Libro Secondo

                                  XII

 

La radio parla e canta di Villa Borghese, amori su litorali, madonnari, piazze e stradine rinascimentali. A cavallo delle onde medie, Marco risogna l’Italia alla maniera di ogni esule: il paese dell'infanzia da cui ognuno prima o poi viene cacciato via. Un'Italia di pergamena: i cortili odorosi di minestre, "lo vulgo sciocco", i giochi dei bambini, la lacrima nostalgica di un vetusto togliattiano, rock partenopeo, un sax che ha fatto il bagno in Arno, mattoni di tufo cotti al sole, fontanelle, l’urlo dello scemo del villaggio e "per lui farìa quello che per la mia persona". Nella memoria degli emigrati, l’immagine del mondo uterino ondeggia come una coltura in vitro. E questo mondo lontano e vagamente favoloso, questa nicchia o bolla d’aria va trasformandosi, a seconda dei momenti e delle circostanze, in una base sicura per la villeggiatura, in un’obbligata galera di croce e delizie, in un bacio umido sulle guance dei genitori, nel riassunto di un’epopea, in un masso in bilico sulla sponda di un mare di opale, in viali tappezzati con manifesti preelettorali.

Notturno dall’Italia.

Sta lasciando (temporaneamente: su ciò non ha dubbi) il suo microcosmo alemanno. La separazione è resa indispensabile dal rubinetto che spisciola e dalla finestra aperta-chiusa, fenomeni attorno ai quali si sviluppa una farsa fastidiosissima. Ma il distacco arriva a proposito anche perché il signor cuoco sta perdendo tutti i bottoni della sua casacca da lavoro e perché, dal cruciverba dei pantaloni a scacchi, seguitano a cascargli lettere arabe.

Ha già infilato la valigia nel portabagagli dell'utilitaria, ma ancora non si mette in viaggio. Prima vuol fare un salto da Johnny.

Ci sono attimi della nostra vita in cui le disgrazie altrui servono a risollevarci il morale. Ogni sua visita a Johnny ricorda a Marco la fortuna che ha lui nel potersi muovere e agire liberamente, senza che nessuno gli chieda a ogni passo i documenti.

Lo stambugio è situato sopra il ristorante Alexis Zorbas. Marco si inerpica agilmente sulle scale scomode e buie della pensioncina. Le altre stanze ospitano manovali polacchi, bosniaci, macedoni, rumeni, tutti sulla cinquantina: veri flagelli per Johnny, che da loro si sente spiato e perseguitato come da un intero avamposto del KGB. «E mai che puliscano il cesso!». (Gli inquilini e i sottoinquilini dello Zorbas devono usare un unico water.)

Bussa, ma solo dopo un paio di minuti ode la chiave girare nella toppa e una mano tirare via tre o quattro chiavistelli. Mentre sta ad aspettare, coglie un’occhiata alle spalle. Uno dei tizi che abita sullo stesso pianerottolo si è affacciato per vedere che cosa è questo trambusto. Ha i capelli arruffati e indossa soltanto canottiera e mutande. Presumibilmente un operaio della Siemens che fa i turni di notte.

Johnny accosta l’uscio, scruta per qualche secondo e, dopo aver riconosciuto l'amico, toglie la catena, permettendogli di entrare. Porta in testa un turbante formato da due sciarpe avvoltolate: l’emicrania, i soffi d’aria assassini, il reumatismo alla cervice...

La stanza, o per meglio dire: la stanzetta, è allagata dalla luce di tre faretti alogeni e da un funk insonnolito. C’è posto a malapena per un paio di seggiole e un lettino. Lo spazio restante è ingombrato da vari articoli di elettronica.

«Ehi! Ti sei organizzato bene, a quanto vedo. Prima non avevi così tanti lussi.»

«What?». Johnny va ad abbassare il volume dello stereo.

«Spegnilo del tutto, amigo.»

Il boy fa una smorfia di disappunto, appena riscontrabile sul suo viso bruno che assomiglia alla maschera levigata di un idolo di pietra. «Va bene», acconsente. «...Amigo.» Nonostante le apparenze, è felice che Marco sia venuto. Ma si capisce che deve stare sul chi va là: gli altri pensionanti hanno le mani lunghe e quei suoi preziosi aggeggi frutterebbero niente male al mercato nero. Ha dovuto fare installare una robusta serratura perché spesse volte, nel sonno, ha udito un tramestio dietro l'uscio. «Sono sicuro che ogni tanto qualcuno cerca di entrare.» Per mettere in fuga il presunto ladro, si mette a gridare; in piena notte. Ma - ragiona adesso - potrebbe anche trattarsi di un maniaco sessuale. E c'è da chiedersi quale delle due opzioni sia la peggiore.

Marco si guarda intorno. Sulle pareti sono incollati numerosi contenitori di uova: un tentativo per impedire che i coinquilini possano sentirsi disturbati dalla musica, che Johnny suona a volume alto. La megaradio da passeggio è gettata in un angolo. Dischi e libri - dai titoli in inglese - sono buttati in ogni dove. Il letto è scombinato; i calzini non stanno più appesi a un filo, come anni prima, ma su un’anta mezzo scardinata dell'armadio. In mezzo a questo pandemonio, risaltano due schermi: quello della tivù, a ridosso del capezzale, è sovrastato dal nero parallelepipedo di un videoregistratore; l’altro, più piccolo e scintillante, è su un mobiletto a dosso di muro. Marco si avvicina a quest'ultimo: lo pervadono colonne di numeri, asterischi, sillabe, simboli astrusi.

«Cos’è?», questiona.

L'indù gli si accosta. «Non lo vedi?».

Un telefono e una tastiera sono collegati con lo schermo. La tastiera è installata in una ventiquattr'ore e la cornetta del telefono spenzola a mezz’aria. Marco ride. «Questa poi!».

«Non sapevi che ho il telefono?».

«Il telefono? Sì... no... Mi prendi in giro? Parlo dell’intera attrezzatura. Del computer.»

Il sorriso di Johnny si allarga. (Ma come fa ad avere denti così bianchi?) Va a sedersi davanti al monitor, mentre il suo ospite prende posto sull’altra seggiola, che vacilla pericolosamente. Si accendono due sigarette. E Johnny - a gambe incrociate e senza ancora levarsi quel rudimentale turbante - comincia a esporre: «I’m trying to enter the system...». Intanto, batte fulmineo sui tasti e lo schermo va riempiendosi di nuovi algoritmi inintelligibili.

Enter the system?

In parole povere: vuole scardinare un certa banca dati. Niente di eversivo, non è un terrorista. Lo fa solo per sistemare in fretta e in modo possibilmente indolore la sua situazione di kakka. Naturalmente conta sulla discrezione di Marco. Sa che è un amico e che non riferirà ad anima viva del suo piano.

«Chiaro. Mi conosci: muto come un pesce.» Marco aspira fumo, fissando come ipnotizzato il monitor su cui, su uno sfondo verdognolo, si succedono caratteri alfanumerici. Caratteri che per lui rimangono assolutamente privi di senso.

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Una nota in margine: per comprendere l’ingenua o, diciamo meglio, l’innocente sorpresa di Marco, bisogna ricordarsi che allora (il 1990: una data in fondo non lontana!) pochi avevano l’onore e il privilegio di conoscere un hacker e, soprattutto, di vederlo all’opera. Tanti non sapevano neppure chi o che cosa fosse un hacker. Alcuni fortunati disponevano di un C128 o un C64 e i più fortunati memorizzavano i loro testi in un AT clone. I fortunatissimi, poi, erano fieri possessori di un 286. Marco, che per tutto il santo giorno doveva stare trincerato in un ristorante, fino a quel momento non aveva mai usato neppure una macchina da scrivere elettrica.

E mi sia concessa un’altra osservazione. Mentre nel 1969 bastò la potenza di tre C64 perché l’uomo mettesse piede sulla luna, oggi occorre perlomeno un Pentium per far funzionare Windows. Qualcosa, nello sviluppo della tecnica computeristica, dev’essere andata per il verso sbagliato.

 

Dunque: in quel giorno dell’A.D. 1990 la mente di Marco è impegnata a decifrare e tradurre in senso compiuto le spiegazioni di Johnny. Per comodità, riportiamo qui già tradotto e decifrato il discorso del piccolo indiano d’India.

«Il mio problema, come sai, è che non ho le carte in regola. Non ho un permesso di lavoro e neanche la possibilità di attraversare la frontiera per rifarmi una vita altrove. Ma, se ce la faccio a forzare il codice ASCII della centrale per immigrati di Francoforte sul Meno, modifico i dati che mi riguardano e do il via al processo che mi consentirà di acquisire il passaporto Nansen, quello per gli apolidi. Naturalmente potrei sposare Olga, acquisendo la cittadinanza tedesca. Ma non sono convinto. Lei è così... morbosa! Mi ha ciucciato via mezzo midollo spinale... Alla resa dei conti, non è una cattiva ragazza, ma, anche se me la sposo, e anche se lei si dice disposta a trattare a nome mio con le autorità competenti, la trafila burocratica sarà - temo - lunga, molto lunga.» Si volge per verificare se l’amico stia a seguire il ragionamento, quindi prosegue: «Se proprio vuoi sapere la verità... non la amo, ecco! Beve troppo... e il bere è uno dei mali minori. Insomma, non riesco a immaginare di poter condurre una vita ordinata e felice con lei. Nemmeno per una causa vitale com'è la mia libertà. Dopotutto, Olga non me la perdonerebbe mai se io un giorno chiedessi il divorzio, se scoprisse che l’ho impalmata per mero interesse. E poi mi toccherebbe pagarle gli alimenti...».

«Uhm.» Marco continua a fissare il terminale. «Dicevi... ASCII?».

«Oh. "American Standard Code for Information Interchange".»

«Non ci capisco niente lo stesso.»

«Man!», esclama Johnny, senza dissimulare la sua delusione. «A scuola non...?».

«Caro Jo», si scusa l’ospite, «nelle scuole da me frequentate gli insegnanti non sapevano azionare neppure un calcolatore tascabile!».

«Poco male. Anch'io ho dovuto imparare per conto mio, tramite libri e riviste specializzate: dunque tu puoi ancora farcela a metterti al passo coi tempi.»

Esterrefatto e confuso, ma anche divertito, Marco non sa replicargli. All'improvviso si sovviene di un episodio risalente a quando Johnny faceva l'aiutante di cucina. Il personale del Capri discuteva delle nuove meraviglie della tecnica quando il giovane indù si era interposto. Aveva iniziato a parlare con trasporto di videoregistratori, calcolatori elettronici e sistemi di telecomunicazione, sbalordendo i colleghi italiani con le sue cognizioni in materia. Senza un motivo specifico, Giovanni lo aveva interrotto, sbottando: «Ma cosa ne sai tu, Mowgli! Da voi non ci sono mica queste cose!». Johnny se l’era presa a morte. Sgolandosi rabbiosamente, con un manrovescio aveva fatto volare via la piramide di bicchieri che si ergeva sul bancone.

Marco, Geppo e gli altri le avevano tentate tutte per farlo calmare, ma invano. Gridando come un indemoniato, Johnny mise in fuga gli ultimi, tardivi clienti del Capri. E si beccò una pedata nel sedere dall’allora boss del Capri.

Aveva sempre dovuto tollerare frecciatine idiote sul suo luogo di nascita, e il sentire parlare in quel modo un collega... un "amigo"... gli aveva mandato in tilt i circuiti. In seguito aveva preso a circondarsi di tutti quei dispositivi sofisticati, come per dimostrare al mondo - e a sé medesimo - che il modernismo non è appannaggio dei nati in Occidente.

 

«Quello», sta spiegando all’ignorante Marco, «è un synchromodem, un apparecchiuccio da nulla. Costa tremila marchi.»

«Pfff!».

«Non è molto. La difficoltà maggiore consiste nel procurarselo. Con il synchromodem, ho potuto inserirmi sulla linea del "mainframe" di Francoforte. Ossia: ho stabilito un contatto con il CPU dell’ufficio d’immigrazione.»

«CPU? Christliche Populäre Union?». Marco cerca di volgere in scherzo la propria arretratezza.

«"Central Processor Unit".»

«E ora sei dentro? Ma allora è fatta!».

«Niente è fatto. L’ASCII è pieno di "random bits". Significa che la messe di dati è esposta in maniera crittografica o, in altre parole, resa illeggibile da un disegno casuale di "bits". Se non si conosce il disegno, non si approda a nulla. Quel che io cerco di fare, da settimane ormai, è di scoprire il pin di accesso.» Preme simultaneamente due, tre tasti e lo schermo diventa d'ardesia; poi pigia il pulsante "return" e lo schermo viene nuovamente inondato da segni senza logica apparente.

Visnù osserva dall'alto. Tutte le creature sono legate dall'ahimsa, o sacra parentela Il kaa, l'anima, non ce l'hanno solo gli umani: anche gli animali ne sono provvisti. Anche le macchine?

Marco spegne la cicca nel posacenere che reclamizza un amaro siciliano, si solleva dalla sedia sgangherata e: «Ti auguro di avere successo», dice. E nella sua voce si avverte un sottotono apprensivo. Scopre di essere in ansia per quel gracile, intelligente e ultrasensibile fuorilegge orientale.

«Te ne vai?».

«Sì, Johnny. Schizzo via per qualche tempo. In Italia. Devo portarti qualcosa?».

«E cosa?», domanda Johnny, senza smettere di cimentarsi con "bits" e "bytes".

«Beh, Geppo mi ha commissionato del Sangiovese, Giovanni delle sigarette italiane...».

«A me puoi portare un passaporto. Ti serve una foto? O ce ne vogliono due?».

Marco ridiscende l’angusta scalinata sorridendo perplesso. Questo suo amico, questo Johnny, conosce una dozzina di lingue tra dialetti e idiomi nazionali e si lamenta di non aver mai avuto l’opportunità di qualificarsi in nessun mestiere. Impara da solo a dueggiare con un prototipo del personal computer e la sera gli tocca andare a lavare piatti in ritrovi di dubbia fama.

 

In India è ritenuto abbiente "colui che porta le scarpe".

In India gli uccelli hanno talmente dimestichezza con gli esseri umani da convivere praticamente con loro.

In India abita Yamuna, la fanciulla che fu promessa in sposa a Johnny il giorno in cui lui compì nove anni.

Nella lotta delle religioni, Johnny appoggiava i Sikhs. Politicamente si schierava con coloro che propugnavano la caduta del governo di Nuova Delhi e si battevano per l’indipendenza della provincia Orissa. La Germania aveva rappresentato per lui un ripiegamento di comodo. Vi era arrivato dopo una via crucis attraverso il Nepal, l'Unione Sovietica, l'Inghilterra e i Paesi Scandinavi.

Johnny non riuscì mai a entusiasmarsi per i tedeschi, e tanto meno per i loro complicati paragrafi. Fosse dipeso da lui, sarebbe andato a vivere in Danimarca: «La nazione più civile del mondo». Aveva un fratello laureatosi a Oxford che si era inserito ottimamente nella società britannica. «Ma con Haroon non c'è intesa. Mi critica di continuo per i miei ideali. Come se non bastasse, ha sposato un’aristocratica senza cuore. Sono stato a Londra a visitarli... abitano nel quartiere di Mayfair... e quella bagascia mi ha trattato con la freddezza che contraddistingue gli inglesi dell’upper class

Nel raccontare a Marco queste e altre storie, aveva pianto come un bambino.

Sicuramente piange ancora oggi, in segreto, chino sull’elettronica che se ne frega bellamente.

 

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