Libro Secondo
V
Tredici notti di felicità insieme a Brigitte. E, al mattino, Marco si
trascina - meno felicemente - fino al locale. Ormai non dorme più, e neanche nella pausa
del pomeriggio si concede una siesta.
Come impiega il signor uomo le sue tre ore pomeridiane di libertà?
Vediamo.
Terminato il primo turno, prende la duecavalli e compie un
giretto senza meta prefissata. Brigitte continuerà a dormire fino a sera: il loro
rapporto esclusivamente notturno le ha sconvolto il ciclo fisiologico, e lui naturalmente
la lascia al suo sonno.
Guida lentamente, catturato dal vortice delle calde giornate.
"Buongiorno, Cancro!". Beve a lunghi sorsi lazzurro pastoso di
questora di vie deserte (sembra che tutti, come Brigitte, stiano a fare la
pennichella), predisponendosi al rompimento di scatole del turno serale, allo stordimento
in cui, tra non molto, il crepuscolo estivo lo deporrà con la gru della sua agitazione
erotico-gaia.
Che passeggiata ritemprante! Gli capita di infilare una strada sterrata che si inoltra
nella boscaglia e alla mente gli riecheggiano alcuni versi di Hoffmann von Fallersleben:
"So scheiden wir mit Sang und Klang,
lebwohl, du schöner Wald".
Sì, addio, bella foresta! Dicono che muori: addio. L'occhio poco
allenato di Marco non riesce a cogliere i segni della rovina. Sicuro, nemmeno lui è tanto
cieco da non vedere le cartacce disseminate qua e là, le lattine, le bottiglie vuote; ma
non gli pare che queste scorie deturpino il volto della natura in misura preoccupante.
La strada sbocca in una radura, dove si esaurisce. Marco scende e si
mette a spedulare nella vegetazione che, a un esame più ravvicinato, si rivela
stagliuzzata, smangiucchiata, cosparsa di macchioline sospette. Mentre procede così,
impigliandosi nei cespugli di sambuco e incespicando sulle pietre conficcate nel terreno,
alle sue spalle i rombi dei motori e i brontolii delle fabbriche sfumano in un vago
presentimento di libellula. Gli alberi sono fitti e, se si allargano, è per far posto a
una marcita oppure alla casupola del guardaboschi. Scricchiolio del legno; stridore di un
gatto volante che salta da un ramo allaltro.
Labetaia si trasforma in una parata di pioppi. Marco respira a
pieni polmoni. Eccolo, lo scenario che ispirò le fiabe popolari poi trasposte sulla carta
dal collettivo di autori noto come The Grimm Brothers! I personaggi di quei racconti: lupi
e orsi parlanti, draghi, streghe, principesse del pisello, chimere, bislacchi frugoli...
Gli viene da sorridere, a dispetto del brivido procuratogli da uno slittare di ombre che
invece sarebbero dovute rimanere immobili.
Un istrice flemmatico, simile a un'irsuta tartaruga, gli attraversa il
cammino. Marco si ferma per consentirgli di passare. L'istrice si attarda davanti alle sue
scarpe, mostrando di non essere affatto timoroso. Oh, se si potesse vivere tutti così,
senza aver paura né incuterne, creature di ogni specie radunate in un unico affresco, in
una quieta rappresentazione globale del Mondo! La Congruenza Terrestre, capolavoro
del "periodo blu" del maestro... del Maestro.
Listrice esita un attimo e poi sgambetta via, svicolando dietro
un tronco.
Marco sosta per qualche minuto, soprappensiero. Congruenza Terrestre?
Noi tutti, uomini e bestie, coesistiamo tuttaltro che in armonia. Formiamo un
bailamme vomico, un arcigno sovrapporsi di denti e artigli, come in un palinsesto in cui
prevale il colore del sangue. Il carnaio si accalca con foga verso il punto centrale del
dipinto, ridicolizzando loriginaria intenzione del Maestro di infondere alla
rappresentazione un senso di ordine, bellezza e proporzioni. Dalle bocche spalancate di
bipedi, tripedi e quadrupedi esplode un selvaggio urlo corale.
Nella profonda calma boschiva, questa visione à la Hyeronimus Bosch
gli procura le vertigini: è come un risucchio d'aria originato dal Buco della Strega.
Mentre i suoi bulbi oculari percorrono il babilonico affresco, si aggrappa a un ciuffo di
felci. Dappertutto, nell'enorme tela, pozzanghere di rubino. Osservato da una certa
angolazione, linsieme della fauna terrestre costituisce un agglomerato turrito verso
lalto e sfrangiato ai bordi; un gigante orribile schiacciato dal proprio peso. Gli
uomini tendono decisamente verso il fulcro, come se fosse quello il traguardo precipuo. Il
resto degli esseri si accumula ai lati a comporre clivi di patetico, rabbioso dolore -
ornamenti secondari, quasi una cornice dentro la cornice.
Marco inclina il busto per sbirciare dietro al tronco dove è sparito
listrice; ma niente: né istrice, né riccio e neppure porcospino. Lirto
animaletto pare essersi dissolto nel nulla. Ci sono solo due o tre cumuli di terriccio
poco discosti: formicai ad altezza di stinco.
Il bosco brulica di presenze invisibili e lui comincia a turbarsi. Cosa
si muove laggiù? E quelle due cosine luccicanti nel folto della vegetazione, sono occhi?
Gli rinvengono storie di ibridi, mostri, entità assolutamente fuori dell'ordinario. Il
suo cervello gli fa "vedere" un abitante dei boschi come oggi soltanto un
computer con i circuiti sfasati potrebbe elaborare: lincrocio tra un predatore
dellaria, un roditore, un uccello acquatico e una iena. È il Wolpertinger,
protagonista di una saga bavarese.
Uff! Si sorprende a scuotersi come un cane. Che ore saranno?
Come al solito non ha l'orologio. Alle cinque deve essere di nuovo al Capri...
Solleva la faccia per orientarsi con il sole, ma il cielo è schermato
dai rami. Si accinge allora a tornare indietro, pedinato dagli acuti sberleffi del
gufoanitravolpeserpente. È sudato, e non per il caldo, quando finalmente si ritrova
allaperto, sotto la luce tersa del giorno. Ma non è una radura a presentarglisi
alla vista: è l'estesa marna alluvionale che divide l'area alberata dal fiume Traum.
Rintronato, se ne sta con i piedi immersi nellacqua. Nessuna
uscita da lì.
Si rituffa nella frescura verdeggiante, i calzini bagnati fino alle
caviglie, e prova in unaltra direzione; per andare a sbattere contro un fitto
canneto. Doppio uff! Si impone di non perdersi danimo. In fondo questa non è
la Foresta Nera, né il bosco di Sherwood, ma una macchia di vegetazione aggrovigliata
che, a costeggiarla in auto, sembra proprio insignificante. Dunque: nuovo tentativo, quasi
di corsa, braccato dal bizzoso pipistrelloviperalupocivetta; e si ferma contro una solida
e impervia collina piena di rovi e ortiche. Non è possibile! Via in unaltra
direzione, graffiandosi e scorticandosi tutto. Anche stavolta il bosco finisce in qualcosa
che non è la radura dove lo aspetta la duecavalli. Si tratta tuttavia di un
prato invitante, muschioso, zeppo di margheritine e ambra gialla, e Marco, pungolato da un
desiderio imprevisto, vi si lascia cadere, offrendosi ai raggi ormai obliqui del sole. Al Capri
si staranno chiedendo dove è andato a cacciarsi...
Dal bosco proviene tutta una polifonia di uuuuh!, brrrrì, cu-cù, un
frullare di ali, uno sventagliare di fronde e cespugli... e la fantasia di Marco lavora a
pieno ritmo. Dovrebbe farr domanda per essere accolto nella Cooperativa Grimm.
Si sorprende a stare benone sdraiato su quel praticello. Aaah! Ma
sì, che il resto vada in malora. A che prò abbandonare il nascondiglio naturale? Perché
non adeguarsi alla condizione di Buon Selvaggio? Risposta: perché un uomo ha bisogno di
cibo; e, se non si posseggono listinto e labilità di un predatore... E,
soprattutto: perché manca la donna.
Ancora: la donna. Per lui, che a tratti fu un pulcinella
adamitico? Insistere nel lungo, sfibrante inseguimento per approdare infine a quel gioco
di cerimonie chiamato matrimonio? ("Matrimonio": un vocabolo che né lui né
Brigitte hanno ancora pronunciato; in nessuna lingua e neanche per scherzo.) La donna.
Per una vaga analogia, gli ritorna in mente la prima di tutte le donne: la madre.
È vero che pensiamo a nostra madre nei momenti più strani. Mentre
siamo a pranzo con i colleghi, l'occhio ci cade sul coperto della tavola e ci rinviene la
tovaglia a fiori o a scacchi che ospitò le briciole dei nostri pasti delletà
scolastica e i cui colori assorbivano la luce finché, lo sguardo perduto, non avremmo
saputo dire se fosse mattino o sera e se nostra madre cantasse per orgoglio di noi oppure
per tenersi compagnia mentre lavava i piatti rammendava spolverava.
Noi non abbiamo mai capito nostra madre: ricambiamo con indolenza il
suo affetto. Noi non arriveremo a capire mai la nostra compagna: copuliamo e... ridiamo.
Oppure ci incazziamo per i suoi sbalzi di umore... per la sua pateofobia... le sue lune!
Ci ripetiamo che questi capricci non derivano altro che dalla quantità di estrogeni
presenti nel suo sangue durante le varie fasi del ciclo. Ma se è così, da dove viene il
lunatismo di noi maschi? Quali maree, quali pianeti influiscono su di noi, convertendoci
in orsi, in lupi mannari?
"Britte, Bri, Gitte. E dovrei rinunciare a te per il
miraggio di un Wolpertinger?".
A questo punto, la vista schiarita e interamente compreso di sé, balza
allimpiedi e si incammina con cieca sicurezza. Attraversa uno schieramento di faggi
e, come se lo avesse saputo da sempre, ecco laggiù la sua macchinetta con i tipici fanali
sporgenti. Avvia il motore e, con tutta la calma di questo mondo, ritorna alla rete di
strade cui - ora lo sa - appartiene indissolubilmente.