Androlli era luomo-ovunque. Se ne spuntò al Capri la
sera dopo, sul tardi, in un gessato blu che, secondo Giovanni, doveva essere della
linea "Marzottos manager". Si vede che gli indumenti da spiaggia avevano
avuto carattere di provvisorietà. Al fianco dell'eurekiano dal passato movimentato era la
sua nuova compagna: una prosperosa austriaca sulla trentina con la quale lui tradiva
lamante con la quale tradiva la moglie con la quale aveva tradito chissachi. La
storia dellumanità è piena di zoticoni dal torace villoso che accolgono visi
lacrimanti di sgualdrine.
Androlli ammise: «Avevo nostalgia dei
miei amici, dei cari (e dico poco) compari Gion Chisciotte e Geppo Panza». Pulendosi i
denti con l'unghia del mignolo (aveva dimenticato da qualche parte il suo stecchino
d'oro), ordinò spumante: «Del migliore, Geppo, bitte». Faceva lo spaccone. Un
verro inorgoglito. Affermò di avere valanghe di denaro, anche se nessuno gli aveva
chiesto niente. Arrischiò inaspettatamente una puntata nella metafisica: «Dio esiste?».
Ecco la domanda da un milione di marchi. Lesse letichetta sulla bottiglia e
approvò. «Ultimamente ne ho bevute di discrete, ne ho scolate eccome. Ma questa qui»
(sollevò la bottiglia) «un altro paio di maniche, è. Ottima marca. Danke sehr.»
«Che, festeggi il compleanno,
Dotto?», inquisì Giovanni, affacciandosi dalla porta scorrevole della cucina.
«Bisogna avere il compleanno, dico,
compiere gli anni, per bere sciampagna? Sù, vieni a sederti, Giuva'. E anche
quellaltro corbellaccio... il mio paesano. Digli di mettere le corna fuori.»
Non aveva niente da festeggiare, ma lo
festeggiava alla grande. Con stile. Slow food e vini pregiati. La sua accompagnatrice
sorrideva incerta, stordita da tanto italico sproloquiare. Dovette alzarsi due o tre volte
per andare a incipriarsi il naso e Babsy, intenta a sparecchiare i tavoli, ne osservò con
livore, da una prospettiva di retroguardia, il magnifico ancheggiamento.
Marco fu spinto a prendere posto in sala.
«Ah, ecco il compatriota. Come al solito
in ritardo.» Androlli lo presentò all'accompagnatrice quale «Grosser Mafioso».
Seguirono altre scoranti insinuazioni sul suo, sul loro luogo di provenienza. E dopo:
«Cumpa, hai notato che qua nessuno conosce i cannoli? Mizzica, questa unidea,
è! Diventerò direttore generale dell'azienda di esportazione di dolciumi siculi. Mi
occorrerebbe solo fare un paio di telefonate. Oppure la sai tu la ricetta, in modo da
produrli in loco? Certo che noi laggiù abbiamo specialità...». Mulinò con una mano,
roteò gli occhi. «Come, quali? Miiih! Ma che siciliano sei? Ragazzino, ragazzaccio. La
pignoccata dove la metti? E la cassata palermitana?».
Marco si fece più piccolo sulla sedia. Si
vergognava. Certo: Empedocle, Archimede, Teocrito, Verga, Quasimodo, Pirandello,
Vittorini, Bufalino... pesche, susine, albicocche, carrube... tutta roba apprezzabile. Ma
non aveva voglia di incoraggiare quel dibattito. Che cosa scrisse Pirandello sulla
Sicilia? Scrisse: "Qui luomo viene al mondo come Isola sullIsola e tale
rimane fino la morte". Lui se nera fuggito, era andato via, lontano. Ma lo
tormentava il presentimento che sarebbe rimasto "isola" sempre e in ogni dove.
Come docette Goethe, la vita è un'unica,
lunga fuga. Marco cercò di squagliarsela dopo aver bevuto qualche sorso di vino con le
bollicine. «I fornelli non si puliscono da soli», sentenziò. Ma lo tennero
immobilizzato sul posto. Ricordandosi del proverbio: "In taverna coi ghiottoni",
provò allora a mettersi a suo agio, di non fare la figura dell'orso. La sua mutria
continuava però a mostrarla per intero; e certamente non bisognava biasimarlo. Infatti,
come avrebbe potuto ignorare laffronto fattogli dalluomo che gli sedeva di
fronte?
Androlli non si era limitato a rimostrare
per una meraviglia di zuppa di mare, ma aveva anche strombazzato a dritta e a manca
infamie sul Capri e - horribile dictu! - sul nuovo cuoco del Capri.
Giusto lui, come se amministrasse un ristorante con tanto di stelle! La verità è che il Capri
era un tempio per buongustai, cosa di cui non potevano vantarsi né il Da Marcello né
tanto meno lAmalfi. Ma in una piccola città come Traumfurt si fa presto
a ledere la reputazione di un locale. Perciò Marco metteva su quella faccia scura. Presso
i gastronomi, letica professionale è estremamente sviluppata. Il suo, comunque, non
era puro e semplice orgoglio di cuciniere: lui ce laveva a morte con i cecchini
delloffesa, con i calunniatori di ogni genere, tiratori scelti dello stigma gratuito
che ti si imprime tra la nuca e le scapole. No, sul serio, non trattenetelo: fatelo
tornare di là, a finire di mettere a posto... Poi colse una sventagliata di ciglia
dallaustriaca, un sorriso con la punta della lingua che, repentina, ripassava a
memoria il perimetro labiale... E rimase. "In taverna coi...".
Laustriaca gli ricordava Hella, che,
prima di involarsi verso altri cieli cinguettando in inglese, aveva avuto la stessa
inflessione larga, lo stesso inconfondibile accento. Ma la somiglianza non si fermava qui.
Anche il petto rigoglioso della donna suscitava in Marco memorie di Hella. A Geppo invece
ricordava - come affermò - qualche altra caterina. Una famosa. Ma quale?
«Quellattrice... Mi sfugge il nome.
La... come diavolo si chiama?».
Androlli rise. «Ach, Geppo! Hai
una bella testa, proprio na bella capa, hai.»
«Purtroppo dimentico sempre tre cose:
date, nomi e... e quellaltra lho scordata di nuovo, vedi!».
«E che dice il medico?».
«Non ho bisogno di andare dal medico»,
rispose Geppo, candidamente. «È colpa dellincidente.»
«Madre boiona, che incidente?».
Si riferiva a un infortunio occorsogli da
ragazzino durante una Corsa dei Ceri. Un "cero", sfuggito al controllo dei
portatori, era andato a schiantarsi sul suo cranio. Tra tanta gente che cera proprio
sul suo. «Senti, tocca», invitò, offrendo all'ospite la nuca. «Più su. Ecco! È
piatta, te ne accorgi?». Androlli tastò tra i capelli dell'oste, che in quel punto si
presentavano come una sorta di barba posteriore. «Beh», disse Geppo, «ora sai perché
sono dimentichìno. Il palo mi ha fracassato la cocuzza...».
«In effetti, piatta è.» Androlli si
volse verso la sua dama: «Tocca qua, vieni».
L'austriaca allungò la mano, titubante.
Non appena le sue dita vennero a contatto con la cavolesca palla solo in parte capelluta,
le ritirò sbrigativamente, come se le avessero dato da esaminare una creatura
mucillaginosa e repellente.
Geppo si raddrizzò sulla sedia,
ridacchiando. «Non si preoccupi, signora: non morde mica.»
Androlli fu deliziato da questa battuta.
Avrebbe voluto esporla alla gentile accompagnatrice, ma malauguratamente il suo tedesco
era poco scorrevole e la traduzione gli riuscì malissimo. Mentre si attardava in
formulazioni senza costrutto, lei si lasciò sfuggire uno sbadiglio ammirevole.
Ben presto lorologio alla parete
segnò le dodici e mezzo. Androlli, spremendo la terza bottiglia, si mise a circuire Doris
e Babsy, nel frattempo aggiuntesi alla tavolata. Tracannando alla Diocisalvi il costoso
vino frizzante (ma con il gargarozzo che si ritrovava non cera pericolo che si
strafogasse), raccontò episodi autobiografici che iniziavano sempre: «E di fatto e in
verità, quella volta...». Ma veniva sistematicamente preso in castagna
dallimplacabile Giovanni:
«Dici che sei stato a Firenze nel
Settanta e parli dei tesori che ti avrebbe portato via lalluvione... Ma
lalluvione a Firenze non fu molto prima?».
Il losco affarista balbettò insensatezze
a propria difesa; complicò la trama del suo romanzo personale, si smarrì nei convolvoli
delle sue arruffate avventure. E il peggio è: con pleonasmi e iterarazioni a macca. Aveva
troppi film in testa e cercava di mixarli in uno solo.
Perché La Gazza Ladra si chiama
così? Tutte le gazze sono ladre e non tutti i Rossini si ritirano dalla scena a
quarantanni.
Inopinabilmente, l'ostrogota scoppiò a
ridere. Già dopo il quarto bicchiere aveva faticato a darsi un contegno e, senza
realizzare alcunché di quanto veniva detto, non aveva fatto che sorridere, semplicemente
perché anche gli altri sorridevano. Ma ora si scatenò veramente, e la sua non fu una
normale risata: fu un urlo da film horror. Rideva, rideva, con l'esuberante seno che
minacciava di strabordarle dal vestito a ogni sussulto. Le altre due donne la guardarono
stupite: Doris con ammirazione, Babsy con odio represso. Questultima si alzò,
inventandosi qualcos'altro da fare.
Geppo ridacchiò a disagio. Ebbe una delle
sue sparate dal tono ipocondriaco: «Ahi! Queste fitte! Devo smettere di cosare... di
bere».
Nessuno lo prese sul serio. Il calice gli
fu riempito di nuovo.
«No, dico davvero. Cosa cè qui
sotto, a sinistra?» (palpandosi). «Il fegato? La milza? Non è una fitta vera e propria:
è una strana sensazione, quasi un prurito... Eppoi...» (togliendosi gli occhiali per
ripulirli) «bere mi fa diventare orbo.»
Mentre tutti lo osservavano con
commiserazione (eccetto lamante di Androlli, che continuava a ridere; e
linespresso pensiero generale era che fossero le proprietà esteriori di Geppo a
spingerla a tanta ilarità), Babsy lo richiamò da una delle file più lontane di tavoli:
«Sì, cieco! Però gli occhi non ti mancano per metterli addosso a quella. Vieni ad
aiutarmi, piuttosto».
Androlli li invitò tutti fuori.
"Fuori" non era dove vigeva il silenzio della notte, né dove perdurava una
snervante pioggerella: era dove gli altoparlanti sussurravano imbrogli sincopati in un
roteare di luci variopinte. Si avviarono a schiere compatte con lintenzione di dare
lassalto al Pasch, ma a metà strada Marco si separò da loro («Dove vai,
fetentone?»), optando per laltra discoteca: lOrion. Ovviamente, si
defilava a causa della presenza del "Dottore". I suoi amici avrebbero capito, lo
avrebbero scusato.
Entrato allOrion, si
indirizzò al bar, dove si sorbì in placida solitudine una Weissbier e la prima
sigaretta della nottata. Poi unaltra sigaretta. E unaltra ancora. (Cè
una sola via che conduce ai polmoni, e questa via vuole essere incatramata.) I colori
erano astrusi, i volti di un verde e un viola inquietanti. Ma i colori significano poco:
sono solo riverberi di luce.
La compagnia di Otello non la richiese
lui. Otello, dipendente dellAmalfi, era quel che si dice un personaggio
pittoresco: più largo che lungo, con avambracci muscolosi, faceva sfoggio di una vistosa
permanente e di un orecchino da pirata. Mentre il nanerottolo gli passava accanto, Marco
commise lerrore di salutarlo. Otello si fermò con l'aria di chi vuole scambiare
qualche frase («Come va?» «It's a beautiful day») ma infine si arrampicò sullo
sgabello vicino.
Marco trovava quel pugliese quantomeno
noioso, e il poco che ora gli sentiva dire non faceva che ribadire un carattere
imbecilloide; anche il modo come Otello ordinava da bere non lasciava trasparire una
brillantezza rimasta finora celata. Ma tantè! Persino i cavernicoli hanno diritto a
un posticino nella società.
Lo vide gettare sguardi infuriati agli
altri cadaveri e lo sentì parlare nella lingua degli ignoranti, degli zotici. Era pieno
di aceto, l'omicciattolo; i muscoli del faccione fremevano mentre lui scrutava intorno con
occhi capaci di uccidere. Marco era sul punto di abbandonarsi con fatalismo a quella
deprimente presenza, paventando una nottata barbiturica, quando, sulla scalinata
dellingresso, comparvero le persone da cui si era distaccato per strada.
«Al Pasch non cè molto»,
lo informò Giovanni.
«Cavolo! E qui cè di più? Siate i
benvenuti, comunque.»
Fu contento di potersi sbarazzare
dell'uomo preistorico. Si trasferì con gli amici a un tavolo dangolo e lì osservò
attentamente Geppo & Giovanni: erano sazi e bevuti, apparivano in fibrillazione... E
avrebbero voluto convincere lui a una vita più austera! Sapeva che quel primo
passo nella notte sarebbe bastato per farli ricadere nelle antiche consuetudini. Ricordò
i tempi d'oro della Banda dei Cinque: le risate, le libagioni, le scorpacciate fino
allalba, e come era arduo alzarsi per andare al lavoro. Sgobbavano dodici ore o
anche più in trance, cascando dal sonno, ma a sera si scoprivano
straordinariamente freschi e in forma ineccepibile e incapaci di resistere alla
suggestione delle lampade colorate, al richiamo dei campanelli della giostra... Città dei
Balocchi.
Sabrine - sorella di Babsy ed eterna
"single" - venne ad aggregarsi al branco e, poiché Androlli cominciò a fare lo
smanceroso anche con lei, l'austriaca, che rispondeva al nome di Lydia, srotolò i suoi
175 centimentri per trascinare Marco sulla pista da ballo. Per una ventina di minuti Marco
si esercitò nel foxtrot, si impegnò in dimenamenti rock e nel salto in lungo,
nella capriola, nella piroetta, in contorcimenti "sulla mattonella"... E non
avrebbe smesso più; non perché la danza fosse la sua suprema passione o perché Lydia si
rivelasse una partner ideale, ma per pura ripicca nei confronti dellAndrolli.
Riteneva quasi suo dovere suscitare in quell'uomo ira e delusione. Androlli occhieggiava
con falsa benevolenza verso la coppia danzante e seguitava a fare il cascamorto con
Sabrine, sempre ben disposta verso chi volesse espugnare il suo fortino già più volte
espugnato.
Marco non avrebbe più smesso di
ballare... e cominciava addirittura a provare per lostrogota qualcosa di simile ad
affetto... ma smise, fu fatto smettere, perché Otello lo sgorbio, Otello il villico,
attuò la più grande prodezza della sua vita: con un pugno ben assestato, aveva spedito
al tappeto un ragazzone di circa due metri, reo - come si sarebbe appreso - di avergli
mostrato il dito medio apostrofandolo "mangiaspaghetti". Per la durata di un
battito di palpebre, i clienti dell'Orion rimasero come paralizzati a fissare lo
spilungone germanico steso, rigido, sul parquet. È trapassato? No, ecco che si porta una
mano al mento... Otello si fece strada nel corridoio di spettatori stupefatti: campione di
Neanderthalia.
A gran voce fu convocato al tavolo della
ganga, dove gli vennero tributati gli onori del caso. Androlli, Giovanni e Geppo fecero a
gara a chi gli offriva da bere. E leroe, dopo aver superato la timidezza iniziale,
prese a raccontare come si erano svolti i fatti. «Quel tedesco di merda! Mangiaspaghetti,
mi fa. Mangiaspaghetti a me! E io» (dimenando il pugno) «tie! Così
impara.»
«Bravo, ben fatto!», esclamavano gli
amici. «Dobbiamo farci rispettare, altroché!»
Si rideva, venivano fatti risuonare -
cling! - i bicchieri, con il cameriere che faceva la spola tra il bar e il loro angolo.
Il minuscolo ma compatto Otello ripeté
per la terza o quarta volta la parabola della sua impresa. Ma nei suoi lineamenti, che
erano come scolpiti nel testone dodecaedro, non si riscontrava alcuna traccia di allegria.
Gli altri lo encomiavano e lui, credendo che lo turlupinassero, si inferociva di più.
Lorecchino zingaresco o da corsaro si agitava, mandando bagliori sinistri; i nervi
facciali palpitavano. Otello si passava le mani sul volto come per risistemarselo e
ripeteva il resoconto dellaccaduto; e, più lo ripeteva, più si faceva torvo.
Fu Androlli a compiere il cruciale pas
faux. «Certo che sei potente, corbellone!», commentò. «Nessuno ci crederebbe a
vederti, a guardarti, così grasso, è vero, così piccolo e basso.»
Apriti cielo. Gli occhi di Otello - due
tizzoni ardenti - sembrarono voler schizzare fuori dalle orbite. «Che cosa dici? Io basso?».
Era lì lì per dimenticare ogni senso di patriottismo: gonfiando imperiosamente il petto,
lanciava occhiate incandescenti anche agli italiani, ora.
«M-mai più.» Per la prima volta, il
"Dottor" Androlli apparve tremulo, spaventato. Aprì le labbra color indaco in
un sorriso che avrebbe voluto essere conciliante ma che, per via dell'illuminazione, lo
fece assomigliare a un orco. «Come al solito», disse, ammorbidendo la voce, «non hai
capito un salsiccio.»
Otello digrignava i denti, quasi fosse al
cospetto dei suoi più infidi avversari. «Io mangiaspaghetti? Io basso?». Gli occhi
sfrecciavano inquieti sotto la tettoia dellosso frontale. Spostava il suo peso da
una gamba all'altra, non stava un momento fermo. A chiunque indirizzava gli strali di
fuoco che fuoriuscivano dalle sue nari. Il cameriere, terrorizzato da tanto
"temperamento mediterraneo", poggiò sul tavolo il vassoio con i drinks e si
distanziò con lena. Otello sbuffava, muoveva le spalle... Particolare non trascurabile:
questo bestione, originario della provincia di Lecce, era il pizzaiolo dellAmalfi,
e dunque Androlli era il suo principale. Ma lui sembrava aver perso ogni deferenza per
ogni forma di gerarchia. Ripeteva: «Che stai a dirmi, tu? Quel mangiacrauti... mi fa
così». (Alzò il dito medio.) «E io: tiè!» (Il suo pugno, della consistenza di un
maglio, fendette laria.) «Basso? Mangiaspaghetti? Ma a chi?».
«Sù, beviamoci sopra», propose
Giovanni. «Anchio sono un tappo...».
«Io basso?», si accanì la belva
dalle vaghe sembianze umane.
«Ognuno ha i suoi cosi, i suoi difetti»,
minimizzò Geppo. «Che cosa dovrei dire io, calvo come sono?».
Giovanni ci riprovò con lo scherzo,
lanciando la sua frecciatina consecutiva: «Tu non sei calvo, Geppetto. Hai solo la fronte
alta».
Nel frattempo, lo spilungone razzista
risorgeva e riprendeva a libare con la mascella ridotta a pancotto. La musica continuò
con una giocondità da laboratorio sotterraneo; singoli e coppie effettuavano movimenti da
saltabecche in una cornice psichedelica, altri andavano a zonzo guardando e facendosi
guardare, altri ancora stavano incollati ai videogiochi. E Otello aveva le paturnie.
Allora ci si mise Marco a cercare di sbollirlo.
«Ma, mein Freund, perché fai
così? Caro, caro paesano. È tutto uno stupido equivoco, sì?».
Il campione sbatté i pugni sul tavolo,
ruggendo. Le donne tacevano, sconcertate. Androlli mormorò: «Io non tollero, io non
permetto», ma unocchiata di Otello lo indusse a tirarsi in disparte.
Marco riprese: «Lo so, tu non hai
intenzione di fare del male a noi».
Giovanni intervenne nuovamente.
Accarezzando una spalla pelosa del cavernicolo, lo esortò: «Beh, smettila! Che è 'sta
democrazia? Dobbiamo darti una botta in testa? Siamo in tanti, avremmo la meglio...». Si
notava che la situazione lo divertiva assai. La risata gli sfuggiva persino dalle
orecchie. «Non ci riconosci?».
Per qualche minuto ancora, il bruto sbavò
e grugnì, come un orso ferito. E poi... poi la sua bocca divenne morbida, le labbra
cominciarono a tremare e si appuntirono come quelle di un bimbo a cui avessero fatto la
ramanzina. Le rughe attorno ai suoi occhi divennero più profonde, si moltiplicarono.
Prese a emettere un mormorio lamentoso. «Io», miagolò, «fare del male a voi?».
Scosse i riccioli. «Io a voi? E come potrei? IO VI VOGLIO BENE. Siete gli unici amici che
ho!» E, così sviolinando, alzò una delle poderose pale e... accarezzò la pelata
dellattonito Geppo.
Lultimo liquorino non era stato
inefficace: uomini e donne si scambiavano adesso pacche alla rinfusa e si abbracciavano.
Poco mancava che si baciassero, simili a fidanzatini a unorgia: chi, come Giovanni e
lostrogota, ridendo, e chi, come Androlli e Marco, storcendo il naso o aggrottando
le sopracciglia. Il non più impermalito Otello cadde sul petto della cedevole sorella di
Babsy, mentre Geppo, tra il serio e il faceto, strofinava sotto il tavolo una coscia di
Doris. La Bardame sbirciava con commozione... Viva il famoso goccin in più,
ordunque, che pone in primo piano laspetto autentico del personale bagaglio di
emozioni!
Nell'angolo opposto, non visto,
lindiano Johnny (passeggero clandestino della vita) riprendeva la scena con una
minicamera. Se la sarebbe riguardata nel suo rifugio, che una volta era stato uno spoglio
sgabuzzino e oggi era uno sgabuzzino zeppo di Elektro-Apparaten. (Allinizio
non ci fu che un hi-fi piramidale, cui seguì il televisore, un videoregistratore e
chissà cosaltro ancora; il tutto tra calzini che puzzavano di Limburger e
mutande che ospitavano colture di funghi.) Sullo schermo sarebbero guizzati, apposta per
lui, i protagonisti di una commedia di contingenze: i guerrieri, i gigioni, i signori
Sissignore, le anime di disc-jockey, i balordi del cuccurucù lunare, le pulci istruite e
quelle dislessiche, gli adepti di Belzebù, i figli di Cyber, i bevitori di crema alla
menta e quelli di brodo di giuggiole, gli yuppie, i neohippy e chi più ne ha, più ne
metta. A fronte di tale sceneggiata, l'indù avrebbe esclamato, disprezzatamente: «The
Western World!». Reggendo tra il pollice e lindice un "cannone" da cui
succhiare avidamente, avrebbe visto ogni cosa e di ogni cosa gli sarebbe
parso di cogliere il senso.
Le profondità - si sa - appartengono agli
astigmatici.