Libro Secondo ICanaco (pl.: -chi). Dal polinesiano Kanaka = uomo. Così vengono designati i Melanesiani della Nuova Caledonia (Neocaledoni). «Ohilà, martufo!». L'alto e massiccio Androlli, in doppiopetto e cravatta Lagerfeld, lo bloccò per strada. «Che fai? Dove vai?». Rideva. «Oh, io...». «Bello mio, ti vedo pallido, scoraggiato. Che cosa sono queste... pubblicazioncelle?». Batté con un dito sui giornali che Marco teneva sottobraccio. Marco lo guardò. Per tre o forse cinque centimetri, Androlli non arrivava a un metro e novanta. Un po' curvo nelle spalle, teneva la testa protesa in avanti, facendo pensare nel complesso a una grossa bestia sul punto di slanciarsi. Nonostante i lunghi anni trascorsi all'estero, l'uomo conservava l'accento siciliano. Nei suoi modi c'era una sorta di sicurezza caparbia, di aggressività contro tutto e tutti, come se il mondo gli fosse debitore di qualcosa e lui volesse riappropriarsene a ogni costo. «Senti caro», riprese Androlli, «vuoi venire a lavorare con noi?». «Con voi?». «Da me, allAmalfi . Vedrai, simpatici sono. Cè quel richioncello di Sigillino, quel fetente di Caputo. E poi quellaltro sciacquino, il boscimano con lalito che gli puzza di cipolla... comesichiama?». Mentre diceva tutto questo, cominciò a giocare con i polsini doro. «Devo rinnovare il personale», aggiunse confidenzialmente. «Faccio tavola rasa.» Tabula rasa. «A te ti prendo al volo! Ti arruolo. O vuoi rimanere con quel rachitico sfessato di Giovanni?». «Mah. Al Capri hanno bisogno di me...» «Hanno bisogno di te? Come cuoco?». Androlli si alterò visibilmente. «Perché, sei un quoquo, tu?». «Scusa, ora debbo proprio...». «Ma che fai? Dove vai? Ohè, giovincello...». Gridò dietro a Marco, mentre questi si rimetteva in cammino: «Se vuoi vedere un cuoco vero in azione, uno a 18 carati, devi stare a guardare il sottoscritto». E, al limite dellisteria: «Dici di no? Facciamo una scommessa. Ti sfido!». Marco incassò la testa nelle spalle, mentre alcuni passanti si fermavano a osservare inebetiti il gesticolante Androlli che sbraitava, rosso in faccia: «Raccogli la sfida! Accetta la tenzone! Ma che fai? Was machst? Dove vai? Wo gehst?».
Dove andava? Non aveva nessun posto dove andare, e nessuno con cui stare. Geppo ha Babsy; Giovanni ha Doris. E Marco? Marco dice: Brigitte. Ma è da dimostrare che. Difatti, lei ora appare e ora sparisce. In altri termini: manca. Il grembo vaneggia impossibili accoppiamenti. Aiuola annerita dal gelo, il letto suo. Lamore che ha dentro di sé se ne sta tutto rattrappito e fa il muso, non sapendo da che parte volgersi. Ogni tanto vola dalla finestra, si libra sopra i tetti, ridiscende e striscia sui prati. Va ad accarezzare un fiore, si posa sui capelli di una passante... Ma, al primo contatto con il mondo dellagitarsi indaffarato, torna ad avvitarsi su se stesso nel cantuccio di sempre, guaiolando abbattuto. La latitanza di Brigitte faceva di Marco uno dei tanti pulcinella eroticamente solitari che si vedono scivolare come pallide ombre sulle austere facciate dell'apparente perbenismo. Se aprono una porta qualsiasi, questi tristi figuri non scoprono che sesso. Sesso alla maniera zoologica: babbuini e primati assortiti che saltano luno sulla schiena dellaltro. Si riconoscono immediatamente, loro solitari: ecco che quello lo saluta; quellaltro finge di ignorarlo passandogli accanto per poi fargli un cenno da lontano... Marco era crucciato, aveva la testa in ebollizione; perciò, quando lultimo cliente lasciava la sala, il personale del Capri doveva accontentarsi di un pasto messo insieme alla buona: molto spesso, tiepidi rimasugli di lasagna al forno (un capolavoro d'Arte Povera). Poiché lui aveva preoccupazioni, tentava di chiarire qualcosa a se stesso; e, nel bel mezzo del lavoro, così si rivolgeva al suo amico e collega di cucina: «Giovanni, guardami e dimmi quel che vedi». Giovanni lo squadrava inorridito. Sapeva che persino i migliori chef arrivano a perdere la tramontana. Deve dipendere dal caldo che fa in cucina: a tratti uno di questi cappelloni dà di testa e si mette a spaccare tutto. Giovanni se ne intendeva non poco, essendo stato travolto lui stesso, più volte, da questa forma di epilessia professionale. Si avvicinò agli scaffali muovendosi come un granchio, senza darlo troppo a vedere. Tenendo le mani dietro la schiena, afferrò un oggetto mentre domandava, il più tranquillamente possibile: «Che vuoi sapere di preciso?». «Dimmi se sono o no un poco di buono», lo pregò Marco. Accorgendosi del sorriso distorto dellamico, sbottò: «Ah! Ma che credi? Molla quella padella. Non sono impazzito. Voglio solo la tua opinione: pensi che uno del mio calibro possa sciupare il suo tempo con una determinata ragazza?». La risposta gli giunse secca: «In realtà, non vedo come una ragazza possa sciupare il suo tempo con te».
Geppo ha Babsy; Giovanni ha Doris. Marco, che tanto ci tiene a mantenere davanti ai colleghi i suoi modi corretti e leali, imbastisce spiegazioni: «Ho un carattere da abitante dellieri, daccordo. Amo gli incontri segreti, le camere in penombra e i ditirambi da osteria. Ma è appunto per questo che potete spesso vedermi su spiazzi aperti a circuire cameriere e sussurrare sconce formule latineggianti nei padiglioni auricolari di studentesse». Con ciò però non fornisce alcuna giustificazione. E Brigitte? gli chiedono. Risponde: «Christel! I riccioli ampi. Sempre con qualcosa da sbrigare. Si ferma solo per ascoltare il signor uomo, che suona il flauto un balcone più in là. Fa la ragazza a servizio. "Christel! La mia vestaglia nera! Christel! La mia parrucca! Dove ti sei cacciata di nuovo?"... Il flautista interrompe unanglaise della Pomaria per gettarle contro: Christel, o Christel! Abbandona il piumino, la spazzola, lo strofinaccio! Piantala di guardare la lista della spesa! Un sospiro! Un solo sospiro...». Geppo e Giovanni si scambiano unocchiata significativa. «Che dobbiamo fare di lui?», domanda il primo. Laltro indica il bidone della spazzatura. «Ficchiamolo là». Insomma, e Brigitte? si accaniscono. «Ascoltate. Vi ho già detto di Rosi? Rosi era nella stanza con il vecchio, che rimaneva impalato come un baccalà. "La cena è pronta", gli annunciò. Fece due passi e si accorse che lui teneva gli occhi sbarrati. Sul suo grembo, la copertina di un disco di cantate Settecentesche. Rosi lo osservò meglio: una vena blu gli correva su una tempia, storta e gonfia. "È andato", pensò ad alta voce. Gli incrociò sul petto le mani gelide, gli raddrizzò il capo. "Amen." Dal giradischi, il timbro di un baritono: Geh aus mein Herz... und suche Freud. Rosi si chiuse la porta alle spalle e cinque minuti dopo incontrò il sottoscritto. Le domandai: non piangi? E lei: "Il morto? Dovrei piangere il morto? Quando mai? Io dico: ahi ai vivi! Poveri vivi! Come soffriamo noi tutti, vivi che non siamo altro! Mio marito non ha più grane. Ha trovato la pace, finalmente. Ora devo pensare a me. Questo schifo di vita, dico, lasciatemela vivere a modo mio". Così, dilapidammo la pensione del de cuius, concludendo in bellezza sul lettone.» Scuotono la testa. «Che fantasia, per tutte le pignatte!». Fantasia? Marco abbassa lo sguardo. Fosse questo! Nelle notti di solitudine, le amanti del passato ritornano apposta per torturarlo. Gli amici inquisiscono nuovamente: «E Brigitte?». «Beh, lei diventa più carina ogni giorno che passa. Sempre più carina.» «Uhm. Una volta centenaria eclisserà le grazie di Afrodite, allora.» «Ma lasciamo perdere lei. Voglio dirvi di quellavventura incorsami a Strasburgo, dove una quindicenne mi canticchiò allorecchio Beau page, ah mon beau beau page... O conoscete la storia di Karin e del pupazzo di neve? Karin vide sulla soglia un uomo tutto bianco. Era da tanto che lui bussava. Timorosa, domandò da dietro l'uscio accostato: "Insomma, chi è?". Ostentando unespressione a metà tra il disgusto e la rabbia, occhieggiava il cumulo candido e immobile. "Niente accattoni", esclamò. "Via, via. Provi altrove, va bene? Vada in parrocchia, forse le daranno una minestra...".» «Zuppetta di casa», si intromette Giovanni con aria nauseata. «Il pupazzo di neve si avvicinò allo spiraglio e: "Non è per una minestra che ho atteso così a lungo". Allora Karin lo guardò meglio, poi emise un gridolino mentre spalancava la porta. "Ehi! Du? Sei proprio tu... TU. "» «Ma va là...» «Sentite questa: Hotel Gargantua... Una storia da bere a centellini. Con me è Slávica, un tempo richiestissima mannequin...». Ma i suoi compagni lo interrompono. Non vogliono ascoltare oltre. Gli basta sapere ciò che vedono e mangiare malvolentieri il rancio più volte riscaldato.
Notti tormentose. Per la prima volta in vita sua, Marco si ritrovava a vivere come un eremita. E ripensò a Bukowski. Lo aveva colpito apprendere che questo scrittore di origine tedesca non aveva toccato una donna per oltre dieci anni: dal ventiquattresimo al trentacinquesimo anno di età. "Difficilmente una donna si porta a letto uno straccione", aveva spiegato lo stesso Buk in un'intervista. Proprio vero: uno straccione puzza, ci ha le cimici e non raramente gli manca qualche rotella. E un eremita... Molti eremiti sono tali perché privi di mezzi o perché svolgono un lavoro improbo. Poi ci sono quelli che hanno scelto l'autosegregazione senza una ragione plausibile. In ogni caso, la loro è una mentalità che se ne sta agli antipodi della vita. Lessere "tutto casa e lavoro" e lossessione del risparmio sono, quasi sempre, la logica conseguenza dellincapacità o dell'impossibilità di entrare a far parte del circo mondano, dello show delle ore piccole, in cui manovre alcoliche e incontri più o meno casuali hanno come scopo il trauma erotico, la messa in libertà di un dubbio fisico, lo scioglimento di un groppo nella zona lombare. Alitando fumo contro il soffitto, Marco rifletteva sul destino di un esercito di lavapiatti, garzoni di spazzacamini, trasportatori di mattoni: umiliati, repressi. Umiliati, repressi. "Se ci vedessero i nostri genitori, i fratelli, gli amici di gioventù!". Mai, prima d'ora, si era sentito tanto affine ai derelitti che vegetano ai margini della realtà, lontano, lontano dal Natale permanente. Il soffitto si trasformò in uno schermo su cui andarono a proiettarsi alcuni inquietanti dagherrotipi: i sorrisi di Nicole e delle altre bamboline che frequentavano la gelateria di Roland, il loro modo svogliato di passarsi la lingua sulle labbra, il loro giocare a fare le grandi dame... Ragazzine alle quali bisogna comprare popcorn e non castagne arrosto. Le letterine damore. Lacrime, delusioni, addii. (Così presto!) Il "Naa" che manifesta, di volta in volta, stupore, fastidio, disprezzo, stima. E Brigitte? Pure lei: "Naa"; finanche a letto. Rieccoci. Brigitte, Bri, Gitte. Bitte, Britte! «Si capisce che finirete per sposarvi», un po lo tranquillizzava e un po lo stuzzicava Geppo. Ma Marco, camuffando ogni suo vero pensiero, si disse daccordo con il luogo comune secondo cui un lungo scapolaggio è essenziale per diventare un marito modello. «Eh sì caro mio», incalzava Giovanni. «Anche tu cadrai nella rete, prima o poi. Come me, come Geppo. Guardaci: praticamente siamo già ammogliati! O come Ninotschka, il nostro Nino.» Già: chi lo avrebbe mai detto di Nino? Il pomo dAdamo sovradimensionale, il naso un accenno di proboscide e le orecchie simili alle maniglie di un baule: Ninotschka, il barista buffone e giocoliere del Capri degli anni andati. Con la situazione economica che si ritrovava, poi, si era fatto mettere la catena al collo! Aveva sposato la Ingrid; e non solo per la di lei gravidanza fuori programma. Ingrid sembrava amarlo sul serio, sembra amarlo tuttora. Per questa stangona, Marco e Geppo & Giovanni avevano rischiato, al tempo in cui Berta filava, un menage a trois, a quattro, a cinque. Perché ignoravano che un giorno... ma chi poteva presagire che i due piccioncini sarebbero finiti sullaltare? Ninotschka si era imbufalito per questi loro approcci fortunatamente mai coronati dal successo. "Begli amici!", aveva tuonato, piccato. Quando andava su tutte le furie, la capigliatura di Ninotschka sembrava accendersi, farsi ancora più rossa di quanto non fosse. Vampe gli fuoruscivano dal cranio, come a un irlandese sul punto di scoppiare. Ci avevano messo molto a capire che, con la campagnola, l'amico aveva intenzioni serie. E non gli avevano concesso neppure di dar sfogo all'indignazione, in quanto, negando ogni cosa e accusandosi reciprocamente (da buoni compari!), si erano scagionati. Memore di quel tempo selvaggio, Marco stringeva i denti. "Se vi azzardate a toccarmi Brigitte...", indirizzava mentalmente a Geppo & Giovanni.
Il Pasch è semivuoto, come sempre a questora e in questo giorno di metà settimana. Sono qui, nella maggiore discoteca di Traumfurt, insieme a Hans e Kranz, due tizi simpatici anche se alquanto derangé. Animato dalla birra, parlo al di sopra della musica. Parlo e parlo... finché, volgendo lo sguardo, non la vedo. Se ne sta seduta su uno sgabello del bar, a due passi dal nostro tavolo, e mi fissa. È sui quarantanni, longilinea, la schiena dritta, ed emana sicurezza da tutti i pori. «Sta guardando te», dice Kranz. Su ciò non avevo dubitato un solo istante. Rispondo al sorriso della donna. Poi, vedendo che si è sfilata le scarpe, indico i suoi piedi ed esclamo, al di sopra del pulsare di un hit in voga: «Un sollievo, eh?». «Che cosa?», replica lei, chinando il busto in avanti. «Ho detto: è un sollievo!», urlo. «Un sollievo potersi togliere le scarpe.» Ma lei continua a non recepire. Per farla breve, mi piazzo al suo fianco e, dopo aver ordinato da bere per entrambi, comincio a chiacchierare con nonchalance. Parlo, parlo. E lei mi tiene testa: parla, parla... Si chiama Connie. Nel lampeggiare di luci psichedeliche, il suo volto appare giovanile. Tra le prime cose che mi dice c'è: «Ma sono amici tuoi quelli?». Mi giro verso il tavolo dove "quelli" sono rimasti inchiodati. Hans ride esibendo le lacune alla sua dentatura, mentre Kranz, spaparazzato, sembra un gatto pingue e spelacchiato. Tutt'e due indossano capi di vestiario che potrebbero recare il marchio della Caritas. Sono perennemente a ruota di eroina e lo si nota, eccome se lo si nota. «Nella mia attività di scrittore», rispondo a Connie senza il minimo indugio, «bisogna che io sondi le nere proprietà dellanima umana, o quel che viene comunemente definito "il lato oscuro dellesistenza".» Mi giro verso i due, che stanno a sbirciarci benevoli, e alzo il pollice teso per segnalare: "Tutto a posto, Freunde, va benissimo, non agitatevi". Intanto soggiungo: «Tipi del genere sono per me una notevole fonte di ispirazione». E concludo, sorridendo con bonaria tristezza: «Sono impagabili... poveretti». Connie annuisce freneticamente, ammirata e comprensiva. «Lo sapevo!», esclama. «Non appena ti ho visto, mi son detta: lui è diverso!». Sollevo il sopracciglio sinistro: un gesto di grande sufficienza. Al pari di Hans e Kranz, anchio sono trasandato. Direi, anzi, che la trasandatezza è la mia seconda natura. Ho imparato però a occultarla con accorgimenti semplici ma efficaci: mi metto una giacchetta nuova sulla camicia che disconosce il ferro da stiro e mi passo inonterrottamente le dita a rastrello nei capelli. Così facendo, assumo un aspetto studiatamente anticonformista, da intellettuale; mi si potrebbe scambiare per il regista di un teatrino underground. «Scrittore!», riprende Connie con una smorfietta compiaciuta. Regge tra le dita affusolate una sigaretta che io mi premuro di accenderle. Vuol sapere: «Si può vivere, scrivendo?». «Oh», ribatto, stringendomi nelle spalle. «Si vive a malapena, ma si vive. Dei tre romanzi che finora mi sono stati pubblicati», vaneggio, «lultimo, se non altro, è andato per la maggiore. È stato apprezzato anche dalla critica... Diciamo che ho quanto basta per pagare la pigione.» E qui non sto a mentirle, rivelandole che abito in una cittadina medievale poco distante da Traumfurt, in un ammezzato sopra una lavanderia a gettoni. Dimmi dove abiti e ti dirò chi sei. Io devo essere, evidentemente, un vero bohemien. Ammaliata, lei mi domanda se scrivo i miei libri in tedesco. Anche stavolta non voglio o non posso mentirle. «No. Solo in italiano... finora.» Mi trovo in Germ da circa due anni e, sebbene non abbia laccento da poter tagliare con il coltello tipico di molti immigrati, ancora mi scappano, qua e là, clamorosi svarioni lessicali. Dico a Connie che sto finendo un affresco romanzato sulla vita degli Ausländer, dei forestieri, e che sul finire dellestate dovrò tornare in Italia (a Firenze, le enarro; «Oh, Firenze!», è la reazione che mi ero aspettato: quasi tutti i tedeschi assumono unaria sognante quando si nomina la città sullArno), dove darò un esame di laurea. «Lingua e Letteratura Inglese», le spiego. Mi metto a blaterare di Anthony Burgess, B.S. Johnson, Martin Amis, James Joyce... (sì, questultimo nome non è sconosciuto nemmeno a lei). Da parte sua, la donna mi racconta di essere la sovrintendente della locale filiale dei grandi magazzini C&L. «Buon job!», commento, mentre mi chiedo a quanto possa ammontare il suo stipendio. «Vero», replica lei. «Ma è anche unattività per certi versi noiosa. Di rado», aggiunge con irruenza, «mi capita di incontrare persone interessanti, eclettiche... come te.» Immediata erezione animalesca. (Al sottoscritto le adulazioni fanno questo effetto.) Le dedico un ghigno da fauno e alzo il mio bicchiere in un allegro cin-cin. Dopo che lei allude alla possibilità di invitarmi a casa sua e che sua figlia - una diciassettenne, come mi rivela - sarà certamente contenta di conoscermi, mi è indubbio che finirò a letto prima con la madre e poi con la ragazza. O con tutt'e due insieme. Da quando scorrazzo come un uccello notturno nellanonimità di una terra straniera, ho avuto varie avventure di questo genere. Il dongiovannismo è diventato per me una specie di routine, e anche di più: una seconda pelle. Connie mi fa promettere di rifarmi vivo tra due sere al medesimo posto. «E stavolta senza quelli» (fa un vago gesto in direzione di Hans e Kranz). Le assicuro: «Senzaltro», abbagliandola con il più fulgido dei sorrisi. Poi la guardo rimettersi le scarpe (porta un numero uguale a quanti sono i suoi anni), rimaste ad attenderla sul lercio parquet. Soddisfatta per questo incontro con un giovane e (perché essere modesti?) non poco attraente scrittore - un uomo di spirito, nonché spiritoso! -, Connie mi dà una stretta di mano e, pimpante, veleggia verso luscita. Scolo il resto del liquore e torno presso Hans e Kranz. Da questo momento sono parco di parole, limitandomi a tirare giù lennesima birra (il drink dei malfamati) e a sentire le scemenze pronunciate dal binomio di mentecatti che mi ritengono un loro amico. |
L'Autore (bio e indirizzi) Il romanzo in e-book
![]()
