Libro Terzo

                                  V

 

Sono davvero fantastiche, nell’inverno appena maturo, le strade della Baviera. Oh, paese d'incanto! Alberi, fiumi, praticelli, laghi, casolari... tutto come cristallizzato. Giovanni (che, pure, proveniva dalla Calabria, dove la natura non manca di attrattiva) non smetteva di riempirsene la vista.

Anche Demonace Bruno, il nuovo garzone di cucina, andò al finestrone e rimirò lo scorcio. Attaccato alle costole del piccolo chef de cassius, si mise a parlare della Germania. Di come lui vedeva l'intera faccenda. È una terra da sfruttare, disse Demonace. Bisogna tentare il tutto per tutto. Se si ingarra, sarà pane e mortadella per il resto della vita, da mangiare in un ambiente possibilmente ben riscaldato. Se si sgarra, pazienza: sarà il volo di centomila anni luce giù dal Ponte dei Corvi della Statistica.

«Rischiare», litaniò. «Da solo o in società. Meglio in società: un compagnone serve a toglierti metà della fatica. E poi le entrate si dividono, tifty-tifty.» Intendeva: fifty-fifty.

Giovanni si stropicciò gli occhi. Un sole basso all'orizzonte faceva rifulgere il paesaggio innevato. Gli sembrava di udire se stesso qualche tempo prima. Molti emigrati considerano la Germania una seconda America degli anni d’oro; un nuovo Far West... Per lui, l’illusione era svanita da un pezzo. Non c’è un bel niente da conquistare, pensava Giovanni-Giaccjettov. La vita è Lacrime, Sudore e Fatica: in ogni dove e a ogni livello sociale.

«Se solo trovassi il complice giusto...!», incalzò Demonace Bruno, volgendosi a osservarlo interrogativamente, da sotto in su. «Complice»: aveva detto proprio così.

Giovanni perseverò nel suo mutismo, gli occhi semichiusi contro la neve che scintillava. Un "complice" lui ce lo aveva già, e non era più tanto sicuro che mettersi in affari insieme a un amico costituisse un vantaggio. «Perché non provi ad aprire una pizzeria con Marco?», domandò.

Demonace fece un gesto vago. «Marco? Figurati!».

«Perché no?».

«Quello è un bravo cocco, ma con la testa non ci sta. Pensa sempre a chissà che cosa...».

 

In quel frangente Marco si sentiva ronzare le orecchie, ma non se ne curò più di tanto. Rideva. O a ridere era il cane. Oppure ridevano entrambi. Reduce da un rendez-vous con Brigitte, stava gironzolando da solo - guaiolando felice - nei pressi di Marienplatz, quando un tizio richiamò la sua attenzione.

Si trattava di un giovane di età indefinibile, vestito di cenci, i lunghi capelli raccolti in una crocchia e un cappellino stelle-e-strisce recante la scritta: ‘Take it easy!’.

«Hai un po’ di tempo per me?», lo interpellò lo sconosciuto.

«Mmms-sì», rispose il nostro.

«Gut. Sai, sono appena uscito di prigione...». Il giovane, dall’espressione stravolta ma amichevole, aveva un occhio verde e l'altro blu; la barbetta bionda gli penzolava dal mento come un misero agglomerato di alghe. Trangugiò un sorso da una damigianina infilata in un sacchetto di plastica e riprese: «Mi hanno abbottegato due volte. O tre, non ricordo bene. Perché? Ecco una domanda pertinente! Ti parrà strano, ma il perché non lo so nemmeno io. Cioè... L’ultima volta è accaduto questo: ho rinvenuto per strada un pacco e, invece di consegnarlo agli sbirr... alla polizia, me lo sono tenuto. Che idiota, eh? E la volta prima...».

Tutt’attorno scorreva il Natale, pregno di salamelecchi e permalosità, e quel giovane scellerato, spaventapasseri da marciapiede, meraviglioso cialtrone, accattone consumato dalla droga, se la prendeva comoda nello snocciolare i casi propri. Trangugiò dalla piccola damigiana un sorso più lungo e, dopo aver rivolto al mondo circostante un’occhiata con la pupilla verde, dedicò a Marco un sorriso soave, disarmante.

«Vuoi un goccio?».

«No, grazie.» Anche Marco sorrise. Gli disse: «Non ritengo che sei un idiota. Hai solo cercato di fare il furbo, questo è normale».

Lo straccione annuì. «Sai», fece, continuando a esprimersi in un tedesco d'alto rango. «Sai, io sono un tipo a posto. Ho fatto pure l’università. L'indirizzo di studi? L'ho scordato! E, dopo l’università, mi son messo a girare. Vedi», attaccò in un inglese altrettanto impeccabile, «è vero che sono disoccupato, ma non sono mica uno di quelli che si abbassano ad accettare l’elemosina dello Stato, il ridicolo assegno mensile dell’assistenza sociale!». Le alghe penzolanti venivano scosse dalle ventate provocate dai fiotti di umanità indifferente.

«Sì, capisco», fece Marco, ficcandosi una mano in tasca.

«Sono lieto che capisci, fratello. Dormo fuori la notte, e non per hobby. Non per hobby, fratello. Sai, mi sublima parlare con te. Ma forse tu hai premura e...».

«Nessuna premura», ribatté Marco, e gli porse alcune monetine, che l’emaciato capellone fissò sia con l’occhio verde sia con l’occhio blu.

«Ti ringrazio. Ma aspetta, non andartene. Anch’io ho qualcosina per te. Non sto scherzando! Voglio farti un regalo, per contraccambiare il tuo. Un piccolo regalo per il mio splendido fratello, per te. Non puoi rifiutarlo...». Trasse qualcosa dal marsupio del giaccone e: «Ecco!», annunciò trionfalmente.

Marco guardò l’oggetto sul palmo della propria mano: una moneta da due dollari; di cioccolato.

«Se pensi che questo sia cioccolato hai torto, fratello. È oro puro!».

Marco annuì e si volse via con un ciao. Ma si sentì richiamare:

«Hey!». L’accattone indicò lo strano cappellino che aveva sul capo. «Take it easy!», esclamò.

Sì, prendila facile, fratello. E salutami il vecchio di Passavia, quando ti rinchiuderanno con lui.

 

Quel giorno, Marco e Brigitte si erano spinti fino alla periferia orientale di Monaco, in uno di quegli insediamenti dove i veglioni di carnevale rappresentano lo zenit della vita sociale.

Ora lui vi faceva ritorno da solo. C'era qualcosa, in quel quartiere, che gli ricordava la sua Schifanoja. O, meglio, la Schifanoja del fratellamico Roccus. Entrò in un locale infestato di mondani ruspanti; imperversava un ballo in maschera. Marco si aggirò tra i corpi anonimi nell'atmosfera forzatamente gioiosa che è un requisito di tutte le festicciole di periferia. E lì fece la conoscenza di Friede.

Friede, figlia di un semplice manovale, era tanto graziosa quanto - come gli confessò - povera, al verde, in nera bolletta. Una Madonna. Se ne stava in disparte, isolata; priva di maschera e con la luce della cometa di Betlemme sulla testa. Nella sala tutti parevano conoscersi, ma nessuno conosceva lei. Tipico film dei sobborghi. Durante questi eventi festosi ("Ricchi premi, tuca tuca e alli alli") scoppiano solitamente love stories e consimili calamità. Ma Friede non era alla ricerca di un amante occasionale: di amanti occasionali il suo carnet era pieno. Lei cercava il Principe Azzurro: per uscirsene da quel ghetto di casetorri e potersi piazzare al centro della giostra, nel mondo "che conta"; per andare ad abitare a Grünwald, nel Parco del Castello delle Ninfe, nientedimeno.

«I sobborghi. Lo sai che cosa significa, vero?».

Significa che è finita se non hai un’anima da periferia. Finita per sempre tra le dune lunari e sotto il monte di Venere, all’ombra dello scudo di un partito che organizza ogni cosa, anche i punti d’incontro della gioventù; finita tra i pilastri degli ipermercati sotterranei e accanto alle costellazioni che si specchiano nell’Isar, mentre qualcuno prende a calci l’elmetto caduto dalla testa del Milite Ignoto.

Take it easy. Il doblone di cioccolato gli ustiona il palmo della mano. Le carcasse del passato, delle vergogne della storia et istoria germanica, riaffiorano ossidati dalle acque del fiume, scivolando lentamente sotto i ponti di pietra. Dall’Isar congelato fanno capolino: uniformi di ussari, un ritratto di Ludwig II, cime di campanili, pennacchi prussiani. Frattanto, una musica che non è musica ma un ininterrotto segnale elettronico fluisce lungo i viali, entra ed esce attraverso le finestre, si aggrappa al tram, fa marcire la frutta esposta, penetra nelle nari di cavalli in corsa, doing-do’, tic-tac, inacidisce il latte di Friede e manda in sballo i manichini del sabato sera, si arrampica su per la nostra colonna vertebrale e ci impianta nella nuca un microchip, tic-tac, sale su fino ai nostri bulbi oculari per spegnercili, doing-do’, e allora per davvero il giorno diventa uno spazio di appena ventiquattro ore e non un minuto in più, doing-do’, semaforo rosso all’altezza della Porta Sendlinger mentre un jet taglia la cappa grigia del cielo trasportando un carico di valigette con paracadute incorporato, prendila facile, facile, facile... È la realtà o un film a 3D? Che importa! Video mio prendimi ancora mentre sgranocchio Cipster all’XTS.

carlsberg         Mollata la malinconica Friede, entrò in un ristorante trans-nazionale. Cucina d’arte, l’arte della cucina (e in culo Bocuse!). Ma l’arte non si mangia. L’arte è vita, sempre; mentre certe volte la vita non è arte, pur essendo spesso artistica. Rimase indeciso tra fonduta e valdostana con tartufi e merluzzo alla vicentina. All'ultimo scelse il pesce. Pesce, non carne. Essendo lui stesso fornito di zampe, peli, di un membro erettile e di un capo semovibile, aveva poca o nulla voglia di darsi al cannibalismo.

Aveva una fame da lupo e doveva accontentarsi di un po' di merluzzo...

L’arte ha fame, l’artista ha di continuo un buco in pancia. Consumò quel cibo quantitativamente scarso ammettendo che gli piaceva, gli piaceva molto, anche se non era mai stato un amante del pesce. Non lo era stato fino a quella sera, almeno: quella sera il pesce aveva un gusto diverso, libidinoso. Merito anche del Beaujolais, certo. Con il supporto di tale vinello esuberante, si può mandar giù ogni cosa.

L’arte, l’artista e i pesci benedetti.

Ma abbiamo parlato di entrare e uscire, di centri e periferie, di muri antichi e di negozi nuovi, e quasi dimenticavamo di accennare a un altro strato della Monaco conosciuta da Marco. Uno strato che è in relazione con la fame dell’artista e con il miracolo dei pani e dei pesci. Rischiavamo di tralasciare questo aspetto perché, anche se conoscere è relativamente facile, non lo è il penetrare.

Ci riferiamo alla Monaco di Baviera dei quartieri privilegiati, dei villini-bunker, della riservatezza danarosa: il sogno di tutte le ragazze come Friede. Nel Parco delle Ninfe, Marco si era affacciato ventiquattro mesi prima. Sebbene avesse desiderato gettare un’occhiata ai Picasso, ai Gauguin e ai Max Ernst appesi alle pareti vellutate, dovette allora tornarsene indietro al volo, lasciare libero il passaggio, abbandonare a capo basso quel luogo tanto decantato. Nessuno pensò di aprirgli i cancelli per mostrargli quadri e statue, così come nessuno pensò di pagargli il tassì per farlo arrivare ad acciuffare il suo ultimissimo treno. Nella serata intirizzita di due inverni prima, lui poté unicamente ricambiare il sorriso di una stellina senza ali né motore, forse un’ennesima moneta di cioccolato nella distesa siderea di diamanti falsi.

Ora si ritrovava a errare per gli stessi interminabili viali: un altro paio di scarpe consumate, ma non invano. I paraggi erano deserti - stupenda necropoli post-novembrina - e Marco si accorgeva ad un tratto che non gli importava più niente dello sfarzo degli ampi salotti, dei boudoirs, dei capolavori sottochiave, delle conversazioni raffinate. Pappatevi pure i vostri merluzzi grassi, le aragoste, le ostriche, il caviale! E che vi vadano di traverso!

Si mise a correre attraverso il Parco: dapprima al piccolo trotto, poi al galoppo. Correndo, si guardava forsennatamente attorno, senza fermarsi al rosso. Scalpitava come un puledro, prendendosi la precedenza a ogni incrocio. E nitriva. "Hi-hiii-hiiii": il riso disperato che fece trasalire nel sonno i defunti, gli spiriti di un continente scomparso - Atlantide! che non è ubicata nei più remoti fondali marini ma nel cuore di Eurolandia.

Lui gliele diceva, a Brigitte, queste cose. La ragazza lo aveva fatto dannare nell’attesa e adesso, per punizione, le toccava pendere dalle sue labbra. Marco gliele avrebbe dette; gliele avrebbe mostrate. Aspetta e vedrai.

Il rigido regolamento della pensione in cui Brigitte alloggiava richiedeva arguzia, un’accortezza da agenti dell’Intelligence e una destrezza da scalatori. Senza sapere nemmeno lui come, Marco riuscì a introfularsi all’interno dell’austera costruzione. Fu proprio lei ad aprirgli la porta e: «Entra. Sapevo che saresti venuto. Ti sto aspettando da ore».

«Io aspetto da più a lungo.» (L’omino di neve.) «Le tue amiche...?».

«Tutt’e due fuori a ballare. Nessuno ti ha visto salire, spero.» E già si svestiva.

Lui guardò trasecolato la sua nudità. «Non ti voglio. Per me sei troppo, Primaballerina.»

«Nessuno ti costringe a niente.»

Brigitte mostrava lo smalto di sempre; il suo volto era formidabilmente fresco. E il suo sorriso... Un sorriso o è un sorriso o è la plumbea testimonianza dell’esistenza di dentisti. Denti sani, come sani erano i suoi occhi e il suo ventre. Mela senza bachi.

E l’amore, l’amore con Brigitte, era più che innestarsi vene come fili elettrici, era più che squartarsi per potersi innestare. Passione carnale vera e propria, del tipo che doma gli istinti e ricusa i colpi del destino. Prima le mani, poi la pelle e, poco per volta, il resto.

Quella dei fili elettrici e dello squartarsi è una storia diversa, che vede come protagonista un'altra donna. La storia risale al tempo in cui Marco lavorava ad Amburgo, dove spartiva un appartamento con altri sette colleghi sette. Anita, facinorosa spagnola del quartiere San Pauli, aveva preso gusto alla vivace e disordinata banda di Itaker e rendeva regolarmente "piccoli favori" a tutti quanti loro. Una volta, quattro o cinque dei ragazzi avevano dovuto ricorrere alle cure mediche.

Lui gliele diceva, a Brigitte, queste cose; proprio nell'istante in cui, cinquanta chilometri più lontano, Demonace Bruno ripeteva all’annoiato Giacchettov: «Marco! Chissà dove va a sbattere la testa quello!».

 

wahnsinn.gif (12472 bytes)           1988

«La nostra esistenza: una fredda morte. Certe notti ci svegliamo di botto e, strisciando fuori da un incubo, ci accorgiamo di avere una frase amara sulle labbra, un’implorazione o una bestemmia in caldeico-siriano-mesopotamico-germanico. Vediamo attorno al nostro letto spiriti con croci uncinate, stivali e fruste, ma in realtà siamo noi a essere spiritati. Eccoci qui, bianchi come uno straccio, malaticci. Nell'aggirarci per strade sconosciute, la nostra siluetta va a rifrangersi su vetrine stracariche di roba bella, roba ricca e strepitosa che non ci apparterrà mai, e per il lampo di un momento comprendiamo. In ognuno di noi si uniscono i due opposti: il sublime e il ridicolo, la sincerità e l’intrigo, l’ammirazione e l’invidia, la munificenza e l’avarizia. Sul lavoro ce la mettiamo tutta e ridiamo come bambini quando il caporeparto ci invita a bere qualche birra con a lui: è segno che è contento di noi, che non vuole sostituirci con un altro Ausländer. Ci riteniamo fortunati per aver messo le radici in questo Paese. Che deficienti! Qualcuno arriva a comprarsi la Mercedes o la BMW e, dopo trent’anni, avrà forse anche una casa. Ma non riuscirà mai, mai, a pronunciare la ‘e’ stretta dei tedeschi: per lui, tutte le ‘e’ sono ‘ä’, e questo è il suo marchio di Caino.»

 

                                                                                                                               

                                                                    L'Autore (bio e indirizzi)    Il romanzo in e-book   

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