«Gradiresti una bevanda? Un
caffè, magari? Altro?».
Erano i giorni che precedevano lapertura ufficiale, e un'ambigua
atmosfera era venuta a crearsi intorno alla sua persona. Cercavano di tenerlo adagiato su
cuscini di raso, di non fargli pesare la responsabilità. Gli raccomandavano di non
stare desto fino a tardi e di non alzare troppo il gomito: proprio come a un moccioso. Sicuro,
avevano fiducia in lui, ma occorreva valutare ogni evenienza; era il destino del Capri a contare
in primis.
Geppo & Giovanni avevano speso una cifra ragguardevole per la
réclame che avrebbe strombazzato a dritta e a manca le nuove specialità culinarie
(l'acquisto di un Trabant, con le lettere 'C-A-P-R-I' artisticamente dipinte su una
fiancata - grazie, Moses! -, faceva parte della strategia), e anche i lavori di rinnovo
erano costati parecchio. Acquarelli del maestro Attilio Pioverà abbellivano adesso la
sterminata sala, dove fu stabilito di lasciare le reti da pesca penzolanti dal soffitto e
dove vennero aggiunte statue di gesso che raffiguravano Nettuno, dio del mare (il mare!),
e alcune veneri, dee dellamore (lamore!).
Mentre i due soci erano fuori a querulare prestiti e a organizzare la
campagna pubblicitaria, Babsy e Doris, non senza attriti, facevano le grandi pulizie.
Intanto la lista delle vivande era già pronta, fresca di tipografia. In cinquanta copie.
Marco decise di sorvolare sugli errori di ortografia ("Totellini a la panna",
"Costatta alla Florentina"... da un tipografo tedesco non si può pretendere di
più) e ammirò gli svolazzi e i ghirigori a mò di fregio. I prezzi gli sembravano
altini, decisamente impopolari, ma non era a lui che apparteneva il locale.
Una di quelle mattine, inaspettatamente, giunse Nino, lex barista
del Capri, per augurare loro buona fortuna. Portò con sé Daniele, il
figlioletto: un vermicino, esattamente come doveva esserlo stato lui, Ninotschka, prima di
diventare quella pertica che ora era. La puerpera, Ingrid, appariva magra e slanciata,
come se la maternità non fosse mai avvenuta. Al loro seguito arrivò anche la
madre di Nino, striminzita, canuta e avvolta nel sempiterno scialle nero. La vecchia era
salita dalla Calabria giusto per vedere il neonato. Era la seconda volta che affrontava un
viaggio così lungo - lo aveva già fatto in occasione delle nozze del figlio -: era
diventata un'esperta pendolare.
Gli ospiti fuori programma assaggiarono le leccornie di Marco e gli
rivolsero generosi complimenti. Dopo che se ne furono ripartiti, Marco prese il caffè al
tavolo del personale, con occhi che trivellavano il vuoto. Stranamente, quella visita lo
aveva depresso. Ninotschka. Ma guarda! E così si era sistemato. Aveva impalmato
(cera quasi da sbellicarsi) la Ingrid. Era stato Marco a fare da interprete alla coppia, nei
primi tempi... Ogni storia inizia e finisce davanti a un caffè anemico.
Si sentiva stracco, impotente: un vegetale; dotato di cervello, sì, ma
di un cervello frollo. Stravaccato sul trono al margine della realtà, pensava alla sua
ragazza. E pareva che gli ripugnasse averne una.
«Un altro espresso?», inquisirono all'unisono Doris e Babsy.
Era vezzeggiato ma non strafelice. Mangiava quando aveva fame, beveva
quando aveva sete; ma fumava anche quando non aveva voglia di fumare, sempre ammesso che
qualche volta non ne avesse voglia. Brigitte gli stava costando troppi pacchetti di
sigarette. Questa ragazza aveva un modo di fare tutto suo, un nome che le si addiceva,
unetà e un profumo ben determinati: perciò lui la amava. Ma rischiava di amarla più
come yin, come entità, che come yoni, come donna in carne e ossa.
"Diamine, perché non sono come Geppo?". Per il capocameriere del Capri,
tutte le femmine erano "Caterina".
«Ho visto la cosa... la Caterina», diceva; e intendeva la Traudl. A
volte chiamava Caterina anche la sua fidanzata. Distratto. Nella stessa maniera in cui si
dimenticava dove aveva lasciato lastuccio degli occhiali. O la pipa. O la
tabacchiera. O "laffare cinese" che serve per schiacciare il tabacco nella
camera della "cosa" (della pipa) che comprò a "coso" alcuni
"cosi" fa. E: «La cosa qui mi fa impazzire, Caterina dammi il... sì, quello.
Il cliente del tavolo tredici vuol pagare, no, è il diciotto, tesoro per cortesia porta
il vino alla trota... La bistecca vicino alla ridicola lasagna sta chiamando, Caterina non
senti?, arrivederci e grazie, Dio puzz... dove ho ficcato il coso... il portamonete?».
Accanto a Geppo, una donna come Babsy non sarebbe mai stata una Brigitte, ma sarebbe
rimasta, fino alla fine, una delle innumerevoli caterine.
Marco sorseggiava il caffè e i suoi occhi scrutavano il nulla. Ma
Geppo era invadente: rinvenute pipa, scatola del tabacco e "affare cinese", gli si sedette al fianco, aprì il coperchio della scatola e cominciò ad armeggiare,
pasticcione. Briciole di tabacco si disseminarono sulla tovaglia. «Uhm, uhm. Che
volevo...?», borbottò. «Ah sì.» Inforcò gli occhiali, dopo aver intuito di averli
sull'ampia fronte.
Marco non poté esimersi dallo sghignazzare, sollevando lo sguardo su
di lui. L'uomo di Gualdo Tadino era un grosso punto stupefacente sulla faccia ammusonita del Tutti-i-Giorni.
«Che clown!», aveva sentito Giovanni apostrofarlo più volte - a lamiable,
sintende.
È facile supporre che, al Capri, l'umbro fosse lunico a
non aver notato la perplessità irrequieta di Marco. Con la barba a coda di rondine che si agitava,
Geppo disse al nuovo cuoco che la sera (paff, paff) non valeva più la pena di
uscire, in quanto a Traumfurt ogni cosa era cambiata in peggio. La cittadina sarebbe,
insomma, in via di putrefazione.
Togliendosi dalle fauci quella specie di sassofono fumante, concluse:
«Va a letto presto, ché ci guadagni pure. E non solo in salute.»
Traumfurt era davvero cambiata? Marco aveva già preso nota: al calare
delle tenebre, bande giovanili di varia nazionalità si davano battaglia; un fenomeno
senza precedenti nella cinquantennale storia della città sul Traum. Ma non
era ancora stato dichiarato il coprifuoco, per fortuna; e, sempre per fortuna, le donne, infischiandosi
dei pericoli, perseveravano a uscire e a "mostrare seni e caviglie urlando parole
blasfeme alla regina".
Ogni habitat risulta vivibile fintantoché le donne non vengono
decurtate del loro coraggio.
A Marco comunque non premeva di uscire. Lunico suo pensiero era Brigitte.
La piccola non cè. Dovè? Mia crudel, mia crudel! "Piccola",
sì. A dieci, undici anni, doveva aver avuto il medesimo aspetto di oggi. Solo, niente
curve sotto labitino a scacchi, e due stecche di gambe che finivano nelle calzette
di cui una senza elastico. Gli sembra di vederla, in un'istantanea che la ritrae
novenne, decenne, sullo sfondo di... Dresda? Lipsia? No. A quell'età Brigitte si trovava
già all'Ovest. Beh, non fa differenza: sullo sfondo di una città lunare. Un posto in
cui, per dirla con il Codex Maximilianus Bavaricus, "le volpi e le lepri si
augurano il buongiorno".
Ritratto della sua bambina da scolaretta: le mani dietro la schiena, la
testa reclinata su un lato, il sorriso birichino di ventisette denti bianchi. Le scarpette
nere affondano nella ghiaia immacolata (o carbone bruno) sotto la luce sbilenca di marzo o
settembre.
Cera già qualcuno allora che aveva preso una cotta per lei?
E di chi era invaghita la piccina?
La faccia sotto il cuscino, il signor uomo protende una mano verso
lassenza di Brigitte. Emette un singulto disperato. Schiavo damore in un eden
strabocchevole di occasioni! Flauteggia: «Mia donna, realtà callipigia...». Ma la
realtà è in difetto e lo zufolo del pettirosso si inasprisce nel mugghio del toro.
Non trovava punti fissi ai quali aggrapparsi. Era sempre in
partenza, anche quando stava fermo nello stesso posto per un anno o più. Il cuore che
sanguina e i bagagli pronti: pietra che rotola non si copre di muschio?
E di nuovo dentro la cucina. Era un sabato pomeriggio, uno di
quelli che Marco poteva osservare solo attraverso il cannocchiale; e dalla parte
sbagliata, per di più. Di là, in sala, bocche affamate rumoreggiavano.
Approntò una fontana di farina, rigirò una salsa, picchettò una
fettina con del rosmarino. Dìn! suonò il campanello, recandogli una commissione.
Un collo efebico, su cui era avvitato un viso semicoperto da grossi occhiali da sole, si
affacciò dalla finestrella. La creatura gli chiese se fosse possibile, «Bitte»,
avere una pizza da portar via. Dìn! Ecco la pizza, signore, signora... uh.