Libro Secondo

                                     II

carlsberg

Soffiava fumo contro il soffitto durante la pausa pomeridiana. Era in caduta orizzontale e addosso gli arrivava una tonnellata di immagini; finché un passaggio di archi alla radio non gli propose la visione di se stesso.

Stava camminando per Traumfurt, sulla Mozartstrasse. Per potersi meglio autoesaminare, si metamorfizzò nell’ombra del proprio corpo. Uno come lui lo si riconosce anche a distanza: ha l’andatura negra ed è magrofino, con una testa tra il nordico e il fenicio poggiata direttamente su stampelle di cicogna. Malgrado l’imperfetta rasatura, il suo volto risultava nudonudo, gli occhi peterpan schiariti dalla luce di quella periferia d’universo. Passeggiava mentre tutt’attorno precipitavano le bombe e il governo mondiale attraversava una delle solite crisi e qualcuno si bucava all’angolo e qualcun altro iniziava una carneficina. E, dopo il notiziario delle tre, volle mettercisi pure Berlioz a sollevarlo in volo. A un dato punto le palpebre gli si appesantirono e le figure proiettate dalla sua fantasia si acciambellarono, si attorcigliarono, si raggrumarono in antilopi d’inchiostro; slittarono verso il basso, concentrandosi in un dilemma shakesperiano sull’ultima riga di un foglio teso tra cielo e Buco della Strega – labirinto abissale.

Si appisolò. (Marco/Narco.)

Fece uno strano sogno, un sogno musicale e allegorico. Nel sogno ascoltava la Callas nell’interpretazione di una cantata di Hugo Wolf. Abbinamento fatale, questo: l’usignolo che si esprime con voce di sifilitico. Da Wolf alle creazioni atonali di Schönberg il passo è breve. Le pareti si incrinano, i tendaggi si lacerano, i semafori si spengono. Blackout ad Amburgo come a Siviglia e San Pietroburgo. Il pugno della signora Gandhi (qui molto simile a quel mostro che affiora nei più febbrili monologhi di Johnny) si cala per abbattere l’ultimo tempio di Poona. Il cameriere inciampa sul tappeto e la torta che reggeva tra le mani va a stamparsi sulla pelata del soldato Schweyk - incorreggibile zuzzurellone dell’armata prussiana. A un tavolo, il regista Ferreri si abbuffa insieme ai suoi multipli alter ego, mentre al bar Schubert chiacchiera oziosamente con Leonard Cohen sulle nuove forme di Kammermusik. Dietro il bancone, un Charles Bukowski somigliantissimo a Ninotschka armeggia con uno shaker all’idrogeno.

A-ah. Nella sarabanda onirica c’è posto anche per Bukowski, dunque. Crescendo pauroso. Poi gli orchestrali si concedono una pausa; entrano nella sala del Capri in una sfilata di abiti da lutto. Sotto il fascio di un riflettore, Marco guarda dritto davanti a sé, nella marea.

Chi è lui nel sogno? È l’angelo fattosi demone? Può darsi! Non c’è infatti un che di infernale attorno ai suoi occhi malinconici di cantastorie e incallito viaggiatore? Mentre saluta con un inchino i corvi dell’Orchestra Fisarmonica, sulla fronte gli si protendono due ciocche, come piccole corna che richiamano alla mente qualcuno incontrato più volte nei film e nei fumetti. Incute soggezione, ma non per questo potreste rifiutarvi di salire sul palco (tra callipigiche dee di gesso e gamberi di plastica sospesi in alto) e bere insieme a lui una coppa di sangre d.o.c. Venite, venite a trovare Marco al più presto. Lui stesso vi darà il benvenuto nel suo mondo sì bizzarro.

Il sipario viene scostato e vediamo la Callas che, diciassettenne bruttina ma mai più impacciata, ad Atene, davanti alla grande Elvira de Hidalgo, passa da un’opera di Karl Maria von Weber all’operetta del Paese dei Campanelli. La platea è soggiogata. Con una sola eccezione: il signor Androlli. Androlli lancia verso il palco esclamazioni quali «buuuh!» e «dilettantismo!». Marco ignora l’isolato contestatore fin quando può, ma non trasvola sul grido: «Zuppettadicasa!». È il momento di invitare l'ospite a farsi avanti.

Questi accetta dopo un minuto o due di indecisione. Applauso incoraggiante del pubblico, rimarcato dal Vissi d’Arte. Mentre Androlli viene aiutato a issarsi sul pianerottolo elevato, Maria Callas si lascia alle spalle il Peleponneso, procede leggiadra attraverso il Vecchio Continente in fuoco e fiamme, cammina sopra i cappelli di uomini intenti a leggere le notizie dal fronte; con i tacchi a spillo si attarda su campi di spine cervicali e spianate (adatte al decollo dei caccia) di feldmarescialli, kaiser e capi di Stato - per lei, Imperi o Repubbliche Popolari sono la stessa cosa -, aggira funghi atomici, su un tetto di Milano si intrattiene brevemente con Arturo Toscanini che sbadiglia spartiti ingialliti sotto la luna velata, dà voce a un’ouverture rossiniana prendendo a prestito versi di Brecht che parlano di un imbianchino, ruba la bacchetta al maestro Serafin per dirigere un gruppo di stantuffi e discariche messo insieme per un lavoro di Luigi Nono, elabora a Liverpool un pot-pourri di canzoni dei Beatles e poi, sulla tomba della madre Evanghelia, modificando impercettibilmente l’impostazione della voce, urla: Perdono non ti chiedo: non fu mia la colpa. Il cielo si incupisce, un vento di nove metri al secondo agita i platani, fulmini solcano l’orizzonte come flash di becchini; i cancelli si chiudono da soli cigolando iiiih e attempati insegnanti di conservatorio - conservati conservatori - fuggono via, scandalizzati dalla mania modernistica dei loro allievi. Ogni piazza di ogni metropoli si schiude per ospitare nuovi, formidabili artisti ambulanti, saltimbanchi del pentagramma. «Complimentissimi!», esclama un colonnello con smorfia insondabile; e ricarica il suo revolver a forma di pipa. La diva vocalizza maestosamente e, lasciatasi alle spalle l‘Europa, conclude il ciclo della sua epopea fantasmagorica andando a piangere in lingua bop nei teatrini sul Mississipi e nelle topaie del Greenwich Village.

Marco nota che Androlli non riesce a staccare lo sguardo dalla Maria Callas del sogno caleidoscopico. Gli tocca strattonarlo più volte per riscuoterlo. Poi gli mostra la porticina che dà dietro le quinte e, piegandosi in avanti (la livrea non gli copre troppo bene la coda e le zampe caprine), declama: «Da questa parte, Dottore. Prego».

Il "Dottor" Androlli viene introdotto in una sala immensa. Fa tanto d’occhi. Fino a qualche minuto prima avrebbe giudicato impossibile l’esistenza di tale ambiente, considerate le proporzioni esterne dell’edificio in cui è inscatolato il Capri. A mano a mano che avanza dietro di Marco (perché proprio di lui si tratta, vero?), il suo sbalordimento cresce: è come visitare un gigantesco bazar della gastronomia. Vede merce pulsante, organica, viva: un’intera Arca di Noè pronta per essere buttata in un tegame e condita con qualche intingolo. Vede frutta proveniente da ogni parte del globo terracqueo, verdure del Messico e del Senegal, le più astruse insalate («Ma queste non sono insalate: sono giardini!»), pesce dei sette mari, tranci succulenti di carne, volatili; vede una totale pazzia di formaggi, burro, uova, ceste con cadaveri di selvaggina appena sgozzata, orci di vino e, a ornare ogni cosa, ciuffi di erba balsamica. Marco si gira un istante verso l’uomo per constatare che tutto questo lo colpisca, che gli faccia cascare la maschera di bronzo scuotendolo fino alle fondamenta. Soddisfatto (il suo sorriso ironico e compiacente lascia sfuggire dense nuvolette sulfuree), riprende a fargli strada attraverso corridoi e passaggi secondari, nascondigli e scappatoie che si intersecano e si accavallano sotto l’unica, enorme volta dell’architettura cavernosa.

La voce di soprano arriva fin qui, investe le pareti sotto forma di pipistrelli ciechi e assume risonanze innaturali, echi che si rincorrono dandosi la caccia. «Senti?», dice Marco. «Questo è il mio concerto che nessuna interferenza, nessuna scarica elettrostatica disturberà mai. È il mio "thank you" e "danke schön" alla plenitudine terrestre. Sì, voglio dire "gracias" e "merci" come un mentecatto, come un miserabile qualunque; come un trasportatore di mattoni, se vuoi. Come chi è ricco soltanto di amore, un amore completo, senza riserve e senza schemi. Questa voce», prosegue, «è il mio organetto della speranza da mezzo dollaro a passante - visto a Syracuse, millenovecentoqualchecifrafa. È l’elegia oceanica che arriva da una porzione in bilico dell’Universum...».

Androlli non ha nulla da ribattere, nessun commento parato: con occhi e bocca spalancati, il collo teso in avanti e le braccia ciondolanti, minus habens, segue la scia solforosa nel paesaggio magmatico scintillante odoroso. Osserva fiumi di latte; lotta per non scomparire nelle sabbie mobili di pampini e foglie; affonda in pozzanghere di nero di seppia e deve fare equilibrismi per districarsi dalla morsa affettuosa di un’ostrica gigante. Ad un tratto si accorge di stringere tra le dita un biglietto: la lista della spesa, come un uomo mandato dalla moglie a fare le compere. («E mi raccomando: non scordarti lo zucchero!».) Dal nulla spunta poi una valletta inappuntabilmente nuda che porge, sia a Marco sia al visitatore tutt’occhi, un calice colmo di una bevanda fumante. Ansioso, il "Dottor" Androlli chiede al suo Virgilio, mentre storce un occhio per studiare le forme della valletta che, curiosamente, gli rammenta una certa Bardame di Traumfurt: «Non crede che dovremmo fare a meno dell’alcol, stavolta?».

È una domanda azzardata, non si discute, ma a sorprendere di più è la formula di riverenza, il "Lei" tanto atipico per gli italiani all’estero e tanto più atipico per l’Androlli.

Marco gli rivolge un’occhiata interrogativa.

«Beh, io intendo, dico e domando...» (Androlli agita il calice fumante) «perché e a causa di... dato che bere stanca, infiacchisce. Del resto, d’altronde e in fondo, forse nu pucurillo non guasterebbe proprio. Ma dobbiamo rimanere alzati e svegli tutta la notte, fino all’alba, al mattino, nevvero? E allora...». Sciorinata questa serie di insensatezze, tace di colpo e lancia uno sguardo allarmato al suo cicerone.

Marco, miracolo, non si è incazzato. Scodinzolando amichevolmente, rivolge la faccia al remoto soffitto, dove si ammassano vapori rossicci, e, dopo un lungo sospiro, gli risponde, con il tono che si usa con i marmocchi ai quali bisogna spiegare ogni minima cosa: «In seguito berremo un ricard, che ci tirerà su. Dài, tracanna. Tutto d’un fiato».

L'ancella nuda si ripiglia i calici e si allontana facendo oscillare le anche. Androlli vorrebbe richiamarla e cerca di infilarsi una mano in saccoccia per darle una mancia, ma, perché la bevanda gli ha reso i riflessi lentissimi, o perché anche lui ora è nudo, le sue dita annaspano nel vuoto. E la passeggiata riprende.

Tra stalagmiti di cioccolato e geyser che sprizzano Dom Perignon, Androlli scorge migliaia di tavoli occupati da automi asessuati e con il volto metà coperto da megaocchiali da sole. E vede, in una specie di "boulevard periphérique" della sala-caverna, innumerevoli pinguini che, carichi di piatti e vassoi, si incrociano come in una forsennata gara-corsa. Il boccaccesco capopinguino, in una giacca rossa dai risvolti neri, opimo, barbuto e con un naso da pagliaccio, sta rivolgendo questa predica alla folla di replicanti disciplinatamente seduti:

«Liebe Gäste, cari ospiti, dovreste imparare a essere più esigenti! Ammettete di peccare di nozioni culinarie? Ebbene, procacciatevi qualche tomo edificante, di quelli in cui gli elucubranti Maestri col Mestolone - gli Artusi, i Brillat-Savarin - illuminano la plebaglia. Ma, Dio puzz..., nel frattempo il vostro palato dovrebbe essersi raffinato! Viviamo, infine, in un’epoca di ferie pagate e viaggi all’estero! Dovreste sapere che la coda di rospo non è una turbotin e il loup è differente dal Seewolf. Ma sì, tanto voi ordinate sempre e solo calamari! Gggh. E cozze! Doppio gggh. Gustate una dorade grise, piuttosto. Il pesce di San Pietro... zampe di rana (sissignori: anche la rana è un pesce!). La nostra casa può offrirvi questo e altro. Rombo, granchi di mare, langustine... Siamo in grado di prepararvi un’eccellente zuppetta. Però» (alza un dito), «non azzardatevi a criticare...» (inaspettatamente si rivolge al signor Androlli, proprio lui tra tutti, facendolo trasalire) «...non azzardatevi a chiamare la nostra zuppetta con falsi nomi». Scuote l'indice in segno di riprovazione, aggiungendo, chissà perché: «Malizioeus!». Torna a guardare le sconfinate file di tavoli. «Quanto alla carne, la costata alla griglia viene tagliata alla francese, lasciando il bordo di grasso: non pensate, dunque, che ciò sia un errore o una manchevolezza del nostro chef. Il signore del tavolo duemilaquattrocentotredici faccia attenzione: gli scampi non sono duri. Tolga la buccia e se ne accorgerà. E lì, al settecentotrentuno: è questo il modo di mangiare le escargots? M’ingrifo... Soprattutto, una regola da non trascurare mai è: annusare sempre il foraggio prima di infilarlo in bocca!».

Marco sospinge il sempre più allocchito Androlli su un sentiero sdrucciolevole perché cosparso di crema di fegato d’oca. Attraverso una strettoia fornita di porta girevole, fa entrare l'ospite nell’anticamera della cucina, dove, con gli alti cappelli sulle ventitré e le giacche marmoreggiate da macchie variopinte (come giubbe di operosi Van Gogh), schiere di aiutocuochi, a un suo segnale, intonano un coretto che fa rizzare i capelli in testa all’Androlli. La canzone dice:

 

"Il passaporto col ragù

e i maccheroni di buona creanza...

Non chiederci, ancora e ancora,

qual è la nostra cittadinanza.

Noi vogliamo - lo vuoi tu? -

essere figli, da oggi, da ora,

del Capo di Buona Speranza".

 

Superato lo strampalato coro, Marco muove ancora alcuni passi, scosta un drappo corvino mezzo celato da carnieri strabocchevoli di tordi, fringuelli e fagiani e annuncia: «Herr Giacchettov!». Senza neanche attendere una - tra l’altro improbabile - reazione di protesta di Androlli, con occhi stretti e sinistramente lucidi gli fa segno di entrare. E l'uomo si ritrova in un antro angusto e oscuro, una sorta di abside dal muro spugnoso. In fondo a questa cripta o recesso geologico, tra pentoloni che bollono e forni surriscaldati, siede, su uno scranno di granito... con un frullino in mano e uno scolapasta sulla testa neroricciuta... più che decente, anzi altezzoso nonostante la sua statura mediocre... sì, lui: Re Giovanni, l’ingegnoso e simpatico pollicino della Banda dei Cinque.

A questo punto il signor Androlli sviene, non senza prima aver esclamato qualcosa come: «Ummammamia! Lo sapevo, l’avevo sempre saputo, opperbacco, e mica sono fesso io! Lo sospettavo che voi del Capri eravate siete poco raccomandabili. In voi c’è qualcosa che non andava che non va...». Scivola a terra mugolando, mentre Marco si desta ridendo.

 

                    1988

 

Desolato per Connie, ma non potrò essere al Pasch la sera convenuta.

Nell'attuale frammento temporale sono impegnato in una relazione tormentata quanto focosa con Gina, mia focosa quanto tormentata collega, e sento di dover mettere in chiaro diverse cose con lei; decido perciò di mandare all’appuntamento con Connie Otto, l’uomo che ci porta l’insalata.

Non so perché l‘ho fatto: forse per dimostrare a Gina che posso benissimo rinunciare alle altre se solo lei la smette di fare la ritrosa. Fatto sta che, quando Otto se ne rispunta nel nostro locale, mi riferisce che Connie si è infuriata della brutta. "Ovviamente" lui le ha subito messo addosso le manacce e "ovviamente" le ha spifferato che io altro non sono se non uno scugnizzo di cucina. Ma intuisco che la brava donna ha dato di matto non tanto per le menzogne da me propinatele, quanto più perché le ho mandato in mia vece quel contadinotto grossolano.

«Non farti più vedere da lei», mi avverte Otto, l'ortolano. «È proprio fuori di sé.»

Accolgo la notizia con una scrollata di spalle, anche se internamente mi sento bruciare: la notte con Gina ha deluso ogni mia aspettativa.

 

La settimana successiva, nel giorno del mio compleanno, torno a Traumfurt; stavolta per far visita a Geppo e Babsy. Geppo e Babsy non dimenticano mai una data importante, ergo non hanno dimenticato nemmeno questa. Premurosi come sono, vogliono festeggiare il mio genetliaco.

Per me Babsy è come una sorella indulgente, una buona amica con la quale potersi confidare. Spontaneamente, le racconto di C. «Oh, io la conosco bene», afferma Babsy. «Avrà dieci anni più di me ma viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda.»

Ridendo demenzialmente, le riferisco come si è svolto l'incontro al Pasch tra me e C., e lei si incollerisce. «Non credevo che fossi un simile Spitzbube, un malandrino, uno stronzo», mi schiaffa sul muso. «Perché le hai detto tutte quelle cappellate? Connie è un tipo eccezionale, una vera signora, un'amica insostituibile...», ecc. ecc.

Lascio pure che l'uragano percuota il mio capo. I suoi rimproveri non mi fanno né caldo né freddo. Non avverto il benché minimo senso di rimorso. Certo, dire bugie non si addice alla mia indole; ma a quale donna non ho già mentito almeno una volta da quando mi trovo da questa parte delle Alpi? In fin dei conti sono un italiano, no? Ci affibbiano etichette, ci incollano addosso cliché: ebbene, noi li appaghiamo, le appaghiamo, comportandoci - appunto - "da italiani".

Mentre Babsy continua ad appellarmi in tutti i modi, sto a sorriderle come un beota.

Poco dopo ci infiliamo nella sgangherata Mercedes di Geppo e partiamo in direzione del Lago di Chiem. È una notte stupenda, notte stellata. Sprofondato sul sedile posteriore, ascolto il country sdolcinato che scaturisce dall’autoradio. Adesso è forse a Gina che dovrei pensare, e invece penso a C. Ai suoi capezzoli turgidi sotto la camicetta di seta, ai suoi denti candidi, alle esili rughe che le solcano il viso. Lei mi si è schiusa subito come uno splendido fiore maturo, mi ha accettato per quel che sono e non per quello che io le ho detto di essere... E io, come ringraziamento, le ho spedito a giro di posta quel bavaresaccio di Otto Mayerhof, il nostro insalataio... aggiungendo un’altra ruga alla sua già fitta costellazione.

 

Babsy allarga la tovaglia sulla sponda del lago. Consumeremo un picnic a lume di candele. L’acqua sciaborda ottusamente, nera come il petrolio.

«Auguri!».

«Sì, auguri, auguri! Venticinque anni, hai, Coso», proferisce Geppo. «Possiamo darti il benvenuto nel coso... nel club delle persone cose... delle persone adulte.»

E la classica tirata d’orecchio.

Da un vicina taverna greca proviene il suono di un Sirtaki o di qualche altra danza arcaica. Facciamo il bagno nudi. Dopo la nuotata, rimango solo sulla riva di pietrisco. Solo. Solo...

Sdraiato a braccia e gambe larghe, osservo le stelle che mai, mai, MAI mi sono sembrate tanto lontane. Venticinque anni. Eccomi: il grande scrittore, un impostore!... I bagliori tremolanti delle candele illuminano i resti del picnic mal digerito.

 

                                                                                                                               

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