Libro Terzo

  

                                     VI

 

Il solo Demonace non bastava più come aiutante, perciò dovettero riassumere Luigi. E, di nuovo, Luigi si fece notare per le sue frequenti evasioni. Si assentò un venerdì, giornata di particolare stress, e anche il giorno dopo mancò all’appello. Geppo annunciò, entrando in cucina: «Ha telefonato da Stoccarda».

«Da... Stoccarda?».

«Dice che torna domani o al massimo dopodomani. Deve fare da testimone a non so che processo. Proprio ora che siamo nella cosa, nella merda fin qui. Se mi ha raccontato balle, giuro che stavolta m’ingrifo

«Un bugiardo, è!», esclamò Marco-Kamiciowsky, senza nemmeno sollevare la testa dalle sue faccende.

E Giovanni-Giacchettov, anche lui dietro i fornelli, con il medesimo tono amaro: «Ma no che non è un bugiardo. Dice solo mezze verità».

Andarono avanti alla meno peggio fino alle prime settimane di marzo, allorché sopraggiunsero altri mercenari della culinaria. Il Capri fu invaso da una scalcinata armata brancaleone. Tra sala e cucina era rappresentato l'intero Stivale, dall’Alto Adige alle coste meridionali della Sicilia; con l'aggiunta di due extraeuropei. Una vera accozzaglia di nullità, di sbandati. C’è da precisare che molti dei novizi non solo non amalgamavano, ma addirittura non si capivano tra di loro. Né si facevano capire. Scoppiavano zuffe, camarille in disparati dialetti, e l’unico che esercitava un certo autocontrollo era Marco. Con sorrisi silenziosi diceva tutto. Annuendo, rendeva contenti i nuovi colleghi. Ma, durante gli avvilenti monologhi di quegli esemplari che avrebbero fatto la fortuna di ogni teratologo, la sua mente viaggiava lontano, oltre le oscure regioni faustiane.

Avanzando idealmente nei meandri dell’afoso e ridondante nosocomio adibito a cucina, si incontravano: un troglodita sordomuto, un moscardino dalla fronte bassa e il risolino ipocrita, un negretto trasteverino avvinazzato ed ex tossicodipendente, un nevrotico signorotto di Brunico che conduceva una guerra tenace contro il resto dei cucinieri... Un’incredibile, tumultuosa tribù di cui presto avrebbero riso persino quegli zotici del Da Marcello e dell’Amalfi (remembering Otello).

Giovanni era sull'orlo di un esaurimento. Si sentiva circondato da un'orda di incapaci. «Ma dove cavolo avrà imparato a fare le pizze, quello?».

In certe fasi del lavoro, quando l’attività raggiungeva il parossismo (lo sputtanamento di Androlli non aveva sortito alcun effetto: la clientela del Capri si moltiplicava a vista d’occhio), dalla "caverna" giungevano invettive, abbaiamenti, gorgogliistridoriboati.

Sulla porta che collegava il bar alla cucina, i camerieri avevano appeso un cartello con su scritto: ‘Zum Zoo’: Allo Zoo.

 

Il soggetto di gran lunga più preoccupante era Gino, un romano di origine etiope. Finché aveva il suo bravo bottiglione di Frascati accanto a sé, sembrava un angioletto. Ma, quando il bottiglione cominciava a svuotarsi, bisognava stare bene accorti a non urtarlo. Bastava un nonnulla per innescare le atomiche dei suoi nervi. Purtroppo, la condotta di "Er Moretto" divenne imprevedibile anche al di fuori del Capri. Un giorno irruppero in cucina due poliziotti per prelevarlo e fargli il terzo grado. A quanto pareva, quel castigo di Dio aveva insolentito alcuni vicini di casa, mostrando loro una gigantografia di Ernesto "Che" Guevara e urlando come un assatanato: «Viva la Revolucion!». Poi si era buttato su una ragazzina, tentando di stuprarla. Le indagini della polizia durarono un mezzo pomeriggio e furono una gran seccatura, anche perché molti dei nuovi dipendenti del Capri non avevano le carte in regola e dovettero nascondersi chi nello sgabuzzino delle scope, chi nel cesso e chi nella cella frigorifera. G & G si mostrarono intransingenti: licenziarono l’etiope trasteverino, che dovette non solo essere allontanato da Traumfurt e dintorni, ma persino estradato.

La decisione dei due ristoratori di non fargli da paladini non sembrò cogliere Gino di sorpresa. Ridendo come un fanciullo beccato con le dita dentro il barattolo della marmellata, srotolò il corpus delicti, ossia la gigantografia del "Che", e gridacchiò: «Ma voi lo conoscete questo? Lo conoscete? Coglioooni siete».

Giovanni perse i nervi. «Lo conosciamo benissimo», gli urlò in faccia, «e so per certo che lui sarebbe stato meno paziente di noi e ti avrebbe preso a calci in culo.»

Nelle poche settimane trascorse al Capri, Er Moretto aveva cercato di impartire al personale una lezione di economia e strategia rivoluzionaria; ma ne era conseguita una tragicomica zuppa in romanesco, pseudotedesco e anglosassone. Uscendosene definitivamente, si stupì che nessuno lo salutasse con il pugno chiuso.

Via, Gino andava via, nel mondo che gli era oltremodo ostile; via, gabbato dal colore della sua pelle, dal passato di drogato e dall'etilismo irreversibile. Prima di togliersi il grembiule, non mancò di saltare al collo dell’innocente Demonace (oppure colpevole di adornarsi con tanto oro?), che, sgomento, si lasciò ammollare passivamente tre o quattro ceffoni. Sì, "Er Moretto" se ne andava, allievato dall’infernale incombenza di badare al forno. «In fondo mi spiace», non celò il suo rammarico Giovanni. «I clienti si erano abituati alle sue pizze picassiane. Non c'è più religione!»

Al posto di Gino, con il duplice compito di coprire le spalle ai cuochi e di aiutare Demonace ai piatti freddi, subentrò un messinese dallo sguardo assassino e dichiaratamente ossequioso del codice mafioso. Aveva l’aspetto e la compattezza di un Australopithecus africanus, e venne perciò tempestivamente ribattezzato "Cavernicolo".

 

Nel frattempo aveva ripreso a nevicare. Il 1991 era arrivato alla chetichella, quasi senza che Marco se ne accorgesse, e anche la Pasqua scivolò come un’ombra sopra il lacero calendario a muro. Il fior fiore della forza ausiliaria si era dileguato subito dopo la Domenica delle Palme (quattordici ore di lavoro senza tregua: nuovo primato assoluto), e Marco era sicuro che presto anche lui si sarebbe volatilizzato - simile al pulviscolo che scendeva lievemente dal cielo sciogliendosi prima ancora di toccare terra.

Nello stesso momento in cui Marco stava a contemplare la neve, il suo fratellamico, laggiù a Schifa, rimaneva chino su fogli e fogli di previsioni astrologiche - "...l’Ariete si mostra inquieto..." - e, con i capelli da Medusa che gli coprivano e non gli coprivano le nude porzioni di cranio, aspettava che tutti i pianeti si allineassero con Urano. Roccus si chiedeva se il carattere di un Acquario con ascendente in Bilancia (tali le coordinate zodiacali di una sua vaga conoscente) si armonizzasse con quello suo, cancerino; in caso affermativo, avrebbe avanzato domanda di matrimonio....

Roccus voleva sposarsi, "sentiva" che era l’ora di farlo. Non aveva un lavoro e, a forza di cercarlo vanamente, aveva perso la voglia. Eppure desiderava ugualmente sposarsi. Segnatamente, erano i suoi familiari a pretenderlo. Lo pretendeva il mondo. Era stato battezzato, vaccinato, cresimato: logico, dunque, che si sposasse pure. La maga-mater gli leggeva la mano, vaticinandogli un futuro sempre più nebuloso, e lui, per vendicarsi, non si alzava mai prima di mezzogiorno, facendosi portare la colazione nel soggiorno, dove si era accampato in pianta stabile. Oh, le povere madri del Sud! Vittime della propria bontà e della propria estenuante gelosia, vengono raggirate da figli barbuti che se ne stanno ancorati a un materasso fumante di sogni impossibili...

Mentre Marco contemplava la neve, il fratellamico gli scriveva una lettera che diceva:

 

"Dopo aver rimesso a posto il sistema elettrico della ‘trappola’ (la mia auto con avviamento a spinta), ho ripreso la strada. A un certo punto sono incappato in un’interruzione dovuta a una corsa ciclistica. Mon Dieu, Schifanoja era il traguardo di una tappa del Giro d’Italia e io non lo sapevo! C’erano molti ‘pizzard’ (vigili) intenti a caotizzare il traffico e, nella massa di automobilisti bloccati, ho potuto distinguere facce adiratissime. Dunque io non ero l'unico somaro: tanti altri schifannojati ignoravano che in città sarebbe passata la carovana del Giro. Beh, approfittando della pausa forzata ho abbandonato la ‘trappola’ e mi sono avviato verso una tabaccheria. Poi, con una emme esse in bocca, ho adocchiato da dietro le transenne i ghigni sardonici dei gregari in netto ritardo sul gruppetto di testa. Più tardi ho appreso che la corsa è stata vinta da un olandese.

"E adesso sono a casa. Fuori pioviggina e, di nuovo, vedo passare la corriera dei ricordi. E, dentro la corriera, il volto di una manza che ho conosciuto secoli fa. Sebbene lei non sia ancora svanita dal mio orizzonte, mi astengo dal lanciarmi all’inseguimento: simile a uno di quei gregari rassegnati che hanno perso l'interesse per l’andamento della gara.

"Sai Marco, il periodo in cui sei stato qui mi è sembrato passare in un baleno. Per me è stato tutto un altro clima. Si era instaurata un’atmosfera fatata, come non conoscevo da tempo. Ogni cosa si è svolta come in una bella fantasia di ragazzi, come in un sogno che, al far del giorno, si sfalda in mille colori. Dopo che tu sei ripartito, la mia vita è infallibilmente tornata a essere scialba. Mi auguro che la prossima estate tornerai a trovarmi.

"È una vita di m... la mia, ma non importa. Spero che tu stia bene. E spero che la tua Brigida ti abbia aspettato, che ti aspetti sempre...".

 

                                                                                                                               

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