IX

Mattina giocosagelsominargentata! Salì nella sua stanza e... vi trovò
Venuzza. O, meglio, Venuzza trovò lui. «Hai unaspirina?», esordì lintruso.
«E del whisky per buttarla giù?».
«Ma come...?».
Venuzza gli spiegò che aspettava lì dalle quattro. Antimeridiane. Era
entrato attraverso una delle finestre dopo aver scavalcato cancelli e siepi ed essersi
arrampicato su grondaie, tetti, recinzioni. Era tutto graffiato, e anche i suoi indumenti
portavano i segni di quelle acrobazie. «Ma la tua roba non l'ho toccata, lo giuro. Dove sei
stato?». Agitò le due mani, che in totale contavano sette dita.
Non aveva unoccupazione. Gli mancava un riparo. Se Marco poteva
ospitarlo? Su quel lettone dallaspetto accogliente? In nome della loro amicizia?
Sarebbe stato solo per un giorno o due, fintantoché non trovava una sistemazione.
«Beh, se è in nome della nostra amicizia...», assentì Marco.
Fu l'incipit di un periodo pazzesco. Con Venuzza al suo fianco, non
riusciva più a prendere sonno. Andrea Cazzarola, detto Venuzza, dalla Calabria Saudita,
viveva di fumo, koks, pops, alcol e valium - "le mie vitamine", le chiamava lui - e
ogni notte si trascinava lo sballo a letto. Suonava il primo trombone nellOrchestra
Fisarmonica: russava, cioè. E, quando non russava, insisteva per uscire con Marco. E,
quando non russava e non insisteva per uscire, se ne stava attorno a nuocere.
«Ma che leggi, ché ti rovvini a vista!». La pronuncia di certe
consonanti era per Venuzza una forma più raffinata di sputo, un pretesto per inumidire il
volto dell'interlocutore. Insieme alla s di "vista", partì un filo
di saliva in direzione dellocchio di Marco. Nemmeno la musica che Marco ascoltava
gli andava bene: «Ma cchi è, sta robba?».
«Non lo conosci? È Leonard Cohen.»
«Che laaagna!».
Marco doveva imprestargli camicie, calzoni, mutande. Per giunta Venuzza
fumava in continuazione: sostanze di origine nordafricana o dellAsia Minore. Mediamente,
un joint ogni quaranta minuti. La cartolina destinata a Roccus, con limmagine del
duomo di Monaco su una parte e lannuncio di una prossima vacanza di Marco a
Schifanoja sull'altra, si andò via via accorciando, in quanto Venuzza la utilizzò a più
riprese per ricavarne filtri. Della cartolina rimasero un frammento del campanile del
duomo e, a tergo, uno stralcio - a inchiostro bic - del desiderato viaggio-lampo.
Il portale e la splendida asimmetria del corpo del celebre edificio monacense andarono
perduti insieme alle frasi-chiavi sullistrice fantasma, le bevute allOrion,
le macerie di un aereo passeggeri abbattuto nei cieli sovietici e un epitaffio per la canzone di protesta.
Quando si alzava per andare a lavorare, Marco guardava con rabbia
"lamico" rivoltolarsi tra le coperte, far schioccare il palato, stendere
voluttuosamente le braccia e riprendere a ronfare. Si domandava come avrebbe reagito la
donna delle pulizie nel sorprendere questo tizio sul letto; e che cosa ne avrebbe pensato
la signora Nanut. O Brigitte, se fosse venuta a lasciargli uno dei suoi soliti messaggi sul comodino. Come spiegare loro? Una regressione biologica di Marco durante il sonno? Marco
che poi, sbugiardando liter delle leggi filogenetiche, ridiventa se stesso appena
desto? Una teoria spregiudicata, e impossibile da giustificare, soprattutto se Venuzza
tornava in sé durante una di quelle visite e, rimanendo lessere regredito che era,
si rivolgeva alle donne con quegli occhi di merda (occhi blu e gialli, come la bandiera
svedese) e, in smarrimento mistico-nirvanico, grassoccio e con addosso solo le
mutande, si sollevava, barbugliando qualcosa con voce velata da alpinista dello sballo, da
scalatore dellebbrezza, rifiutandosi di collaborare al sortilegio della
riconversione da Hyde a Jekyll.
Alla signora Nanut, del resto, bastava cacciare il naso nello spiraglio
per realizzare che nella camera cera qualcosa di anomalo:
nellafosa pulvurulenza dellambiente ristagnava un odore nuovo, un odore mai
avvertito prima. E quale shock per lei se, sul serio, dal groviglio di coperte fosse
balzata fuori quella creatura di palude che, salivando e barcollando, le augurava, più
con un barrito che con un latrato, il buon giorno!
Nel rincasare di pomeriggio, Marco scopriva Venuzza ancora dormiente, oppure già rasato, lustrato e pettinato. Usava il suo shampoo, le sue
lamette, il suo pettine; lo spazzolino da denti Marco lo aveva preventivamente
nascosto. Se era un giorno fortunato, di Andrea "Smoke Two Joints" Cazzarola,
alias Venuzza, trovava soltanto il lezzo di ammoniaca mescolato allaroma di hascish.
Capitava che il calabrese non avesse niente da fumare, da sniffare o da iniettare; allora
gli saltava il ghiribizzo di cacciare la testa dentro un barattolo di vernice che aveva
comprato giusto a questo scopo, allo scopo di fare un trip. (Povero Baudelaire, che
doveva accontentarsi dellassenzio!) O di incollare le narici al "bel
tappeto" - evidentemente di fibra sintetica - di Frau Nanut. Ogni tanto Marco doveva
rifilargli venti-trenta marchi per consentirgli di mettere qualcosa nello stomaco...
Giorni davvero in controsenso. "Amici?", si diceva. "Quando mai lo siamo
stati?".
Le sere spese fuori con questo debosciato erano ancora più sgradevoli.
Persone che prima lo salutavano e si intrattenevano a chiacchierare con lui, ora non lo
guardavano nemmeno. Una volta Venuzza andò a importunare il D.J. del Pasch, chiedendogli
a prestito alcuni dischi o nastri registrati. Luomo alla consolle lo fece
filare e più tardi spiegò a Marco: «Non solo è uno sbruffone, ma è anche un ladro.
Gli ho dato diversi CD, tempo fa, e non me li ha più restituiti. Non sapevo che fosse tuo
amico...». Marco incassò la testa nelle spalle; e zitto.
Dovunque andassero, intorno a loro si formava il deserto. Le ragazze
arricciavano il naso e scappavano. "Ci muoviamo su un sentiero lastricato doro
e abbiamo le suole piene di fango."
Venuzza si vantava di essere un eccellente amatore; ma, a sentire
le pulzelle, ciò non corrispondeva a verità.
Per lui, ogni "tidisca" era una pollastra cui tirare il
collo. E in effetti: alcune frequentatrici della discoteca, ritenendosi molestate,
filarono verso luscita come gallinelle. Venuzza era il gattaccio che le inseguiva. Ecco
che ora, senza chiedere permesso, si sedeva a un tavolino dove una fimmina sorseggiava
una birra. Dopo un paio di minuti chiamò Marco e: «Ti presento na Freundin».
Ebbe inizio una conversazione a tre senza capo né coda. La ragazza,
che masticava un po di lingua nova («pocco pocco», modulò, con il pollice e
lindice ravvicinati), era visibilmente indecisa se doversi rallegrare o meno di essere
stata fatta oggetto di attenzioni da parte dei due Itaker. Venuzza esultava e
preannunciava al compagno, in dialetto, un'orgetta. Marco cercò di indirizzare il
discorso sulla musica, su itinerari turistici: la ragazza gradì. Venuzza tornò a sviare
con la pressione alta, quasi centottanta. Parlava di scopare, di scoparla. Marco affrontò
largomento cinema. Finirono per litigare, mentre la sconosciuta, atterrita, guardava
dalluno allaltro. Marco tentennò la testa in risposta a non si sa più che
domanda di lei. La ragazza lo sogguardò interrogativamente con occhi dolci (l'unico
elemento decente nel suo viso di divoratrice di salsicciotti) e, avendo frainteso non si
sa più che cosa, raccattò la borsetta e si dileguò.
Venuzza sgrignolò con quei suoi denti gialli che gli riempivano la
bocca. Disse che non era quella la tattica propizia, che non è così che si seduce una fimmina.
Musica, viaggi: fandonie! Bisogna mirare al sodo, intavolare il tema nodale, ovvero: fùttiri.
Marco avrebbe impapocchiato ogni cosa...
Era sempre colpa sua, ovviamente. Annoiato, rattristito, Marco lasciò
sfogare il losco "amico" e gettò unocchiata circolare. Era la notte della
Damenwahl, in cui sono le donne a scegliere il partner con cui ballare.
Venuzza si era lavato e spazzolato ben bene proprio per quell'evenienza; era semplicemente agghiacciante
a vedersi! Nessuna delle Damen fu sfiorata dallidea di scegliere
lui. Venuzza comunque non lo sapeva ancora e ciangottava eccitato. Poi tacque un momento.
Cavò uno scatolino per mentine e, dallo scatolino, una pasticca che non era una mentina;
se la mise in bocca, sotto la lingua, e riprese a parlare simile a unanatra con le
labbra di vermut. «A te non ne offro perché tireresti le cuoia», disse ridendo.
E via dilagando, un discorso tra mille schiocchi di lingua e un roteare di occhi,
lanciando sguardi sempre più allucinati alle ragazze che erano allineate come ai blocchi di
partenza (gli uomini se ne stavano ammassati sull'altro lato della sala). A parte il ciarliero italiano,
nessuno pronunciava parola, ma tutti volgevano la faccia di qua e di là e
studiavano attentamente ogni cosa. Ad un tratto il D.J. sorrise e, augurando buona danza,
poggiò sulla piastra roteante uno dei suoi cavalli di battaglia. Fu come il risveglio di
Proserpina (una fantasia germanica). Le donne si riversarono di corsa sull'altra sponda di
quel mare di aspettative e ognuna tirò a sé un bullo. Si formarono le coppie, la pista
divenne una bolgia. Seduti soli rimasero Venuzza, Marco e pochi altri strambi individui.
Dapprima Venuzza mise su una faccia afflitta; dopo scalpitò. Non
voleva essere ignorato, voleva partecipare, partecipare. E lo fece: a modo suo, ovvio.
Toccò i glutei di una donnina che stava andando ai servizi e lei lo apostrofò come
si fa con un cane rognoso. Venuzza ghignò, strizzò gli occhi (o, meglio, i bulbi sporgenti
degli occhi), girandosi verso Marco: cercava unintesa. Ma Marco non era più
dove stava prima. Se n'era andato, piantandolo in asso.