Libro Secondo

                                   XI

 

     

Noia. Noia e perplessità. "Traumfurt, o Traumfurt, potrò restarti fedele?" .

Gli abitanti della cittadina dovrebbero rallegrarsi di essere circondati da così tante fabbriche - serbatoi di posti di lavoro. E lo fanno, infatti. Si rallegrano e non nascondono il loro sentimento di gratitudine per la coalizione al governo, mentre i prezzi salgono in maniera vertiginosa (è stata applicata la tassa obbligatoria per la riedificazione dell’ex DDR). Si rallegrano e stringono i denti mentre sudano in una catena di montaggio. Si rallegrano e corrono sulla circonferenza del Tutti-i-Giorni (il dito sull’orlo del bicchiere), rompendosi la testa con il dilemma consueto: che tipo di animale è l’uomo (la donna)?

Apparentemente sono macchine tutte uguali, ma è lampante che molte di esse avrebbero bisogno di un’accurata revisione: l’orologio ha il quadrante ribaltato, i pistoni cigolano penosamente, le molle sono tese allo spasmo, i condensatori fusi... Willkommen in Traumfurt.

Le città antiche, quantomeno, offrono stralci di storia, fantasmi di soldati con il tamburo a tracolla e i caffè nei vicoli bui che vantano la visita di qualche illustre artista - un compositore del Settecento, uno scrittore del Romanticismo, un pittore surrealista in fuga dal giogo nazista... Di solito c'è una targa sui muri che testimonia il passaggio di questi spiriti immortali. Individui che avevano scelto di vivere secondo propri parametri. Geni senza orologio, né da tasca né da polso; o ai quali l'orologio era stato asportato in uno dei vicoli summenzionati.

 

Al Capri si presenta una persona che di orologi non saprebbe che farsene. È un lercio, sbavante, pidocchioso nonché amabile giramondo di Passau (Passavia).

«Ci risiamo!», esclama Giovanni. «È destino! Studenti rincitrulliti, abominevoli rappresentanti, luridi vagabondi... Non c’è uccello strampalato che non venga da noi. Devi essere tu la calamita che li attira, Geppo.»

Il vecchio straccione avanza strisciando i piedi tra le occhiate interdette dei commensali. Un tipo come lui è un’offesa di non poco conto per ogni cittadino per bene: basta il suo passaggio evanescente, o la sua meno evanescente presenza sui gradini e agli angoli dei sancta sanctorum del consumismo, per risvegliare rimorsi di coscienza.

Raggiunto il tavolo riservato al personale, il pezzente gorgheggia: «Anche stanotte ho dormito al camposanto».

«Dove...?»

«Al camposanto!» ribadisce il vecchio. Si è sdraiato sul sepolcro di un certo Johann Friederich Überroth, nato a Peterskirchen il, deceduto a Traumfurt il, finché il custode del cimitero, scopertolo sul far del giorno, non ne ha bruscamente troncato il sonno. Il vecchio (che, a proposito, ha poco più di quarantacinque anni, e quindi non è tanto vecchio come sembra) ha le mani e le guance irrimediabilmente danneggiate dagli inverni trascorsi all’addiaccio. Adesso, in cambio di una pizza e di un bicchiere di vino, mostra ai "caprini" l’arte di far musica avvalendosi di due cucchiai da tavola. Una goccia gli scende dal naso. Quella goccia! Percorre verticalmente la lunga barba grigia, esita tra i peli e va infine a perdersi dentro il cappottaccio militare.

Gli occhi blu acciaio ridotti a due fessure, il giramondo racconta di strade ferrate e strisce di asfalto vissute stando sul ciglio; idealizza un po‘ il cameratismo che lega mentecatti e accattoni di tutto il mondo e arriva a discutere sul significato dell'Unità secondo la sua personalissima visuale tetragona: «La Germania è nuovamente grande. Non è questo che voleva Lui, il Führer? Che, a proposito, non è morto come tutti credono, ma si tiene nascosto in attesa della rivalsa, circondato dai suoi più devoti Kameraden».

Come mai un essere umano sceglie l'impervia via dell’autoemarginazione, anziché accomodarsi dentro l’imbuto del titracarne della redditività? E questo in un’èra in cui, per la prima volta nella storia di molte nazioni, il Natale viene festeggiato a Pasqua, a Ferragosto e a Carnevale. Sullo sfondo dell’efficientismo dei casermoni di produzione (che William Blake denominò "satanic mills"), scivolano ombre di fetidi girovaghi, di barboni dallo sguardo infantile: personaggi che vogliono esserci di monito. Questi esseri sconfitti dalla vita, o che alla vita hanno detto di no, servono a ricordarci che il rapporto tra uomo e uomo dovrebbe avere uno spessore ben maggiore di quello tra uomo e cosa.

Il vinello tosco riscalda il giramondo di Passavia, la cui "sonata per cucchiai e fischio" si fa sempre più vispa e, passando da un Andantino moderato all’Allegro ingrifato, raggiunge la cucina, dove Marco è intento a buttare tranci di porco in un calderone. Il battito metallico dei comuni cucchiai accompagna ogni movimento di Marco: mentre rigira una crema e controlla la densità della demiglas. Ma non cucina per placare i morsi del suo stomaco. Mentre gratta via un po’ di sudiciume dal forno, assaggia una salsa, realizza un contorno e perpetra un menù per il giorno dopo. Ma non è il cuoco dell’Ultima Cena. Mentre trita erbe, imbottisce una carpa e spiana un impasto. Ma il suo aspetto non parla il linguaggio della sazietà. C’è un che di quaresimale in lui. Ben presto lascerà questa sua nicchia ristagnante, quest’afosa bolla d’aria, danzando goffamente e in punta di piedi simile a un comico che esce di scena.

Alcuni giorni dopo la venuta dello straccione, anche Seppl si esibirà in un concerto per cucchiai - un genere di "musica" un tempo largamente diffuso nel meridione tedesco.

Seppl è un caratteristico nomignolo bavarese: deriva da Josef e corrisponde al nostro Peppe o Beppe. Di cognome fa Schnautzenborg, Strullenberger o roba simile, e di mestiere l'assicuratore. Da mesi, Seppl S. sta cercando di vendere una polizza ai due soci del Capri, i quali però sono ossi duri assai e rintuzzano ogni suo assalto. È uno strano tipo di agente o rappresentante, questo Seppl. Possiede tutta una collezione di tic: inciampa sulle parole, dà bruschi colpi di spalla in avanti, rotea il capo... Ora tenta di persuadere Marco a firmare una polizza, e Marco, dopo avere stoicamente sopportato per tre quarti d’ora la tiritera, prende a grattarsi con nervosa veemenza, scimmiottando senza volerlo le movenze incontrollabili di Schillenberg (così infine risulta chiamarsi l'assicuratore).

La cosa curiosa è che Seppl Schillenberg ha la parlata distintiva degli immigrati dell’Europa Orientale. Probabile che alla nascita gli avessero dato un nome come Jussup Leontevic Kautsky o Aristarch Borisovic Bombardov e in seguito, per ragioni facilmente intuibili, avesse deciso di "germanizzarsi", acquisendo la nuova identità. Suonando germanicamente i due cucchiai, vuole forse dissipare i dubbi sul suo luogo di provenienza. Per nulla al mondo ammetterebbe di essere un non-ariano... Quest’oggi poi è cotto, strafatto, bevuto, e non solo balbetta più del consueto, ma la sua pronuncia è quanto mai slaveggiante. Resta al locale fino a tardi e straparla, sussiegoso, di una sua spedizione nel Sahara. Prontamente, Giovanni collega la tribolazione vacanziera di Seppl ai suoi numerosi tic: «Avrà preso troppo sole...».

Marco le tenta tutte per fare raccontare all'assicuratore dei tuaregh, i fascinosi nomadi del deserto, ma Seppl, in un bavarese che proprio non ce la fa a essere fluente, protesta: Che cosa c’entrano i nomadi adesso, parliamo del contratto. E blatera blatera bla’: di tariffe dinamiche, investimenti strumentali... Si concede una pausa soltanto per infilarsi in bocca un cubetto di zucchero e sciacquarlo giù con del tè: l'ancestrale maniera russa di bere il tè.

Verso mezzanotte, Geppo inaugura un nuovo garrulo trastullo: annuncia di voler mettere in palio un barilozzo di Montepulciano da assegnare a colui, tra gli uomini presenti, che abbia la sventatezza di tirare fuori l’uccello e sbatterlo sul tavolo. Nessuno se la sente di azzardarsi, neppure in cambio di due litri di buona vendemmia. Solo Jusup-Seppl non ha remore: issatosi, si sbottona i knickerbocker e cerca e trova pochi centimetri di epitelio rugoso che va ad appoggiare sulla tovaglia, tra briciole di pane e chiazze di molteplici tinte. Applausi del pubblico e commento a volo di Giovanni: «Perdio! Ce lo avessi io così piccolo, non lo farei vedere in giro!».

Seppl sta lì all’impiedi - tre soldi di cacio - e, ridendo con il suo cosino di fuori, protende le mani per afferrare il premio che si è guadagnato con questa bravata. Senza ancora ricomporsi, beve un lungo sorso direttamente dal barilozzo. La giovane collega che lo accompagnava (per apprendere da lui il mestiere di agente d’assicurazione!) gli toglie subito la parola e comincia a flirtare con Marco.

 

Ma Marco non ha voglia di allacciare un nuovo rapporto. D’altronde, tra poco più di una settimana si recherà a Schifanoja. Dopo aver dibattuto con se stesso sui pro e sui contro, ha deciso che è tempo di prendersi una vacanza e rivedere i suoi. Le ferie se le è proprio meritate. Prima cosa però gli tocca portare il calesse dal Dottor Chiave Inglese: una controllatina agli ingranaggi è d’uopo, in vista del lungo tragitto.

Brigitte accoglie la notizia del suo viaggio con sentimenti contrastanti. Si rallegra per lui ma nel contempo è triste. L'estate prossima anche lei vorrebbe, con Marco, in Italia. «Non ho mai visto il Mediterraneo», gli spiega.

Marco si trattiene a malapena dall’osservare che non conoscere il Mediterraneo è una lacuna parziale: non è come non conoscere il mare.

Dopo un po’ è lei stessa a precisare: «Non ho mai visto il mare».

Oh, allora è diverso. «Lo vedrai con me, tesoro.»

Impiegano gli ultimi pomeriggi a tenersi compagnia. Alla vigilia della sua partenza, lui la porta a fare un giro con la ‘duecavalli’ fresca di officina. La luce dell'estate dischiude alla vista nitidi scenari da sogno.

Aggirano il Lago di Waging. Scorci bucolici. Le vacche: tanto grasse e immobili da fare impressione. È una visione riposante ai lati della provinciale, un quadretto che li invita a fermarsi e brindare con una ciotola di latte. La strada attraversa pianure, corre tra collinette, si infila in boschi dove vige il buio eterno, va a confondersi nella rete di asfalto di un centro urbano e ne esce dalla parte opposta. Non è una semplice corsa in auto, ma piratesca avventura nei mari della felicità. Dai finestrini seguono con lo sguardo il corso del Sogno. Un fiume alquanto tortuoso, che la Landstrasse può costeggiare solo per brevi tratti. Risalendo il Sogno in direzione della sua fonte, si incontrano i villaggi di Schloss Kantenstein, Traumbalken e Stein am Traum. Qui bisogna lasciare la Bundesstrasse 305 e proseguire per un erto viottolo sul cavallo di San Francesco: a piedi, cioè. Ed ecco le sorgenti del Traum. Lassù, su quella rupe.

In Anni di cani, Günter Grass scrive: "Ci sono fiumi che puntano verso il cielo e vanno a sfociare nella Vistola". Il Traum non punta verso il cielo, ma sembra sgorgare da esso.

Marco imbocca l’autostrada Monaco-Salisburgo e supera il Lago di Chiem ("mare di Baviera"). Le fronde di un tiglio, stagliate contro la sfera di fuoco che sta declinando, infonde l’illusione di streghe e di impiccati roteanti attorno al tronco, come figure di una macabra ruota al lunapark.

Un villaggio segue l’altro; minuscoli posti di due o tre fattorie immersi nel silenzio, paesini dove il tempo si è fermato. Assomigliano a ricci sul tappeto verde di uno chemin de fer. Di nuovo una città: fioritura terrena, umana pazzia. E ancora pianure e boschi e prati e agglomerati di abitazioni di uomini. Ma la cosa peggiore, come sa anche Brigitte, sono i castelli, le rocche, gli antichi palazzi isolati. Troppo isolati e troppo pretenziosi, soprattutto se situati in mezzo a un parco principesco. Muraglie che dividono la realtà in due, testimonianze concrete della secolare canzonatura ai danni di poveri analfabeti.

«Allora, ciao.» (Al termine della passeggiata in auto.)

«Starai via solo per la vacanza, vero?».

«Certo! Credi che voglia squagliarmela per sempre?».

«Naa. Da come oggi hai studiato i paraggi, si direbbe di sì.»

«E lasciare qui te? Te? Si vede che non hai ancora capito l’importanza che riveste per me l’averti incontrata.»

«Mah sai, si sentono tante storie sui kleinen Italiener che abbandonano le ragazze, magari dopo averle messe incinte...».

«Intanto, tutt'e due sappiamo che non sei incinta. E poi solitamente sei tu a sedurre e abbandonare me.»

«Consolati, caro: a te il pancione non verrà mai.»

 

Gli confida che uno dei suoi sogni è di vedere Venezia.

Venezia. Perché no? Lui le promette un giro in gondola e un valzer nella città da salvare. Certo, la gondola è cara, ma si può sempre prendere una caorlina, una mascareta, un pupparino. Fuggirsene su un'isola semideserta - di isole ce n'è settecento - e amarsi su un altare del XIII secolo. «La prossima primavera. Ti ci porto la prossima primavera, d’acord?».

«Okay

Si scambiano un ultimo bacio, che non finisce di essere il penultimo.

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"Alle diciotto e trenta ritrovammo le sue tracce. Il nostro soggetto era entrato in un locale chiamato Dolomiti. Ordinò un tramezzino al formaggio che letteralmente divorò, bevendoci su litri di caffè. Uno dei suoi calzini era di color indaco, l’altro arancione. Davanti a lui stava un foglio di carta immacolato.

"A un tavolo vicino, un uomo con un maglione scuro e una pupa falsobionda si tenevano per mano, fissandosi con occhi colmi di felicità. All’angolo opposto, una faccia efebica coperta da occhialoni da sole fagocitava un gelato. Il gestore della gelateria, tale Roland, sbuffava al di sopra di una pila di bicchieri sporchi. Nessuno badava al nostro soggetto. Erano le diciotto e trentadue quando M. si chinò sul foglio e prese a scrivere, risolutamente, parole. Tante parole."

 

                                                                                                                               

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