Libro Primo

                             XII

 

je travaille

tu travailles

il travaille

nous travaillons

vous travaillez

ils travaillent

  Eg vanna

  dù vannst

  hann vannt

  vid vannum 

  did vannid

  deir vannun

mä karta hü

tu karta hä

wah karta hä

ham karte hä

tum karte ho

we karte hä

lavoro

lavori

lavora

lavoriamo

lavorate

lavorano

Si mise a piovere, nonostante il caldo torrido. Ed eccoci proiettati nel mese di Ottembre.

Per una volta tanto, Geppo & Giovanni concordavano: «Meglio, molto meglio che piova. Così i traumfurtiani non migrano verso i laghi. Saranno costretti a rimanere in paese. E se rimangono dovranno pur mangiare. Corpo satollo anima consolata».

«La contentezza viene dalle budella.»

«...E se mangiano dove vanno, se non al Capri?».

Era la grande data: 'Neueröffnung - Riapertura ufficiale'. Marco preparava le pietanze con cui avrebbe sfamato il mondo. Già gli antipasti sembravano da soli cose di un altro mondo; a Traumfurt, almeno, non si era mai visto nulla del genere. Geppo aveva il compito di consigliare ai clienti mousse di fegato d’oca su cuori di carciofino, crauti in aceto di sherry e cocktail di gamberetti guarnito con strisce di tartufo.

Dopo aver conferito con Giovanni (che avrebbe voluto puntare su piatti "di battaglia", più conosciuti e di meno difficile esecuzione), il nuovo cuoco del Capri diminuì la varietà della tradizionale pastasciutta per acclimatare il novum delle seguenti portate:

-cosciotti di lepre alla Borgognona con contorno di purè di castagne o (a scelta) di peperoncini ripieni piccanti;

-frittata con fegatini di pollo al madeira;

-filetto Michelangelo, farcito di funghi porcini o acciughe, e gratinato all’emmenthal.

Quali "interludi", insalata di riso e formaggio azzurro. Il pesce fresco purtroppo non abbonda: consigliasi una minirazione di sogliole diliscate in veste rossa. Dessert: tortine di miglio con un pizzico di sale di mare e ‘pudding à la fuck you’ (budino alla boia d’un cane).

Ogni cosa è pronta. Si spalanchino le porte, ordunque!

Arrivarono dapprima isolati, a coppie, a gruppi di quattro o cinque; poi a dozzine, infine a centinaia. Marco e Giovanni dovettero fare le capriole, avvicendandosi ai fornelli e al forno. Corsero e saltarono come atleti alle Olimpiadi; intanto, alle loro orecchie provenivano le grida di Geppo, Babsy e Doris, disgraziato trio in una sala brulicante di bocche voraci. La battaglia durò fino mezzanotte, allorché i due soci, stremati quanto il resto della truppa, sedettero al tavolo del personale per conteggiare, ma per qualche ragione venivano distratti, si distraevano; si ingarbugliavano con i numeri e tuttavia sogghignavano, visibilmente appagati. Geppo giocò con il pennino brandendolo all'incontrario e le sue guance furono presto solcate da linee che si intersecavano come in un cruciverba.

L’introito era stato di gran lunga superiore alle attese. I complimenti si erano sciupati e nemmeno le mance ai cuochi mancavano, sebbene Marco fosse avverso a tale forma di gratificazione.

«Un solo reclamo», informò Geppo.

Giovanni saltò su tutte le furie: «Come? Chi?».

«Una cosuccia. Un nonnulla. Scordiamocelo.»

«Eh no, caro. Ora devi dircelo.»

Geppo maltrattò, imbarazzato, il cravattone a farfalla che sventagliava in cima alla sua livrea da maggiordomo. «Il Dottor coso... Androlli... ha voluto degnarci della sua presenza. Quella zuppa di pesce che avete mandato fuori era per lui.»

«Non gli è piaciuta?», chiese Marco.

«Beh, conosci Androlli...».

«Racconta», lo esortò Giovanni.

Geppo si grattò la pelata. «Non bisogna prenderlo sul serio, Dio puzz... Ha detto che gli è sembrata una "zuppetta di casa".»

«Come ha detto?».

«Proprio così, Dio puzz...: una "zuppetta di casa".»

«Il bouillabaisse? Una zuppetta? Sono desolato», disse Marco. Faceva di tutto per esternare il suo rincrescimento, ma in realtà non dava peso alla faccenda.

Giovanni invece non riusciva a quietarsi. «Abbiamo presentato una lista delle vivande lunga come l’avemmaria e questo... signore... richiede qualcosa di totalmente diverso. Non sa che il pesce ci arriva congelato, qui? Dovevamo andarglielo a pescare?».

«Eh», articolò Geppo, «sarà invidia, la sua. Avrà visto la folla che c’era da noi e si sarà incazzato.»

«Bello stronzo», commentò Giovanni.

«Proprio così», tagliò corto Geppo, tornando a rivolgere la sua attenzione ai bigliettoni che si ammucchiavano sulla tovaglia piena di sbrodolature. Al di là del bar, seminascoste da torri di cristallo (i bicchieri da lavare), Doris e Babsy bisticciavano.

«Desolato», ripeté Marco.

La telefonata di Brigitte sopraggiunse mentre lui stava per lasciare il locale. La ragazza gli raccontò di essere stata al Capri, e Marco si sentì montare il sangue alla testa: né Geppo né Babsy gli avevano segnalato la sua venuta. Non gli avevano detto nulla per non distrarlo dall’assillante lavoro, lo ragguagliarono adesso. Lui aveva voglia di imprecare della brutta, ma la voce di Brigitte, all’altro capo del filo, cantilenava: «Oh, davvero. Così bene non avevo mai mangiato. Sei un mago o cosa?».

«Beh, il merito è anche di Giovanni...».

Rimasero al telefono per un quarto d’ora e, logicamente, la loro conversazione non si accentrò sul cibo o su una sua tautologia. Tutto sommato, erano due persone che si volevano un sacco di bene.

In sala era rimasta Sabrine, la sorella di Babsy. Aveva atteso fino a quel momento sperando che Marco la invitasse a uscire. Ora, afferrata a volo la situazione, si accinse ad andarsene in solitudine, mentre lui le rivolgeva le spalle stringendo la cornetta in un quasi-abbraccio.

Solo dopo aver riappeso Marco si accorse di non aver dato alla sua coccola nessun appuntamento. ("Che bischero!".) Ma non la considerò una tragedia: Traumfurt non li avrebbe di certo smarriti...

La chiamata di Brigitte era valsa a rincuorarlo. Sentendosi "stanco ma felice" (come scriveva, da alunno delle elementari, in coda allo svolgimento del tema ’Raccontate una bella gita’), si fece portare a casa dalla sua automobilina.

A casa? Nella stanza, intendevo. La stanza sotto-il-tetto presa per lui in affitto da Geppo & Giovanni.

Una stanza è quanto si cela dietro a una finestra. È una chiave da non perdere. È la repulsione nei confronti della donna delle pulizie che mai ripone le tue cose dove le avevi lasciate. È il chicco d’uva rotolato sotto il letto e la pila di riviste che non si ha più tempo di leggere. In questa mansarda, dove lui adesso ripiegava la giacca, stava per essere varata la variante astrologica dei mesi a venire.

Il letto cigolava quando ci si sedeva su. Il rubinetto emetteva come un chioccolio di culetto. I mobili avevano un colore da obitorio. "La mia camera mortuaria, sarebbe... se non avessi lei. Morire sì, ma alla morte voglio arrivare vivo."

La notte dopo era ancora lì ad aspettarla. E, di nuovo, lei non sarebbe venuta. Ma Marco trovò un biglietto affisso sulla porta con su questo appunto:

Hans Egon Holthusen. Poet. (1913 - ?) In 1945 he supported the action of

Bavarian Liberation Movement against the Nazi regime.’

 

(Brigitte, contenta che lui si appassionasse alla storia e alle tradizioni tedesche, lo erudiva andando a fare ricerche su personalità ormai obliate della politica e della letteratura.)

Ancora un giorno. E un altro. Fuori pioveva con insistenza. "Morire sì", si diceva Marco, "ma non di morte cadaverica!". Intanto rimaneva solo. Ragionevolmente, non attribuiva a Brigitte la colpa per il tempo che gli toccava trascorrere senza baciozzi. Lui doveva lavorare, lei studiare. Si fa presto a declamare: "Vivamus mea Lesbia atque amemus". Come la mettiamo con il dovere nei confronti del domani e con l’esigenza di dover sfamare il presente? Vivamus, amemus... sì, ma quando?

Dormirà stanotte, forza! Supino sul letto, cercò di leggere l’ultima lettera-fiume di Roccus. Ma lo spirito era stanco e l’avvolgibile calava. Oltretutto, la radio a vapore, sintonizzata su onde corte, si mise a dare in escandescenze: sibilando, distorceva la voce di Maria Callas. Fischiava vibrava scoppiettava. "Ci siamo! È l’ora!". L'Ora Zero. Elementi Zeta 107 e 109 si ribellano in seguito alla manomissione dell’acceleratore di particelle Adone. È stata una mano insicura a tracciare le coordinate degli isotopi. Proiettili-sonda si rivelano suscettibili di errori...

Correva l’anno 1990 e Marco, simile a un bacherozzo rinchiuso in una goccia d’ambra, assisteva ammutolito all'inizio della fine (come l’aveva annunciata, a caratteri cubitali, il famigerato Bild Zeitung: "Bombardamenti su raggi gamma forniscono risultati strepitosi pur se in attesa di verifica..."). Intanto anche lui aveva imparato a muoversi con cautela: dietro la facciata computerizzata c’è la regressione totale. Il suo fisico era inanimato, ma gli elettrodi dell’anima erano pronti a entrare in piena azione. Sentì il clic! del relais. E nel dormiveglia, accarezzato dall'ectoplasma di una Maria Callas dall’ugola robotica, annuì. "Ci siamo." E quasi rise.

Amore di qua e amore di là. Doveva andarci piano con l’euforia: quale ragazza normale vuole mettersi insieme a uno sradicato, un alien... un marziano? Figuriamoci Brigitte. Forse Marco avrebbe fatto meglio a cercarsi una brava contadinotta, sana e disinibita, in qualche fattoria sperduta sul limitare della galassia. Perché le ragazze come Brigitte, le supercivilizzate, nel fiutare la chance di un legame a lunga durata drizzano prontamente le antenne: «Il sesso, occhèi. Ma cos’altro hai da offrirmi, Kamiciowsky?».

Era un misero pizzaiolo, un cuoco da strapazzo. Non aveva un bel nulla da offrirle.

Le onde si urtavano nell’etere, si attorcigliavano, sfrecciavano dentro l'apparecchio ricevente facendo danzare la membrana dell’altoparlante. E da dove provenivano non si sa. L’Ignoto continuava ad ergersi a fattore rilevante... Eppure, già l’indomani il Bild Zeitung avrebbe conclamato, in un titolo a tutta pagina:

‘STIAMO PER GIUNGERE ALLA VERITA’ SULL’ESISTENZA!’.

La verità?

La sua macchina di seicentocinquanta muscoli respirava placida. Sporadicamente, lievi scosse galvaniche l’attraversavano, creando bagliori e scintillii sul rivestimento epiteliale. La radio mandava segnali intermittenti mentre la finestra oltre il capezzale veniva solcata da comete, meteoriti, asteroidi: corpi morti ma mai immobili.

 

Serene pulsavano ieri

le Esperidi

sulla Terra;

e già stanotte

fuochi verdi e gialli,

rossi fuochi minacciosi,

formano un reticolato

appena sopra

gli occhi tuoi.

 

                                                                                                                               

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