Il serbatoio è stracolmo - venticinque litri di "super" -:
può partire. Parte. Lautomobile è quel che è (centotredici chilometri orari la
velocità massima raggiungibile), ma ha il vantaggio di consumare poco. Forza, allora!
Unora dopo aver lasciato Traumfurt, piomba
nellautunno più autunnale che abbia mai visto. Sul Ponte dEuropa cè
una luce greve che affanna gli occhi e soffia un vento pervicace. Marco sbanda, si rimette
in carreggiata. Potenza di Eolo.
Landare e il venire, i fogli di carta e le foglie; cime e
avvallamenti, voci, silenzi: conosciamo solo quel che conosce il vento, possediamo quel
che il vento possiede.
Allaltezza di Trento piove. Alcuni autotreni sono parcheggiati
davanti a un autogrill, ma sembra che stiano lì da anni, come reliquie danteguerra.
Il barista, faccia da stregone, somiglia a Ninotschka. Dopo un caffellatte
alla Dio puzz..., Marco si rituffa nella strada. La duecavalli attraversa
campi minati, piazzuole per cannoni, postazioni di artiglieria leggera. Caporetto II.
Questa mattina gli pare di essere lunico squilibrato in giro. I finestrini sono
appannati; o sono le sue lentine a contatto ad essersi velate? Una carreggiata dissestata o una
semplice buca nel nastro autostradale bastano per far sorgere dubbi del tipo:
"Forse avrei fatto meglio a prendere il treno...". O: "E se i miei cari mi
accogliessero con buone maniere e cauta distanza, come si usa con quasi-estranei?".
Vicino Verona, un sole obliquo crea miraggi sul fondo bagnato. Aria di
luce infinita e tracce di ferinità alla periferia del mondo contadino. Marco si riposa in
una pensioncina comoda e decente. Quando riparte, ai primi barlumi del giorno,
lautunno persiste, seminando i suoi indizi prematuri: un po di pioggia,
ancora vento; le prime castagne che acquisiscono una corona purpurea.
Finalmente comincia a incrociare altri veicoli e, in un baretto alle
porte di Roma, capisce che ci siamo: le chiacchiere degli avventori lo ripongono a tu per
tu con il genio belpaesanoschizonicotincaffeinomane. Percorre la riviera tirrenica come in
un film che viene svolto allincontrario (sempre più sole e sempre meno vento) e
supera Napoli in piena estate.
Schifanoja! Arriva a notte fonda e sia lui sia il motore
stanno fumando. Mentre attraversa il ponte sotto cui un tempo scorreva il fiume, gli si presenta un
quesito ozioso ma doveroso: dove vanno a finire tutti i fiumi che muoiono?
Di nuovo a casa. I suoi genitori, poco più abbacchiati e poco più grigi di
quando li aveva lasciati, gli preparano un bagno caldo e una cena dignitosa. Albergo
Ma & Pa. Inizia così, per lui, un insolito arco di vita. Deve riabituarsi
al dolce far niente: scaldare il letto fino a tardi, farsi fare il caffè tre volte al
giorno, rileggere tutti i libri che vuole.
Divide la stanza con Paolo, il fratello minore, ormai un
giovanottino. Nella stanza di Marco, tra le cose che furono di Marco, Paolo snocciola lo
scetticismo della sua generazione. Occorre guadagnare in cinismo, dice. Imparare
legoismo. Non cè nessun eroe attendibile né ideologie da seguire. Solo
la musica conta. «Senti questa band? Sono i Pearl Jam.»
Si è cresciuti sotto uno stesso tetto e ci si conosce così poco! E
tutti si arrogano invece di conoscere Odisseo, che in questa magione ha fatto ritorno dopo
quattro anni e rotti.
In passato, Marco scambiava per nervosismo lanimazione dei
familiari. Si chiedeva: come si fa a essere nervosi e scontenti quando non manca niente?
E oggi, oggi che loro sono calmi, è lui a sentirsi agitato.
Va a trovare Roccus. Ricorda bene labitazione di Roccus e ricorda
bene il clan familiare di Roccus per illudersi di scoprirvi dei cambiamenti. Mentre preme il campanello, ode ruggiti, urli isterici, sedie che grattano il pavimento e spezzoni di
frasi in un gergo incomprensibile. Dopo avergli aperto la porta, lo stritolano tra le
braccia, tirandolo dentro. Marco vede il fratellamico assiso su un monte di stracci, in
mezzo a una miriade di papiri inutilizzabili, vecchie riviste e buste di lettere coi
francobolli spiccicati.
Roccus (la barba di due settimane, i capelli incoltivati che si tendono in svariate direzioni, un maglioncino risalente a dieci o quindici anni prima che gli copre a malapena lombelico) è intento a battere a macchina una lettera o una
poesia mentre, con il braccio sinistro, regge una poppante dalla pelle bruna con il
mocciolo al naso. Tuttattorno, nel soggiorno che sembra un ricovero per
profughi albanesi, sono distribuiti i suoi fratelli con rispettive mogli e odalische, e
bambini bambini bambini. La sorella psicotica parla da sola rivolta al comò; il padre e
la madre bisticciano con se stessi e con il mondo intero; e il televisore grida da matti.
I due amici escono. Ormai si vedono di rado, ma un
tempo avevano la stessa età ed erano inseparabili. Cantavano per strada.
Giocavano al pallone. Prendevano il piroscafino e si situavano a prua, lasciandosi
sprizzare dalle onde e sfidando il mal di mare: incontro a unisoletta dove piantare
la tenda tra ramarri preistorici, grifagni pennuti e turiste nordiche.
Roccus si mette a raccontare: «Continuo a
scrivere, a dispetto di tutto e di tutti». Nel caos domestico gli riesce di buttar
giù esametri e versi liberi. Compila lepopea della sua gioventù: «Prima che la
gioventù passi del tutto e la famiglia mi inaridisca la memoria e lispirazione».
Preferisce scrivere a penna. Naturale che scrivere a penna è un atto
primitivo, ma primitive possono allora considerarsi anche la nascita, la sessualità, la morte.
In un mondo dove sempre più ci si affida alla tecnologia, dove sempre più ci si
immerge nella "virtual reality" e si intraprendono gesti
"autopunitivi" quali il farsi tatuare, il bodybuilding, il piercing
e le diete masochiste, lattività dello scrivano tradizionale è lunico gesto
- fisico, oltre che creativo - non autolesionante.
Le dita di Roccus tremano mentre pescano un bastoncino
cancerogeno dal pacchetto del gemello emigrato. Ma la sua voce è tranquilla; forse troppo.
Cè una pausa eccessivamente lunga tra una parola e laltra... Riluttanza a
sottoporre i pensieri al giogo della sintassi? Incertezza dellelocuzione? Racconta che non esce quasi più. È un essere nidiaceo in mezzo ai nani pesticcianti,
piscialetti, michelacci, lingue di aspide, piantacarote, gonzi, eroicomici fannulloni,
merdaioli ed eslegi sciagurati che compongono il manicomio casalingo, dove il linguaggio
comune viene messo sossopra, spezzettato, tranciato, preso a pugni, remixato. Appare mezzo
intontito, e solo a mano a mano che la passeggiata li porta via, lontano da casa sua, le guance incavate assumono una parvenza di rosa e gli occhi sfrecciano lucidi e vivaci. Sta tornando alla vita.
«Che splendida giornata!», esclama. Riacquista luso
della parola. Nellaspetto è quanto mai barbaresco, ma ha già smesso di essere
lomino pavido che si aggrappa alla gonna di Mamama. È di nuovo il sorridente
ragazzo di una volta. E, buono comè, assolve il mondo intero.
In realtà - afferma -, non sono quei tristanzuoli dei suoi
consanguinei a storpiargli le ali; è colpa della disoccupazione. E non è vero che nelle
pietanze e nelle bibite propinategli dalla madre ci sia qualche veleno: è perché il
passato è ancora vivo e meraviglioso e il presente, viceversa, tanto scialbo, che lui si
sente indebolito e rimbamba. La cosa peggiore è che non ha nessuno con cui confidarsi. Non conosce nessuno. Conosce solo Marco...
Due amici vanno: Astolfo e Don Chisciotte nel flusso chiarogiorno
del centro. Vanno e, confabulando pigramente, studiano ogni particolare, come
stranieri. Tubi metallici si incrociano a centinaia reggendo archi pericolanti, venditori
ambulanti strepitano la bontà della loro merce dritto nelle le orecchie dei passanti, un camion
della spazzatura per poco non investe un bambino sotto i loro occhi. Due amici vanno.
Dove vanno? Vanno per la perduta città nella perduta terra. Passano in rivista le
bancarelle della fascia balneare, dove sono esposti merluzzi, lamprede, pesci passera. E,
come ai bei tempi, tutto finisce per acquistare un risvolto avvincente e divertente. Ogni
faccia, avvenimento e voce vengono da loro celebrati: sotto il cielo aperto, in una calca
che fa pensare a Costantinopoli, Rawalpindi, Buenos Aires, Accra.
Rientrano tardi, ma nel loro quartiere regna ancora molta
agitazione. A quest'ora serale fa freddino: e difatti Roccus trema.
«Una ragazza», argomenta Roccus, «potrebbe darmi tutto il calore di
cui ho bisogno. E, nei giorni di afa, la frescura di cui ho bisogno.» Dipanando la
pellicola dei ricordi, rievoca una giovane donna originaria dellAssan conosciuta
lanno prima. «Claudine! Lei lavorava a servizio presso una famiglia di nobili
eurekiani. Oh, Claudine...». Prende a ballare la giga. «Eri come un
videogame: quando arrivavo alle tue tette, mi premiavi con un bonus di mille punti.» Da
Claudine il suo pensiero divaga per ripescare, dal cassetto delle memorie, una tizia di
nome Fiordaliso.
Fiordaliso era stata la fidanzata di Marco. Una cosetta vivace e con le
trecce che indossava abitualmente un sari. Avevano fatto lunghe passeggiate in tre,
e a Roccus era consentito di prenderle la mano libera. Ma non era sfuggito a Marco
il senso di sconforto che si mimetizzava dietro il suo sorriso. Il fratellamico si
stava proiettando progressivamente verso il buco nero della solitudine, mentre lui con la
sua ragazza aveva trovato la pace del cuore. L'idea di Marco era che, poiché lui si sentiva
felice, doveva esserlo anche Roccus. Così, aveva deciso di spartire Fiordaliso con il famulus.
Dopo i primi dubbi, le prime recriminazioni (la resistenza maggiore laveva mostrata
proprio Roccus: «Ma... ma... è la tua ragazza!»), erano passati ai fatti. Fiordaliso
aveva cominciato a sdoppiarsi per far felici entrambi. Ma non funzionava: ora erano
Roccus e Marco che non si incontravano mai. Finirono perciò con il formare un team anche
a letto. Per strada, lei divideva baci alle sue guardie del corpo, venendone
ricambiata a profusione. Stava in mezzo ai due, minuscola e fiera, il braccio di uno sulle
spalle e quello dell'altro intorno alla vita.
«Ci sposiamo, eh?», si dicevano ridendo. «Un triplice sodalizio
coniugale...».
Ma non poteva durare: Schifanoja non perdonò la loro libertà. Sul
terzetto si abbatté un coro di proteste. Furono svillaneggiati, e i genitori di lei
percepirono messaggi più o meno criptati riguardanti il modus vivendi della
figliola. Dovettero separarsi. Cioè: Fiordaliso fu costretta a separarsi dai suoi
intrepidi amanti; con soddisfazione delle sue compagne di scuola invidiose.
Lamore a tre è una sperequazione: di ciò Marco è riuscito a
convincersi. Ma, nel rammentare quella storia (svoltasi sotto il segno dei
Gemelli), viene assalito da unondata di nostalgia. In fondo, il
"triangolo" non è il più orripilante dei peccati. Esclama: «Che bello
sarebbe, eh, rivederla...».
Roccus non si lascia scappare alcun commento. Continua ad annuire con
un sorriso, come ogni volta che affrontano questo tema. Un sorriso un po agro, il
suo. Sente gravare su di sé la colpa... Ma la colpa di che?
«Sai», dice, scegliendo con cura le parole, «non credo che ci
gioverebbe ripetere quellesperienza. Né con Fiordaliso... che ormai sarà una madre
di famiglia con cuccioli a bizzeffe... né con unaltra. E poi, perdona la mia
sincerità, solo dopo che lei è sparita dal nostro orizzonte tu sei tornato a offrirti
come mia àncora di salvezza. O soltanto oggi io vedo in te la. Comunque sia, il peccato
più grande è che noi due dobbiamo vivere separati. Ormai sono troppo incasinato.
Solo la tua presenza mi aiuta a risorgere.»
Sta parlando sul serio, adesso: una frase dietro laltra,
un intero discorso, come non gli è riuscito di fare da molto, troppo tempo.
«Certo: ho avuto e avrò anchio delle ragazze», continua. «Ma che
ragazze! Nessuna di loro mi pare tanto giusta, qui.» Si martella la tempia con un
dito. «Prendi quella... come si chiama? Liliana. A proposito: hai notato che tutte le tue
amichette hanno dei nomi fantastici, mentre le mie...? Bah.»
«Liliana è un bel nome. La mia compagna attuale si chiama
Brigida...».
«Li-lia-na», scandisce Roccus, con rimpianto. «Aveva un corpo
rotondetto ma un bel viso. Bionda come una tedesca.... Bah», ripete. «Era destino che
non dovessimo metterci insieme.»
Salgono fino allappartamento di Marco, in cui, se non altro, vige
un po' di pace. Il padre di Marco tira fuori la scacchiera impolverata e, tra una mossa e
laltra, bevono un caffè e un liquorino, discutono di sport e di politica, mangiano
biscotti. Il più delle volte è Roccus a parlare, e il padre di Marco si limita ad
ascoltarlo con occhi strabuzzati. Questo amico di suo figlio gli pare... come dire?...
un picchiatello.
Lastrazione di Roccus dalla città cui appartiene, e persino
dalla propria famiglia, è a fondamento del suo stesso dasein. Il distacco spirituale gli
è essenziale per poter scampare e per non ammattire del tutto. È uno di quei tipi che
raramente si lamentano della propria sorte e, quando enuncia qualcosa, si può essere certi
che la pensa davvero. Semplice come i versi che redige, Roccus non ha mai fatto parte
di nessuna organizzazione, di nessun circolo politicamente, socialmente impegnato: il suo
linguaggio differisce non poco da quello di questi battaglieri ragazzi, di questi
sobillatori con gli stracci da boutique. Visceralmente romantico, a trentanni
non ha ancora reperito una compagna a lui congeniale. Ma non è un preticello; anzi:. gli
piacciono le donne pepate. Ne ha avute diverse nel Settentrione, dove era andato a lavorare ancor prima del servizio militare. Oggi è solo solissimo e, se esce, esce nottetempo. O attende il ritorno di
Marco per uscire.
Della follia che domina a casa sua lui si serve per mantenere in vita e
alimentare la propria anacronistica saggezza. È di salute cagionevole, prematuramente
semicalvo, la schiena incurvata, i denti marci. Malgrado ciò, conserva uno scampolo della
bellezza e del fascino che gli sono connaturali. Non si giustifica mai, né pretende che
gli altri lo facciano con lui. La sua massima ambizione è di essere lasciato in pace
a sognare e a vergare versi, e il resto - pensa - verrà da sé. Presso il parentado
passa per un piccolo Einstein, e forse lo è. A tratti ha unilluminazione,
un'ideuzza che potrebbe essere sfruttata nel mondo delle proiezioni reali, ma lui,
piuttosto che adoperarsi per vendere questi lampi di genio, li regala ad altri. Troppa
fatica darsi da fare, contrattare, permutare: una cosa alla volta è più che sufficiente,
e anche questa cosa deve essere fatta quando se ne ha voglia.
Non legge libri; li spilluzzica, semmai. Non avendo frequentato le
scuole superiori, non è "colto" nel senso vero del termine. Ma potrebbe
compilarvi l'oroscopo, ballare con voi, scacciare la vostra noia improvvisando numeri da
cabaret e farvi ridere, o perlomeno sorridere, senza ferire nessuno.
Marco lo segue nel suo soggiorno tra il vocio, le canzoni stonate, lo
scompiglio e l'odore agre di foglie di mirtillo combuste. In questa grotta degli orrori
il fratellamico va a occupare il suo posto abituale, davanti a una macchina da scrivere
scassata e in mezzo a tazzine sporche, pannolini usati, corrispondenza inevasa, ritagli di
annunci di lavoro... I tarocchi sono sparpagliati dappertutto e lorologio a pendolo
si è fermato da un pezzo, ma nella moka è rimasto del caffè e il fragore della strada
adesso giunge ovattato. Poiché Marco gli sta vicino, luniverso è di nuovo a posto.
Amico. Ci lanciavamo la sfera di cuoio. Poi, sudati, ci
immergevamo negli scenari di brume discrete e picchi luminosi, sotto gli occhi acuti di
lupi e quelli irridenti di civette. Senza una parola. Senza una sola fottuta parola.
Marco innesta la quarta. La duecavalli spetacchia nuvolette
idrocarburiche sulla panoramica affiancata da palme e fichi d'India. Alluscita di
una curva, il mare scintilla con maggiore intensità. Il lunotto posteriore
manca perché è stato preso a sassate dai monelli. Qualche ora dopo
la partenza, una pioggia improvvisa, torrenziale, fa sussultare la duecavalli.
"Dovrò farla rodare nuovamente", pensa Marco, che già teme il peggio. E infatti:
ad un tratto sente uno strattone, c'è uno scoppio, i cilindri saltano in aria, le
portiere si scardinano, lolio bolle, il motore fischia, gli ammortizzatori si
afflosciano. La gloriosa macchinina smette di vivere.
Con la fronte appoggiata sul volante, come in muta preghiera, attende
che spiova. Quindi smonta, svita le targhe, deposita un bacio sul cofano pieno di graffi e
di ammaccature e va a cercarsi un treno.
La vetturetta (lultimissima della serie) resta dov'è, un
catafalco nellaperta campagna.
Il diretto Napoli-Amburgo è una bolgia rotolante; i confini tra la
prima e la seconda classe sono saltati fin da subito. Pigiati come acciughe, abbozzolati nei
propri pensieri, gli emigranti cercano di tenere a freno il nervosismo dovuto
allesasperante lentezza del convoglio. Marco se ne sta a stretto contatto con corpi
di sconosciuti mentre avverte tuttora sulla schiena lo sguardo daddio lanciatogli
dal fratellamico. Respirando le altrui esalazioni, si dice: "Vediamo allontanarsi
lautobus dei nostri anni migliori e non alziamo neppure il braccio per
fermarlo".
Come in un sogno rotolano via Roma, Firenze, Bologna. Lui si appisola
su un pezzo di corridoio mentre fuori sfilano vecchie cascine, pievi, ville seicentesche.