Libro Secondo

                                    VII

 

Androlli era l’uomo-ovunque. Se ne spuntò al Capri la sera dopo, sul tardi, in un gessato blu che, secondo Giovanni, doveva essere della linea "Marzotto’s manager". Si vede che gli indumenti da spiaggia avevano avuto carattere di provvisorietà. Al fianco dell'eurekiano dal passato movimentato era la sua nuova compagna: una prosperosa austriaca sulla trentina con la quale lui tradiva l’amante con la quale tradiva la moglie con la quale aveva tradito chissachi. La storia dell’umanità è piena di zoticoni dal torace villoso che accolgono visi lacrimanti di sgualdrine.

Androlli ammise: «Avevo nostalgia dei miei amici, dei cari (e dico poco) compari Gion Chisciotte e Geppo Panza». Pulendosi i denti con l'unghia del mignolo (aveva dimenticato da qualche parte il suo stecchino d'oro), ordinò spumante: «Del migliore, Geppo, bitte». Faceva lo spaccone. Un verro inorgoglito. Affermò di avere valanghe di denaro, anche se nessuno gli aveva chiesto niente. Arrischiò inaspettatamente una puntata nella metafisica: «Dio esiste?». Ecco la domanda da un milione di marchi. Lesse l’etichetta sulla bottiglia e approvò. «Ultimamente ne ho bevute di discrete, ne ho scolate eccome. Ma questa qui» (sollevò la bottiglia) «un altro paio di maniche, è. Ottima marca. Danke sehr

«Che, festeggi il compleanno, Dotto’?», inquisì Giovanni, affacciandosi dalla porta scorrevole della cucina.

«Bisogna avere il compleanno, dico, compiere gli anni, per bere sciampagna? Sù, vieni a sederti, Giuva'. E anche quell’altro corbellaccio... il mio paesano. Digli di mettere le corna fuori.»

Non aveva niente da festeggiare, ma lo festeggiava alla grande. Con stile. Slow food e vini pregiati. La sua accompagnatrice sorrideva incerta, stordita da tanto italico sproloquiare. Dovette alzarsi due o tre volte per andare a incipriarsi il naso e Babsy, intenta a sparecchiare i tavoli, ne osservò con livore, da una prospettiva di retroguardia, il magnifico ancheggiamento.

Marco fu spinto a prendere posto in sala.

«Ah, ecco il compatriota. Come al solito in ritardo.» Androlli lo presentò all'accompagnatrice quale «Grosser Mafioso». Seguirono altre scoranti insinuazioni sul suo, sul loro luogo di provenienza. E dopo: «Cumpa’, hai notato che qua nessuno conosce i cannoli? Mizzica, questa un’idea, è! Diventerò direttore generale dell'azienda di esportazione di dolciumi siculi. Mi occorrerebbe solo fare un paio di telefonate. Oppure la sai tu la ricetta, in modo da produrli in loco? Certo che noi laggiù abbiamo specialità...». Mulinò con una mano, roteò gli occhi. «Come, quali? Miiih! Ma che siciliano sei? Ragazzino, ragazzaccio. La pignoccata dove la metti? E la cassata palermitana?».

Marco si fece più piccolo sulla sedia. Si vergognava. Certo: Empedocle, Archimede, Teocrito, Verga, Quasimodo, Pirandello, Vittorini, Bufalino... pesche, susine, albicocche, carrube... tutta roba apprezzabile. Ma non aveva voglia di incoraggiare quel dibattito. Che cosa scrisse Pirandello sulla Sicilia? Scrisse: "Qui l’uomo viene al mondo come Isola sull’Isola e tale rimane fino la morte". Lui se n’era fuggito, era andato via, lontano. Ma lo tormentava il presentimento che sarebbe rimasto "isola" sempre e in ogni dove.

Come docette Goethe, la vita è un'unica, lunga fuga. Marco cercò di squagliarsela dopo aver bevuto qualche sorso di vino con le bollicine. «I fornelli non si puliscono da soli», sentenziò. Ma lo tennero immobilizzato sul posto. Ricordandosi del proverbio: "In taverna coi ghiottoni", provò allora a mettersi a suo agio, di non fare la figura dell'orso. La sua mutria continuava però a mostrarla per intero; e certamente non bisognava biasimarlo. Infatti, come avrebbe potuto ignorare l’affronto fattogli dall’uomo che gli sedeva di fronte?

Androlli non si era limitato a rimostrare per una meraviglia di zuppa di mare, ma aveva anche strombazzato a dritta e a manca infamie sul Capri e - horribile dictu! - sul nuovo cuoco del Capri. Giusto lui, come se amministrasse un ristorante con tanto di stelle! La verità è che il Capri era un tempio per buongustai, cosa di cui non potevano vantarsi né il Da Marcello tanto meno l’Amalfi. Ma in una piccola città come Traumfurt si fa presto a ledere la reputazione di un locale. Perciò Marco metteva su quella faccia scura. Presso i gastronomi, l’etica professionale è estremamente sviluppata. Il suo, comunque, non era puro e semplice orgoglio di cuciniere: lui ce l’aveva a morte con i cecchini dell’offesa, con i calunniatori di ogni genere, tiratori scelti dello stigma gratuito che ti si imprime tra la nuca e le scapole. No, sul serio, non trattenetelo: fatelo tornare di là, a finire di mettere a posto... Poi colse una sventagliata di ciglia dall’austriaca, un sorriso con la punta della lingua che, repentina, ripassava a memoria il perimetro labiale... E rimase. "In taverna coi...".

L’austriaca gli ricordava Hella, che, prima di involarsi verso altri cieli cinguettando in inglese, aveva avuto la stessa inflessione larga, lo stesso inconfondibile accento. Ma la somiglianza non si fermava qui. Anche il petto rigoglioso della donna suscitava in Marco memorie di Hella. A Geppo invece ricordava - come affermò - qualche altra caterina. Una famosa. Ma quale?

«Quell’attrice... Mi sfugge il nome. La... come diavolo si chiama?».

Androlli rise. «Ach, Geppo! Hai una bella testa, proprio ‘na bella capa, hai.»

«Purtroppo dimentico sempre tre cose: date, nomi e... e quell’altra l’ho scordata di nuovo, vedi!».

«E che dice il medico?».

«Non ho bisogno di andare dal medico», rispose Geppo, candidamente. «È colpa dell’incidente.»

«Madre boiona, che incidente?».

Si riferiva a un infortunio occorsogli da ragazzino durante una Corsa dei Ceri. Un "cero", sfuggito al controllo dei portatori, era andato a schiantarsi sul suo cranio. Tra tanta gente che c’era proprio sul suo. «Senti, tocca», invitò, offrendo all'ospite la nuca. «Più su. Ecco! È piatta, te ne accorgi?». Androlli tastò tra i capelli dell'oste, che in quel punto si presentavano come una sorta di barba posteriore. «Beh», disse Geppo, «ora sai perché sono dimentichìno. Il palo mi ha fracassato la cocuzza...».

«In effetti, piatta è.» Androlli si volse verso la sua dama: «Tocca qua, vieni».

L'austriaca allungò la mano, titubante. Non appena le sue dita vennero a contatto con la cavolesca palla solo in parte capelluta, le ritirò sbrigativamente, come se le avessero dato da esaminare una creatura mucillaginosa e repellente.

Geppo si raddrizzò sulla sedia, ridacchiando. «Non si preoccupi, signora: non morde mica.»

Androlli fu deliziato da questa battuta. Avrebbe voluto esporla alla gentile accompagnatrice, ma malauguratamente il suo tedesco era poco scorrevole e la traduzione gli riuscì malissimo. Mentre si attardava in formulazioni senza costrutto, lei si lasciò sfuggire uno sbadiglio ammirevole.

 

Ben presto l’orologio alla parete segnò le dodici e mezzo. Androlli, spremendo la terza bottiglia, si mise a circuire Doris e Babsy, nel frattempo aggiuntesi alla tavolata. Tracannando alla Diocisalvi il costoso vino frizzante (ma con il gargarozzo che si ritrovava non c’era pericolo che si strafogasse), raccontò episodi autobiografici che iniziavano sempre: «E di fatto e in verità, quella volta...». Ma veniva sistematicamente preso in castagna dall’implacabile Giovanni:

«Dici che sei stato a Firenze nel Settanta e parli dei tesori che ti avrebbe portato via l’alluvione... Ma l’alluvione a Firenze non fu molto prima?».

Il losco affarista balbettò insensatezze a propria difesa; complicò la trama del suo romanzo personale, si smarrì nei convolvoli delle sue arruffate avventure. E il peggio è: con pleonasmi e iterarazioni a macca. Aveva troppi film in testa e cercava di mixarli in uno solo.

Perché La Gazza Ladra si chiama così? Tutte le gazze sono ladre e non tutti i Rossini si ritirano dalla scena a quarant’anni.

Inopinabilmente, l'ostrogota scoppiò a ridere. Già dopo il quarto bicchiere aveva faticato a darsi un contegno e, senza realizzare alcunché di quanto veniva detto, non aveva fatto che sorridere, semplicemente perché anche gli altri sorridevano. Ma ora si scatenò veramente, e la sua non fu una normale risata: fu un urlo da film horror. Rideva, rideva, con l'esuberante seno che minacciava di strabordarle dal vestito a ogni sussulto. Le altre due donne la guardarono stupite: Doris con ammirazione, Babsy con odio represso. Quest’ultima si alzò, inventandosi qualcos'altro da fare.

Geppo ridacchiò a disagio. Ebbe una delle sue sparate dal tono ipocondriaco: «Ahi! Queste fitte! Devo smettere di cosare... di bere».

Nessuno lo prese sul serio. Il calice gli fu riempito di nuovo.

«No, dico davvero. Cosa c’è qui sotto, a sinistra?» (palpandosi). «Il fegato? La milza? Non è una fitta vera e propria: è una strana sensazione, quasi un prurito... Eppoi...» (togliendosi gli occhiali per ripulirli) «bere mi fa diventare orbo.»

Mentre tutti lo osservavano con commiserazione (eccetto l’amante di Androlli, che continuava a ridere; e l’inespresso pensiero generale era che fossero le proprietà esteriori di Geppo a spingerla a tanta ilarità), Babsy lo richiamò da una delle file più lontane di tavoli: «Sì, cieco! Però gli occhi non ti mancano per metterli addosso a quella. Vieni ad aiutarmi, piuttosto».

Androlli li invitò tutti fuori. "Fuori" non era dove vigeva il silenzio della notte, né dove perdurava una snervante pioggerella: era dove gli altoparlanti sussurravano imbrogli sincopati in un roteare di luci variopinte. Si avviarono a schiere compatte con l’intenzione di dare l’assalto al Pasch, ma a metà strada Marco si separò da loro («Dove vai, fetentone?»), optando per l’altra discoteca: l’Orion. Ovviamente, si defilava a causa della presenza del "Dottore". I suoi amici avrebbero capito, lo avrebbero scusato.

Entrato all’Orion, si indirizzò al bar, dove si sorbì in placida solitudine una Weissbier e la prima sigaretta della nottata. Poi un’altra sigaretta. E un’altra ancora. (C’è una sola via che conduce ai polmoni, e questa via vuole essere incatramata.) I colori erano astrusi, i volti di un verde e un viola inquietanti. Ma i colori significano poco: sono solo riverberi di luce.

La compagnia di Otello non la richiese lui. Otello, dipendente dell’Amalfi, era quel che si dice un personaggio pittoresco: più largo che lungo, con avambracci muscolosi, faceva sfoggio di una vistosa permanente e di un orecchino da pirata. Mentre il nanerottolo gli passava accanto, Marco commise l’errore di salutarlo. Otello si fermò con l'aria di chi vuole scambiare qualche frase («Come va?» «It's a beautiful day») ma infine si arrampicò sullo sgabello vicino.

Marco trovava quel pugliese quantomeno noioso, e il poco che ora gli sentiva dire non faceva che ribadire un carattere imbecilloide; anche il modo come Otello ordinava da bere non lasciava trasparire una brillantezza rimasta finora celata. Ma tant’è! Persino i cavernicoli hanno diritto a un posticino nella società.

Lo vide gettare sguardi infuriati agli altri cadaveri e lo sentì parlare nella lingua degli ignoranti, degli zotici. Era pieno di aceto, l'omicciattolo; i muscoli del faccione fremevano mentre lui scrutava intorno con occhi capaci di uccidere. Marco era sul punto di abbandonarsi con fatalismo a quella deprimente presenza, paventando una nottata barbiturica, quando, sulla scalinata dell’ingresso, comparvero le persone da cui si era distaccato per strada.

«Al Pasch non c’è molto», lo informò Giovanni.

«Cavolo! E qui c’è di più? Siate i benvenuti, comunque.»

Fu contento di potersi sbarazzare dell'uomo preistorico. Si trasferì con gli amici a un tavolo d’angolo e lì osservò attentamente Geppo & Giovanni: erano sazi e bevuti, apparivano in fibrillazione... E avrebbero voluto convincere lui a una vita più austera! Sapeva che quel primo passo nella notte sarebbe bastato per farli ricadere nelle antiche consuetudini. Ricordò i tempi d'oro della Banda dei Cinque: le risate, le libagioni, le scorpacciate fino all’alba, e come era arduo alzarsi per andare al lavoro. Sgobbavano dodici ore o anche più in trance, cascando dal sonno, ma a sera si scoprivano straordinariamente freschi e in forma ineccepibile e incapaci di resistere alla suggestione delle lampade colorate, al richiamo dei campanelli della giostra... Città dei Balocchi.

Sabrine - sorella di Babsy ed eterna "single" - venne ad aggregarsi al branco e, poiché Androlli cominciò a fare lo smanceroso anche con lei, l'austriaca, che rispondeva al nome di Lydia, srotolò i suoi 175 centimentri per trascinare Marco sulla pista da ballo. Per una ventina di minuti Marco si esercitò nel foxtrot, si impegnò in dimenamenti rock e nel salto in lungo, nella capriola, nella piroetta, in contorcimenti "sulla mattonella"... E non avrebbe smesso più; non perché la danza fosse la sua suprema passione o perché Lydia si rivelasse una partner ideale, ma per pura ripicca nei confronti dell’Androlli. Riteneva quasi suo dovere suscitare in quell'uomo ira e delusione. Androlli occhieggiava con falsa benevolenza verso la coppia danzante e seguitava a fare il cascamorto con Sabrine, sempre ben disposta verso chi volesse espugnare il suo fortino già più volte espugnato.

Marco non avrebbe più smesso di ballare... e cominciava addirittura a provare per l’ostrogota qualcosa di simile ad affetto... ma smise, fu fatto smettere, perché Otello lo sgorbio, Otello il villico, attuò la più grande prodezza della sua vita: con un pugno ben assestato, aveva spedito al tappeto un ragazzone di circa due metri, reo - come si sarebbe appreso - di avergli mostrato il dito medio apostrofandolo "mangiaspaghetti". Per la durata di un battito di palpebre, i clienti dell'Orion rimasero come paralizzati a fissare lo spilungone germanico steso, rigido, sul parquet. È trapassato? No, ecco che si porta una mano al mento... Otello si fece strada nel corridoio di spettatori stupefatti: campione di Neanderthalia.

A gran voce fu convocato al tavolo della ganga, dove gli vennero tributati gli onori del caso. Androlli, Giovanni e Geppo fecero a gara a chi gli offriva da bere. E l’eroe, dopo aver superato la timidezza iniziale, prese a raccontare come si erano svolti i fatti. «Quel tedesco di merda! Mangiaspaghetti, mi fa. Mangiaspaghetti a me! E io» (dimenando il pugno) «tie’! Così impara.»

«Bravo, ben fatto!», esclamavano gli amici. «Dobbiamo farci rispettare, altroché!»

Si rideva, venivano fatti risuonare - cling! - i bicchieri, con il cameriere che faceva la spola tra il bar e il loro angolo.

Il minuscolo ma compatto Otello ripeté per la terza o quarta volta la parabola della sua impresa. Ma nei suoi lineamenti, che erano come scolpiti nel testone dodecaedro, non si riscontrava alcuna traccia di allegria. Gli altri lo encomiavano e lui, credendo che lo turlupinassero, si inferociva di più. L’orecchino zingaresco o da corsaro si agitava, mandando bagliori sinistri; i nervi facciali palpitavano. Otello si passava le mani sul volto come per risistemarselo e ripeteva il resoconto dell’accaduto; e, più lo ripeteva, più si faceva torvo.

Fu Androlli a compiere il cruciale pas faux. «Certo che sei potente, corbellone!», commentò. «Nessuno ci crederebbe a vederti, a guardarti, così grasso, è vero, così piccolo e basso.»

Apriti cielo. Gli occhi di Otello - due tizzoni ardenti - sembrarono voler schizzare fuori dalle orbite. «Che cosa dici? Io basso?». Era lì lì per dimenticare ogni senso di patriottismo: gonfiando imperiosamente il petto, lanciava occhiate incandescenti anche agli italiani, ora.

«M-mai più.» Per la prima volta, il "Dottor" Androlli apparve tremulo, spaventato. Aprì le labbra color indaco in un sorriso che avrebbe voluto essere conciliante ma che, per via dell'illuminazione, lo fece assomigliare a un orco. «Come al solito», disse, ammorbidendo la voce, «non hai capito un salsiccio.»

Otello digrignava i denti, quasi fosse al cospetto dei suoi più infidi avversari. «Io mangiaspaghetti? Io basso?». Gli occhi sfrecciavano inquieti sotto la tettoia dell’osso frontale. Spostava il suo peso da una gamba all'altra, non stava un momento fermo. A chiunque indirizzava gli strali di fuoco che fuoriuscivano dalle sue nari. Il cameriere, terrorizzato da tanto "temperamento mediterraneo", poggiò sul tavolo il vassoio con i drinks e si distanziò con lena. Otello sbuffava, muoveva le spalle... Particolare non trascurabile: questo bestione, originario della provincia di Lecce, era il pizzaiolo dell’Amalfi, e dunque Androlli era il suo principale. Ma lui sembrava aver perso ogni deferenza per ogni forma di gerarchia. Ripeteva: «Che stai a dirmi, tu? Quel mangiacrauti... mi fa così». (Alzò il dito medio.) «E io: tiè!» (Il suo pugno, della consistenza di un maglio, fendette l’aria.) «Basso? Mangiaspaghetti? Ma a chi?».

«Sù, beviamoci sopra», propose Giovanni. «Anch’io sono un tappo...».

«Io basso?», si accanì la belva dalle vaghe sembianze umane.

«Ognuno ha i suoi cosi, i suoi difetti», minimizzò Geppo. «Che cosa dovrei dire io, calvo come sono?».

Giovanni ci riprovò con lo scherzo, lanciando la sua frecciatina consecutiva: «Tu non sei calvo, Geppetto. Hai solo la fronte alta».

Nel frattempo, lo spilungone razzista risorgeva e riprendeva a libare con la mascella ridotta a pancotto. La musica continuò con una giocondità da laboratorio sotterraneo; singoli e coppie effettuavano movimenti da saltabecche in una cornice psichedelica, altri andavano a zonzo guardando e facendosi guardare, altri ancora stavano incollati ai videogiochi. E Otello aveva le paturnie. Allora ci si mise Marco a cercare di sbollirlo.

«Ma, mein Freund, perché fai così? Caro, caro paesano. È tutto uno stupido equivoco, sì?».

Il campione sbatté i pugni sul tavolo, ruggendo. Le donne tacevano, sconcertate. Androlli mormorò: «Io non tollero, io non permetto», ma un’occhiata di Otello lo indusse a tirarsi in disparte.

Marco riprese: «Lo so, tu non hai intenzione di fare del male a noi».

Giovanni intervenne nuovamente. Accarezzando una spalla pelosa del cavernicolo, lo esortò: «Beh, smettila! Che è 'sta democrazia? Dobbiamo darti una botta in testa? Siamo in tanti, avremmo la meglio...». Si notava che la situazione lo divertiva assai. La risata gli sfuggiva persino dalle orecchie. «Non ci riconosci?».

Per qualche minuto ancora, il bruto sbavò e grugnì, come un orso ferito. E poi... poi la sua bocca divenne morbida, le labbra cominciarono a tremare e si appuntirono come quelle di un bimbo a cui avessero fatto la ramanzina. Le rughe attorno ai suoi occhi divennero più profonde, si moltiplicarono. Prese a emettere un mormorio lamentoso. «Io», miagolò, «fare del male a voi?». Scosse i riccioli. «Io a voi? E come potrei? IO VI VOGLIO BENE. Siete gli unici amici che ho!» E, così sviolinando, alzò una delle poderose pale e... accarezzò la pelata dell’attonito Geppo.

L’ultimo liquorino non era stato inefficace: uomini e donne si scambiavano adesso pacche alla rinfusa e si abbracciavano. Poco mancava che si baciassero, simili a fidanzatini a un’orgia: chi, come Giovanni e l’ostrogota, ridendo, e chi, come Androlli e Marco, storcendo il naso o aggrottando le sopracciglia. Il non più impermalito Otello cadde sul petto della cedevole sorella di Babsy, mentre Geppo, tra il serio e il faceto, strofinava sotto il tavolo una coscia di Doris. La Bardame sbirciava con commozione... Viva il famoso goccin in più, ordunque, che pone in primo piano l’aspetto autentico del personale bagaglio di emozioni!

Nell'angolo opposto, non visto, l’indiano Johnny (passeggero clandestino della vita) riprendeva la scena con una minicamera. Se la sarebbe riguardata nel suo rifugio, che una volta era stato uno spoglio sgabuzzino e oggi era uno sgabuzzino zeppo di Elektro-Apparaten. (All’inizio non ci fu che un hi-fi piramidale, cui seguì il televisore, un videoregistratore e chissà cos’altro ancora; il tutto tra calzini che puzzavano di Limburger e mutande che ospitavano colture di funghi.) Sullo schermo sarebbero guizzati, apposta per lui, i protagonisti di una commedia di contingenze: i guerrieri, i gigioni, i signori Sissignore, le anime di disc-jockey, i balordi del cuccurucù lunare, le pulci istruite e quelle dislessiche, gli adepti di Belzebù, i figli di Cyber, i bevitori di crema alla menta e quelli di brodo di giuggiole, gli yuppie, i neohippy e chi più ne ha, più ne metta. A fronte di tale sceneggiata, l'indù avrebbe esclamato, disprezzatamente: «The Western World!». Reggendo tra il pollice e l’indice un "cannone" da cui succhiare avidamente, avrebbe visto ogni cosa e di ogni cosa gli sarebbe parso di cogliere il senso.

Le profondità - si sa - appartengono agli astigmatici.

 

               1999

Ho ventotto, trenta, trentacinque, quarant'anni. E chi ci salva più?

Hauptstein, dove ormai sono di casa, diviene teatro dell'umana casualità. Rincontrare Hella (giusto qui! Qui, nel buco del culo del mondo!) ha rappresentato già da solo una sorta di tradimento a Brigitte. La mia dolce mogliettina non immaginerebbe mai che, durante la mia ora d’aria, durante la mia fuga quotidiana dall‘allevamento domestico di gastropodi, io possa soffermarmi a parlare - anche solo parlare - con un’altra. Ma, giacché l’ho già mezzo tradita, perché non andare fino in fondo? Infatti: vado fino in fondo.

Nell’utilitaria di Hella, che nei suoi sogni dev’essere la gemella dell’Olandese Volante; in questo veicolo di fabbricazione giapponese con la targa di Salisburgo, aerodinamico e dall'eleganza un po' decadente, che ha i fari spenti ma che fino a venti minuti fa si aggirava pieno di luci come un albero di Natale per le vie spettrali del nostro paesotto; in questa gloriosa carrozza con la vernice blu tutta scrostata e le portiere che si aprono nel verso giusto ma che vanta le linee e la forma di un'epoca in cui le portiere si aprivano controvento; in quest'auto asfittica, su sedili maledettamente rigidi, noi due ci stringiamo, le ginocchia che sbattono come ciocchi di legno e le labbra fuse in un bacio che è quasi morso vampiresco. A un certo punto, con perfetta scelta di tempo, Hella mi abbassa la lampo e fa sgusciare fuori un monolite turgido e congestionato, qualcosa che io a malapena riconosco come di mia proprietà; un totem con l’occhio stralunato sugli abbozzi di stelle; il corno di Rolando. E prende a soffiarlo.

La trovo sciapita. Il suo matrimonio con il pilota d’aerei è durato meno di un decennio. Naturalmente l’ho subito messa al corrente che sono sposato, sposato felicemente, ma a lei sembra importare un fico secco. Hella sa che tutto passa e tutto ritorna: la prossima volta che ci incontreremo forse saremo due vecchi decrepiti; bisogna perciò sfruttare il momento presente, "cogliere l'attimo", come suol dirsi.

«Gggh», la sento singultare/gioire là in basso, in austroungherese. E penso: Che strana annata! Un'annata densa di avvenimenti singolari. Appena ieri c'è stata l'eclisse di sole e già domani si terranno i festeggiamenti per l'insorgere del nuovo millennio. Il Sabbath sembra non voler finire più.

Hella risolleva la testa. I suoi capelli sparano da tutte le parti. Ha l'espressione di un'avida leonessa; alcuni brandelli di carne le sono rimasti impigliati nelle zanne.

Dopo l'uso appropriato dei fazzolettini di carta (che Dio abbia sempre caro chi li inventò!), chiacchieriamo amichevolmente per una cinquina di minuti. Poi mi accomiato. Smonto dall'alcova mobile e me ne torno a casa. Torno alle cure di Brigitte, al comodo focolare muliebre che funge da sede ufficiale della Lumaken Et Affini GmbH, la mia minuscola ma proficua ditta. (Non ho ancora cominciato la mia autobiografia, ma già so come la intitolerò: Strani mestieri.)

 

                                                             

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