Noia. Noia e perplessità. "Traumfurt, o Traumfurt, potrò restarti fedele?" .
Gli abitanti della cittadina dovrebbero rallegrarsi di essere
circondati da così tante fabbriche - serbatoi di posti di lavoro. E lo fanno, infatti. Si
rallegrano e non nascondono il loro sentimento di gratitudine per la coalizione al
governo, mentre i prezzi salgono in maniera vertiginosa (è stata applicata la tassa
obbligatoria per la riedificazione dellex DDR). Si rallegrano e stringono i denti
mentre sudano in una catena di montaggio. Si rallegrano e corrono sulla circonferenza del
Tutti-i-Giorni (il dito sullorlo del bicchiere), rompendosi la testa con il dilemma
consueto: che tipo di animale è luomo (la donna)?
Apparentemente sono macchine tutte uguali, ma è lampante che molte di
esse avrebbero bisogno di unaccurata revisione: lorologio ha il quadrante
ribaltato, i pistoni cigolano penosamente, le molle sono tese allo spasmo, i condensatori fusi... Willkommen in Traumfurt.
Le città antiche, quantomeno, offrono stralci di storia,
fantasmi di soldati con il tamburo a tracolla e i caffè nei vicoli bui che vantano la
visita di qualche illustre artista - un compositore del Settecento, uno scrittore del
Romanticismo, un pittore surrealista in fuga dal giogo nazista... Di solito c'è una targa
sui muri che testimonia il passaggio di questi spiriti immortali. Individui che
avevano scelto di vivere secondo propri parametri. Geni senza orologio, né da tasca né
da polso; o ai quali l'orologio era stato asportato in uno dei vicoli summenzionati.
Al Capri si presenta una persona che di orologi non saprebbe che
farsene. È un lercio, sbavante, pidocchioso nonché amabile giramondo di Passau
(Passavia).
«Ci risiamo!», esclama Giovanni. «È destino! Studenti
rincitrulliti, abominevoli rappresentanti, luridi vagabondi... Non cè uccello
strampalato che non venga da noi. Devi essere tu la calamita che li attira, Geppo.»
Il vecchio straccione avanza strisciando i piedi tra le occhiate
interdette dei commensali. Un tipo come lui è unoffesa di non poco conto per ogni
cittadino per bene: basta il suo passaggio evanescente, o la sua meno evanescente presenza
sui gradini e agli angoli dei sancta sanctorum del consumismo, per risvegliare
rimorsi di coscienza.
Raggiunto il tavolo riservato al personale, il pezzente gorgheggia:
«Anche stanotte ho dormito al camposanto».
«Dove...?»
«Al camposanto!» ribadisce il vecchio. Si è sdraiato sul sepolcro di un certo
Johann Friederich Überroth, nato a Peterskirchen il, deceduto a Traumfurt il, finché il
custode del cimitero, scopertolo sul far del giorno, non ne ha bruscamente troncato il
sonno. Il vecchio (che, a proposito, ha poco più di quarantacinque anni, e quindi non è
tanto vecchio come sembra) ha le mani e le guance irrimediabilmente danneggiate dagli inverni trascorsi alladdiaccio. Adesso, in cambio di una pizza e di un bicchiere di
vino, mostra ai "caprini" larte di far musica avvalendosi di due
cucchiai da tavola. Una goccia gli scende dal naso. Quella goccia!
Percorre verticalmente la lunga barba grigia, esita tra i peli e va infine a perdersi
dentro il cappottaccio militare.
Gli occhi blu acciaio ridotti a due fessure, il giramondo racconta di
strade ferrate e strisce di asfalto vissute stando sul ciglio; idealizza un po il
cameratismo che lega mentecatti e accattoni di tutto il mondo e arriva a discutere
sul significato dell'Unità secondo la sua personalissima visuale tetragona: «La Germania
è nuovamente grande. Non è questo che voleva Lui, il Führer? Che, a proposito, non è morto come tutti credono, ma si tiene nascosto in attesa della rivalsa, circondato dai suoi più devoti Kameraden».
Come mai un essere umano sceglie l'impervia via
dellautoemarginazione, anziché accomodarsi dentro limbuto del titracarne
della redditività? E questo in unèra in cui, per la prima volta nella storia di molte nazioni, il Natale viene festeggiato a Pasqua, a Ferragosto e a Carnevale. Sullo
sfondo dellefficientismo dei casermoni di produzione (che William Blake denominò
"satanic mills"), scivolano ombre di fetidi girovaghi, di barboni dallo sguardo
infantile: personaggi che vogliono esserci di monito. Questi esseri sconfitti dalla vita,
o che alla vita hanno detto di no, servono a ricordarci che il rapporto tra uomo e uomo
dovrebbe avere uno spessore ben maggiore di quello tra uomo e cosa.
Il vinello tosco riscalda il giramondo di Passavia, la cui "sonata
per cucchiai e fischio" si fa sempre più vispa e, passando da un Andantino
moderato allAllegro ingrifato, raggiunge la cucina, dove Marco è
intento a buttare tranci di porco in un calderone. Il battito metallico dei comuni
cucchiai accompagna ogni movimento di Marco: mentre rigira una crema e controlla la
densità della demiglas. Ma non cucina per placare i morsi del suo stomaco. Mentre
gratta via un po di sudiciume dal forno, assaggia una salsa, realizza un contorno e
perpetra un menù per il giorno dopo. Ma non è il cuoco dellUltima Cena. Mentre
trita erbe, imbottisce una carpa e spiana un impasto. Ma il suo aspetto non parla il
linguaggio della sazietà. Cè un che di quaresimale in lui. Ben presto lascerà
questa sua nicchia ristagnante, questafosa bolla daria, danzando goffamente e
in punta di piedi simile a un comico che esce di scena.
Alcuni giorni dopo la venuta dello straccione, anche Seppl si esibirà
in un concerto per cucchiai - un genere di "musica" un tempo largamente diffuso
nel meridione tedesco.
Seppl è un caratteristico nomignolo bavarese: deriva da Josef e corrisponde al nostro Peppe o Beppe. Di cognome fa Schnautzenborg,
Strullenberger o roba simile, e di mestiere l'assicuratore. Da mesi, Seppl S. sta cercando
di vendere una polizza ai due soci del Capri, i quali però sono ossi duri assai e
rintuzzano ogni suo assalto. È uno strano tipo di agente o rappresentante, questo
Seppl. Possiede tutta una collezione di tic: inciampa sulle parole, dà bruschi colpi di
spalla in avanti, rotea il capo... Ora tenta di persuadere Marco a firmare una
polizza, e Marco, dopo avere stoicamente sopportato per tre quarti dora la tiritera,
prende a grattarsi con nervosa veemenza, scimmiottando senza volerlo le movenze
incontrollabili di Schillenberg (così infine risulta chiamarsi l'assicuratore).
La cosa curiosa è che Seppl Schillenberg ha la parlata distintiva
degli immigrati dellEuropa Orientale. Probabile che alla nascita gli avessero dato
un nome come Jussup Leontevic Kautsky o Aristarch Borisovic Bombardov e in seguito,
per ragioni facilmente intuibili, avesse deciso di "germanizzarsi", acquisendo
la nuova identità. Suonando germanicamente i due cucchiai, vuole forse dissipare i dubbi sul suo luogo di provenienza. Per nulla al mondo ammetterebbe di essere un
non-ariano... Questoggi poi è cotto, strafatto, bevuto, e non solo balbetta più
del consueto, ma la sua pronuncia è quanto mai slaveggiante. Resta al locale fino
a tardi e straparla, sussiegoso, di una sua spedizione nel Sahara. Prontamente, Giovanni
collega la tribolazione vacanziera di Seppl ai suoi numerosi tic: «Avrà preso troppo
sole...».
Marco le tenta tutte per fare raccontare all'assicuratore dei tuaregh,
i fascinosi nomadi del deserto, ma Seppl, in un bavarese che proprio non ce la fa a essere
fluente, protesta: Che cosa centrano i nomadi adesso, parliamo del contratto. E
blatera blatera bla: di tariffe dinamiche, investimenti strumentali... Si concede
una pausa soltanto per infilarsi in bocca un cubetto di zucchero e sciacquarlo giù con
del tè: l'ancestrale maniera russa di bere il tè.
Verso mezzanotte, Geppo inaugura un nuovo garrulo trastullo:
annuncia di voler mettere in palio un barilozzo di Montepulciano da assegnare a colui, tra
gli uomini presenti, che abbia la sventatezza di tirare fuori luccello e sbatterlo
sul tavolo. Nessuno se la sente di azzardarsi, neppure in cambio di due litri di buona
vendemmia. Solo Jusup-Seppl non ha remore: issatosi, si sbottona i knickerbocker e cerca e
trova pochi centimetri di epitelio rugoso che va ad appoggiare sulla tovaglia, tra briciole di pane e chiazze di molteplici tinte. Applausi del pubblico e commento a volo
di Giovanni: «Perdio! Ce lo avessi io così piccolo, non lo farei vedere in
giro!».
Seppl sta lì allimpiedi - tre soldi di cacio - e, ridendo con il
suo cosino di fuori, protende le mani per afferrare il premio che si è guadagnato con questa
bravata. Senza ancora ricomporsi, beve un lungo sorso direttamente dal barilozzo. La
giovane collega che lo accompagnava (per apprendere da lui il mestiere di agente
dassicurazione!) gli toglie subito la parola e comincia a flirtare con Marco.
Ma Marco non ha voglia di allacciare un nuovo rapporto.
Daltronde, tra poco più di una settimana si recherà a Schifanoja. Dopo aver
dibattuto con se stesso sui pro e sui contro, ha deciso che è tempo di prendersi una vacanza e rivedere i suoi.
Le ferie se le è proprio meritate. Prima cosa però gli tocca portare il
calesse dal Dottor Chiave Inglese: una controllatina agli ingranaggi è duopo, in
vista del lungo tragitto.
Brigitte accoglie la notizia del suo viaggio con sentimenti
contrastanti. Si rallegra per lui ma nel contempo è triste. L'estate prossima anche lei vorrebbe,
con Marco, in Italia. «Non ho mai visto il Mediterraneo», gli spiega.
Marco si trattiene a malapena dallosservare che non conoscere il
Mediterraneo è una lacuna parziale: non è come non conoscere il mare.
Dopo un po è lei stessa a precisare: «Non ho mai visto il mare».
Oh, allora è diverso. «Lo vedrai con me, tesoro.»
Impiegano gli ultimi pomeriggi a tenersi compagnia. Alla vigilia della
sua partenza, lui la porta a fare un giro con la duecavalli fresca di
officina. La luce dell'estate dischiude alla vista nitidi scenari da sogno.
Aggirano il Lago di Waging. Scorci bucolici. Le vacche: tanto grasse e
immobili da fare impressione. È una visione riposante ai lati della
provinciale, un quadretto che li invita a fermarsi e brindare con una ciotola di latte. La
strada attraversa pianure, corre tra collinette, si infila in boschi dove vige il buio
eterno, va a confondersi nella rete di asfalto di un centro urbano e ne esce dalla parte
opposta. Non è una semplice corsa in auto, ma piratesca avventura nei mari
della felicità. Dai finestrini seguono con lo sguardo il corso del Sogno. Un fiume
alquanto tortuoso, che la Landstrasse può costeggiare solo per brevi tratti.
Risalendo il Sogno in direzione della sua fonte, si incontrano i villaggi di Schloss
Kantenstein, Traumbalken e Stein am Traum. Qui bisogna lasciare la Bundesstrasse 305
e proseguire per un erto viottolo sul cavallo di San Francesco: a piedi, cioè. Ed ecco le
sorgenti del Traum. Lassù, su quella rupe.
In Anni di cani, Günter Grass scrive: "Ci sono fiumi che
puntano verso il cielo e vanno a sfociare nella Vistola". Il Traum non punta verso il
cielo, ma sembra sgorgare da esso.
Marco imbocca lautostrada Monaco-Salisburgo e supera il Lago di
Chiem ("mare di Baviera"). Le fronde di un tiglio, stagliate contro la sfera di
fuoco che sta declinando, infonde lillusione di streghe e di impiccati roteanti attorno al
tronco, come figure di una macabra ruota al lunapark.
Un villaggio segue laltro; minuscoli posti di due o tre fattorie
immersi nel silenzio, paesini dove il tempo si è fermato. Assomigliano a ricci sul tappeto verde di uno chemin de fer. Di nuovo una città:
fioritura terrena, umana pazzia. E ancora pianure e boschi e prati e agglomerati di
abitazioni di uomini. Ma la cosa peggiore, come sa anche Brigitte, sono i castelli, le
rocche, gli antichi palazzi isolati. Troppo isolati e troppo pretenziosi, soprattutto se
situati in mezzo a un parco principesco. Muraglie che dividono la realtà in due,
testimonianze concrete della secolare canzonatura ai danni di poveri analfabeti.
«Allora, ciao.» (Al termine della passeggiata in auto.)
«Starai via solo per la vacanza, vero?».
«Certo! Credi che voglia squagliarmela per sempre?».
«Naa. Da come oggi hai studiato i paraggi, si direbbe di sì.»
«E lasciare qui te? Te? Si vede che non hai ancora capito
limportanza che riveste per me laverti incontrata.»
«Mah sai, si sentono tante storie sui kleinen Italiener che
abbandonano le ragazze, magari dopo averle messe incinte...».
«Intanto, tutt'e due sappiamo che non sei incinta. E poi solitamente sei tu a sedurre e abbandonare me.»
«Consolati, caro: a te il pancione non verrà mai.»
Gli confida che uno dei suoi sogni è di vedere Venezia.
Venezia. Perché no? Lui le promette un giro in gondola e un valzer
nella città da salvare. Certo, la gondola è cara, ma si può sempre prendere una
caorlina, una mascareta, un pupparino. Fuggirsene su un'isola semideserta - di isole ce
n'è settecento - e amarsi su un altare del XIII secolo. «La prossima primavera. Ti ci
porto la prossima primavera, dacord?».
«Okay.»
Si scambiano un ultimo bacio, che non finisce di essere il penultimo.