XI
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Il Dolomiti, gelateria condotta da tale Roland, pareva una
serra: vetro e acciaio temperato ne costituivano l'architettura portante. Essendo di
dimensioni ridotte, la gelateria risultava quasi sempre strapiena. Anche quel giorno la clientela non
scarseggiava. Al centro imperava un nugolo di ninfette - bellezze immature a caccia di
emozioni -, tra le quali Nicole, vero e proprio gioiellino per cui più di un adulto
spasimava.
I tavoli e le corrispettive sedie planetarie accoglievano la società
al clorotalco insieme alle facce menir-isoladipasqua di Itaker a piede libero.
Specie nel primo pomeriggio, nel localino di Roland si registrava la presenza di esponenti
del "popolo più selvaggio e più sicuro di sé" (Süddeutsche Zeitung?
Bild Zeitung? Frankfurter Allgemeine?).
Giovanni e Marco, ovvero Giacchettov e Kamiciowsky (come si designavano
a vicenda), sedevano luno di fronte allaltro e, poiché ai loro fianchi si
stringevano le potenziali amanti di domani, loro si lanciavano ghigni e cenni significativi. Questa telegrafia senza fili veniva spesso interrotta dai commenti a senso unico di Geppo,
che era appollaiato su uno sgabello del bar. «Sù, forza Coso, mettile le mani sulle
zizzine!», incitava Geppo dallalto del suo trampolo. Sembrava un grosso gufo. Il
gufo aggiunse: «Malizioeus!», uno dei francesismi da lui preferiti. Si ripulì le
lenti senza distaccare lo sguardo dalle adolescenti, poi imprecò (ma sempre alla sua
maniera autoironica, priva di amarezza): «Ach! Se non avessi già
trentanni...». In realtà ne avrà avuti trentatré, anche se ne dimostrava cinquanta e
passa.
«Perché non vieni a sederti con noi?», lo invitò Giovanni, pur
vedendo bene che tutti i posti tra e attorno alle sventatelle erano occupati.
«Ja, ja», ridacchiò Geppo, caricando il suo calumet senza
distogliere gli occhi. «Orco zio», continuò a ridere. E d'un tratto, sempre ridendo, si
portò una mano al fianco: «Ahi...».
«Stai male?», gli chiese da dietro il bancone
laffaccendatissimo ma attento Roland, che sapeva litaliano meglio di tanti
italiani.
«Ho un distoma epatico», sparò Geppo. «Ahi! Mingrifo...».
E, masticando il bocchino della pipa: «Malizioeus!».
«Queste due me le porto, me le!», annunciò in quella, al fitto
auditorio di compaesani, un personaggio noto come Venuzza. Al pari di Geppo, anche Venuzza
non era più fresco di età, pur essendo distante dal limite legale di pensionamento.
Aveva preso posto tra due fighette - era lui a chiamarle così - e non faceva che
scaracchiare sconcezze con quel suo volto scavato da migliaia di notti randagie, da
quintali di nicotina e da altre misture indefinite. «Me le porto!», ripeté, agitando la mano
monca, da cui mancavano tre dita.
«Tu vorresti... cosa? Portartele? Tu?», lo punzecchiò
Giovanni-Giacchettov. «Illuso.»
«Eh?».
«Ti sei guardato allo specchio?».
Venuzza riuscì a sentirsi oltraggiato. «Perché? Che cosa non va in
me?».
Che cosa non andava? Prima cosa, ligiene personale: con
unalzata di braccio avrebbe potuto fulminare un cavallo a dieci passi di distanza.
Inoltre aveva la foruncolosi, la seborrea, ed era di un pallore patibolare, tanto che la
sua faccia sembrava dalabastro. Ma evidentemente lui ignorava questi dettagli.
Passò al contrattacco:
«Tu invece ti fai illusioni, non è così?».
«No. Non mi faccio nessuna illusione, non mi aspetto un porco
niente», gli gridò di rimando Giovanni. Doveva gridare non perché fosse arrabbiato, ma
perché il jukebox del Dolomiti sfornava musica a parecchi decibel. «E, quando non
ci si aspetta niente, la vita riserva molte più sorprese piacevoli, non credi?».
Ma Venuzza aveva già smesso di seguire questo ragionamento per lui
complicatissimo. Urlò in direzione di Roland: «Birra!» e tornò a palpare le vergini
senza far parere. I suoi occhi assomigliavano a due macchie di piscio sulla neve.
Le ragazzine, dopo essersi rese conto che non era in corso nessuna
lite, bensì una comune discussione tra Canachi, si tranquillizzarono e ripresero a
parlicchiare tra di loro. Qualcuna, audacemente, estrasse un pacchetto di sigarette. La
loro conversazione era unacquetta, una cosa irrisoria. Si atteggiavano a piccole
dive per far colpo su quei figuri bruni e viziosi, e Marco dovette chiudere per un momento
gli occhi, con il cuore che gli si stringeva. Si chiedeva come mai le bimbe dessero in smanie per
la gentaglia italiota. Questi "scarafi" (così Giovanni denominava i
connazionali) sapevano solo sproloquiare di sesso, erano sempre in cerca di uno spunto per
attaccar briga e non perdevano occasione per pizzicare ogni bel didietro di passaggio.
Anche quando si rivolgevano alle tedeschine, non si davano pena di brillare più di tanto,
esprimendosi con spezzoni di frasi ed ectoplasmi di vocaboli.
Entrò Sigillino. «Salve, gente!»
«La Germania non è più il paradiso che non è mai stato», assennò
Giovanni.
Sigillino si fece spazio, intrufolandosi. Come ogni italiano che si
rispetti, prima di sedersi collocò sul tavolo le sigarette, l'accendino e le chiavi della
macchina (guidava una Fiat, ma il portachiavi recava il simbolo della Jaguar).
«Io sono fiero di essere italiano!» proruppe a un dato punto,
aggiungendo pepe a un dibattito in corso.
Esaminata scrupolosamente, la sua frase potrebbe essere meglio
formulata così: «Io sono italiano e di ciò sono fiero».
L'"io" in questione è Sigillino. Un osservatore neutrale
potrebbe metterla su un altro piano: «Sigillino è italiano e ne è fiero».
Così, ora il soggetto è "Sigillino": un termine riferentisi
a una persona specifica. La premessa «Sigillino è italiano» esprime che la persona di
nome Sigillino è da includersi nella categoria "italiani". Non ci dice però
che sussiste anche una sottocategoria: "italiani all'estero". E, più segnatamente,
"italiani in Germania".
L'"italiano in Germania" è un essere di razza bianca, il
più delle volte di sesso maschile, verosimilmente maggiorenne; ma tutto questo la frase
presa in esame non ce lo rivela.
Tu sei italiano, io sono italiano. Bene. Ma siamo per questo identici?
In realtà, con la sua asserzione («Io sono fiero di essere
italiano!») l'io-Sigillino vuole intendere: «Io sono fiero di essere io». E, se gli
chiediamo perché è fiero di sé, risponde: «Perché italiano».
Quando è un tedesco a dire: «Sono fiero di essere tedesco»,
l'affermazione scatena mille polemiche e risveglia un senso di colpa in molti degli stessi
tedeschi. Riaffiorano cupe ricordanze di un nazionalismo esasperato, culminato in pazzia
collettiva.
L'italiano, al contrario, non è mai nazionalista, ma sempre (per
comodità; e spesso solo quando è all'estero) "patriottico".
Se dici agli stranieri che vivono in Italia: «Sono fiero di essere
italiano», quelli ti ridono in faccia. Se è invece un "made in Germany" a
pronunciare alla presenza di emigrati: «Ich bin stolz, ein Deutscher zu sein», si
assiste a un fuggi fuggi generale.
Marco stava degustando il caffè quando Nicole lo pregò: «Mi
passi lo zucchero?».
Sorrise al profilo della ninfetta. Era davvero graziosa. Naturalmente, lei
non era tanto ingenua da non capire che Marco aveva la testa in pappa per unaltra,
ma sembrava lo stesso contenta di stargli seduta accanto, non fosse che per vantarsi:
«Qui! Sono qui, insieme a Dustin Hoffman». (No, Dustin Hoffman era Giovanni. Marco era
Jeff Goldblum, semmai, ma senza labbronzatura.) Anche a lui non dispiaceva di avere
Nicole vicino a sé. Una venere en miniature, proprio. Un fiore in sboccio... In
quei frangenti, Brigitte era un capitolo ancora da definire.
Quando Venuzza e altri due o tre Itaker cominciarono a fare gli
esagitati, arrivando a impaurire sul serio le scolarette, Marco si accinse a lasciare la
piccionaia.
«Vai via?», gli gridò dietro Geppo. Ora non sedeva più da solo: gli
faceva compagnia un capomastro bavarese, che era intento a sorbirsi un cappuccino con
l'ausilio di una cannuccia. Geppo si allietava tutto quando poteva appaiarsi a personaggi
di levatura, e quel bavarese lo era: svolgeva infatti il mestiere di architetto delle
fogne - posizione di grande responsabilità nellambito sociale di Traumfurt.
«Già, vado», rispose Marco al di sopra di occhiate monelle. «Troppo
biossido di carburo, qui dentro.» Ma se ne andava anche e soprattutto perché temeva le
proprie velleità libidinose, oltre che il facile entusiasmo che caratterizzava ogni sua
scelta affettiva. Sì, meglio svignarsela. Così come stavano le cose (letà media
di queste pivelle non oltrepassava i quattordici anni), gli conveniva andare altrove a dar
da bere alla sua natura assetata.
Cambia lacqua al vaso. Soffiati il naso.
Roland incassò il prezzo dei beveraggi. Lui avrebbe mai riscosso il prezzo delle fiabe
perdute?
Tornando al Dolomiti il giorno
seguente, vi trovò Roland che correva avanti e indietro con il vassoio stracarico e la camicia
mezzo fuori dalle brache. Il gestore della minigelateria aveva un'aria aduggiata; stentava
a star dietro a tutte le richieste. Nell'infilarsi precipitosamente dentro il
tabernacolo in cui torreggiava limpastatrice del gelato, avvisò Marco: «Devi
pazientare un po. Oggi la gente è arrivata tutta in una volta... Si saranno passati
la voce. Un casino!».
«Ho tempo», lo tranquillizzò lui. Si avvicinò a Nicole, cogliendola
china su un quaderno, e le chiese: «Fai i compiti?».
«N... no-o.»
«Perché non mi mostri quello che stavi scrivendo?».
«Non voglio.»
Si sporse al di sopra delle braccia incrociate di lei e riuscì a
scorgere un disegnino: un cuore in mezzo a un ricamo di lettere nitide e tonde.
La puella si fece rossa rossa. Scancellò un nome, sbertucciò il
foglio.
«Ma è normalissimo. Perché ne fai un segreto? Un tuo compagno di
scuola?».
«Mmmm.»
«Va bene, non insisto. Posso sedermi? Qui, vicino a te? Se disturbo»,
aggiunse, «aspetterò che si liberi un altro posto.»
Nicole gli sorrise da sotto in su e gli indicò la sedia che aveva
tenuto occupata apposta per lui.
Poco discosto, Geppo cercava simultaneamente di leggere un quotidiano e
di fare la guerra a un babà. «Senti questa!», esclamò. «"Pappagallo fuggito da
gabbia aggredisce e uccide a colpi di becco scimmia del vicino."»
«È il Bild Zeitung, quello?».
Geppo sollevò il faccione. Sbuffi di panna montata gli ornavano la
barba. «Sì. Perché?».
«Oh, chiedevo così...».