Legregio e distinto Jakob von *** si situò tra i due banconi e,
tutto sommato, non si impettì, non diede spettacolo, in nessun modo mostrò di essere lui
lospite di riguardo. Pregò il pubblico di stare più quieto, guardò
lorologio che portava nel taschino del panciotto e diede quindi il via alla gara.
Androlli si pose allopera con una calma e una lentezza studiate,
come per evidenziare la sua superiorità. Aveva promesso, enfaticamente, che durante la
competizione se ne sarebbe rimasto zitto e ora, come cera da aspettarsi,
cantarellava o lanciava al suo antagonista frasi superflue. Stava preparando un piatto
"regionale", come aveva preannunciato alleminente Imparziale; un menù che
avrebbe concluso con un dolce siciliano. Sventrando alcune sarde, informò gli spettatori:
«A pulire i pesci sono abituato, ma, madruzza mia, quando mi faccio la barba con il
rasoio ancora paura ho!».
Risatine svogliate. Giovanni-Giacchettov si alzò per andare in bagno
e, passando vicino al bancone dietro cui lavorava Marco, gli chiese: «Ti piacerebbe
dargli una padellata sulla testa?».
«Compagno, tu possiedi doti telepatiche.»
Marco si muoveva più lestamente dello sfidante, e tuttavia i suoi
mestoli e i suoi tegami facevano meno frastuono. Entrambi i contendenti rivolgevano il
fianco a una ventina di italiani che si erano sistemati su tre file di sedie allineate
lungo una navata del Capri. Geppo stava discutendo con Paris, il maitre
dellAmalfi. «Io stimo la clientela di un certo calibro», gli diceva. «A
dieci persone che mi ordinano una pizza, ne preferisco una che si mangia una bistecca.»
«Questi sono i clienti che vengono da noi», ribatté secco
Paris. «A voi del Capri lasciamo gli altri, quelli senza quattrini.»
«No, quelli semmai li mandiamo al Da Marcello», precisò
Geppo, conciliante; e si accese la rhodesian.
Jakob von *** osservava con interesse professionale loperato dei
due sfidanti. Nessun tipo di espressione alterava il volto del venerabile ristoratore di
Monaco di Baviera, ma le sue congetture erano facili da indovinare: "Questi Itaker!
Presi singolarmente sono degli agnellini. È quando sono in due o più di due che incutono
terrore. Guardali: bambini fracassoni! Ma già, perché diventare adulti se non cè
una legge a imporlo?".
Jakob von *** era un assiduo frequentatore di trattorie italiane, dove
non finiva mai di stupirsi per taluni individui che vi lavoravano, camerieri clowneschi e
cuochi nella maggior parte senza un senso per la pulizia; per tacere delle uniformi di
lavoro, che non solo spesso erano irregolari, ma non azzeccavano neanche lora né la
stagione.
Il suo sguardo si puntò su Marco. Finora questo giovane non aveva
detto una parola, contrariamente al suo rivale e alla marmaglia là dietro. Gli infondeva
un'impressione favorevole, anche se, più che un cuoco, pareva un acrobata dei fornelli. A
vederlo usare i vari ingredienti, comunque, si arguiva che sapeva il fatto suo. Jakob von
*** (alto e piacente nellaspetto, nonostante fosse già sulla sessantina) ebbe un
sorriso appena percettibile.
Si girò verso laltro "duellante". Questo soggetto,
talmente presuntuoso da stare dietro ai fornelli in tenuta da tropici (il signor Androlli
si era presentato in maglietta e calzoncini corti), era chiaramente rauh (rozzo) e vulgär
(volgare). Inoltre si era permesso di corrompere il giudice - corrompere lui, Jakob
von *** ! - offrendogli una vacanza nella sua villa in Sicilia. Linvito era stato
pronunciato dietro le quinte in un tedesco improponibile. Però, però: una permanenza
gratuita laggiù, nellIsola dei Ciclopi, suonava, in fin dei conti, allettante. Uhm.
Jakob von *** sollevò un sopracciglio. Gli uomini alle sue dipendenze sapevano molto bene
che cosa significasse quel sopracciglio che scattava in alto: solitamente, dopo questa
elitaria manifestazione di cruccio si abbatteva su di loro una valanga di improperi.
Presso i suoi impiegati, Jakob von *** passava per un tirannosauro.

Marco esordì con un fagiano in salsa fragolina con contorno di
castagne caramellizzate. Come il piatto fu pronto, dovette servirlo lui stesso al
gastronomo tedesco. Il "Dottore" seguì subito dopo con una notevole razione di
pasta con le sarde. Gli sfidanti tornarono trafelati ai loro posti e in tal modo
presentarono allAssoluto Equanime, uno dopo laltro, quattro portate.
LAssoluto Equanime intanto si segnava sul taccuino qualcosa, riservandosi di
impartire un giudizio solo dopo la fine della tenzone.
Il gesto di recare cibo a tavola era insolito per Marco, che
segretamente si vergognò per l'impaccio che provava. No, mai sarebbe stato idoneo per il
lavoro in sala. Cucinare è se non altro un atto creativo, mentre fare il cameriere sa
molto di servilismo. Colse a volo unocchiata rapace dell'Androlli. Il
"Dottore" andava perdendo la sua sicumera e ormai cucinava come se avesse un
coltello puntato sulla schiena. Il suo pescespada annegò nel troppo vino che ci versò
su. «Non te la prendere, amico», gli sussurrò Marco, senza ombra di ironia. Per tutta
risposta, Androlli grugnì e si scottò a un manico di padella diventato rovente.
Jakob von *** pensava tuttora alla villa in Sicilia, ma nel frattempo
guardava il più giovane dei contendenti. "Linsalatiera del suo cervello ha una
crepa, proprio come la mia." Prima ancora di aver assaggiato un solo boccone, sapeva
già il verdetto che avrebbe emesso. Non si tradì, però, con laccozzaglia di tipi
che, alle sue spalle, si trattenevano a fatica dal comportarsi come tifosi scalmanati in
uno stadio di calcio. Di soprassalto si sentì preso da unallegria isterica: un
fenomeno che gli accadeva di rado. Lo avessero visto i suoi ragazzi: altro che
tirannosauro! "Sono anch'io un essere umano...". Issò il calice, rivolto al
più buffo dei presenti: un tizio corto e tozzo, calvo e barbuto, decisamente
rabelaisiano.
Siccome il calice era vuoto, Geppo accorse a riempirlo. «Voilà,
Maestro», disse. Qualche goccia si versò sul tappeto. «Dio puzz...». Poco dopo, Jakob
von *** intese come quel Falstaff (Tutto il mondo è burla), nel riporre la
bottiglia sullo scaffale, esclamasse sommessamente, in direzione del concorrente più
giovane: «So che ce la farai. Forza, Coso! Non fare una brutta figura. E così eviti una
brutta figura anche a me».
L'Imparziale fece spaziare il suo sguardo sulla platea. "Sono come
Biancaneve e i sette nani", si sorprese a postillare, pur proseguendo a sorridere.
Mentre maneggiava carne e pesce con dimestichezza, Marco ponderava
sullamore, e si chiedeva se lamore non fosse che una disfunzione cerebrale. E
pensava a tutta lacqua che scorreva nel canale. Da quando era tornato a Traumfurt,
erano successe tante cose e, soprattutto, non era successo nulla. Per centinaia di notti,
la sua magione sotto-il-tetto, con il suo sconvolgente lumicino, era stato lunico
avamposto stellare sulla terra degli uomini. Ben presto quel lumicino avrebbe brillato
altrove, sugli spalti di qualche altro castello notturno... Un'altra nicchia in cui lui
sarebbe andato a rifugiarsi con i suoi libri e i suoi stracci. O linverno lo avrebbe
visto senza casa né riparo, similmente al vagabondo di Passavia? Lacqua scorreva
nel canale e Marco, in tenuta da cuoco (giacca bianca e pantaloni a scacchi, ma niente
cappellone), vicino a un Androlli a fiori variopinti che sudava su infami estrapolazioni
di ricette tradizionali, si vedeva trascinare i suoi passi lungo crinali nevosi, nel
tentativo di non farsi sopraffare dalla stagione fredda e dal tempo che fuggiva e che
fugge. (Viel Kunst, wenig Zeit.) Rammentava un inverno di stampo più classico, un
inverno tutto italiano contrassegnato da un vento per certi versi brutale. Quel vento
aveva suonato, apposta per lui, un Andante maestoso. Gli inverni di quassù sono
invece caratterizzati dal silenzio della neve che cade... Ricordava inoltre i
dopolavoristici incontri con connazionali emigrati che si riunivano a giocare a biliardo,
stavano stanno lì con le stecche in mano simili a ridicoli guerrieri etruschi lanciando
occhiate a una Bardame che neanche li fila... Li aveva visti smarrire la
consapevolezza di sé in una discoteca piena da scoppiare, dove ostentavano una loquacità
stremante o un muso lungo lungo, gagliardetto di solitudine.
Androlli ha finito il dolce: una colossale cassata siciliana che ha un
aspetto veramente bello. Marco, di converso, a fine menù non ha altro da offrire che le
banali crêpes.
Jakob von *** prende un bocconcino di questo, un bocconcino di quello
(sul resto si avventano come avvoltoi i signori spettatori, che nel frattempo hanno
spostato le sedie fino a portarle a ridosso dei fornelli). La bocca del giudice di gara si
muove come una macina al rallentatore. Poi, Jakob von *** inarca le sopracciglia, fa
vibrare i peli che, bianchi, gli fuoriescono dal naso, osserva i due rivali; ipso facto,
decide: sinistra vince. Marco.
Si sollevano esclamazioni di gioia, ma anche proteste (da parte degli aficionados
dellAndrolli e dellAmalfi: «Ma vuoi mettere la cucina siciliana!
Eh già, cosa può capirne un tedesco...»). Si succedono pacche sulle spalle, ma anche
pugnetti dispettosi. E Marco dice allAndrolli, con voce stanca: «Sei tu il cuoco
migliore. Tutto quello che sai lo hai appreso dalle tue donne: tua madre, le tue sorelle,
tua moglie. Io ho solo rubacchiato alcuni segreti a certi disgraziati boriosi che portano
un cappello che sembra un goldone».
Coro di commenti agitati.
Jakob von ***, frastornato dalla proluvie di voci tosche, aggiunge una
nota in calce al suo verdetto: «Debbo ammettere che, riguardo la chiusura, alle
androgini, neutrali crêpes preferisco la torta del signore qui. Questa bombastica
trovata sicula, questo "urrà!" della pasticceria mediterranea...». E a titolo
supplementare, poiché le regole non lo richiedono: «Ergo, trattasi di vittoria ai
punti».
Così fa tutti contenti. E Androlli è contento più di chiunque altro.
«Allora siamo pari, quasi allincirca. Ti sfagiola? Hai vinto tu ma siamo pari.»
«Sembra di sì. Sono arrivato primo io ma hai vinto tu. Quasi
allincirca.»