Libro Terzo

                                     I

 

                 "Scrivere è un po’ come cucinare."

                                           (Gertrude Stein)

Il serbatoio è stracolmo - venticinque litri di "super" -: può partire. Parte. L’automobile è quel che è (centotredici chilometri orari la velocità massima raggiungibile), ma ha il vantaggio di consumare poco. Forza, allora!

Un’ora dopo aver lasciato Traumfurt, piomba nell’autunno più autunnale che abbia mai visto. Sul Ponte d’Europa c’è una luce greve che affanna gli occhi e soffia un vento pervicace. Marco sbanda, si rimette in carreggiata. Potenza di Eolo.

L’andare e il venire, i fogli di carta e le foglie; cime e avvallamenti, voci, silenzi: conosciamo solo quel che conosce il vento, possediamo quel che il vento possiede.

All’altezza di Trento piove. Alcuni autotreni sono parcheggiati davanti a un autogrill, ma sembra che stiano lì da anni, come reliquie d’anteguerra. Il barista, faccia da stregone, somiglia a Ninotschka. Dopo un caffellatte alla Dio puzz..., Marco si rituffa nella strada. La ‘duecavalli’ attraversa campi minati, piazzuole per cannoni, postazioni di artiglieria leggera. Caporetto II. Questa mattina gli pare di essere l’unico squilibrato in giro. I finestrini sono appannati; o sono le sue lentine a contatto ad essersi velate? Una carreggiata dissestata o una semplice buca nel nastro autostradale bastano per far sorgere dubbi del tipo: "Forse avrei fatto meglio a prendere il treno...". O: "E se i miei cari mi accogliessero con buone maniere e cauta distanza, come si usa con quasi-estranei?".

Vicino Verona, un sole obliquo crea miraggi sul fondo bagnato. Aria di luce infinita e tracce di ferinità alla periferia del mondo contadino. Marco si riposa in una pensioncina comoda e decente. Quando riparte, ai primi barlumi del giorno, l’autunno persiste, seminando i suoi indizi prematuri: un po’ di pioggia, ancora vento; le prime castagne che acquisiscono una corona purpurea.

Finalmente comincia a incrociare altri veicoli e, in un baretto alle porte di Roma, capisce che ci siamo: le chiacchiere degli avventori lo ripongono a tu per tu con il genio belpaesanoschizonicotincaffeinomane. Percorre la riviera tirrenica come in un film che viene svolto all’incontrario (sempre più sole e sempre meno vento) e supera Napoli in piena estate.

Schifanoja! Arriva a notte fonda e sia lui sia il motore stanno fumando. Mentre attraversa il ponte sotto cui un tempo scorreva il fiume, gli si presenta un quesito ozioso ma doveroso: dove vanno a finire tutti i fiumi che muoiono?

Di nuovo a casa. I suoi genitori, poco più abbacchiati e poco più grigi di quando li aveva lasciati, gli preparano un bagno caldo e una cena dignitosa. Albergo Ma’ & Pa’. Inizia così, per lui, un insolito arco di vita. Deve riabituarsi al dolce far niente: scaldare il letto fino a tardi, farsi fare il caffè tre volte al giorno, rileggere tutti i libri che vuole.

Divide la stanza con Paolo, il fratello minore, ormai un giovanottino. Nella stanza di Marco, tra le cose che furono di Marco, Paolo snocciola lo scetticismo della sua generazione. Occorre guadagnare in cinismo, dice. Imparare l’egoismo. Non c’è nessun eroe attendibile né ideologie da seguire. Solo la musica conta. «Senti questa band? Sono i Pearl Jam.»

Si è cresciuti sotto uno stesso tetto e ci si conosce così poco! E tutti si arrogano invece di conoscere Odisseo, che in questa magione ha fatto ritorno dopo quattro anni e rotti.

In passato, Marco scambiava per nervosismo l’animazione dei familiari. Si chiedeva: come si fa a essere nervosi e scontenti quando non manca niente? E oggi, oggi che loro sono calmi, è lui a sentirsi agitato.

 

Va a trovare Roccus. Ricorda bene l’abitazione di Roccus e ricorda bene il clan familiare di Roccus per illudersi di scoprirvi dei cambiamenti. Mentre preme il campanello, ode ruggiti, urli isterici, sedie che grattano il pavimento e spezzoni di frasi in un gergo incomprensibile. Dopo avergli aperto la porta, lo stritolano tra le braccia, tirandolo dentro. Marco vede il fratellamico assiso su un monte di stracci, in mezzo a una miriade di papiri inutilizzabili, vecchie riviste e buste di lettere coi francobolli spiccicati.

Roccus (la barba di due settimane, i capelli incoltivati che si tendono in svariate direzioni, un maglioncino risalente a dieci o quindici anni prima che gli copre a malapena l’ombelico) è intento a battere a macchina una lettera o una poesia mentre, con il braccio sinistro, regge una poppante dalla pelle bruna con il mocciolo al naso. Tutt’attorno, nel soggiorno che sembra un ricovero per profughi albanesi, sono distribuiti i suoi fratelli con rispettive mogli e odalische, e bambini bambini bambini. La sorella psicotica parla da sola rivolta al comò; il padre e la madre bisticciano con se stessi e con il mondo intero; e il televisore grida da matti.

I due amici escono. Ormai si vedono di rado, ma un tempo avevano la stessa età ed erano inseparabili. Cantavano per strada. Giocavano al pallone. Prendevano il piroscafino e si situavano a prua, lasciandosi sprizzare dalle onde e sfidando il mal di mare: incontro a un’isoletta dove piantare la tenda tra ramarri preistorici, grifagni pennuti e turiste nordiche.

Roccus si mette a raccontare: «Continuo a scrivere, a dispetto di tutto e di tutti». Nel caos domestico gli riesce di buttar giù esametri e versi liberi. Compila l’epopea della sua gioventù: «Prima che la gioventù passi del tutto e la famiglia mi inaridisca la memoria e l’ispirazione».

Preferisce scrivere a penna. Naturale che scrivere a penna è un atto primitivo, ma primitive possono allora considerarsi anche la nascita, la sessualità, la morte. In un mondo dove sempre più ci si affida alla tecnologia, dove sempre più ci si immerge nella "virtual reality" e si intraprendono gesti "autopunitivi" quali il farsi tatuare, il bodybuilding, il piercing e le diete masochiste, l’attività dello scrivano tradizionale è l’unico gesto - fisico, oltre che creativo - non autolesionante.

Le dita di Roccus tremano mentre pescano un bastoncino cancerogeno dal pacchetto del gemello emigrato. Ma la sua voce è tranquilla; forse troppo. C’è una pausa eccessivamente lunga tra una parola e l’altra... Riluttanza a sottoporre i pensieri al giogo della sintassi? Incertezza dell’elocuzione? Racconta che non esce quasi più. È un essere nidiaceo in mezzo ai nani pesticcianti, piscialetti, michelacci, lingue di aspide, piantacarote, gonzi, eroicomici fannulloni, merdaioli ed eslegi sciagurati che compongono il manicomio casalingo, dove il linguaggio comune viene messo sossopra, spezzettato, tranciato, preso a pugni, remixato. Appare mezzo intontito, e solo a mano a mano che la passeggiata li porta via, lontano da casa sua, le guance incavate assumono una parvenza di rosa e gli occhi sfrecciano lucidi e vivaci. Sta tornando alla vita.

«Che splendida giornata!», esclama. Riacquista l’uso della parola. Nell’aspetto è quanto mai barbaresco, ma ha già smesso di essere l’omino pavido che si aggrappa alla gonna di Mamama. È di nuovo il sorridente ragazzo di una volta. E, buono com’è, assolve il mondo intero.

In realtà - afferma -, non sono quei tristanzuoli dei suoi consanguinei a storpiargli le ali; è colpa della disoccupazione. E non è vero che nelle pietanze e nelle bibite propinategli dalla madre ci sia qualche veleno: è perché il passato è ancora vivo e meraviglioso e il presente, viceversa, tanto scialbo, che lui si sente indebolito e rimbamba. La cosa peggiore è che non ha nessuno con cui confidarsi. Non conosce nessuno. Conosce solo Marco...

Due amici vanno: Astolfo e Don Chisciotte nel flusso chiarogiorno del centro. Vanno e, confabulando pigramente, studiano ogni particolare, come stranieri. Tubi metallici si incrociano a centinaia reggendo archi pericolanti, venditori ambulanti strepitano la bontà della loro merce dritto nelle le orecchie dei passanti, un camion della spazzatura per poco non investe un bambino sotto i loro occhi. Due amici vanno. Dove vanno? Vanno per la perduta città nella perduta terra. Passano in rivista le bancarelle della fascia balneare, dove sono esposti merluzzi, lamprede, pesci passera. E, come ai bei tempi, tutto finisce per acquistare un risvolto avvincente e divertente. Ogni faccia, avvenimento e voce vengono da loro celebrati: sotto il cielo aperto, in una calca che fa pensare a Costantinopoli, Rawalpindi, Buenos Aires, Accra.

Rientrano tardi, ma nel loro quartiere regna ancora molta agitazione. A quest'ora serale fa freddino: e difatti Roccus trema.

«Una ragazza», argomenta Roccus, «potrebbe darmi tutto il calore di cui ho bisogno. E, nei giorni di afa, la frescura di cui ho bisogno.» Dipanando la pellicola dei ricordi, rievoca una giovane donna originaria dell’Assan conosciuta l’anno prima. «Claudine! Lei lavorava a servizio presso una famiglia di nobili eurekiani. Oh, Claudine...». Prende a ballare la giga. «Eri come un videogame: quando arrivavo alle tue tette, mi premiavi con un bonus di mille punti.» Da Claudine il suo pensiero divaga per ripescare, dal cassetto delle memorie, una tizia di nome Fiordaliso.

Fiordaliso era stata la fidanzata di Marco. Una cosetta vivace e con le trecce che indossava abitualmente un sari. Avevano fatto lunghe passeggiate in tre, e a Roccus era consentito di prenderle la mano libera. Ma non era sfuggito a Marco il senso di sconforto che si mimetizzava dietro il suo sorriso. Il fratellamico si stava proiettando progressivamente verso il buco nero della solitudine, mentre lui con la sua ragazza aveva trovato la pace del cuore. L'idea di Marco era che, poiché lui si sentiva felice, doveva esserlo anche Roccus. Così, aveva deciso di spartire Fiordaliso con il famulus. Dopo i primi dubbi, le prime recriminazioni (la resistenza maggiore l’aveva mostrata proprio Roccus: «Ma... ma... è la tua ragazza!»), erano passati ai fatti. Fiordaliso aveva cominciato a sdoppiarsi per far felici entrambi. Ma non funzionava: ora erano Roccus e Marco che non si incontravano mai. Finirono perciò con il formare un team anche a letto. Per strada, lei divideva baci alle sue guardie del corpo, venendone ricambiata a profusione. Stava in mezzo ai due, minuscola e fiera, il braccio di uno sulle spalle e quello dell'altro intorno alla vita.

«Ci sposiamo, eh?», si dicevano ridendo. «Un triplice sodalizio coniugale...».

Ma non poteva durare: Schifanoja non perdonò la loro libertà. Sul terzetto si abbatté un coro di proteste. Furono svillaneggiati, e i genitori di lei percepirono messaggi più o meno criptati riguardanti il modus vivendi della figliola. Dovettero separarsi. Cioè: Fiordaliso fu costretta a separarsi dai suoi intrepidi amanti; con soddisfazione delle sue compagne di scuola invidiose.

L’amore a tre è una sperequazione: di ciò Marco è riuscito a convincersi. Ma, nel rammentare quella storia (svoltasi sotto il segno dei Gemelli), viene assalito da un’ondata di nostalgia. In fondo, il "triangolo" non è il più orripilante dei peccati. Esclama: «Che bello sarebbe, eh, rivederla...».

Roccus non si lascia scappare alcun commento. Continua ad annuire con un sorriso, come ogni volta che affrontano questo tema. Un sorriso un po’ agro, il suo. Sente gravare su di sé la colpa... Ma la colpa di che?

«Sai», dice, scegliendo con cura le parole, «non credo che ci gioverebbe ripetere quell’esperienza. Né con Fiordaliso... che ormai sarà una madre di famiglia con cuccioli a bizzeffe... né con un’altra. E poi, perdona la mia sincerità, solo dopo che lei è sparita dal nostro orizzonte tu sei tornato a offrirti come mia àncora di salvezza. O soltanto oggi io vedo in te la. Comunque sia, il peccato più grande è che noi due dobbiamo vivere separati. Ormai sono troppo incasinato. Solo la tua presenza mi aiuta a risorgere.»

Sta parlando sul serio, adesso: una frase dietro l’altra, un intero discorso, come non gli è riuscito di fare da molto, troppo tempo.

«Certo: ho avuto e avrò anch’io delle ragazze», continua. «Ma che ragazze! Nessuna di loro mi pare tanto giusta, qui.» Si martella la tempia con un dito. «Prendi quella... come si chiama? Liliana. A proposito: hai notato che tutte le tue amichette hanno dei nomi fantastici, mentre le mie...? Bah.»

«Liliana è un bel nome. La mia compagna attuale si chiama Brigida...».

«Li-lia-na», scandisce Roccus, con rimpianto. «Aveva un corpo rotondetto ma un bel viso. Bionda come una tedesca.... Bah», ripete. «Era destino che non dovessimo metterci insieme.»

Salgono fino all’appartamento di Marco, in cui, se non altro, vige un po' di pace. Il padre di Marco tira fuori la scacchiera impolverata e, tra una mossa e l’altra, bevono un caffè e un liquorino, discutono di sport e di politica, mangiano biscotti. Il più delle volte è Roccus a parlare, e il padre di Marco si limita ad ascoltarlo con occhi strabuzzati. Questo amico di suo figlio gli pare... come dire?... un picchiatello.

 

L’astrazione di Roccus dalla città cui appartiene, e persino dalla propria famiglia, è a fondamento del suo stesso dasein. Il distacco spirituale gli è essenziale per poter scampare e per non ammattire del tutto. È uno di quei tipi che raramente si lamentano della propria sorte e, quando enuncia qualcosa, si può essere certi che la pensa davvero. Semplice come i versi che redige, Roccus non ha mai fatto parte di nessuna organizzazione, di nessun circolo politicamente, socialmente impegnato: il suo linguaggio differisce non poco da quello di questi battaglieri ragazzi, di questi sobillatori con gli stracci da boutique. Visceralmente romantico, a trent’anni non ha ancora reperito una compagna a lui congeniale. Ma non è un preticello; anzi:. gli piacciono le donne pepate. Ne ha avute diverse nel Settentrione, dove era andato a lavorare ancor prima del servizio militare. Oggi è solo solissimo e, se esce, esce nottetempo. O attende il ritorno di Marco per uscire.

Della follia che domina a casa sua lui si serve per mantenere in vita e alimentare la propria anacronistica saggezza. È di salute cagionevole, prematuramente semicalvo, la schiena incurvata, i denti marci. Malgrado ciò, conserva uno scampolo della bellezza e del fascino che gli sono connaturali. Non si giustifica mai, né pretende che gli altri lo facciano con lui. La sua massima ambizione è di essere lasciato in pace a sognare e a vergare versi, e il resto - pensa - verrà da sé. Presso il parentado passa per un piccolo Einstein, e forse lo è. A tratti ha un’illuminazione, un'ideuzza che potrebbe essere sfruttata nel mondo delle proiezioni reali, ma lui, piuttosto che adoperarsi per vendere questi lampi di genio, li regala ad altri. Troppa fatica darsi da fare, contrattare, permutare: una cosa alla volta è più che sufficiente, e anche questa cosa deve essere fatta quando se ne ha voglia.

Non legge libri; li spilluzzica, semmai. Non avendo frequentato le scuole superiori, non è "colto" nel senso vero del termine. Ma potrebbe compilarvi l'oroscopo, ballare con voi, scacciare la vostra noia improvvisando numeri da cabaret e farvi ridere, o perlomeno sorridere, senza ferire nessuno.

Marco lo segue nel suo soggiorno tra il vocio, le canzoni stonate, lo scompiglio e l'odore agre di foglie di mirtillo combuste. In questa grotta degli orrori il fratellamico va a occupare il suo posto abituale, davanti a una macchina da scrivere scassata e in mezzo a tazzine sporche, pannolini usati, corrispondenza inevasa, ritagli di annunci di lavoro... I tarocchi sono sparpagliati dappertutto e l’orologio a pendolo si è fermato da un pezzo, ma nella moka è rimasto del caffè e il fragore della strada adesso giunge ovattato. Poiché Marco gli sta vicino, l’universo è di nuovo a posto.

Amico. Ci lanciavamo la sfera di cuoio. Poi, sudati, ci immergevamo negli scenari di brume discrete e picchi luminosi, sotto gli occhi acuti di lupi e quelli irridenti di civette. Senza una parola. Senza una sola fottuta parola.

 

Marco innesta la quarta. La ‘duecavalli’ spetacchia nuvolette idrocarburiche sulla panoramica affiancata da palme e fichi d'India. All’uscita di una curva, il mare scintilla con maggiore intensità. Il lunotto posteriore manca perché è stato preso a sassate dai monelli. Qualche ora dopo la partenza, una pioggia improvvisa, torrenziale, fa sussultare la ‘duecavalli’. "Dovrò farla rodare nuovamente", pensa Marco, che già teme il peggio. E infatti: ad un tratto sente uno strattone, c'è uno scoppio, i cilindri saltano in aria, le portiere si scardinano, l’olio bolle, il motore fischia, gli ammortizzatori si afflosciano. La gloriosa macchinina smette di vivere.

Con la fronte appoggiata sul volante, come in muta preghiera, attende che spiova. Quindi smonta, svita le targhe, deposita un bacio sul cofano pieno di graffi e di ammaccature e va a cercarsi un treno.

La vetturetta (l’ultimissima della serie) resta dov'è, un catafalco nell’aperta campagna.

 

Il diretto Napoli-Amburgo è una bolgia rotolante; i confini tra la prima e la seconda classe sono saltati fin da subito. Pigiati come acciughe, abbozzolati nei propri pensieri, gli emigranti cercano di tenere a freno il nervosismo dovuto all’esasperante lentezza del convoglio. Marco se ne sta a stretto contatto con corpi di sconosciuti mentre avverte tuttora sulla schiena lo sguardo d’addio lanciatogli dal fratellamico. Respirando le altrui esalazioni, si dice: "Vediamo allontanarsi l’autobus dei nostri anni migliori e non alziamo neppure il braccio per fermarlo".

Come in un sogno rotolano via Roma, Firenze, Bologna. Lui si appisola su un pezzo di corridoio mentre fuori sfilano vecchie cascine, pievi, ville seicentesche.

 

                                                                                                                               

                                                                    L'Autore (bio e indirizzi)    Il romanzo in e-book   

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