Il solo Demonace non bastava più come aiutante, perciò dovettero
riassumere Luigi. E, di nuovo, Luigi si fece notare per le sue frequenti evasioni. Si
assentò un venerdì, giornata di particolare stress, e anche il giorno dopo mancò
allappello. Geppo annunciò, entrando in cucina: «Ha telefonato da Stoccarda».
«Da... Stoccarda?».
«Dice che torna domani o al massimo dopodomani. Deve fare da testimone
a non so che processo. Proprio ora che siamo nella cosa, nella merda fin qui. Se mi ha
raccontato balle, giuro che stavolta mingrifo.»
«Un bugiardo, è!», esclamò Marco-Kamiciowsky, senza nemmeno
sollevare la testa dalle sue faccende.
E Giovanni-Giacchettov, anche lui dietro i fornelli, con il medesimo
tono amaro: «Ma no che non è un bugiardo. Dice solo mezze verità».
Andarono avanti alla meno peggio fino alle prime settimane di marzo,
allorché sopraggiunsero altri mercenari della culinaria. Il Capri fu invaso da una
scalcinata armata brancaleone. Tra sala e cucina era rappresentato l'intero Stivale,
dallAlto Adige alle coste meridionali della Sicilia; con l'aggiunta di due
extraeuropei. Una vera accozzaglia di nullità, di sbandati. Cè da precisare che
molti dei novizi non solo non amalgamavano, ma addirittura non si capivano tra di loro.
Né si facevano capire. Scoppiavano zuffe, camarille in disparati dialetti, e lunico
che esercitava un certo autocontrollo era Marco. Con sorrisi silenziosi diceva tutto.
Annuendo, rendeva contenti i nuovi colleghi. Ma, durante gli avvilenti monologhi di quegli
esemplari che avrebbero fatto la fortuna di ogni teratologo, la sua mente viaggiava lontano,
oltre le oscure regioni faustiane.
Avanzando idealmente nei meandri dellafoso e ridondante nosocomio
adibito a cucina, si incontravano: un troglodita sordomuto, un moscardino dalla fronte
bassa e il risolino ipocrita, un negretto trasteverino avvinazzato ed ex
tossicodipendente, un nevrotico signorotto di Brunico che conduceva una
guerra tenace contro il resto dei cucinieri... Unincredibile, tumultuosa tribù di
cui presto avrebbero riso persino quegli zotici del Da Marcello e dellAmalfi
(remembering Otello).
Giovanni era sull'orlo di un esaurimento. Si sentiva circondato da
un'orda di incapaci. «Ma dove cavolo avrà imparato a fare le pizze, quello?».
In certe fasi del lavoro, quando lattività raggiungeva il
parossismo (lo sputtanamento di Androlli non aveva sortito alcun effetto: la clientela del
Capri si moltiplicava a vista docchio), dalla "caverna" giungevano
invettive, abbaiamenti, gorgogliistridoriboati.
Sulla porta che collegava il bar alla cucina, i camerieri avevano appeso un cartello con su scritto: Zum Zoo: Allo
Zoo.
Il soggetto di gran lunga più preoccupante era Gino, un romano di
origine etiope. Finché aveva il suo bravo bottiglione di Frascati accanto a sé,
sembrava un angioletto. Ma, quando il bottiglione cominciava a svuotarsi, bisognava stare
bene accorti a non urtarlo. Bastava un nonnulla per innescare le atomiche dei suoi nervi.
Purtroppo, la condotta di "Er Moretto" divenne imprevedibile anche al di fuori
del Capri. Un giorno irruppero in cucina due poliziotti per prelevarlo e fargli il
terzo grado. A quanto pareva, quel castigo di Dio aveva insolentito alcuni vicini di casa,
mostrando loro una gigantografia di Ernesto "Che" Guevara e urlando come un
assatanato: «Viva la Revolucion!». Poi si era buttato su una ragazzina, tentando di
stuprarla. Le indagini della polizia durarono un mezzo pomeriggio e furono una gran seccatura,
anche perché molti dei nuovi dipendenti del Capri non avevano le carte in regola e
dovettero nascondersi chi nello sgabuzzino delle scope, chi nel cesso e chi nella cella
frigorifera. G & G si mostrarono intransingenti: licenziarono letiope
trasteverino, che dovette non solo essere allontanato da Traumfurt e dintorni, ma persino
estradato.
La decisione dei due ristoratori di non fargli da paladini non sembrò
cogliere Gino di sorpresa. Ridendo come un fanciullo beccato con le dita dentro il barattolo della
marmellata, srotolò il corpus delicti, ossia la gigantografia del "Che", e
gridacchiò: «Ma voi lo conoscete questo? Lo conoscete? Coglioooni siete».
Giovanni perse i nervi. «Lo conosciamo benissimo», gli urlò in faccia, «e so per certo che lui sarebbe stato meno paziente di noi e ti
avrebbe preso a calci in culo.»
Nelle poche settimane trascorse al Capri, Er Moretto aveva
cercato di impartire al personale una lezione di economia e strategia rivoluzionaria; ma
ne era conseguita una tragicomica zuppa in romanesco, pseudotedesco e anglosassone.
Uscendosene definitivamente, si stupì che nessuno lo salutasse con il pugno chiuso.
Via, Gino andava via, nel mondo che gli era oltremodo ostile; via, gabbato
dal colore della sua pelle, dal passato di drogato e dall'etilismo irreversibile. Prima
di togliersi il grembiule, non mancò di saltare al collo dellinnocente Demonace
(oppure colpevole di adornarsi con tanto oro?), che, sgomento, si lasciò ammollare
passivamente tre o quattro ceffoni. Sì, "Er Moretto" se ne andava, allievato
dallinfernale incombenza di badare al forno. «In fondo mi spiace», non
celò il suo rammarico Giovanni. «I clienti si erano abituati alle sue pizze picassiane. Non c'è più religione!»
Al posto di Gino, con il duplice compito di coprire le spalle ai cuochi
e di aiutare Demonace ai piatti freddi, subentrò un messinese dallo sguardo assassino e
dichiaratamente ossequioso del codice mafioso. Aveva laspetto e la compattezza di un
Australopithecus africanus, e venne perciò tempestivamente ribattezzato
"Cavernicolo".
Nel frattempo aveva ripreso a nevicare. Il 1991 era arrivato alla
chetichella, quasi senza che Marco se ne accorgesse, e anche la Pasqua scivolò come
unombra sopra il lacero calendario a muro. Il fior fiore della forza ausiliaria si era
dileguato subito dopo la Domenica delle Palme (quattordici ore di lavoro senza tregua:
nuovo primato assoluto), e Marco era sicuro che presto anche lui si sarebbe volatilizzato
- simile al pulviscolo che scendeva lievemente dal cielo sciogliendosi prima ancora di
toccare terra.
Nello stesso momento in cui Marco stava a contemplare la neve, il suo
fratellamico, laggiù a Schifa, rimaneva chino su fogli e fogli di previsioni astrologiche
- "...lAriete si mostra inquieto..." - e, con i capelli da Medusa che gli
coprivano e non gli coprivano le nude porzioni di cranio, aspettava che tutti i pianeti si
allineassero con Urano. Roccus si chiedeva se il carattere di un Acquario con ascendente
in Bilancia (tali le coordinate zodiacali di una sua vaga conoscente) si armonizzasse con
quello suo, cancerino; in caso affermativo, avrebbe avanzato domanda di matrimonio....
Roccus voleva sposarsi, "sentiva" che era lora di
farlo. Non aveva un lavoro e, a forza di cercarlo vanamente, aveva perso la voglia. Eppure desiderava ugualmente sposarsi. Segnatamente, erano i suoi familiari a
pretenderlo. Lo pretendeva il mondo. Era stato battezzato, vaccinato, cresimato: logico,
dunque, che si sposasse pure. La maga-mater gli leggeva la mano, vaticinandogli un futuro
sempre più nebuloso, e lui, per vendicarsi, non si alzava mai prima di mezzogiorno, facendosi portare la colazione nel soggiorno, dove si era accampato in pianta stabile. Oh, le
povere madri del Sud! Vittime della propria bontà e della propria estenuante gelosia,
vengono raggirate da figli barbuti che se ne stanno ancorati a un materasso fumante di
sogni impossibili...
Mentre Marco contemplava la neve, il fratellamico gli scriveva una lettera che diceva:
"Dopo aver rimesso a posto il sistema elettrico della
trappola (la mia auto con avviamento a spinta), ho ripreso la strada. A un
certo punto sono incappato in uninterruzione dovuta a una corsa ciclistica. Mon
Dieu, Schifanoja era il traguardo di una tappa del Giro dItalia e io non lo
sapevo! Cerano molti pizzard (vigili) intenti a caotizzare il traffico
e, nella massa di automobilisti bloccati, ho potuto distinguere facce adiratissime. Dunque
io non ero l'unico somaro: tanti altri schifannojati ignoravano che in città sarebbe
passata la carovana del Giro. Beh, approfittando della pausa forzata ho abbandonato la
trappola e mi sono avviato verso una tabaccheria. Poi, con una emme esse in
bocca, ho adocchiato da dietro le transenne i ghigni sardonici dei gregari in netto
ritardo sul gruppetto di testa. Più tardi ho appreso che la corsa è stata vinta da un
olandese.
"E adesso sono a casa. Fuori pioviggina e, di nuovo, vedo passare
la corriera dei ricordi. E, dentro la corriera, il volto di una manza che ho conosciuto
secoli fa. Sebbene lei non sia ancora svanita dal mio orizzonte, mi astengo dal lanciarmi
allinseguimento: simile a uno di quei gregari rassegnati che hanno perso l'interesse per
landamento della gara.
"Sai Marco, il periodo in cui sei stato qui mi è sembrato passare
in un baleno. Per me è stato tutto un altro clima. Si era instaurata unatmosfera
fatata, come non conoscevo da tempo. Ogni cosa si è svolta come in una bella fantasia di
ragazzi, come in un sogno che, al far del giorno, si sfalda in mille colori. Dopo che tu sei
ripartito, la mia vita è infallibilmente tornata a essere scialba. Mi auguro che la prossima estate tornerai
a trovarmi.
"È una vita di m... la mia, ma non importa. Spero che tu
stia bene. E spero che la tua Brigida ti abbia aspettato, che ti aspetti sempre...".