Libro Secondo

 

                                    IV

 

Così, ora arrivava al lavoro puntualmente tardi, il cuore gonfio di letizia e la testa completamente sgombra. A pranzo, il personale del Capri veniva piacevolmente sorpreso con tacchino arrosto, verdura alla creola e pane abbrustolito all’aglio. Con il ritorno di cibarie decenti, anche l’umore migliorò. La conversazione riprese a fiorire, riacquistando i livelli abituali.

«Non t’ingozzare. Ma guardati! Mi pari Nostradamus, il campanaro pazzo.»

«Il campanaro che dici tu si chiama Quasimodo. E non era pazzo, ma solo un po’ spiantato.»

«Quasimodo? Non era un poeta?».

Anche la radio in sala sembrava più allegra. Evergreens degli anni Sessanta e Settanta intasavano le ore futili della quotidianità.

Nel corso di quelle due settimane, Marco tornò di rado nel suo abbaino. E troppo tardi scoprì di non aver chiuso la finestra. Male, male. La signora Nanut, entrata per controllare che ogni cosa fosse a posto, gli rifilò una ramanzina con i fiocchi. Certo, non ha piovuto, ma avrebbe potuto. E non vogliamo mica rovinare questo prodigio di tappeto, no? Marco controbatté facendole notare che il rubinetto gocciolava di continuo e occorreva farlo riparare. Ma l'affittacamere non gli prestò ascolto. Anzi, andò a guardare se non si fosse scordato di chiudere anche la maniglia della doccia.

Marco sbuffò. Gli si intentava una causa? Per così poco? Avrebbe voluto dire chiaro e tondo alla signora Nanut quanto condannava quel che gli si dava: una termocoperta, sogni elettronici e strumenti di lavoro anziché spazio e tempo illimitati per gioire delle parole e del corpo della sua compagna, un notiziario radio invece delle sgrammaticate memorie orali di un agricoltore, una distesa di solitudine al posto di un giardinetto d’amore. «Embè? Che c’entra?», gli avrebbe chiesto l'anziana Frau. «Pensavo che la stanza fosse di suo gradimento...».

La stanza, certo. Con accessori annessi. E il lavoro: assiomatico. E che il resto venga da sé, se è mai possibile che la fiaba della gioventù squattrinata e senza rifugio possa mai più ripetersi.

Mentre rintuzzava gli attacchi, sentì calare su di sé il peso di un sospetto. Frau Nanut lo stava trattenendo troppo a lungo. Infatti: ecco che lo guardava languidamente... O era la sua impressione errata, maniacale?

Aveva occhi acquosi, Frau Nanut. Pretendeva da lui...? Se era così, aveva preso un grosso abbaglio. Anche se - non sia taciuto - per Marco non sarebbe stata la prima volta che. Con una donna di mezz’età, non sposata. Perché ci sono zitelle, ma non tutte le zitelle sono illibate. Ci sono donne ancora piacenti a cinquanta o cinquantacinque anni che non hanno mai conosciuto la vita di coppia e non fanno che sfornare manicaretti e lavorare all’uncinetto (pedalini! pedalini!); ma non ci sono donne che, udendo zirlare un fringuello in gabbia, non si ricordino di un altro particolare zirlo dentro un'altra gabbia. Il sesso debole? Mamselles energiche, altroché! Tardone sadiche a letto e fuori. Se non c’è da fare la maglia, si può sempre ripassare historiam del vicinato, grammaticam di creme e unguenti e philosophiam saccarifera. Tra le lenzuola sempre fresche di bucato, un’esibizione di rughe, pelle cadente e tutto il resto. E la sbobba alle otto in punto. Ogni separazione non è accompagnata da calze di lana del destino o da lacrime calde, ma da un arrivederci rassegnato sotto le dita di zafferano di Eos.

«Starà più accorto?».

«Più accorto starò.»

«Niente più dimenticanze?».

«Niente più.»

Un sorriso struggente, quasi di sconforto mammesco, e la signora Nanut si tolse finalmente dai piedi.

L'intervallo di libertà a casa degli ignari genitori di Brigitte volse rapidamente al termine. Troppo rapidamente. Ma, se non altro, Brigitte e Marco avevano avuto conferma che una convivenza era (in fondo, d’altronde e perché no) possibilissima. Lui si sentiva già pronto a finanziarle gli studi di tasca propria e prenderla in moglie, anche se la parola "nozze" non era stata ancora pronunciata né da lui né da lei. Non era neppure assodato che la ragazza avrebbe trillato di gioia nel sentirgli chiedere la sua mano. Comprensibile: come avrebbe potuto, lei, avere così poco cuore nei confronti di un padre e di una madre che l’avevano allevata, la mantenevano e avrebbero voluto averla sotto la loro custodia per qualche anno ancora? Ai cari "vecchi" gli avrebbe preso un colpo nel veder filare via la loro cocca, soprattutto se con un Ausländer, un fuorisede.

C’è da aggiungere che le angosce di Marco alla prospettiva di un connubio ufficializzato restavano, pure in questo caso, abbarbicate al timone della ragione, condizionando la scelta di rotta. Perché: e se negli anni a venire la mogliettina gli avesse rinfacciato pecche che lui non voleva ammettere di avere? E se gli avesse ordinato: «Prendi il pupo e va' a fare una passeggiatina con lui»? Marco si sarebbe sentito come l’ultimo degli esseri, un eroe in pantofole, buono a nulla tranne che a recare in giro il porte-enfant (dato che la carrozzina, per Brigitte, rappresentava sicuramente un oggetto estrapolato di desideri contorti). E se gli avesse pure messo le corna (perché dieci anni di differenza fanno presto a divenire un gap generazionale e... coitale) mentre lui, barricato in cucina, ciccio e col grembiule appeso ai fianchi, si ritrovava a condurre una lotta contro il limite di peso dei novanta o cento chili? E se, per soprammercato, lei, ottenuto il titolo dottorale, gli si fosse rivolta con il tono severo e occhialuto di un'accademica, riducendolo per davvero alla dimensione di una pulce, di una larva, di un parassita? Mio Dio no, no! Rimaniamo come siamo! Rimani come sei, Brigitte, innuba e con i tic che tanto mi piacciono e che lasciano a bocca aperta gli spettatori nel loggione. Non perdere mai le tue piccole stravaganze, Britte...

Le stravaganze di Brigitte: al centro di un ristorante affollato, si toglieva le scarpe, le scarpette con la fibbia e, maliziosa, appoggiava i piedi nudi sulle gambe di Marco, nel cromlech di facce ameboidi. A casa, alzava le braccia adducendo di voler prendere il volume più in alto sugli scaffali e gli mostrava, sotto la corta chemise, il sederino. Oppure inseriva nel gabinetto musica di Klaus Schulze per infondergli l’impressione di starsi trovando all'interno di una capsula spaziale mentre era intento a effettuare la defecatio.

         Quest’ultimo particolare, perlomeno, avrebbe fatto andare in solluchero Geppo. L’uomo di Gualdo Tadino collezionava aneddoti e storielline aventi come soggetto l'apparato digerente e gli organi "bassi" in generale. Quando era in vena, li snocciolava a profusione, con gran divertimento suo e del suo pubblico. Bastava che qualcuno accennasse a una speciale "seduta" degna di menzione perché lui prendesse fuoco. Allora, teneva banco agevolmente.

Aveva la digestione difficile e parlarne gli giovava in maniera singolare: alla fine risultava sdirenato ma sorridente, come se si fosse liberato per davvero della zavorra intestinale. Poteva però liberarsi quanto voleva: sarebbe rimasto sempre corpacciuto, gonfio, bitorzoluto, con la pappagorgia; un autentico tamburlano.

Gli altri potevano avere l’epistassi, la scalmana, i foruncoli, la sciatica, il beriberi, il colera, la peste, le vene verrucose, l’ebola, il pericardio bizzoso... Il chiodo fisso di Geppo era la Cagata. (Era lui a pronunciarla così, con la 'c' maiuscola.) Il "tarrabbicacaduro" era la sua poltrona prediletta, su e mediante cui poter contemplare il cosmo con sguardo ancora più bonario del solito, ricevere informazioni attraverso le tubature sibilogorgoglianti e lanciare per gioco SOS fatti di brontolii e scoppiettii vari.

Spesso narrava qualche episodio di quando era nuovo al Capri e, in qualità di semplice impiegato, guadagnava una fortuna: «Molto più di adesso che sono un ristoratore indipendente», giurava. Parlando, si grattava la barba, si beveva la cosa, lanciava ghigni sardonici alle caterine, si spolverava la pelata, prestava gli occhiali a Marco, si perdeva il fodero degli occhiali, la pipa, lo sturapipa, il portamonete.

Durante i primi mesi a Traumfurt era stato colto da violente crisi di stomaco. «Cagate a squarciasacco», le chiamava lui. E opinava: «Doveva essere la senape che mettevo sui Weisswurst». A tratti, con il ristorante pieno all’inverosimile, era stato costretto a scappare al cesso ("il locale d’indecenza") e sganciare tortiglioni impressionanti. «Veni, vidi, feci. Ah,ah.»

Non è difficile immaginarselo recluso in uno di quei cubicoli separati da bianche paratie. A causa della pertinace evacuazione, Geppo stillava melodie maleolenti che non potevano certo sfuggire agli ospiti desinanti appena oltre la porta di falsomogano. Un vero alfabeto morse dell'intestino. Erubescente anche perché mezzo strozzato dal papillon dell’uniforme di servizio, rimaneva nel w.c. il più a lungo possibile, sordo ai richiami del principale e dei colleghi.

«E vi ho detto di quella volta che nel caffè mi ci hanno messo la purga?».

«No. Dài Geppo, racconta.»

erdinger

 

                                                                                                                               

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