Libro Secondo

 

                                   VI

 

Come abbiamo visto, di pomeriggio era d’obbligo trascorrere almeno una mezz’oretta al Dolomiti. Roland, i capelli radi e gli occhi tirati all’ingiù, di solito era impenetrabile e poco incline a sbilanciarsi; ma, quando il suo localino non era affollato, si sedeva al fianco di Marco e colloquiava completamente rilassato. A forza di frequentare italiani, il gelatiere tedesco aveva finito col padroneggiare la lingua tosca.

"Mezz’oretta" significa il tempo di bere una spremuta d'arance e scambiare qualche chiacchiera sul caldo, sull’andazzo delle cose nell'universo della ristorazione, sugli avvenimenti sportivi, sulla Crisi del Golfo.

«Roland, credi che scoppierà la guerra?».

«Che ne so, Marco. Scoppierà, non scoppierà... Noi siamo lontani, non può succederci niente.»

La guerra non ci tange, quindi possiamo comportarci da persone di mondo, sorseggiare la nostra bevanda e ostentare l'impassibilità degli esseri superiori. Ma se non altro dovremmo ammettere di aver avuto fortuna: il potersi rivestire di civismo, di maniere squisite, è, infatti, il più esorbitante dei lussi.

«Scoppierà, non scoppierà... Che ne so?».

Oltre ad arrecare morte e distruzione, le guerre segnano la nascita di individui costretti a compiere un passo a ritroso: dal Neolitico al Paleolitico, per così dire. Molti dei sopravvissuti non sono che cadaveri nuotanti in un mare di cadaveri. Tanti altri - i padri, i fratelli, i figli - sono stati deportati o eliminati da un cecchino, caduti sul campo o precipitati in un cratere. Loro, i sopravvissuti, vagolano come morti viventi. A casa le loro donne li piangono come vedove mentre sono costrette a concedersi ai militi delle truppe vittoriose. Le stagioni penseranno a fugare il ricordo, e un giorno degli zombie resterà solo il nome - ma neppure questo è certo.

Dispersi per valli e monti nelle "zone franche", oltre quelle che furono le trincee nemiche, nelle terre di nessuno, questi solitari si pascono di erba. Passaporto e uniforme sono ininfluenti, il loro nome è stato radiato dagli atti notarili. Svuotati da ogni desiderio, si smarriscono in città sconosciute, dove un idioma straniero gli si infilza nella gola. Rimangono sordi al richiamo dei tamburi e nessuno gli offre un bicchiere di acqua quando hanno sete; figurarsi una spremuta d’arance!

Ma con Roland non si poteva parlare di queste cose. («Noi siamo al sicuro, qui. La tragedia non ci sfiora.») Da beneducati cittadini dell'Europa moderna, si intavolavano altri argomenti, argomenti che vertevano sostanzialmente sulla cerchia dei conoscenti: personaggi comuni, con una testa, due braccia e due gambe all’incirca come me e te. Al Dolomiti si poteva parlare - e lo si faceva spesso, difatti - di locali.

Ogni volta che Marco passava in rassegna insieme a Roland la situazione dei locali della zona, la struttura del microcosmo in cui viveva gli appariva secondo la visuale dell’economista. Gli sembrava di scorgerli, questi proprietari di discoteche, birrerie e ristoranti, mentre a sera, nei periodi di baisse, facevano la ronda sulle supercilindrate spiando i parcheggi dei concorrenti per vedere chi incassava di più, se si incassava, e capire come mai da una parte c’era il pieno di gente mentre dall’altra regnava il vuoto sbadigliante. Incontrandosi ai crocchi, fingevano di non vedersi, oppure si scambiavano un breve saluto attraverso il parabrezza. O, ancora più ipocritamente, frenavano, scendevano e si venivano incontro con un «Oh che combinazione!» e «Carissimo! Passavo di qua per caso», sorriso marca Actors’ Studio e mano tesa in avanti.

Anche Geppo e Giovanni, a turno, andavano in ricognizione. La storia di Traumfurt era, per certi versi, la storia dei locali di Traumfurt: un gioco laborioso di alleanze e di simpatia-antipatia. Su questo tema i due compari la sapevano lunga, almeno quanto Roland, e potevano narrare con copiosità di dettagli e accurati richiami cronologici.

Il Dolomiti era un punto di ritrovo fermo. In mezzo a tutti, smilzo e con i baffetti appuntiti, Roland cuciva conversazioni, redimeva peccatori, smorzava liti, informava sul valore giornaliero del marco, illustrava probabili investimenti redditizi; spesso più a suoni gutturali che a parole compiute, e senza l’obbligo di facili tueggiamenti. Inoltre scambiava soldi, produceva caffè semplici o corretti, infilava una cannuccia, offriva una sigaretta... Era un palo di sostegno e stava costantemente all’erta per scoprire ciò che avrebbe potuto sostenere ancora. Riempiendo coni e coppette, puntellava con il pensiero muri fatiscenti. Al di sopra del tetto si allargava un cielo tipicamente teutonico, wagneriano addirittura; pronto a crollare da un momento all'altro. Ma adesso era parzialmente nuvolo: lo strato di bambagia ne avrebbe attutito la caduta.

Anche quel pomeriggio sciamarono nella gelateria le solite scolarette, subito attorniate dagli italici soggetti. Fumando e bevendo, le ninfe a scartamento ridotto (Gundi, Julia, Luzi...) si misero a chiacchierare di pillole e preservativi: un tema che era evidentemente ormai di dominio pubblico. Marco si chiese se avessero mai sentito parlare del metodo di Ogino-Knaus (che, nella bocca di Giovanni, diventava meravigliosamente "metodo di Vagina-Grass"). La "sua" Nicole era in mezzo alle altre, ma - prese nota lui, non senza soddisfazione - non era tra la più impertinenti.

Fece il suo ingresso Geppo, perpetua attrazione di Traumfurt e dintorni. Aveva parcheggiato davanti al Dolomiti la sua Mercedes 200D che ormai cadeva a pezzi. A mò di saluto, tuonò di avere una gran fame. Buffo tipo di ristoratore! «La fine del porco è l’inizio del prosciutto», citò da Anonimo, prima di addentare un panino imbottito, una delle specialità del Dolomiti.

Poco dopo arrivò anche Giovanni, esile e distinto, sempre carico di vis comica e con un’ombra di camera da letto che gli segnava il volto smagrito. Trovato posto, lo chef de cassius svuotò sul tavolo il contenuto di una borsettina di cuoio. Una pioggia di monete si riversò tra i posacenere, i pacchetti di sigarette, le bibite e i mazzi di chiavi. Marco ignorava che Giovanni si interessasse di numismatica, e quello gli spiegò che era una passione che aveva scoperto di recente. Per lui il valore reale dei reperti era irrilevante; ad affascinarlo erano massimamente le monete esotiche: più esotiche erano e più se le teneva care. Disse di averne già chieste al trasportatore di mattoni turco Alì Fuat, alla scostante camerierina dello Shangri-La, allo slovacco insonnolito che faceva il portapiatti all’Alexis Zorbas e a Dimitri, cuoco dell'Alexis Zorbas che assomigliava al pupazzo semprimpiedi con cui si giocava da bambini. Con tutti gli stranieri che c'erano in giro, non ci voleva nulla a procurarsi esemplari insoliti! Il clou della sua collezione era costituito da certe monetine giapponesi talmente leggere che, a lanciarle in aria in un giorno ventoso, si rischiava di non ritrovarle più.

Un piccolo pubblico si raccolse intorno al tavolo, ma Giovanni-Giacchettov non concesse a nessuno il tempo di lustrarsi gli occhi ai vari ducati e talenti, ai pezzi di rame e ai pezzi d’argento, alle patacche con sopra un’aquila o il profilo di un tiranno re: tornato a radunare il gregge di spiccioli, lo spinse dentro il sacchetto di cuoio. Poi si diede a girellare per la gelateria, domandando ai connazionali se fossero in possesso di un esemplare delle storiche cinquecento lire. Infine rimase a scherzare con le mocciose. Alle sue spalle, Roland gli promise di fargli recapitare una preziosa rarità: il cinque marchi d’argento degli anni Cinquanta - un semi-doblone. «Wow!», fece il vivace "caprino", «vielen Dank.» Ma già stava scambiando battute con le pubescenti tutte deodorante e risarelle, dimentico dell'altro suo passatempo.

          Marco si chiedeva come mai ci si assembrasse tutti lì, giorno dopo giorno. Forse perché bere l'espresso era una cerimonia sacra, irrinunciabile? O perché vi si potevano leggere a sbafo i quotidiani nazionali? Più verosimilmente era per placare gli istinti tribali, stando in compagnia di persone che parlano la nostra stessa lingua. Uhm. Humana Tragedia o Divina Commedia?

"Ci comportiamo come se avessimo sette vite. Ci diamo alle perversioni, alle frivolezze, invece di erigere la statua all’Eroe del Silenzio che potremmo essere. Ma senti che blambanate!".

«Eh», sbottò Geppo, «queste caterine sono ancora tenere...». Con velata acrimonia. Poi filosofeggiò: «Ma sì, il mondo non è per nulla cambiato... Tutto è rimasto uguale a dieci, venti, trent’anni fa».

Gli altri recriminarono: «Trent’anni fa? Trent'anni? Hai forse dimenticato che cosa è successo in tutto questo tempo, Geppo? L’uomo ha messo piede sulla luna, nuovi governi si sono formati, interi sistemi politici sono crollati...».

«Ma no. Io dico Ponzio e voi capite Pilato. Mi riferivo alle caterine. Adesso magari portano i cosi... i capelli in un’altra maniera, ma in fondo sono le stesse dei tempi miei.»

«E com’erano ai tempi tuoi?».

«E come potevano essere? Sempre in cerca del lecca lecca.»

Ah, ah, ah.

Il pomeriggio si snodava liscio: ogni cosa secondo copione. Le menti galleggiavano nella confortevole foschia abituale. Nihil novi sub sole. Finché una clamorosa entrata in scena non lasciò tutti ammutoliti. Era soltanto il signor Androlli. Ma com’era parato! Indossava shorts variegati, calzette rosso fuoco e magliettina verde bile con strisce trasversali viola. La sua faccia esprimeva una contentezza che nessuno gli conosceva, come se il suo stato d'animo si fosse orientato con quell'inconsueto abbigliamento. Avanzò sostenendo con sicurezza gli sguardi perplessi e a un certo punto, cantilenando qualcosa, improvvisò una specie di one step. Con quei ginocchi di bue! Era una sensazione vederlo con quegli accessori fashion. Fino ad allora Androlli non aveva osato mostrarsi se non totalmente straight, in abito di grisaglia e cravatta, rolex, gemelli e fermacravatta.

Quando il silenzio generale si trasformò in una tensione ilare pronta a esplodere da un secondo all’altro, lui si degnò di fornire una spiegazione: «Scusatemi, stronzacci, ma oggi per me è una giornata speciale». Come per evitare malintesi. Abbandonatosi su una sedia, ghermì il martini con ghiaccio che Roland gli aveva portato e: «No, non festeggio niente», disse, indovinando la non formulata domanda della platea. «È solo che... Oh via, rompiglioni! Ognuno ha le sue stravaganze, le sue botte di allegria, no? Che cavolo credevate, razza di giuda? Che ero un robot frigido? Adesso lo sapete. Anche se sono un ommo d’affari, ho bisogno di lasciarmi andare anch'io. Ho anch'io i miei giorni di pazzia. Io li chiamo "giorni affricani". È qualcosa che è nel sangue, dentro di me. Come un ritmo di giungla, bum, bum, bum!». Batté con la mano, e tazze e bicchieri tintinnarono. «Una musica che ogni tanto diventa più forte e si impadronisce del sistema linfatico. Bum, bum, bum!».

«Bum, bum, bum!», echeggiò una voce dietro di lui, che doveva essere quella di Venuzza. Ma il Dottor Androlli («Smettila o ti do una sfraganata di mazzate sulle corna») non smarrì il suo sorriso. Era seriamente su di giri. Fece un cenno furtivo a Marco e poco più tardi, approfittando di un istante in cui né Giovanni né Geppo prestavano attenzione, si sporse per domandargli:

«Dunque lavori ancora con quelli?».

«Perché? Sì.»

«E... ti trovi bene? No, te lo dico perché veniamo tutt’e due dalla Sicilia. Trinacria. Terra d’Eureka. Vabbe', se da Geppo ti trovi bene, occhèi. Se no, puoi cominciare subito da me, all’Amalfi. Domani stesso. Immediatamente. Tra compaesani ci si deve aiutare, eh?».

Si smentiva: giorni affricani o no, era e restava un "ommo d’affari". Uno sleale uomo d’affari, peraltro. Una delle leggi non scritte della gastronomia italiana all’estero dice che non si deve tentare di sottrarre il personale alla concorrenza. Le pizzerie in Germania sono messe alle strette dal calo iperbolico di emigrati italiani che si registra da anni, e devono assumere manodopera est-europea, maghrebina, asiatica.

Marco obiettò: «Ma appena l’altro giorno mi hai detto che non mi ritieni un cuoco!».

«Che significa? Io sono un cuoco, tu sei un cuoco, lui lei esso è. Sicuro, la sfida è ancora valida. Così vediamo chi di noi è il migliore. Ma...».

«Puoi offrirmi un posto come cameriere?», indagò Marco.

Androlli, lupesco, acuì vista e udito. «Vuoi dire, devo intendere che, se ti prendo come cameriere, smetti da loro e incominci da me, all’Amalfi?».

Le ultime battute furono captate a volo da Giovanni. «Dottor Androlli», intervenne il piccolo chef, «che è 'sta democrazia?».

«Ah?», sussultò l’interpellato, la bocca sempre piegata in un sorrisino. «Non capisco.»

«Ora ti dirò un paio di cosette così che anche tu possa capire.»

In quella, Geppo rivolse le sue ridondanti guance. «Che succede?». I suoi occhiali si puntavano ora sull’uno, ora sull’altro. «Che c’è?». Ma nessuno gli badava, e Geppo ci rinunciò. Si sentiva spossato. Queste temperature! Non fare nulla affatica la mente. Ordinò una pils con la pipa che sbuffava cirri di cavendish.

Quando fu alla seconda pils, venne interrogato da Androlli, che non aveva perso quell’inedita versione di un sorriso deficiente: «Ehi, Geppo, da quando in qua ti sei messo a bere di nuovo, mmh? Da quando ti sei ridato all’alcol?».

L'umbro replicò: «Beh, anche per me oggi è comesidice... una giornata speciale, va'».

«Geppo, Geppetto! Cadi sempre più in basso!»

«Cado in basso? Non posso farci nulla: son troppo pesante.» E rise di questa sua stessa asserzione. «No, scherzi a parte», aggiunse. «Ultimamente sono costipato e ho sentito che in questi casi la birra aiuta. Anche se, bevendo, ingrasso di più.»

Giovanni non poté mancare di lanciare uno dei suoi commenti apodittici: «Ma tu non sei grasso, amico mio. Hai solo l’ossatura forte».

 

Gran parte della conversazione doveva effettuarsi praticamente gridando, in quanto il grammofono a gettoni era regolato a volume alto. In quel periodo, l’hit più selezionato era di un cantante confidenziale italiano che, nel ritornello, proclamava:

 

"Come un falco nella noootteee

io ti rubo il cuooor!".

 

Le mode e i gusti mutavano rapidamente, ma in musica il "cuore" continuava a regnare sovrano facendo rima con "fiore" e "amore". Le altre parti del corpo, sebbene più evidenti, stavano perdendo la priorità che per qualche tempo poeti e poetucoli vari avevano ascritto loro. Prendiamo le labbra. Possibile che non comparissero più in nessuna lirica per il consumo di massa? Sarà questione di punti di vista, ma gli anni Ottanta sono stati tremendi anche per la mancanza di parolieri sensibili. (Della sensibilità dei musicisti è preferibile non parlare.) "E i Novanta non hanno cominciato meglio", si disse Marco. Fosse spettato a lui decidere, avrebbe inserito nelle canzoni più labbra, e gote accese, e nuche scoperte; e gambe. Gambe, gambe... Certo che un verseggiatore dev'essere un bel temerario per scrivere "le tue belle gambe" e poi affrontare bande di femministe scatenate che urlano: «Guardati le tue, macho!».

Ginocchi di bue...

E scoccarono le diciassette. A uno a uno, gli italiani lasciarono la gelateria per ritornare ai rispettivi posti di lavoro: inizio del turno serale. Nicole sollevò il faccino verso Marco, che doveva passarle accanto per raggiungere l'uscita. Era una preghiera o un moto di simpatia quel rivolgergli un’espressione dolce? Lui non poté fare a meno di chinarsi un attimo e sussurrarle: «I tuoi occhi sono dell’unico colore che manca all’arcobaleno».

Ma proprio in quell'istante il chiasso crebbe di intensità, il falco proseguiva a predare cuori nottetempo e le tazze vuote venivano gettate nella lavastoviglie da un Roland indelicato. E Nicole non capì un tubo.

 

                                                                                                                               

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