senza le solite titubanze, i familiari ma. Poi,
labbraccio. LAmore, ideale perenne, aveva il colore dei suoi occhi, la
pienezza delle sue labbra e il suono della sua voce." Ma Marco era nervoso di
delusioni e di aspettative e, dopo gli istanti di pigro deliquio tra i seni di Signora
Duchessa, ricominciò a fremere di voglia per le bevute in bettole deprecabili e la
compagnia di streghe senza riguardi, per il miraggio di unesistenza meno brillante
ma anche meno pantagruelica. Era nevropatico, perdutamente folle. "Perciò la
respinsi, mi respinse."
Quella donna, che a un calcolo sommario avrebbe potuto essere la madre
di Brigitte, aveva sofferto molto. Marco la fece soffrire di più. Nonostante tutto, lei
si mostrava volitiva, coriacea. Non crollava...
Come fanno certe donne ad attraversare un mare di situazioni avverse e
umilianti, a lottare contro limpassibilità e la presunta astuzia di maschi senza
cuore e a restare tuttavia ben salde sulla tolda del vascello della vita, mai scevre di
umorismo? Il loro cammino è caratterizzato da rapporti finiti a carte quarantotto, stress
lavorativo, bambini tiranni bambini... Eppure sopravvivono, diventano più sicure di
sé... E ridono.
Marco partì da Baden Baden per farsi inghiottire nuovamente da una
metropoli. Ad Amburgo, è vero, non gli dispiacque filare con donnine a ore, libero da qualsivoglia
legame, sguazzando nel cosmo senza tabù del quartiere San Pauli. Ma alla fine esaurì i
suoi risparmi. Anche per questo: "A me, Traumfurt!". Qui è nel suo ambiente.
Qui può prestare attenzione, farsi prestare attenzione. È attento. Tenta.

Ventisette anni aveva, e non era niente. Uno zero. «Prova a
risalire da questa posizione, pulce!». Così, volta pagina. Si reinventa: diventa il
cuoco salvacrisi.
«Chiamatemi a domicilio, mettiamoci d'accordo sulla tariffa e risolleverò le sorti del vostro locale.» Strano tipo di lavoro. Sicuro, gli sarebbe
toccato... sempre il primo ad aprire la porta, sempre lultimo ad andar via. Le
unghie nere e il grasso nei capelli. E comincia questa sua Vita nova con un salario
modesto, in quanto Geppo & Giovanni sono suoi amici e dagli amici non si può certo
pretendere che paghino forte. Per una retribuzione migliore, potrebbe andare a scavare
pozzi neri in Africa.
Se non altro, comunque, ha lei.
E una nuova stanza.
La stanza glielhanno rimediata Geppo & Giovanni. È comoda,
ma, come Brigitte gli fa giustamente osservare, dalla finestra prossima al capezzale
soffia un alito freddo che rende il guanciale un blocco di ghiaccio. Mmmm. «Intesi,
tesoro. Non crearti grattacapi: me ne curo io. Tapperemo la fessura con qualche
straccio...».
Risolvere la magagna da sé è la soluzione più sbrigativa. Altrimenti
bisogna affrontare tante scocciature, precipitarsi dal capocondominio, telefonare
allassicurazione della ditta di costruzioni, contattare un dirigente
dellistituto bancario e, se necesse, informare la polizia, che provvederà a
sorvegliare i lavori di riparazione nelleventualità che la compagnia di
assicurazioni lo richieda. Ecco: una minuscola crepa su una parete apparentemente compatta
e Marco torna a essere un borghese piccolo piccolo impigliato nella rete del Burokretinismus.
Un semplice fil di vento dallo stipite e persino la sua flemma (se proprio vogliamo
definirla in questo modo) diventa una cosa tutta da ridere, uno strascico inutile, una
qualità posticcia.
Ovvio: anche così è uno di quei nani che affogano nella cadenza
ossessionante di una fabbrica o di un ristorante. Ma è nelle fabbriche e nei ristoranti
che si impara a far propria lilarità di uno Strawinski, di un Picasso. Non basta la
spavalderia, ragazzi: ci vuole tempra! Un individuo di statura e forza appena inferiori
alle sue, e sprovvisto dellocchio corazzato di un Majakowski, collasserebbe subito
alla visione dei grattacieli di Francoforte sul Meno o degli undici piani della stazione
ferroviaria di Tokyo. Marco non si lascia turbare da così poco. Lui lo ha capito: il
mondo è ununica pazzia, quoi!
Visto da fuori, è un cittadino rispettabile: un probo manovale dotato
di raziocinio ellenico e con l'ossatura di titanio ricoperta da pelle di elefante.
E pensare che un tempo aveva creduto di essere un gentil poeta, solo
perché si dilettava a scarabocchiare madrigali su petali di margherite! Solamente oggi
afferrava il divario che separa un "poeta" da uno "scrittore di
poesie": gli bastava leggere le missive che l'amico Roccus gli spediva da Schifanoja.
La regola di vita rocchesca sembrava essere: "Non affrettarti, non aspettarti nulla.
Verrà tutto un giorno, e verrà bene". Roccus, disoccupato, malaticcio, senza alcuna
prospettiva concreta, piantato in mezzo a una casa rumorosa e carnevalesca; Roccus, sano esprit
naif che studia le ombre create dai lenzuoli appesi e distribuisce sorrisi felini.
Eccolo, il vero Poeta!
"Cè chi se ne sta sdraiato ai piedi di un ulivo, mentre noi
quassù ad ammazzarci di fatica!", si lamentano gli Itaker. Ma, quando tornano
ai loro luoghi di origine, vorrebbero subito ripartirsene. Uomini-boomerang. Esorcizzare
ogni ricordo lancinante, offensivo, rigirando mille volte il dito nella ferita e
conviverci, con il dolore; oppure (è più facile) bere fino allincoscienza.
L'alternativa più valida all'intontimento artificiale era, e rimane, il Ponte dei
Suicidi.
Siamo Itaker, siamo Kanaken, bisogna fare qualcosa!
«Senzapatria, ecco quel che siamo.»
Dunque cè lui, pulce emigrata, cè il "bum!" di
due automobili a un incrocio di malintesi e ci sono i balconi senza biancheria stesa.
Cè Giovanni che, nel venirgli incontro, ha usato almeno unespressione tipica
dei bei tempi: «Compagno Kamiciowsky!» (in riferimento alle camicie larghe che Marco era
solito portare). E ci sono i bagagli disposti nelle scaffalature della sua nuova cuccia:
un ordine e un nitore che forse non impediranno che la tristezza - grande manto cinereo -
lo avvolga, o che la curiosità iridiscente sgraffi via la superficie itterica delle
reminiscenze. Al diavolo lordine! Tra non molto, come ben sa: il posacenere
traboccante, le riviste sparpagliate, i piatti incrostati e - caotico inventario di una
dolce visita - il letto disfatto e un tampone che intasa il cesso.
Era il destino di tutte le piccionaie che occupava: cartacce, foto,
giornali sparsi dappertutto; e mutande a far da cappello alla lampada del comò. Non ha
mai voglia di mettere a posto: perché c'è sempre altro da fare. Perché c'è troppo
mondo e troppo poco tempo. Perché non si può resistere al canto notturno delle sirene,
ai richiami di una Stüberl bavarese, di una Bräu dellAssia, di un Bar
amburghese, di una Weinstube del Palatinato, di una Kate dello
Slesvig-Holstein... ricettacoli di solitudine con i loro bagliori di fari nel deserto.
Kamiciowsky è un insetto che zampetta frettolosamente verso uno di questi covi poco prima
lorario di chiusura e vuol passare a tutti i costi attraverso la porta che sta per
essere sbattuta.
Incombeva una penombra crepuscolare. Il vespro.
Scrollò la testa per liberarsi dai sogni a occhi aperti che,
lardellati di premonizioni e rancori, gli avevano tenuto compagnia per tutta la giornata.
Fumava inalando avidamente: un modo discutibile per togliersi i pesi di dosso, soprattutto
quando quel che pesa di più è il sapere di non poterseli togliere.
Ma che cosa gli bruciava? Forse il fatto che quel giorno Brigitte non
gli era accanto, per la prima volta dopo una settimana?
Nel loro ultimo incontro avevano avuto un mezzo alterco. Si erano messi
a parlare di letteratura impegnata e di cosa significa impegnarsi per la letteratura.
«"Letteratura impegnata"», la illuminò Marco, «è
laccostamento di due termini incompatibili. Semmai è una frangia della società a
essere impegnata, e la letteratura rispecchia solo tale impegno.»
«E Sofocle, con lAntigone, non ha forse prodotto un testo
impegnato?», replicò Brigitte, che, racimolati i resti del tabacco olandese, stava
rullando due sigarette sottili come spaghetti.
Marco contestò: «È lo "Spirito del Tempo" o, se
preferisci, lo "Spirito del Mondo" a venare dimpegno la letteratura. In
sé, la letteratura non è mai impegnata. O lo è sempre, a seconda di come la prendiamo,
e allora la classificazione in "letteratura triviale" e "letteratura
seria" è inutile».
Lei: «Esiste una letteratura seria e la diversificazione è
necessaria, eccome se lo è! Io i libri del non-impegno non li prendo neppure in
considerazione. È importante che un autore si impegni (politicamente, psicologicamente,
socialmente) là dove i mass-media falliscono o tacciono».
Lui (scottandosi il pollice alla cicca scarsa; e forse fu per questo
che i suoi occhi brillarono con accresciuta intensità): «Esaminiamo Swift. Devi
ammettere che le motivazioni politiche dei suoi scritti ormai non sono più ravvisabili.
Non è vero?». Le sbottonò la camicetta. «LEmilia Gallotti... No, che
barba. Un altro esempio. Aristofane, il buon vecchio. Tutte le sue commedie non sono che
una critica alla società del suo tempo. Ma tu le defineresti "impegnate"?».
Lei (sfilandosi la gonna): «Cè un significato marcatamente
politico di impegno: quello contro il fascismo, e scusa se è poco. E un secondo,
più vasto significato».
Lui (allentandosi la cintura): «So dove vuoi andare a parare. Intendi
dire che la letteratura alternativa, davanguardia... impegnata, va bene... ha la
funzione di incidere prevalentemente sul tessuto sociale e che le qualità letterarie sono
subordinate a tale scopo. Ma così dài ragione a quei recensori che sostengono che Brecht
non era un poeta ma un compilatore di manifesti politici!».
«Non ho detto questo! Ho detto questo? Non ho detto questo!». (Si
tolse il reggiseno.)
«Da' retta a me, Bri': limpegno letterario è uninvenzione
di critici incapaci a scrivere un romanzo.»
Brigitte (gettandosi allindietro): «Ah, ah».
«Lespressione "letteratura impegnata"», proseguì
Marco, «è nata negli anni Trenta, come saprai. Ciò significa che nessuno prima di
allora si era accorto dellesistenza di questo genre?». (E le si sdraiò
accanto.)
«Tu lo chiami genre? Stai facendo una confusione terribile,
Marco...».
La loro non era una lite. Inconcepibile pensare che tra Marco e
Brigitte potessero esserci beghe. Non litigavano: ridevano. Ridevano e poi facevano
lamore; o lo facevano durante; o prima. E Marco si sentiva sommergere da una gioia
finora ignota.
Ma ora Brigitte non c'era, non c'è. C'è la sua assenza, che riempie
lambiente fino ad acquistare una corposità spettrale.
Il signor uomo è tutto solo nella stanza sotto-il-tetto, solo con i suoi
ventisette anni aleggianti nel profumo di chi, se si smaterializzasse, lascerebbe un buco
considerevole (il Foro Traiano... il foro rimane, di Traiano nessuna traccia); solo con la
chiave della duecavalli sul comodino, con la collezione pressoché completa
dei gialli di Donald E. Westlake (quando si dice letteratura impegnata!), con il rubinetto
gorgogliante, la sconquassata radiolina sintonizzata su una sonata diretta da von Karajan
a Salisburgo ("LOrchestra Fisarmonica", direbbe Giovanni) e una bottiglia
di vino del Tirolo - Vernatsch - che inacidisce a poco a poco.
Vino e musica...
Il signor uomo solleva un sopracciglio, e questo movimento gli porta la
palpebra in alto; perciò adesso ha un occhio scoperto e mira le ciabatte sulla moquette -
scialuppe ancorate alla proda del letto. Un istante dopo la pupilla si dilata, gli copre
il bianco dellocchio, va a zonzo per la stanza. Perché? Perché le ciabatte hanno
preso a muoversi, a camminare, come se dentro vi fossero infilati due piedi
invisibili. Con le punte leggermente divaricate, le ciabatte giungono alla parete di
fondo, la scalano, si mettono a passeggiare sul soffitto. Ora Marco ha ambedue gli occhi
sgranati; i fili elettrici inseriti a spirale nel suo addome sibilano come un tramway.
Tutt'attorno stanno avvenendo prodigi: laccendino sprigiona la sua fiamma azzurrina,
la lampada da notte si accende e si spegne a intermittenza, le ante dellarmadio
sventagliano... e il muro è uno yo-yo che fionda su di lui e si allontana un nanosecondo
prima dellimpatto. Niente più collima, niente più rispetta le leggi della fisica
(e vaglielo a raccontare al proprietario della casa, e alla polizia, e al perito delle
assicurazioni, e alla Deutsche Bank!). Saltano i punti di sutura tra tetto e pareti, i
cardini cedono con un ghigno stridente, le finestre gemelle cigolano in un duetto
sardonico. Ogni oggetto, anche il più insignificante, è coinvolto nella danza irreale.
Marco viene sbalzato giù dal materasso, cade sui mattoni terremotati e deve prontamente
roteare sul proprio asse per scansare le ciabatte che portano a termine l'ennesimo
periplo.
No, non è vero niente. Stacalmo. Rimetti il tappo alla
bottiglia.
A tratti avvertiamo un forte bruciore ai gangli. Abbiamo la grippe, i
crampi al cervello. Ci inventiamo incubi e nessuno sa spiegarci il perché. Forse è
perché siamo tutti quanti stranieri e quindi mallo tenerissimo, indifeso, insidiato da
denti di acciaio. Abbiamo perso il guscio, oppure lo abbiamo spontaneamente abbandonato un
giorno remoto per spiccare, di riffa o di raffa, il volo verso lincognito. Infine ci
sorprendiamo a rimpiangere casa nostra, lappiccicaticcia scorza di crisalide.
Agognamo lafosa placenta, lhangar materno. Sempre più spesso abbiamo le
paturnie, la pelle ci si inflaccidisce. A venticinque, ventotto, trentanni la nostra
espressione non è più giovanile; iniziamo davanti allo specchio una lotta tenace per
salvarci la faccia. Alcuni di noi si danno addirittura lombretto e la cipria...
Scheletri di pensieri frastornanti, molluschi di idee sviluppate in
attesa del ritorno della dolce compagna. Ma... e se non arriva?
Marco getta unocchiata alla sveglia sul comodino. Tic-tac,
tic-tac: sembra un ordigno innescato. E geme. «Perché mi trattano così?», quasi urla.
Di nuovo scrolla il capo. Stavolta sa che arriverà al punto estremo, che non
dissiperà le verità che questa giornata d'ozio ha fatto venire a galla. Finalmente
vedrà in tutta chiarezza dentro al minuscolo essere che è. «Anzitutto: chi o che cosa
sono io?».
Sei una pulce, Kamiciowsky: qua, là, sempre e ovunque. Sei un Canaco,
un Kanaker. "Kanaker": ritmo rock e silenzi preoccupanti, smorfia
istrionesca e logica perplessità in una marea di certezze inconsulte. Kanaker è
lestero e, fondamentalmente, un estero di matrice alemanna. Kanaker è
loscurantismo nel cui grembo si piomba in pieno giorno. Non è un cinguettio poetico,
dunque, né un sorriso distratto: Kanaker è una barzelletta, e neppure delle
migliori, impressa a caratteri runici sulla faccia di un essere umano. Al plurale fa:
"Kanaken".
Anche gli Elleni ebbero i loro Kanaken, genti assoggettate alle
città-stato sullEgeo e che possedevano in realtà nomi ben precisi, nomi dal suono
limpido e nobilissimo: Egiziani, Cretesi, Babilonesi, Assiri, Persiani, Fenici...
Eccomi, fratelli! Mi sentite? Mi vedete?
Nessuna risposta. Le ore scorrevano e Marco sempre lì da solo. Dunque:
una volta di più preso a calci, rifiutato? Una volta di più usato e poi accantonato?
No. La porta si aprì. Eccola. In una mano un libro, nell'altra
un sacchetto pieno di commestibili. Lui si rizzò allimpiedi, la aiutò a liberarsi
del carico. Dopo le dichiarò: «Lieto di rivederti, donna di tabacco biondo! Adesso
accendo unestremità di te e ti fumo tutta, lentissimamente». E, mentre la
sospingeva con dolcezza allinterno della stanza sorridendole concupiscente, mentre
la sentiva docile sotto le dita e nel contempo rigida come vetrocemento per via
dellimpacciante giacca, gli venne da ripensare a Liselott.
1988
«La vita dovrebbe essere armonia,
comprensione universale.»
«Hai detto bene, Marco: dovrebbe. Ma a te piace vivere qua? Piantiamola una
buona volta con la favola sul fascino degli stranieri! Fascino dEgitto! Guardali...
guardaci. Anche noi espatriati siamo solo esseri umani! Potremmo ossigenarci i capelli: si
accorgerebbero lo stesso che non siamo dei loro. Europa Unita? Mi fai ridere! I muri ci
sono, eccome, e sono più alti di prima! I tedeschi ce l'hanno con gli Ausländer
perché dicono che non si sanno ambientare, che sono immondi, che si comportano male. E
sai una cosa? 'Sti crucchi hanno proprio ragione.»