Libro Primo

                                        X

 

ich arbeite

du arbeitest

er arbeitet

wir arbeiten

ihr arbeitet

sie arbeiten

 

I work

you work

he works

we work

you work

they work

mina töötan

sina töötad

tema töötab

meie töötame

teie töötate

nemad töötavad

ech schaffen

du schaffst

hien schafft

mir schaffen

dier schafft

sie schaffen

 

Quando si parla di un cuoco, alla mente di molti si affaccia l’omino del dado Knorr: panciuto, le gote rosse, con cappello e mestolone. Marco non solo era longilineo e dinoccolato, non solo portava i baffetti alla gigolo, ma nella sua cucina non era neanche previsto l’uso del dado. Osserviamolo mentre prepara risotto alla sciampagna con zampe di rana spolverato al tartufo: è un ambasciatore di quel professionismo moderno che agisce nell’anonimato. Sul lavoro fa la dea Kalì (quella dalle tante braccia) perché ne vale la pena; finché ne varrà la pena. In linea di massima si attiene al ricettario tradizionale. Dalla nouvelle cousine ha attinto solo gli accostamenti di colori: infatti, lui cucina come se dipingesse. Un colore da solo non fa pittura; ce ne vogliono almeno due. Ma attenti: "New painting is tapestry"!

Durante le pause, si affaccia dal finestrone e chiama il fratello turco sperdutosi nei viluppi mitteleuropei: «Allaadeeeen!». Ma l’arkadash latita. Quando una lumaca scoppia, schizzandogli addosso novae di burro, erbe e aglio, Marco si chiede se non farebbe ancora in tempo a... "Faustus, torna indietro! Non firmare, Faustus! Homo fuge!". Troppo tardi. Proprio ieri, anzi oggi, un minuto dopo la mezzanotte, ha apposto il suo nome in calce al contratto; su un foglio di carta invisibile.

          «Gradiresti una bevanda? Un caffè, magari? Altro?».

Erano i giorni che precedevano l’apertura ufficiale, e un'ambigua atmosfera era venuta a crearsi intorno alla sua persona. Cercavano di tenerlo adagiato su cuscini di raso, di non fargli pesare la responsabilità. Gli raccomandavano di non stare desto fino a tardi e di non alzare troppo il gomito: proprio come a un moccioso. Sicuro, avevano fiducia in lui, ma occorreva valutare ogni evenienza; era il destino del Capri a contare in primis.

Geppo & Giovanni avevano speso una cifra ragguardevole per la réclame che avrebbe strombazzato a dritta e a manca le nuove specialità culinarie (l'acquisto di un Trabant, con le lettere 'C-A-P-R-I' artisticamente dipinte su una fiancata - grazie, Moses! -, faceva parte della strategia), e anche i lavori di rinnovo erano costati parecchio. Acquarelli del maestro Attilio Pioverà abbellivano adesso la sterminata sala, dove fu stabilito di lasciare le reti da pesca penzolanti dal soffitto e dove vennero aggiunte statue di gesso che raffiguravano Nettuno, dio del mare (il mare!), e alcune veneri, dee dell’amore (l’amore!).

Mentre i due soci erano fuori a querulare prestiti e a organizzare la campagna pubblicitaria, Babsy e Doris, non senza attriti, facevano le grandi pulizie. Intanto la lista delle vivande era già pronta, fresca di tipografia. In cinquanta copie. Marco decise di sorvolare sugli errori di ortografia ("Totellini a la panna", "Costatta alla Florentina"... da un tipografo tedesco non si può pretendere di più) e ammirò gli svolazzi e i ghirigori a mò di fregio. I prezzi gli sembravano altini, decisamente impopolari, ma non era a lui che apparteneva il locale.

Una di quelle mattine, inaspettatamente, giunse Nino, l’ex barista del Capri, per augurare loro buona fortuna. Portò con sé Daniele, il figlioletto: un vermicino, esattamente come doveva esserlo stato lui, Ninotschka, prima di diventare quella pertica che ora era. La puerpera, Ingrid, appariva magra e slanciata, come se la maternità non fosse mai avvenuta. Al loro seguito arrivò anche la madre di Nino, striminzita, canuta e avvolta nel sempiterno scialle nero. La vecchia era salita dalla Calabria giusto per vedere il neonato. Era la seconda volta che affrontava un viaggio così lungo - lo aveva già fatto in occasione delle nozze del figlio -: era diventata un'esperta pendolare.

Gli ospiti fuori programma assaggiarono le leccornie di Marco e gli rivolsero generosi complimenti. Dopo che se ne furono ripartiti, Marco prese il caffè al tavolo del personale, con occhi che trivellavano il vuoto. Stranamente, quella visita lo aveva depresso. Ninotschka. Ma guarda! E così si era sistemato. Aveva impalmato (c’era quasi da sbellicarsi) la Ingrid. Era stato Marco a fare da interprete alla coppia, nei primi tempi... Ogni storia inizia e finisce davanti a un caffè anemico.

Si sentiva stracco, impotente: un vegetale; dotato di cervello, sì, ma di un cervello frollo. Stravaccato sul trono al margine della realtà, pensava alla sua ragazza. E pareva che gli ripugnasse averne una.

«Un altro espresso?», inquisirono all'unisono Doris e Babsy.

Era vezzeggiato ma non strafelice. Mangiava quando aveva fame, beveva quando aveva sete; ma fumava anche quando non aveva voglia di fumare, sempre ammesso che qualche volta non ne avesse voglia. Brigitte gli stava costando troppi pacchetti di sigarette. Questa ragazza aveva un modo di fare tutto suo, un nome che le si addiceva, un’età e un profumo ben determinati: perciò lui la amava. Ma rischiava di amarla più come yin, come entità, che come yoni, come donna in carne e ossa. "Diamine, perché non sono come Geppo?". Per il capocameriere del Capri, tutte le femmine erano "Caterina".

«Ho visto la cosa... la Caterina», diceva; e intendeva la Traudl. A volte chiamava Caterina anche la sua fidanzata. Distratto. Nella stessa maniera in cui si dimenticava dove aveva lasciato l’astuccio degli occhiali. O la pipa. O la tabacchiera. O "l’affare cinese" che serve per schiacciare il tabacco nella camera della "cosa" (della pipa) che comprò a "coso" alcuni "cosi" fa. E: «La cosa qui mi fa impazzire, Caterina dammi il... sì, quello. Il cliente del tavolo tredici vuol pagare, no, è il diciotto, tesoro per cortesia porta il vino alla trota... La bistecca vicino alla ridicola lasagna sta chiamando, Caterina non senti?, arrivederci e grazie, Dio puzz... dove ho ficcato il coso... il portamonete?». Accanto a Geppo, una donna come Babsy non sarebbe mai stata una Brigitte, ma sarebbe rimasta, fino alla fine, una delle innumerevoli caterine.

Marco sorseggiava il caffè e i suoi occhi scrutavano il nulla. Ma Geppo era invadente: rinvenute pipa, scatola del tabacco e "affare cinese", gli si sedette al fianco, aprì il coperchio della scatola e cominciò ad armeggiare, pasticcione. Briciole di tabacco si disseminarono sulla tovaglia. «Uhm, uhm. Che volevo...?», borbottò. «Ah sì.» Inforcò gli occhiali, dopo aver intuito di averli sull'ampia fronte.

Marco non poté esimersi dallo sghignazzare, sollevando lo sguardo su di lui. L'uomo di Gualdo Tadino era un grosso punto stupefacente sulla faccia ammusonita del Tutti-i-Giorni. «Che clown!», aveva sentito Giovanni apostrofarlo più volte - a l’amiable, s’intende.

È facile supporre che, al Capri, l'umbro fosse l’unico a non aver notato la perplessità irrequieta di Marco. Con la barba a coda di rondine che si agitava, Geppo disse al nuovo cuoco che la sera (paff, paff) non valeva più la pena di uscire, in quanto a Traumfurt ogni cosa era cambiata in peggio. La cittadina sarebbe, insomma, in via di putrefazione.

Togliendosi dalle fauci quella specie di sassofono fumante, concluse: «Va’ a letto presto, ché ci guadagni pure. E non solo in salute.»

Traumfurt era davvero cambiata? Marco aveva già preso nota: al calare delle tenebre, bande giovanili di varia nazionalità si davano battaglia; un fenomeno senza precedenti nella cinquantennale storia della città sul Traum. Ma non era ancora stato dichiarato il coprifuoco, per fortuna; e, sempre per fortuna, le donne, infischiandosi dei pericoli, perseveravano a uscire e a "mostrare seni e caviglie urlando parole blasfeme alla regina".

Ogni habitat risulta vivibile fintantoché le donne non vengono decurtate del loro coraggio.

A Marco comunque non premeva di uscire. L’unico suo pensiero era Brigitte.

La piccola non c’è. Dov’è? Mia crudel, mia crudel! "Piccola", sì. A dieci, undici anni, doveva aver avuto il medesimo aspetto di oggi. Solo, niente curve sotto l’abitino a scacchi, e due stecche di gambe che finivano nelle calzette di cui una senza elastico. Gli sembra di vederla, in un'istantanea che la ritrae novenne, decenne, sullo sfondo di... Dresda? Lipsia? No. A quell'età Brigitte si trovava già all'Ovest. Beh, non fa differenza: sullo sfondo di una città lunare. Un posto in cui, per dirla con il Codex Maximilianus Bavaricus, "le volpi e le lepri si augurano il buongiorno".

Ritratto della sua bambina da scolaretta: le mani dietro la schiena, la testa reclinata su un lato, il sorriso birichino di ventisette denti bianchi. Le scarpette nere affondano nella ghiaia immacolata (o carbone bruno) sotto la luce sbilenca di marzo o settembre.

C’era già qualcuno allora che aveva preso una cotta per lei? E di chi era invaghita la piccina?

La faccia sotto il cuscino, il signor uomo protende una mano verso l’assenza di Brigitte. Emette un singulto disperato. Schiavo d’amore in un eden strabocchevole di occasioni! Flauteggia: «Mia donna, realtà callipigia...». Ma la realtà è in difetto e lo zufolo del pettirosso si inasprisce nel mugghio del toro.

Non trovava punti fissi ai quali aggrapparsi. Era sempre in partenza, anche quando stava fermo nello stesso posto per un anno o più. Il cuore che sanguina e i bagagli pronti: pietra che rotola non si copre di muschio?

E di nuovo dentro la cucina. Era un sabato pomeriggio, uno di quelli che Marco poteva osservare solo attraverso il cannocchiale; e dalla parte sbagliata, per di più. Di là, in sala, bocche affamate rumoreggiavano.

Approntò una fontana di farina, rigirò una salsa, picchettò una fettina con del rosmarino. Dìn! suonò il campanello, recandogli una commissione. Un collo efebico, su cui era avvitato un viso semicoperto da grossi occhiali da sole, si affacciò dalla finestrella. La creatura gli chiese se fosse possibile, «Bitte», avere una pizza da portar via. Dìn! Ecco la pizza, signore, signora... uh.

 

 

                                 SENZA DATA

 

Insetti, vermi, primati, cani, ratti... Non c'è essere al mondo che non rischi di venire mangiato. Da Sydney a Los Angeles, passando per Nairobi, troviamo specialità quali: spezzatino di elefante in salsa bruna, filetto di canguro, gulasch di giraffa, interiora di impala, ragù di coccodrillo... Un vero e proprio almanacco zoologico sbattuto sui banchi dei mercati, un bestiario che affolla le fogne gastronomiche e fa la gioia di ogni spaccio di escrementi. Nell'Asia sud orientale, di un animale si utilizza letteralmente tutto: gengive, occhi, genitali... Specialità cinesi sono l' arrosto di pene di bue, il sangue di serpente e le labbra di pesce; in Africa - così come in Amazzonia - va forte lo spezzatino di scimmia, in Tailandia la lucertola arrosto. Delicatezze del Vietnam sono i topi appena nati: vengono offerti con il pelame, le ossa e il resto, e serviti in una salsa piccante di zenzero e chili.

Pensiamo alla praticità economica: se il menù elenca cose quali baby-topo arrosto, bollito di scimmia, varano grigliato e uova cotte con dentro l'embrione, significa che non c’è bisogno di impiegare cuochi o staff qualificato, né di seguire etichette. Forchetta a sinistra, coltello e cucchiaio a destra? Macché! Non fare complimenti, figliolo: afferra e mangia!

Dappertutto nel globo terracqueo si celebra una quasi cannibalesca forma di fast-food : cosce di piccione, filetto di cane (lo sapevate che gli svizzeri sono appassionati mangiatori di cane?), nidi di uccello, penne di squalo, coscia di gorilla e fettina di antilope, zebra alla griglia... Nel Kentucky c'è gente che mangia i cervelli di scoiattoli, mentre i testicoli di montone - recisi di fresco - sono le "ostriche" delle Rocky Mountains.

Nel subcontinente indiano, una particolare bestia è al centro dell'avidità e della sete di potenza degli uomini: la tigre del Bengala, le cui ossa e il cui organo sessuale (rinsecchito) sono spacciati per afrodisiaco. Il pene di tigre ha un prezzo elevatissimo. Poiché il commercio con il presunto afrodisiaco avviene per vie illegali, si parla a ragione di "mafia della tigre".

È inoltre risaputo che in ogni angolo del mondo ci si ciba di insetti, che sono bocconcini ricchissimi di proteine. In Colombia le formiche sono una specialità, e nella cucina tradizionale messicana sono codificati ben 308 tipi di insetti. Attualmente, una ditta californiana sta riscontrando enorme successo con i suoi lecca lecca alla tequila racchiudenti uno scarafaggio. C'è inoltre una ditta texana che vende caramelle con dentro scorpioni "bolliti e preparati a puntino". Ma c'è da stupirsi? Negli USA sono permessi fino a 450 frammenti di insetti per ogni chilo di farina. Logico che gli americani ci abbiano fatto la bocca...

Gli Africani assumono di solito i due terzi di proteine indispensabili alla loro sopravvivenza grazie agli insetti: crudi, cotti in acqua salata, fritti, pestati fino a diventare una massa cremosa oppure seccati al sole: un vero happening culinario!

Le termiti - mi riferiscono - sanno di ananas e contengono più proteine della carne di pollo. Nello Yemen le cavallette vengono mangiate appena fritte in olio; una rigirata e via. Provate, per il vostro prossimo party, la seguente composizione, grandemente apprezzata in Asia: pomodori ripieni di humus e cavallette e agghindati con peperoncini verdi. Da bere? Quale aperitivo siero sanguigno di pipistrello: irrinunciabile. Per accompagnare le portate principali si addice invece il Mezcal, bevanda nazionale del Messico. In ogni bottiglia di Mezcal c'è una pupa di tarma; apparentemente, "beccare" la tarma è di buon auspicio per la fertilità...

                                                                                                                               

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