Libro Terzo

                                     III

 

 

Seguono incredibili giornate di sole, come se stesse tornando l'estate. Un pomeriggio, Marco osserva insieme a Giovanni-Giacchettov una decina di bambinelli che, sulle loro slitte, si gettano da un pendio inzuccherato. Poiché la discesa termina contro una solida muraglia di alberi, Giacchettov esclama allegramente: «Qualcuno di loro finirà con lo spaccarsi la testa».

Un esempio del suo "ottimismo nero". La profezia non si avvererà, per fortuna. I piccoli scavezzacolli conoscono bene le proprietà della neve; la abbracciano, la mangiano... e nemmeno l'accenno di una bronchite.

La stessa notte Marco torna fuori, da solo. Ha voglia di bersi una birra. Fa freddo, il fondo stradale è gelato, ma lui si sente accaldato. Dappertutto si spande un tenue lucore lunare.

Invece di una birra ne scola tre o quattro, con l'aggiunta di qualche cognacchino. Poi è di nuovo in strada. Perché ride questo cane? Eretto sulle sue quattro zampe sta a guardare il signor uomo che, scivolando a ogni passo con stivali scadenti, impreca in continuazione. Ride. Fa spenzolare la lingua e ride, ride. Mostruoso. Un ippogrifo in miniatura.

Marco scantona con l'animale sempre alle calcagna. Fatica non poco a sbarazzarsi dell’appiccicaticcio cane. Dopo, pur conscio dell'ora tarda, fa una capatina da Johnny.

Johnny praticamente non esce più di casa. Senza turbante, ma con le aspirine a portata di mano, va consumandosi occhi e cervello al computer.

«No, ancora non ce l'ho fatta»: così accoglie l'ospite, prima che questi gli rivolga l’esplicita domanda. «Forse funzioneranno questi nuovi dischetti... Naturalmente loro hanno messo degli sbarramenti. Stamani ho forzato il codice e mi sono intrufolato, ma ora mi trovo davanti a un ginepraio di "dates-x-spin" e misteriose parole d’ordine.»

«Che dischetti sono?».

Johnny continua a biascicare senza alzare lo sguardo, succhiando ogni tanto dal tubicino del suo narghilè. «Contengono programmini-killer bulgari. Uno dovrà pur funzionare...».

«Amigo, che diavolo vuoi combinare?».

«Sono pervenuto alla conclusione che è più facile distruggere i dati che manipolarli. Capisci? Mi ero illuso che avrei potuto sbrigarmela con un "loading" di pietre d’inciampo. Ma è inutile. Inutile perché ogni "pietra" rimossa fa rotolare quelle consecutive e l’intero sistema slitta ininterrottamente.»

«...»

«Te lo spiego meglio. Se una porta viene scardinata dall’esterno, le serrature di tutte le altre assumono automaticamente una nuova combinazione. Così, quando cerco di entrare la volta successiva, scopro che il password è cambiato. Perciò devo servirmi di un modello analogico. Puoi paragonarlo, se vuoi, a un sottosistema biologico.»

«...»

«Funziona come un virus influenzale. Il "file" è in grado di agganciarsi a certe parti del loro sistema, autodeterminando il tempo di elaborazione.»

«Un... virus?».

«Già. Un programma indipendente capace di autoriprodursi. Io lo chiamo "Siddhivinayak": Rimuovi-ostacoli. Un fago voracissimo. Prima cosa, però, devo fare una copia del loro sistema attivistico, cosa non certo facile con questa barriera di dati e questo Katz di parola d’ordine che cambia di continuo. Accidenti a "Nero"!», aggiunge.

«Nerone?».

«Sì. È il nome del loro computer. E "Cicero" è questo loro programma...».

«Cicerone.»

«...che controlla e registra gli spostamenti di noi ospiti indesiderati. "Tito" il sottoprogramma che ci impedisce di muovere un solo passo più del consentito...».

«Hanno risuscitato l’Antica Roma!».

«Chissenefrega, sarò io ad appiccarle il fuoco. A me non la fanno. Shit! Non vedi ghe è duddo un giogo, ma se ci riesco sarò libero, libero ber sembre, e allora ti saluto Bundesrepublik! Libero, free, free for the eternity...» .

Muove le braccia come un ping-pongista. Le sue dita schiacciano alcuni pulsanti e lo schermo si fa opaco per dopo, con un giocoso pip-piiip!, tornare a inzepparsi di strane lettere e numeri: la pallina è stata rispedita al mittente. "Prova con un altro trucco, amigo!". L’indù riprende a parlare convulsamente, sembra prossimo ad esplodere, ormai ha solo vocaboli inglesi in memoria e nemmeno quelli riesce a pronunciare correttamente. È un vandalo dai caratteri sovrannazionali che cerca di dare scacco matto al solidissimo ordine cesareo.

«Mein Gott!», enfatizza Marco, a metà divertito. «Saranno già sulle tue tracce! CIA, KGB, BND e chi più ne ha, più ne metta.»

Ma Johnny non sta più a badargli. Fuori è l’inverno, la sua stanza è iperriscaldata e la sua attenzione va al particolare: ossia al cursore che lampeggia facendolo uscire dai gangheri perché trascina con sé segni inalterabili, realtà matematiche corazzate.

«Tovarich», gli dice Marco, alzando il pugno, «io scappo.» Fa appena in tempo a schizzar fuori prima che un calzino lurido arrivi in volo a gasarlo.

L’amico indiano si è congelato in una fissazione certamente lecita - dal punto di vista morale - ma in pratica irrealizzabile. Nello stesso periodo, altri personaggi che gravitano intorno a Marco fanno le statue di ghiaccio, bloccati in situazioni tutt’altro che atipiche: Seppl si spaccia per assicuratore bavarese (Jodel-jodel-jodel! canta il cellulare nella tasca dei calzoni a mezza gamba del suo costume folkloristico), Moses commercia in dollari (perdendoci, di questi tempi) e va tappezzando i muri di Traumfurt con autoritratti di una comicità inintenzionale, Venuzza slitta nelle fogne della criminalità spicciola (è talmente gonfio di sostanze tossiche da sembrare un dirigibile; scoppierà nel toccare i milioni di aghi infissi nel cielo). E Androlli...

Il signor Androlli continua a malignare sul cuoco del Capri, pregiudicandone la nomea. La polpetta avvelenata è sotto il naso di Marco, eppure il Nostro non se la prende come dovrebbe. Dacché è tornato dalla sua peregrinazione in Italia, è di un’indifferenza sconcertante. E a tratti ride, ride come un cane pazzo, con occhi lucidi. Tutti lo invidiano perché vorrebbero sentirsi allegri come lui e non sanno che, se ride così, è perché l’Italia, rivisitata in una luce post-estiva, sovrapponendosi all'attuale quadro del candore sottozero gli appare stramba, eterogenea, sbilenca... e vera! L’Italia, di cui si è fortemente infatuato. L’Italia del fratellamico e del padre, uomo disincantato da ogni cosa, persino dal Partito - faro di tutta la sua vita. L’Italia dei treni stracarichi e dei maniaci televisionari, dei giocatori d’azzardo e dei nonnetti relegati in un angolo della casa come se fossero parte del mobiliario.

E dovrebbe arrabbiarsi per le stupide ingiurie di un Androlli? Tutt'attorno si apre questa terra a cui lui bene o male sente di appartenere ogni giorno di più, ma nella testa gli frullano immagini dello Stivale. Diapositive che non vogliono sbiadire; al contrario: infondendogli la loro calda musica in misura inversamente proporzionale all’abbassarsi della temperatura, queste immagini lo distraggono dalla sequela di tangibili cianfrusaglie della quotidianità teutonica.

Il viaggio gli ha fatto riprendere confidenza principalmente con il Mezzogiorno, che alla fin fine resta quel che è, non si può dire cosa o come, ma "è". Il Sud Italia: dove la risata manca sempre di qualche dente o mostra una gengiva di troppo, dove il pianto è spropositato, dove la gente si lascia sfuggire una smorfia che va a spiaccicarsi in terra come uno scaracchio e dove la presa per i fondelli, la menzogna, è talmente evidente che chi ne è oggetto non può esimersi dall'accettarla come verità e scambiare un occhiolino complice con chi l'ha messa in circolazione. "E tu, Brigitte, spasimi per scendere con me laggiù. Conoscere mia madre, vorresti."

Si immagina la scena: dopo averlo fatto entrare, sua madre sbatterebbe la porta in faccia a Brigitte. E, alle rimostranze di lei («Ma signora, io sono un’amica di suo figlio!»), rimbeccherebbe: «Le amiche di mio figlio, Fräulein, non sono amiche mie».

 

Al Capri si continuava a lavorare pazzamente: il registratore di cassa era in fase di surriscaldamento. E, oltre al primato d'incasso, si batteva quello dei nervi. Urgeva trovare un aiutocuoco, e siccome il Boccia, l’ormai ventenne fratello di Giovanni, si rifiutava di abbandonare il riconquistato paesello natio, la ricerca doveva essere effettuata in loco. Ebbe inizio così una girandola di figure a dir poco bislacche.

Per primo arrivò Luigi, un trentenne vitale come un toro da monta ma assolutamente incapace di concentrarsi sul lavoro. Luigi si delineò fin da subito come il componente più atrofico della truppa. Era un piantagrane, un irresponsabile. Ma né Marco né Giovanni si sentivano di defenestrarlo. Non ancora.

Così come un neonato è accompagnato dall’odore di talco e di latte acido, "Big Baby" (il soprannome datogli da Giovanni)i era costantemente impregnato di essenze for men che ne segnavano il cammino sotto forma di scie olezzanti. Un cammino tortuoso, quello di Luigi. Dopo solo due, tre ore in cucina, doveva trovare un pretesto per evadere, altrimenti fracassava intere pile di piatti. Il telefono del Capri squillava ripetutamente per lui: a chiamarlo erano creditori biliosi (Big Baby giocava volentieri a poker, puntando forte e perdendo sempre; inoltre comprava auto di cui non poteva permettersi di pagare le rate) e creature femminili di ogni età. Donne sposate a personaggi influenti, addirittura mogli di deputati, coltivavano una relazione con il supervitaminizzato grattapentole del Capri. Scaltramente, però, lui mostrava di preferire le sedicenni, le quindicenni, le quattordicenni... A volte passavano a prenderlo bimbe truccatissime che sapevano di burro e latteria e vantavano appena un abbozzo di seno. Agli sbalorditi colleghi, Luigi introduceva ognuna di loro come la sua "fidanzatina".

Sebbene non avesse i vizi del fumo e del bere, non era difficile prevedere che, a forza di fuggire da agenti del fisco, da sgherri della mafia russa e da mariti cornuti, e di dividersi tra signore esperte, pecorelle anoressiche e il lavoro nei ristoranti, il bellimbusto avrebbe presto avuto delle noie con la pompa cardiaca.

La nuova "fidanzatina" di Luigi (una false maigre molto alta; era uno spettacolo vederla camminare sui tacchi alti) era la personificazione dello scioglilingua. Si presentò con le sue generalità complete e pretese che la si chiamasse così: Bettina Wilhelmine Kugelbauer. Un bell'endecasillabo. Era di famiglia benestante e frequentava il ginnasio. Quale classe? La seconda? La prima?... Marco e Giovanni erano certi che, se non ci fosse una legge a vietarlo, Luigi sarebbe andato a letto anche con bimbe in età prescolare.

Bisogna ammettere che Big Baby possedeva un carisma poco comune. Era di un'allegria e di una freschezza accattivanti. Imbambolava chiunque, tutti erano pronti a elargigli doni e dispensargli piaceri. Un giorno, questo Re di Faciloneria, questo crumiro, chiese a Geppo un anticipo sul salario e, ottenutolo, sparì a mai più rivedersi.

Per rafforzare il fronte dei cucinieri (in forte svantaggio su quello dei lacchè di sala, che, tra assistenti personali di Geppo e schiavetti di Babsy erano arrivati, summa summarum, a una mezza dozzina), venne assunto un altro uomo.

«Perché un uomo e non una donna?», chiese Marco, celiando ma non troppo. Giovanni non seppe o non volle rispondergli. Possibilmente una spiegazione avrebbe potuto fornirgliela Doris, la ragazza di Giovanni, ma lei si limitò a lanciargli un'occhiata che sembrava voler dire: «Sta' buono o ti spolvero la schiena».

Il nuovo operaio, un analfabeta ultraquarantenne, si identificò come Demonace Bruno. Demonace aveva confidenza con certi piatti di fattura casalinga (salsicce e fagioli, zuppa di cavolo nero, manzo brasato, trippa) ma ignorava ogni cosa della cucina appena più elaborata. Un consommé? «Mai sentito nominare. In nessuno dei locali in cui ho lavorato», assicurò. Stentò a capirlo anche dopo che Marco glielo ebbe spiegato. Venne relegato all'acquaio, senza rimorso da parte di alcuno: nemmeno dello stesso Demonace, che pareva contento nella sua mansione di lavapiatti.

Demonace Bruno aveva uno strano modo di guardare: da sotto in su, come un cane accucciato a svuotarsi l'intestino. Tipo appiccicaticcio, addirittura colloso, era da collocarsi agli esatti antipodi del Big Baby disertato. Nessuno aveva remore nello scacciarselo di dosso a nerbate, ma lui era dotato dell'inesauribile pazienza che caratterizza molti underdogs e non lasciò mai niente di intentato per armonizzare con il resto della banda. A fine lavoro, si attaccava al soprabito dell’unico che gli dava spago: Marco. E prese a caracollargli dietro, senza requie.

Ora, si fosse trattato di portarsi a spasso un’ombra non propria, Marco non avrebbe trovato nulla da eccepire. Ma Demonace Bruno parlava, anzi sparlava a voce alta, gesticolando come un ossesso e fissando tutte le donne in età compresa tra i tre e i trecento anni. Al polso esibiva un orologio della grandezza di una bussola che lui consultava a più riprese, al collo aveva pesanti collane d’oro e le sue dita erano impreziosite da esorbitanti anelli. Marco non aveva voglia di offendere nessuno, ma vi sono regole etiche ed estetiche che vanno assolutamente osservate, e perciò, il più cortesemente possibile, disse a Demonace di andare a farsi imbalsamare. Demonace non si perse d’animo: seguitò a lavare piatti canticchiando con allegrezza. E non solo canticchiava: rivelando doti occulte da stella d’avanspettacolo, improvvisò in cucina tanghi, cha-cha-cha, "Canzune trist’e appassiunate", sambe, twist e danze cosacche.

C’è parecchio da riflettere sul fatto che ogni emigrato avrebbe qualcosa da offrire al mercato: come artista di circo, fumettista, poeta d’occasione, baritono... Nei magazzini, nelle stive, nei cantieri edili e persino nelle gallerie delle miniere si incontrano ugole d’oro, prestigiatori, mangiatori di fuoco, rimatori, maestri del pennello, lanciatori di coltelli, domatori di cimici... un bendiddio di potenziale che va purtroppo sprecato. Peccato che questi misconosciuti fenomeni siano troppo sprovveduti per vendersi al mercato; e peccato che il mercato sia una casa con un unico, stretto ingresso sorvegliato da burberi buttafuori.

 

                                                                                                                               

                                                                    L'Autore (bio e indirizzi)    Il romanzo in e-book   

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