Libro Terzo

                                      II

 

Torna a essere di stretto servizio. Giornate di lavoro pazzesco. E, come c’era da aspettarsi, l’atmosfera idilliaca del Capri si spezza. Le due donne hanno tirato fuori gli artigli, dichiarandosi ufficialmente la guerra; di conseguenza, Geppo e Giovanni hanno un battibecco che non finisce più. Geppo va addirittura a dogliarsi con Marco perché l'importo sarebbe «ancora insufficiente, Dio puzz...». A tavolino si decide di sopprimere l'unico giorno di riposo settimanale. Così, mentre in tutta Europa i sindacati lottano per la settimana corta, al Capri si stabilisce il primato europeo (o mondiale?) delle settantasette ore settimanali. Ma si sa: in gastronomia i diritti dei lavoratori sono carta straccia. Personalmente, Marco non si lascia andare a lamentele: in fondo è appena tornato dalla sua zingarata in Italia. Gli rimarrà la notte per regalare amore; o per languire in solitudine, in simbiosi con il lenzuolo giravoltato.

Giovanni - mai visto un Giovanni più accigliato - vuole cedergli il suo posto nella società caprina. «Se Doris molla, è logico che me ne vada anch’io.» Anche Geppo mostra l'intenzione di voler gettare la spugna. Lui cerca di tranquillizzare entrambi, di riconciliarli, ma intanto non gli riesce mai di assopirsi prima delle quattro o cinque del mattino. Il suo è un sonno breve, un dormiveglia su cui pesa la minaccia della sveglia. E i sogni sono quasi cattivi pensieri.

Viene a trovarlo Brigitte. Anche lei gli riversa addosso un sacco di lamentele. Gli confessa che è profondamente delusa dell’ambiente universitario. Inoltre - lo informa - suo padre non fa che brontolare per le spese. Ma non è solo questo. Il genitore è andato su tutte le furie quando ha appreso che si è messa con un forestiero, con un Itaker. «Tu?», ha ringhiato papà. «Tu, con la tua educazione, la tua istruzione?... Con un Canaco? E dove porterà tutto questo?».

È angustiata. Tace, attendendo la reazione di Marco.

Ma Marco guarda fuori dalla finestra e dice solamente: «Tira un brutto vento».

È la seconda metà di settembre, le idi. Polvere vortica attorno ai pali, alle piante, al corpo scarno di Marco. "Guardami, amore: sono tutto gelato, dai rami più alti alle radici. Eppure, al mio interno la linfa serpeggia veloce e calda."

Non resta loro che scambiarsi tenerezze, prima che, all’alba, le suonerie strazino la canzone di due cuori innamorati.

         Giovanni & Geppo fanno alcuni tentativi per spiegargli e spiegarsi. Ciascuno, alle spalle dell'altro, cerca di tirarlo dalla propria parte. «Rimani, dài», lo pregano. Ma Marco non nasconde le sue incertezze; non promette più niente. Per San Paganini, ovvero il giorno di paga, si sente assillare da un rimorso immotivato nel carpire dalle mani degli amici la busta contenente il suo emolumento.

La fine di settembre. Molti rientrano adesso dalle ferie e tra poco (domani, domani l’altro) comincerà la Festa della Birra. Fino a notte alta si odono le martellate provenire dallo spiazzo dove viene eretto il capannone. Geppo & Giovanni, appassionati frequentatori della manifestazione, accennano a un patto di tregua: vogliono ripetere il rito annuale delle solenni bevute. Ma la birra sarà torbida - a dispetto delle stelle filanti, dei festoni di carta crespata, della marcetta suonata da una banda di ottoni - così come torbide saranno le facce circostanti.

In uno di quei pomeriggi piovosi, Marco decide di far visita ai genitori di Allaaden. La casa dei Karakullukcu è una tipica abitazione sociale: povera ma decorosa. Allaaden è assente, ma c’è il padre, il signor Karakullukcu. L'uomo dimostra molti più anni di quanti non abbia. «Allaaden?». L'anziano turco leva gli occhi al cielo: questo non significa che è spazientito, ma che soltanto Allah sa quando il suo spermium farà ritorno.

Oggi sui balconi delle famiglie turche si vedono grosse antenne paraboliche che setacciano incessantemente l’etere; i credenti recepiscono il verbo di Dio per via satellitare ("La illah Allah": Non esiste altro Dio all’infuori di Dio). Entrando in quella modesta dimora nel 1990, Marco vede un apparecchio televisivo castamente spento e, sul tavolo, una copia del Corano; il Libro del Profeta sta aperto di fronte alla madre di Allaaden. ("Non c'è animale sulla terra, cui Allah non provveda il cibo; Egli conosce la sua tana e il suo rifugio, poiché tutto [è scritto] nel Libro chiarissimo." XI Sura.) La donna fa professione di mutismo, non gli rivolge mai la parola; ma per il resto si mostra cortese. Anche se per i Karakullukcu Marco è un completo sconosciuto, gli offrono del çay, del tè.

Lui si scusa per il disturbo. Cerca di sorridere alla madre di Allaaden, ma la donna si attiene dal guardarlo. Allora chiede al signor Karakullukcu se la salute è buona.

L’uomo torna a puntare gli occhi al cielo. Poi gli dice: «Allaaden... è a Berlino».

Marco vuol sapere se ogni tanto il ragazzo dia notizie di sé.

Il signor Karakullukcu solleva vigorosamente il mento: è così che un turco dice di no. Il nostro scrollare la testa per esprimere negazione suscita nei turchi una certa ilarità.

Berlino, dunque. La metropoli prussiana risucchia un’anima dopo l'altra. Nelle spire di quest'Ultima Thule in terra tedesca, si annidano centinaia di migliaia di connazionali di Allaaden. Una buona percentuale è di estrazione curda. Marco domanda al padre di Allaaden se conosce il recapito del ragazzo, ma il signor Karalullukcu solleva il mento con più vigore.

La madre di Allaaden si aggiusta il fazzoletto sul capo e, dopo aver scambiato un'occhiata con il coniuge, si schioda dalla sua sedia e va alla credenza per cavarne una bottiglia di raki. Versa il liquore, non diluito, in due bicchieri spaiati, prima di tornare a piazzarsi davanti al Libro.

Finora il padre di Allaaden è stato di una loquacità da beduini, ma il raki sembra sciogliergli la lingua. Ha avuto ben scarsa fortuna con i figli, annuncia amaramente. «La mia Sehure», precisa, «è l’unica ad avermi dato soddisfazioni. Aveva quindici anni quando l’ho ceduta a un mercante di Izmìr per una somma pari a cinquemila marchi, e ora è una rispettabilissima dama di Besiktas, il più elegante quartiere di Istambul. Prost

«Salute.»

            tuborg

Geppo & Giovanni gli concedono un giorno di permesso straordinario. Lui può così recarsi a Monaco e incontrare Brigitte. Sopra un treno della metropolitana si imbatte in un bambino che, correndo lungo il corridoio, urla: «Vorsicht! Attenzione! Ich bin blind! Sono cieco!». A volte il bambino aggiunge: «È cieca anche lei, signorina? E lei, signore?». Dopo torna al suo posto, a tentoni. La madre, placida e accomodante, veglia su di lui senza lanciargli richiami superflui. Il trenino corre puntuale sul suo percorso interurbano. Ingombrando il passaggio a ogni fermata, l'irrequieto pargolo contrae le braccia, storce il collo. Nuovamente torna a sedere, nuovamente si alza. Infine, girando la testa tutt’intorno: «Perché io non posso vedere e tu invece sì, mammina cara?».

Strutture costruttiviste preannunciano l’entrata a Monaco di Baviera, da qualsiasi parte vi si arrivi. Monaco è uno sconfinato palcoscenico e, come ogni palcoscenico che si rispetti, ha le sue brave macchiette, i suoi personaggi caratteristici. Il centro storico conserva una nota personale e calda, a dimensione umana. Nell’aria si spande una fragranza di Maroni, ovvero castagne arrosto; e di patate alla brace: Bratkartoffeln. A tratti capita un turista svizzero e chiede delle Rötschi. Prego, cosa? La commessa non comprende, allora lo svizzero indica le patate. Si ride un po’. C’è, insomma, un' atmosfera di interregionalità. E anche più di questo. Gli aliti si condensano in fumetti cosmopoliti.

Brigitte lo attende ai piedi della Frauenkirche. Non è solo carina: è spettacolosa. Marco le va incontro come uno spartineve tra i passanti, reggendo nella mano guantata una rosa con i ghiaccioli. Brigitte afferra il regalo con dita nude e arrossate. «Ho solo due ore», lo avverte, ancora nell’abbraccio.

È una giornata novembrina con nove gradi sopra lo zero e lieve vento da nord-nordovest. Come ogni altra metropoli, Monaco è formata da vari strati, e quest'oggi Marco e Brigitte ne perlustrano alcuni. Lo strato "principe" comprende la Stazione Centrale e il quartiere a luci rosse. Qui ci si imbatte in un campionario di tutti i popoli e tutte le razze: dagli americani agli ottentotti, dai filippini ai peruviani, dai giamaicani agli indonesiani. La coppietta si sofferma a mangiucchiare ora qualcosa, ora un’altra, in lingue diverse.

C’è poi la Monaco del centro storico, uno strato "misto" e ugualmente cosmopolita, pur se meno intriso di esotismo. Il fulcro è Marienplatz. È la zona che Marco predilige di più perché in qualche modo gli ricorda Montmartre e Soho. L'intero centro storico è comparabile con una delle città di Marc Chagall; i tetti sembrano tratti dagli strabilianti nocturnes del surrealista francese. A Brigitte viene da pensare al dipinto Parigi vista dalla finestra.

Marienplatz in se stessa è un pezzo di Firenze in versione gotico-sassone; è uno spicchio di Salisburgo un po' meno flautata; è Piccadilly Circus più pulito e sgombro di automobili. Specie in estate, attorno alla piazza del duomo, sotto i portici, contro i muretti, all’ombra di chiese, sul bordo delle fontane, vi si trova di tutto: dal paralitico che vende stringhe, spazzole e bottoni ai musicisti e agli acrobati dal talento eccezionale; dai mendicanti ai direttori di aziende; dalle signore in rosso - ancora giovani di aspetto e nostalgiche di avventure romantiche - al ragazzotto su pattini a rotelle con cuffie alle orecchie e uno yo-yo che va lanciando tra i piccioni e i passanti. La piazza è invasa da anarcociclisti, sceicchi profughi, giudici in pensione... Münich Zentrum è un pianeta che non puzza di sudore; al peggio vi si riscontra un’atmosfera di appagamento annoiato.

Punto di ritrovo per tutti, senza differenza di età, colore e casta di appartenenza è il Giardino Inglese, vasto parco che si incunea fino nel cuore della città. Ovviamente, come succede con l'Hyde Park e il Bois de Boulogne, l'Englischer Garten diventa il rifugio di molti amanti clandestini. A ben guardare, ci si accorge che finanche con queste temperature alcuni cespugli vengono scossi ritmicamente. Marco e Brigitte stupiscono, procedendo abbracciati su uno dei vialetti induriti dal gelo.

«La prima volta che approdai a Monaco», racconta Marco, «fu per sbaglio. Mi ero addormentato sul treno dall’Italia. Passarono le Alpi, passò la mia stazione. Mi risvegliai qui, al capolinea.» Passò una stazione, ne passarono altre; passò il tempo, passò l’età. Si era destato in un groviglio di binari. Rimase l'illusione di un mondo più bello e più equo.

Bevono un caffè italiano a Stachus, centro commerciale sotterraneo. E più tardi, a Schwabing (il "quartiere degli artisti"), rovistano tra gli scaffali di un negozio di dischi e tra quelli di uno di libri. Infilano le compere in un unico sacchetto. Poi è il momento della separazione.

«Abito là», lo informa Brigitte, indicando un balcone al secondo piano nella Nordendstrasse.

«Da sola?».

«Magari! No, non potrei permettermelo. Sto insieme ad altre due studentesse. Ciao, amore. A presto.»

A presto?

Lui si ritrova a vagare da solo. Inconsolabile. A conti fatti - riflette -, Monaco di Baviera è un posto orribile in inverno. Case abbottonate, viali farneticanti e manovre oscure a ogni ora. "Ma che sto a fare qui?".

 

                                                                                                                               

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