Libro Terzo

                                       X

 

Al Capri tornò a registrarsi carenza di personale. Il Boccia, per telefono, elargì un reciso «no!» al fratello oste. «Non vengo. Mi scoccia tornare lassù», proclamò. «Qui sono a mio agio. Tutti mi salutano, tutti mi rivolgono la parola...». Aveva spedito una fotografia che lo effigiava su un litorale sabbioso, in costume da bagno e con i capelli à la Crazy Horse. Si era irrobustito; lavorava saltuariamente come muratore, aveva la morosa. Al paesino viveva. Nel "Quarto Reich", invece, la mancanza di attenzioni sincere e di sinceri sorrisi lo aveva spinto sull’orlo dell’intisichimento.

«Ma qualcuno dobbiamo pur rimediarlo che ci dia manforte in cucina», si lamentò Giovanni con il socio. «Così non ce la facciamo proprio.»

Geppo era coperto dal sudore. In sala aveva tre paggi tutti per sé e lui sudava. Ma non sudava per la fatica: era perché Giovanni lo poneva costantemente di fronte ad aut-aut. Nessuno dei due si appellava più all’antica solidarietà, e quelle bagasce delle loro donne ormai si accapigliavano davanti ai clienti. La pelata di Geppo rispecchiava le luci del locale, simile alla superficie della luna; sotto la rugiadosa volta cranica si intuiva il lavorio delle bielle. «E vabbe’», decise finalmente, rivolto a Marco. «Vabbe’, coso. Vacci tu da... da coso.» Voleva dire: Johnny. «E cerca di cosarlo... di convincerlo a tornare da noi.»

E Marco va da Johnny, e prova a convincerlo a venire a dare una mano, ma Johnny non sta a sentirlo. Non sta a sentire più nessuno. Si è barricato nel suo tugurio, impegnato in un interminabile corpo a corpo con la suscettibile divinità cibernetica. Batte sui tasti in una terrificante confusione di cavi, contenitori di metallo, bottiglie mezzo piene e indumenti irriconoscibili, mentre canticchia una shloka, una strofa in sanscrito. Le sue dita volano sulla tastiera, ma i suoi occhi non vedono sillabe e numeri: vedono Haidarabad. Vedono la pista che da Calcutta conduce a Kilkoa. Vedono il santuario maggiore di Delhi... Tambureggia sui tasti, emaciato, con spuntoni di barba, mentre in sottofondo Michael Jackson urlacchia: «Who’s bad?»; ed è al Settimo Cielo. Un deliquio da paria, il suo. L’arnese magico che non gli fornisce la risposta anelata, e la sempre crescente nostalgia per il Paese di Bengodi, si congiungono perfettamente, dando alla sua anima martoriata nuovi impulsi di sopravvivenza.

Avviluppato in un mantellino di cotone del Tibet, Johnny fissa un paesaggio sullo schermo nero e verde. Pura Idea. Nella sua lingua si dice manas puja, in tedesco reine Vorstellung. Sembra che stia facendo le ragnatele sulla sedia, ma in realtà è in procinto di scalare l’Hindukush. È il riscopritore della patafisica, anche se non lo sa. Il computer gli sputa in faccia, inesorabilmente: no, non, njet, nein, ma Johnny non se ne cura: è sul sentiero di terra battuta che da Kamatkura porta a Coach-Behar. Il suo elefante trasporta un carico di lana di pecora del Pamir che Johnny spera di vendere a un prezzo conveniente. Nei pressi di Kankerdan si intrattiene a parlare con Vivakaninda o qualche altro guru ed è poi ospite del marajà di Peteshavar all’Hotel Siam, dove pranzano assieme. Assaporerà ancora un po’ di questa salsa chicanca, ancora un po’, prima che vengano a prelevarlo, trascinandolo fuori dalla sua scatola di visioni.

 

È una di quelle notti in cui Marco non ha voglia di dormire. Apre la finestra e si siede sul davanzale, a tu per tu con le stelle che galleggiano nel mare di petrolio. Rispolverato il vecchio flauto traverso, suonicchia le prime frasi di Bourrée. Questa musica è un po' la colonna sonora della sua vita in Germania. Poi esce e va a sedersi sul bordo limaccioso di uno dei canali del Traum. Punta gli occhi su carghi pieni di uomini che ridono nello scorgerlo e, ridendo pure lui, fa ciao ciao con la mano, simile a un cinese che non capisce. Le ore gli si snodano dinanzi insieme alle sozzure del canale ribollente, blub, blub.

Tra due settimane pianterà il Capri: ha già avvertito Geppo & Giovanni, che torneranno a essere suoi amici nello medesimo istante in cui non saranno più i suoi kapò. Tanto, loro hanno già visto passare legioni di operai. Rivoluzionari eroinomani, picciotti d’onore, ballerini claudicanti, signorini capricciosi, ignoranti dalla dentiera d’oro... Tutti fluiti via per essere rimpiazzati da ignoranti dalla dentiera d’oro, signorini capricciosi, ballerini claudicanti, picciotti d’onore, rivoluzionari eroinomani. (Et pluribus unum.)

Fanno gli ultimi tentativi per dissuaderlo.

Il primo dice: «Resta. Fallo per noi... per me, Dio puzz... Non è una posizione malvagia, la tua. Il cuoco è un mestiere nobile».

In questo c'è un fondamento: quando i clienti se ne tornano a casa dopo un banchetto soddisfacente e ognuno pensa che forse è il caso di procrastinare il suicidio, beh, ciò dovrebbe essere un incentivo per il signor quoquo.

Il secondo, meno garbato, fa schioccare il gatto a nove code, menando colpi ben assestati. «Ma che, ti pare giusto andartene? E ora come facciamo? Magari bussi anche a danari, magari vuoi l’ultimo stipendio. Questa la chiami professionalità?». Per aggiungere, con aria da moribondo: «Ma sì, hai ragione ad andare. Vai, vai». E conclude, dopo qualche istante di imbarazzato silenzio: «Io seguirò tra poco. Lo giuro».

peroni

Dunque sta prendendo di nuovo commiato dal Capri, e la scena somiglia e non somiglia a quella di due anni prima. Allora se n’era andato in un’estate senza più incanto - nonostante la luna rossa e piena -, una di quelle estati in cui ci si può dichiarare dispersi per gioco. L’ultima sua amante traumfurtiana di due anni prima era stata una certa Irmi, cameriera di una ‘Cafeteria’. Assomigliava alla luna, Irmi; soffriva di emicranie («La testa!... Quando mi duole non funziona più») e diceva di non sapere chi amare e perché. Aveva pupille stinte, da creatura degli abissi marini; capelli corvini fino al fondoschiena; e un pancino sconcio. Il volto era affilato, dagli zigomi alti e i lineamenti dolci; il seno bello e prorompente. Non bisognava chiamarla Irmegard, altrimenti si offendeva. Anzi, non bisognava chiamarla per niente, ma portarla semplicemente a ballare e poi a letto.

Ora, poco prima dell'addio definitivo al Capri e ai suoi fantasmi di ideali, nella vita di Marco cerca di entrare Sabrine, la sorella di Babsy. Ma con Sabrine lui non va a letto. Al pari di Irmi, anche Sabrine si sente mancare spesso il terreno sotto i piedi. Ormai beve fino all'incoscienza (inganni di uomini - «Ich liebe dich» - per usufruire del suo corpo e violarle il faccino). Ha trovato impiego presso un calzaturificio, dove può mostrare ai colleghi le gambe affusolate e le smagliature alle calze. Marco avrebbe voluto cancellarle dal viso le smagliature di tanti anni scapati; ma.

 

Nel canale l’acqua scorre insieme ai residui del tempo. Dalla cupità oleosa della superficie promanano un’umidità da malaria, riflessi grigio cenere, scrosci, fetidi risucchi. Lui fuma seduto sul bordo che è ricoperto da un velo di melma e snocciola memorie fin quando ne ha voglia. Ai primi bagliori del giorno trae dalla tasca interna della giacca un fascio di fogli gualciti e inizia a leggere. Conosce una per una le parole che gli ballonzolano davanti agli occhi, poiché le ha scritte lui stesso; ma deve ugualmente leggerle per crederci. Comincia dalla prima pagina e, fumando, arriva in fondo. Ogni foglio, dopo essere stato passato in rassegna, finisce nell’acqua, che ribolle come di purulenze gonorreiche; e, insieme all’acqua, defluisce lentamente verso il Traum - il fiume Sogno.

In apparenza, l'azione del gettare via i fogli ha un significato simbolico; in realtà però non vuol dire nulla. È stato importante annotarsi ogni cosa, sì, ma ancora più importante risulta essere la lettura definitiva: ora sa di non avere bisogno di prendersi una rivincita sulla vita. Prendersi una rivincita è consono ai tipi sventurati, mentre lui - si rende conto - ha sempre vissuto come desiderava. Anche la sua recherche ha avuto un compimento: in Brigitte, e dunque nell’amore, e non in un’opera fatta di parole parole parole. Si può essere letterati anche senza le lettere. Del resto, ogni opera lascia il tempo che trova. Neppure un componimento poetico o musicale realmente portentoso può arrestare le epoche, i secoli, gli anni, le ore, i minuti. A dispetto dell’arte e degli artisti, l’acqua sudicia continuerà ad affluire nel Traum in un subdolo serpeggiare perpetuo.

L’ultima pagina ha appena preso a navigare unitamente a tutte le schifezze che galleggiano nel canale quando, sull'argine opposto, fa la sua apparizione l’operaio Suat Cabadag. Allo spuntare del giorno, Suat va raccattando lattine vuote, siringhe, rami spezzati, e rischia in continuazione di sdrucciolare sulla melma che ricopre il terrapieno.

Nel chiarore nascente, le onde del canale si impreziosiscono di schiuma giallina. "Alba, dammi il tuo colore!", invoca Marco. "Tingimi del rosa melodico degli involvoli di conchiglie. Sotto le tue dita intrise io sto, inattivo ma con tanti progetti in testa, in attesa dell’abbaglio della tua tavolozza e del tuo arrivederci inclemente tra ali color indaco." Come risposta gli arriva uno sciabordio più possente che gli bagna le scarpe, lordandogliele.

A poco a poco, come in ogni altra giornata feriale a quell’ora, le arterie cominciano a essere solcate da automezzi. Passa il camion della nettezza urbana. Huseyn Tokcan e Öner Öztürk, in casacca arancione, svuotano bidoni d’immondizia dentro la macina del camion. In breve, fiabesche quantità di forme umane, forme vive, transitano sullo sbarramento, dirette alle fabbriche.

Marco si alza per andare. Ha anche lui un lavoro da compiere, infine! Darà il suo onesto contributo fino all’ultimo per l’amaro arricchimento di Geppo & Giovanni. I due soci fingono ormai di ignorarsi. E Marco sbuffa, pur senza darlo a vedere. Decisamente, hanno finito per annoiarlo i temi e gli stereotipi del cosmo gastrocomico. Cambierà mestiere. Sa che cosa farà, anche se ignora quando e per quanto potrà farlo. Se l’esperimento con il caviale di lumache dovesse fallire, anche lui si farà forse inghiottire dalle fauci di una fabbrica. Ma per cambiare bisogna cambiare. Mancano quattordici, dodici, dieci giorni al suo addio al Capri. E molti meno alla scommessa culinaria.

 

Già: Androlli, homo arrogantis, non ha dimenticato la sfida che gli ha lanciato. Tutto è già predisposto: il duello avrà luogo davanti a un pubblico di ristoratori italiani e di loro accoliti, e a fare da giudice sarà Jakob von ***, uno dei cuochi più famosi di Germania.

Marco continua intanto a bazzicare il Dolomiti, dove trova gli ospiti soliti e anche gli insoliti, e dove Roland torreggia sui discorsi oziosi, sulle chimere, sulle pagliacciate.

«Conosci Schorsch?».

«All’ingrosso.»

«E suo fratello?».

«Circaquasi.»

Entrato, saluta con un largo gesto della mano e ordina una diet-coke. Qualcuno gli rivolge una battuta scherzosa: la notizia della disputa culinaria è arrivata alle orecchie di ciascuno. Un Venuzza stranamente sobrio fa per scroccargli una sigaretta; Marco gli lancia l'intero pacchetto, dicendogli di tenerselo. Ma Venuzza non si limita a starsene dove è: invade la sedia attigua alla sua e, tenendo gli occhi incollati sulle labbra di Marco che degustano la diet-coke, sogghigna fraternamente.

Sotto il tavolino gli caccia qualcosa in mano. «È afghano», sussurra, inumidendogli il collo. «Roba ottima.»

«Uh?».

«Non ringraziarmi. Tu mi hai aiutato e perciò ti meriti questo e altro. Ne vuoi di più? Ecco, prendi.» Gli mostra il minuscolo involto in carta argentata. «Ma acqua in bocca, eh? Saranno dieci grammi. Per te.» E glielo consegna furtivamente, come in un film di spionaggio di serie B.

Ad un tratto si avvicina Sigillino. Ecco un altro tipo appiccicaticcio, pensa Marco. E difatti: Sigillino si siede con loro pur non essendo stato invitato a farlo. Comincia a tempestare Marco di domande alle quali lui nemmeno si prende la briga di rispondere. Ogni volta che Marco apre la bocca, Sigillino mette su un’espressione stralunata e lo fissa come si fa con uno strano esemplare.

«Smamma», gli ordina Venuzza. «Abbiamo mai fumato insieme?». Ma Sigillino non gli bada. Nota un capello sul risvolto della giacca di Marco e non è contento fintantoché non riesce a pescarlo con due dita e ad affidarlo a una corrente d’aria. Il signor uomo vorrebbe starsene da solo, ma Sigillino non lo capisce, non può capirlo. È un vitello ottuso. Talvolta il suo modo di fare suscita biasimo, ma più spesso risveglia istinti di ferocia primordiale.

Come in questo momento. Venuzza si è portato la mano monca a un occhio e bofonchia qualcosa a proposito di un moscerino. Sigillino balza su, felice, gli toglie a forza quelle due dita dalla zona occipitale e, blaterando di interi sciami di insettucoli che gli si sono spiacciccati sui denti entrati nel naso attaccati alla cute - «Ho esperienza, lasciami fare» -, compie manovre atte ad accecare il connazionale. Questi, favilla fiamma lacrima, grida come un ossesso, imponendogli di andare a distanza prudenziale.

Oscuratosi in volto, l'infelice filantropo va a cercarsi un’altra vittima.

«Cretino!», ruggisce Venuzza. «Guarda che hai combinato!». Sta piangendo.

«Volevo farti un favore», adduce Sigillino al di sopra delle teste degli astanti.

«Va’, va’. Cretino!».

Il Buon Samaritano replica a tanta incomprensione con un’ingiuria irripetibile.

Riflettiamo: tradimmo noi i nostri natali per essere di sostegno agli altri? No. Né per farci sostenere. Che cosa cercavamo quassù, allora?

Cercavamo la terra in cui: essere per avere, e non avere per essere. Volevamo la nostra libertà... freedom. Freiheit ha un suono ugualmente bello.

Quasi sei milioni di stranieri vivono in Germania; e a quanti di loro consentimmo di toglierci il moscerino dall’occhio lacrimante? A quanti porgemmo la nostra zampa, per dargli il piacere di liberarci della spina che ci ferì? A pochi. A meno che pochi. E che nessuno venga a chiedermi di ricambargli un favore che non ricordo di avere mai ricevuto...

«E così te ne vai.»

«Sì, Giovanni. Una settimana ancora e... Dài Geppo, non fare quella faccia! Non lascio soltanto il Capri: lascio la cucina. Come saprai, al mondo ci sono miliardi di persone che non hanno nulla da mettere nello stomaco.»

«E perciò dici basta ai ristoranti? Per me è inconcepibile. E che vorresti fare?».

«Ho una mezza idea di rimanere nel ramo della gastronomia. Venderò uova di lumache.»

«Uova di che? Santiddio! I morti di fame ti saranno davvero grati...».

 

                                                                                                                               

                                                                    L'Autore (bio e indirizzi)    L'intero file in .doc

                                                                                                Indice (senza frames)