Al Capri tornò a registrarsi carenza di personale. Il Boccia,
per telefono, elargì un reciso «no!» al fratello oste. «Non vengo. Mi scoccia tornare
lassù», proclamò. «Qui sono a mio agio. Tutti mi salutano, tutti mi rivolgono la
parola...». Aveva spedito una fotografia che lo effigiava su un litorale sabbioso, in
costume da bagno e con i capelli à la Crazy Horse. Si era irrobustito; lavorava
saltuariamente come muratore, aveva la morosa. Al paesino viveva. Nel "Quarto
Reich", invece, la mancanza di attenzioni sincere e di sinceri sorrisi lo aveva
spinto sullorlo dellintisichimento.
«Ma qualcuno dobbiamo pur rimediarlo che ci dia manforte in cucina»,
si lamentò Giovanni con il socio. «Così non ce la facciamo proprio.»
Geppo era coperto dal sudore. In sala aveva tre paggi tutti per sé e
lui sudava. Ma non sudava per la fatica: era perché Giovanni lo poneva costantemente di
fronte ad aut-aut. Nessuno dei due si appellava più allantica solidarietà,
e quelle bagasce delle loro donne ormai si accapigliavano davanti ai clienti. La pelata di
Geppo rispecchiava le luci del locale, simile alla superficie della luna; sotto la
rugiadosa volta cranica si intuiva il lavorio delle bielle. «E vabbe», decise
finalmente, rivolto a Marco. «Vabbe, coso. Vacci tu da... da coso.» Voleva dire:
Johnny. «E cerca di cosarlo... di convincerlo a tornare da noi.»
E Marco va da Johnny, e prova a convincerlo a venire a dare una mano,
ma Johnny non sta a sentirlo. Non sta a sentire più nessuno. Si è barricato nel suo
tugurio, impegnato in un interminabile corpo a corpo con la suscettibile divinità
cibernetica. Batte sui tasti in una terrificante confusione di cavi, contenitori di
metallo, bottiglie mezzo piene e indumenti irriconoscibili, mentre canticchia una shloka,
una strofa in sanscrito. Le sue dita volano sulla tastiera, ma i suoi occhi non vedono
sillabe e numeri: vedono Haidarabad. Vedono la pista che da Calcutta conduce a Kilkoa.
Vedono il santuario maggiore di Delhi... Tambureggia sui tasti, emaciato, con spuntoni di
barba, mentre in sottofondo Michael Jackson urlacchia: «Whos bad?»; ed è
al Settimo Cielo. Un deliquio da paria, il suo. Larnese magico che non gli
fornisce la risposta anelata, e la sempre crescente nostalgia per il Paese di Bengodi, si
congiungono perfettamente, dando alla sua anima martoriata nuovi impulsi di sopravvivenza.
Avviluppato in un mantellino di cotone del Tibet, Johnny fissa un
paesaggio sullo schermo nero e verde. Pura Idea. Nella sua lingua si dice manas puja,
in tedesco reine Vorstellung. Sembra che stia facendo le ragnatele sulla sedia, ma
in realtà è in procinto di scalare lHindukush. È il riscopritore della
patafisica, anche se non lo sa. Il computer gli sputa in faccia, inesorabilmente: no,
non, njet, nein, ma Johnny non se ne cura: è sul sentiero di terra battuta che da
Kamatkura porta a Coach-Behar. Il suo elefante trasporta un carico di lana di pecora del
Pamir che Johnny spera di vendere a un prezzo conveniente. Nei pressi di Kankerdan si
intrattiene a parlare con Vivakaninda o qualche altro guru ed è poi ospite del
marajà di Peteshavar allHotel Siam, dove pranzano assieme. Assaporerà ancora un
po di questa salsa chicanca, ancora un po, prima che vengano a
prelevarlo, trascinandolo fuori dalla sua scatola di visioni.
È una di quelle notti in cui Marco non ha voglia di dormire. Apre la
finestra e si siede sul davanzale, a tu per tu con le stelle che galleggiano nel mare di
petrolio. Rispolverato il vecchio flauto traverso, suonicchia le prime frasi di Bourrée.
Questa musica è un po' la colonna sonora della sua vita in Germania. Poi esce e va a
sedersi sul bordo limaccioso di uno dei canali del Traum. Punta gli occhi su carghi pieni
di uomini che ridono nello scorgerlo e, ridendo pure lui, fa ciao ciao con la mano, simile
a un cinese che non capisce. Le ore gli si snodano dinanzi insieme alle sozzure del canale
ribollente, blub, blub.
Tra due settimane pianterà il Capri: ha già avvertito Geppo
& Giovanni, che torneranno a essere suoi amici nello medesimo istante in cui non
saranno più i suoi kapò. Tanto, loro hanno già visto passare legioni di operai.
Rivoluzionari eroinomani, picciotti donore, ballerini claudicanti, signorini
capricciosi, ignoranti dalla dentiera doro... Tutti fluiti via per essere
rimpiazzati da ignoranti dalla dentiera doro, signorini capricciosi, ballerini
claudicanti, picciotti donore, rivoluzionari eroinomani. (Et pluribus unum.)
Fanno gli ultimi tentativi per dissuaderlo.
Il primo dice: «Resta. Fallo per noi... per me, Dio puzz... Non è una
posizione malvagia, la tua. Il cuoco è un mestiere nobile».
In questo c'è un fondamento: quando i clienti se ne tornano a casa
dopo un banchetto soddisfacente e ognuno pensa che forse è il caso di procrastinare il
suicidio, beh, ciò dovrebbe essere un incentivo per il signor quoquo.
Il secondo, meno garbato, fa schioccare il gatto a nove code, menando colpi ben
assestati. «Ma che, ti pare giusto andartene? E ora come facciamo? Magari bussi anche a
danari, magari vuoi lultimo stipendio. Questa la chiami professionalità?». Per
aggiungere, con aria da moribondo: «Ma sì, hai ragione ad andare. Vai, vai». E
conclude, dopo qualche istante di imbarazzato silenzio: «Io seguirò tra poco. Lo
giuro».

Dunque sta prendendo di nuovo commiato dal Capri, e la scena
somiglia e non somiglia a quella di due anni prima. Allora se nera andato in
unestate senza più incanto - nonostante la luna rossa e piena -, una di quelle
estati in cui ci si può dichiarare dispersi per gioco. Lultima sua amante
traumfurtiana di due anni prima era stata una certa Irmi, cameriera di una
Cafeteria. Assomigliava alla luna, Irmi; soffriva di emicranie («La testa!...
Quando mi duole non funziona più») e diceva di non sapere chi amare e perché. Aveva
pupille stinte, da creatura degli abissi marini; capelli corvini fino al fondoschiena; e
un pancino sconcio. Il volto era affilato, dagli zigomi alti e i lineamenti dolci; il seno
bello e prorompente. Non bisognava chiamarla Irmegard, altrimenti si offendeva. Anzi, non
bisognava chiamarla per niente, ma portarla semplicemente a ballare e poi a letto.
Ora, poco prima dell'addio definitivo al Capri e ai suoi
fantasmi di ideali, nella vita di Marco cerca di entrare Sabrine, la sorella di Babsy. Ma
con Sabrine lui non va a letto. Al pari di Irmi, anche Sabrine si sente mancare spesso il
terreno sotto i piedi. Ormai beve fino all'incoscienza (inganni di uomini - «Ich liebe
dich» - per usufruire del suo corpo e violarle il faccino). Ha trovato impiego presso
un calzaturificio, dove può mostrare ai colleghi le gambe affusolate e le smagliature
alle calze. Marco avrebbe voluto cancellarle dal viso le smagliature di tanti anni
scapati; ma.
Nel canale lacqua scorre insieme ai residui del tempo. Dalla
cupità oleosa della superficie promanano unumidità da malaria, riflessi grigio
cenere, scrosci, fetidi risucchi. Lui fuma seduto sul bordo che è ricoperto da un velo di
melma e snocciola memorie fin quando ne ha voglia. Ai primi bagliori del giorno trae dalla
tasca interna della giacca un fascio di fogli gualciti e inizia a leggere. Conosce una per
una le parole che gli ballonzolano davanti agli occhi, poiché le ha scritte lui stesso;
ma deve ugualmente leggerle per crederci. Comincia dalla prima pagina e, fumando, arriva
in fondo. Ogni foglio, dopo essere stato passato in rassegna, finisce nellacqua, che
ribolle come di purulenze gonorreiche; e, insieme allacqua, defluisce lentamente
verso il Traum - il fiume Sogno.
In apparenza, l'azione del gettare via i fogli ha un significato
simbolico; in realtà però non vuol dire nulla. È stato importante annotarsi ogni cosa,
sì, ma ancora più importante risulta essere la lettura definitiva: ora sa di non avere
bisogno di prendersi una rivincita sulla vita. Prendersi una rivincita è consono ai tipi
sventurati, mentre lui - si rende conto - ha sempre vissuto come desiderava. Anche la sua recherche
ha avuto un compimento: in Brigitte, e dunque nellamore, e non in unopera
fatta di parole parole parole. Si può essere letterati anche senza le lettere. Del resto,
ogni opera lascia il tempo che trova. Neppure un componimento poetico o musicale realmente
portentoso può arrestare le epoche, i secoli, gli anni, le ore, i minuti. A dispetto
dellarte e degli artisti, lacqua sudicia continuerà ad affluire nel Traum in
un subdolo serpeggiare perpetuo.
Lultima pagina ha appena preso a navigare unitamente a tutte le
schifezze che galleggiano nel canale quando, sull'argine opposto, fa la sua apparizione
loperaio Suat Cabadag. Allo spuntare del giorno, Suat va raccattando lattine vuote,
siringhe, rami spezzati, e rischia in continuazione di sdrucciolare sulla melma che
ricopre il terrapieno.
Nel chiarore nascente, le onde del canale si impreziosiscono di schiuma
giallina. "Alba, dammi il tuo colore!", invoca Marco. "Tingimi del rosa
melodico degli involvoli di conchiglie. Sotto le tue dita intrise io sto, inattivo ma con
tanti progetti in testa, in attesa dellabbaglio della tua tavolozza e del tuo
arrivederci inclemente tra ali color indaco." Come risposta gli arriva uno sciabordio
più possente che gli bagna le scarpe, lordandogliele.
A poco a poco, come in ogni altra giornata feriale a quellora, le
arterie cominciano a essere solcate da automezzi. Passa il camion della nettezza urbana.
Huseyn Tokcan e Öner Öztürk, in casacca arancione, svuotano bidoni dimmondizia
dentro la macina del camion. In breve, fiabesche quantità di forme umane, forme vive,
transitano sullo sbarramento, dirette alle fabbriche.
Marco si alza per andare. Ha anche lui un lavoro da compiere, infine!
Darà il suo onesto contributo fino allultimo per lamaro arricchimento di
Geppo & Giovanni. I due soci fingono ormai di ignorarsi. E Marco sbuffa, pur senza
darlo a vedere. Decisamente, hanno finito per annoiarlo i temi e gli stereotipi del cosmo
gastrocomico. Cambierà mestiere. Sa che cosa farà, anche se ignora quando e per quanto
potrà farlo. Se lesperimento con il caviale di lumache dovesse fallire, anche lui
si farà forse inghiottire dalle fauci di una fabbrica. Ma per cambiare bisogna cambiare.
Mancano quattordici, dodici, dieci giorni al suo addio al Capri. E molti meno alla
scommessa culinaria.
Già: Androlli, homo arrogantis, non ha dimenticato la sfida che
gli ha lanciato. Tutto è già predisposto: il duello avrà luogo davanti a un pubblico di
ristoratori italiani e di loro accoliti, e a fare da giudice sarà Jakob von ***, uno dei
cuochi più famosi di Germania.
Marco continua intanto a bazzicare il Dolomiti, dove trova gli
ospiti soliti e anche gli insoliti, e dove Roland torreggia sui discorsi oziosi, sulle
chimere, sulle pagliacciate.
«Conosci Schorsch?».
«Allingrosso.»
«E suo fratello?».
«Circaquasi.»
Entrato, saluta con un largo gesto della mano e ordina una diet-coke.
Qualcuno gli rivolge una battuta scherzosa: la notizia della disputa culinaria è arrivata
alle orecchie di ciascuno. Un Venuzza stranamente sobrio fa per scroccargli una sigaretta;
Marco gli lancia l'intero pacchetto, dicendogli di tenerselo. Ma Venuzza non si limita a
starsene dove è: invade la sedia attigua alla sua e, tenendo gli occhi incollati sulle
labbra di Marco che degustano la diet-coke, sogghigna fraternamente.
Sotto il tavolino gli caccia qualcosa in mano. «È afghano»,
sussurra, inumidendogli il collo. «Roba ottima.»
«Uh?».
«Non ringraziarmi. Tu mi hai aiutato e perciò ti meriti questo e
altro. Ne vuoi di più? Ecco, prendi.» Gli mostra il minuscolo involto in carta
argentata. «Ma acqua in bocca, eh? Saranno dieci grammi. Per te.» E glielo consegna
furtivamente, come in un film di spionaggio di serie B.
Ad un tratto si avvicina Sigillino. Ecco un altro tipo appiccicaticcio,
pensa Marco. E difatti: Sigillino si siede con loro pur non essendo stato invitato a
farlo. Comincia a tempestare Marco di domande alle quali lui nemmeno si prende la briga di
rispondere. Ogni volta che Marco apre la bocca, Sigillino mette su unespressione
stralunata e lo fissa come si fa con uno strano esemplare.
«Smamma», gli ordina Venuzza. «Abbiamo mai fumato insieme?». Ma
Sigillino non gli bada. Nota un capello sul risvolto della giacca di Marco e non è
contento fintantoché non riesce a pescarlo con due dita e ad affidarlo a una corrente
daria. Il signor uomo vorrebbe starsene da solo, ma Sigillino non lo capisce, non
può capirlo. È un vitello ottuso. Talvolta il suo modo di fare suscita biasimo, ma più
spesso risveglia istinti di ferocia primordiale.
Come in questo momento. Venuzza si è portato la mano monca a un occhio
e bofonchia qualcosa a proposito di un moscerino. Sigillino balza su, felice, gli toglie a
forza quelle due dita dalla zona occipitale e, blaterando di interi sciami di insettucoli
che gli si sono spiacciccati sui denti entrati nel naso attaccati alla cute - «Ho
esperienza, lasciami fare» -, compie manovre atte ad accecare il connazionale. Questi,
favilla fiamma lacrima, grida come un ossesso, imponendogli di andare a distanza
prudenziale.
Oscuratosi in volto, l'infelice filantropo va a cercarsi unaltra
vittima.
«Cretino!», ruggisce Venuzza. «Guarda che hai combinato!». Sta
piangendo.
«Volevo farti un favore», adduce Sigillino al di sopra delle teste
degli astanti.
«Va, va. Cretino!».
Il Buon Samaritano replica a tanta incomprensione con uningiuria
irripetibile.
Riflettiamo: tradimmo noi i nostri natali per essere di sostegno agli
altri? No. Né per farci sostenere. Che cosa cercavamo quassù, allora?
Cercavamo la terra in cui: essere per avere, e non avere per essere.
Volevamo la nostra libertà... freedom. Freiheit ha un suono ugualmente
bello.
Quasi sei milioni di stranieri vivono in Germania; e a quanti di loro
consentimmo di toglierci il moscerino dallocchio lacrimante? A quanti porgemmo la
nostra zampa, per dargli il piacere di liberarci della spina che ci ferì? A pochi. A meno
che pochi. E che nessuno venga a chiedermi di ricambargli un favore che non ricordo di
avere mai ricevuto...

«E così te ne vai.»
«Sì, Giovanni. Una settimana ancora e... Dài Geppo, non fare quella
faccia! Non lascio soltanto il Capri: lascio la cucina. Come saprai, al mondo ci
sono miliardi di persone che non hanno nulla da mettere nello stomaco.»
«E perciò dici basta ai ristoranti? Per me è inconcepibile. E che
vorresti fare?».
«Ho una mezza idea di rimanere nel ramo della gastronomia. Venderò
uova di lumache.»