Libro Terzo

     

                                VIII

 

Ormai ne è convinto: si dedicherà interamente, anima e corpo, all’ultimo "Eureka!" della culinaria: il caviàr d’escargot. Con questa squisitezza, che nel Tibet è nota da due millenni, intende guadagnarsi la sua vita futura. (Il signor Androlli, che di trovate ne ha avute tante, andrebbe fiero di lui.) Marco sarà quindi un Itaker che inscena lo spettacolo non originalissimo, ma certo significativo, del nostro esserci non per storcere il naso ma per divorare ogni cosa che cresce striscia sbava pulsa.

La nostra esistenza, attestata da regolare carta di soggiorno, è uno stomaco che urla e si contorce per la fame, nella necessità - o vizio - di sprizzare succhi gastrici su qualcosa di succulento (anche se non necessariamente consistente) qual è, appunto, il caviàr d’escargot; qualcosa di effimero e tuttavia di digeribile che sottolinei l’essenza, il succo, il principio dell’esserci e dell’"esserci per la morte". La polpa di uova di chiocciole è quanto occorre affinché il "per sé", ovvero l’essere cosciente ma senza più equilibrio, torni a opporsi all’"in sé", nel nostro caso sostanziantesi nel Tutto che vortica intorno a un miscuglio torbido e luccicante: caviale di lumache, leggendario cibo degli dèi.

Solo negli anni Ottanta il francese Chatillon "scoprì" questa specialità asiatica. Pensò di diffonderla tra i suoi connazionali, notoriamente ghiotti di gastropodi, e, per rendere le uova più appetitose, conferì a esse un gusto al marzipane. Ma fu deriso, insultato e messo alla gogna. Ritentò allora nel periodo pasquale, coprendo le uova (astutamente!) di cioccolato, ma anche questa variante fu decretata degoutant dall’uomo della strada di Gallia. Dopo Chatillon, ci provò il tedesco Prockl, che già si occupava con profitto dell’allevamento di lombrichi, dai quali ricavava un ricco humus; ma, di nuovo, insuccesso su tutta la linea.

Il fatto è - riflette Marco - che i tempi non erano ancora maturi. Lui è persuaso che solo oggi, oggi che sono crollati non solo tanti ideali, ma anche molti tabù, il caviale di lumache può occupare nel nostro emisfero il ruolo di primo piano che di diritto gli spetta.

Ci pensa su mentre produce petto di anitra in salsa allo sherry. Nulla, meglio delle lumache, può raffigurare la condizione umana, il nostro bizzarro essere "gettati nel mondo". E ci pensa su quando la sera cede il passo alla notte e si corre a discutere di filosofia della miseria e miseria della filosofia nei convolvoli di un pils-pub, tutti quanti, legislatori e sudditi, uniti in un unico regno dei fini. L’idea non lo abbandona nemmeno quando una prova d’assaggio di una zuppa di crema di funghi, ordinata al gestore del pils-pub insieme alla quarta Weissbier, fa sì che l’essere si riveli in maniera oggettiva alla contemplazione analitica. Mentre scucchiaia famelicamente la suddetta zuppa, attorno a lui sfilano i corollari sugli affusti della logica: nelle chiacchiere degli altri avventori. Si è appena asciugato la bocca, quando un’occhiata guardinga del patron, attraverso la finestrella di servizio, cancella Heidegger e mette in evidenza la teoria marxista (e marxiana) del "feticismo della merce", secondo cui il lavoro, o la cosa che ne scaturisce (ossia il prodotto), si distacca dal vivente condizionandolo e tiranneggiandolo.

«Buona?», gli chiede il patron, pulendosi le gigantesche mani su uno strofinaccio.

«Buonissima.»

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Sì: il caviàr d’escargot sarà la sua mossa decisiva, l'estremo tentativo di risalire dai zero ai cento punti nella scala sociale ed esistenziale. Va a visitare Nino: in parte per completare il riallacciamento dei rapporti con i vecchi amici, in parte perché sente che gli occorre un socio, anzi un fratello in spirito, per dare la stura alla sua nuova, impegnativa attività.

Nell’ascoltare la proposta, Nino alza le sopracciglia folte, simili a spazzolini da denti, e ride. Ride con quel suo riso sguaiato che gli scopre un bel po’ di gengive e gli arruga il volto innegabilmente equino. Mentre espone il suo concetto, Marco gli tiene il bebè, consentendo all’amico di inalare in santa pace un intruglio di carta, catrame e nicotina bollente. Ingrid, la moglie di Ninotschka, sta già fumando. Quando Marco riconsegna loro l'esile involucro squittante, i due coniugi si mostrano dispiaciuti: «Vai via? Di già?».

È la solita storia: va via sempre o troppo presto o troppo tardi.

Promette però di tornare il prima possibile. «E non sarò solo, allora.»

Andando, guarda. Guarda le mucche della provincia subalpina che ruminano con aria vacua mentre fili di erba ispida fanno loro il solletico alle mammelle; guarda i galli a vento sui tetti e gli spaventapasseri nei campi; guarda le nuvole sfilacciate da una leggera brezza. Il "dopoinverno", la primavera insomma, dà una mano di vernice allo scenario. Poi, un barbaglio di sole provoca nel viandante un’allucinazione. Per qualche istante a Marco sembra di scorgere, sulla vetta di una montagnola, qualcuno seduto davanti a un clavicembalo. Questo qualcuno è senza parrucca, senza cipria e senza pastrano, ma ci si può benissimo immaginare che stia suonando Scarlatti (una volta Ninotschka gli domandò: «Scarlatti? E chi è? Un nuovo cantautore?»). Dopo pochi metri, però, si avvede che si trattava di due vacche. Le vacche, nere, si erano stagliate ad angolo retto sullo sfondo del cielo divenuto rosso; rosso scarlatto.

L’intero viaggio di ritorno si svolge sotto l’insegna di Nino, Ninotschka, Pel-di-carota. Rimembranze di Nino e... dei suoi piedi abnormi. Quei piedi! Un abbecedario di calli, piaghe, soffioni boraciferi, favi, duroni, eczemi, occhi di pernice...

Agli inizi della loro avventura gotica, avevano dormito nella stessa piccionaia: su una branda a due piani. L’amico aveva voluto occupare il "piano di sù" e sovente lasciava spenzolare le gambe. Adoperando il tagliaunghie di Marco, faceva scoppiare le vesciche che gli costellavano le piante dei piedi. Uno spettacolo tutt'altro che esaltante. Tra varie vicissitudini, i due avevano trascorso insieme i primi mesi all’estero (erano giunti in Germania a distanza di poche settimane l’uno dall’altro). Dopo seguirono diverbi, partenze, ricongiungimenti. Ma la stagione più terribile fu l’inverno numero uno. Bisognava cercare di capirsi nella Siberia centroeuropea e cercare di capire i colleghi nel caos delle tre stanze più bagno con porte prive di serratura (l’accusa infame: «Latro!»). Per ridere si rideva tanto, anche grazie a Nino. Però... come mai gli occhi diventavano improvvisamente stretti e sospettosi? Come mai quel fremere di nervo vicino alla bocca, quel prendersi una mano nell’altra e guardarsela, pensierosi? E certe notti, anche solo un’ora dopo aver pasteggiato: la fame. Una fame tremenda, che apriva una voragine nello stomaco; un senso di vuoto per cui tutto l’essere annaspava e urlava; un’implorazione da negro o da kuli che culminava immancabilmente in un’eclatante sconcezza storica. Sulle facce si stampava la delusione, delusione per il ghigno ricevuto come risposta a una preghiera enunciata in termini grammaticalmente imperfetti ma categorici, e non li abbandonava più la consapevolezza che il buco sarebbe perdurato per ore. «E», cercavano di tranquillizzarsi, «perdurerà tutta la notte, ma non oltre.» Si ripetevano reciprocamente che l’equivoco si sarebbe chiarito non appena la dispensa fosse stata riaperta, che nessuno vuole male e sfrutta nessuno, che la Convenzione di Ginevra non viene trasgredita, che i sacrifici servono davvero a conquistarsi la libertà e che non è il tuo stomaco ad aver perso l'assetto ma la tua cocuzza, la tua capa.

Marco ripensa a ciò mentre il bouillabaisse cuoce a fiamma lenta, e di nuovo all'occhio della mente gli si riaffacciano le papule, le croste, le formazioni indefinibili su quei piedi spropositati, e gli scappa da ridere. Geppo, introdottosi in cucina per rubacchiare un tozzo di pane, rimane a osservarlo di sottecchi. Poi inquisisce sul motivo di tanta ilarità. Marco glielo dice, e Geppo ha uno scoppio di allegria. In ultimo però chiede, diffidente, che cosa c’entra questa faccenda delle papule e delle croste e tutto il resto con la zuppa di pesce che Marco sta approntando.

«Con le zuppe di pesce ci devi andare cauto», lo avvisa. «Questo è il tuo coso... il tuo tallone di Achille. Le zuppe di pesce ti vengono tutte reclamate.»

Rimescolando la brodaglia, il signor cuoco sorride a disagio. Vorrebbe obiettare che finora gli è stata reclamata una sola volta, e che il reclamo è venuto dal "Dottor" Androlli, che ha tutte le ragioni di questo mondo per seminar discordia. Ma si limita a fare un mite cenno di assenso.

Ha la testa satura di ricordi: ogni piatto, ogni specialità gli riporta alla memoria una particolare situazione, un particolare avvenimento. Dispone sul vassoio un letto di riso. Spezzetta del dragoncello, o estragon, con cui cospargere un ragù di agnello. E Geppo continua a guardarlo, pur senza disturbare oltre.

Anche il precedente datore di lavoro lo aveva lasciato fare, standosene in disparte. E Marco non vi era rimasto, in quel posto. Infatti: non rimane, non rimarrà mai da nessuna parte.

 

                                                                                                                               

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