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Il circolo Pickwick di Charles Dickens Traduzione di Federigo Verdinois Edizione Fratelli Treves Editori, Milano 1930 I. I Pickwickiani Il primo raggio di luce che viene a rompere ed a fugare le tenebre nelle quali pareva involta l'apparizione dell'immortale Pickwick sull'orizzonte del mondo scientifico, la prima menzione officiale di quest'uomo prodigioso trovasi negli statuti inseriti fra i processi verbali del Circolo. L'editore dell'opera presente è lieto di poterli mettere sotto gli occhi dei suoi lettori, come una prova della scrupolosa attenzione, dello studio diuturno, dell'acume, che hanno sempre accompagnato le sue ricerche nella farraggine dei documenti affidati alle sue cure. "Seduta del 12 maggio 1827. Presieduta da Giuseppe Smiggers, V.P.P.M.C.P. [Vice Presidente Perpetuo Membro del Circolo Pickwick], è stato deliberato quanto segue all'unanimità. "L'associazione ha udito leggere con un sentimento di schietta soddisfazione e con approvazione assoluta le carte comunicate da Samuele Pickwick, P.P.M.C.P. [Presidente Perpetuo Membro del Circolo Pickwick] e intitolate "Ricerche sulle sorgenti degli stagni di Hampstead, seguite da alcune osservazioni sulla teorica dei pesciolini d'acqua dolce." "L'associazione esprime le sue più calde grazie al prelodato Samuele Pickwick, P.P.M.C.P. "L'associazione, non disconoscendo menonamente i vantaggi che possono derivare alla scienza dalle ricerche infaticabili di Samuele Pickwick nei villaggi di Hornsey, Highgate, Brixton e Camberwell, non può fare a meno di considerare i risultamenti inapprezzabili che sarebbe ragionevole augurarsi in pro della diffusione delle cognizioni utili e del progresso dell'istruzione, se i lavori di quest'uomo insigne avessero un campo più largo, se cioè i suoi viaggi fossero più estesi e del pari fosse più estesa la cerchia delle sue osservazioni. "A questo scopo, l'Associazione ha preso in seria considerazione una proposta del prefato Samuele Pickwick, P.P.M.C.P. e di altri tre Pickwickiani qui appresso citati, tendente a costituire una nuova diramazione del Circolo, sotto il titolo di Società corrispondente del Circolo Pickwick. "La detta proposta essendo stata approvata e ratificata dall'Associazione, "La Società corrispondente del Circolo Pickwick rimane col presente atto costituita: Samuele Pickwick, P.P.M.C.P. Augusto Snodgrass, M.C.P. Tracy Tupman, M.C.P., e Nataniele Winkle, M.C.P., sono egualmente col presente atto scelti e nominati membri della detta Società corrispondente, e incaricati di indirizzare di tratto in tratto all'Associazione del Circolo Pickwick, a Londra, dei particolari autentici sui loro viaggi e le loro investigazioni; le loro osservazioni sui caratteri e sui costumi; tutte le loro avventure in somma, non che le narrazioni e altri opuscoli cui per avventura dessero motivo le scene locali o i ricordi che vi hanno relazione. "L'Associazione riconosce ben volentieri il principio che i membri della Società corrispondente debbano sostenere del proprio le spese dei loro viaggi; e non vede nessun inconveniente a che i membri della detta Società proseguano le loro ricerche per tutto il tempo che piacerà loro, sempre però alle medesime condizioni. "I membri della prefata Società corrispondente siano, e sono con l'atto presente informati, che la loro proposta di pagare la francatura delle loro lettere, e il prezzo di trasporto dei loro pacchi, è stata da questa Associazione presa in seria disamina. Questa Associazione considera tale proposta degna degli animi elevati dai quali emanò, e non vi fa di conseguenza opposizione di sorta." Un casuale osservatore - aggiunge qui il segretario, alle cui note noi dobbiamo la relazione che segue - un casuale osservatore non avrebbe forse nulla rilevato di straordinario in quel cranio lucido, e in quelle due lenti di occhiali puntate intentamente verso di lui (del segretario), durante la lettura delle soprascritte deliberazioni. Per quelli invece i quali sapevano che il gigantesco cervello di Pickwick lavorava dietro quella fronte, e che gli occhi vivi di Pickwick brillavano dietro quelle lenti, lo spettacolo era davvero interessante. Ecco appunto l'uomo che avea spinto le sue indagini fino alle sorgenti degli stagni di Hampstead, ed agitato il mondo scientifico con la sua teorica dei pesciolini, calmo e impassibile come le profonde acque di quelli in un giorno di nebbia, o come un solitario individuo di questi ultimi nel più profondo di una brocca di terra. E quanto più interessante divenne lo spettacolo, quando, improvvisamente animatosi, al grido unanime di Pickwick emesso dai suoi seguaci quell'uomo illustre lentamente montò sulla seggiola dove prima era seduto e volse la parola al Circolo da lui stesso fondato. Che studio per un artista presentava quella scena così mossa! L'eloquente Pickwick con una mano nascosta sotto le falde del soprabito, moveva l'altra in aria per accompagnare e colorire la sua declamazione; il posto elevato ch'egli occupava metteva in bella mostra quei calzoni e quelle uose, che se avessero coperto le membra di un altro uomo qualunque, sarebbero forse passate senza osservazione, ma che, quando Pickwick le informava - se così è lecito dire - inspiravano un involontario sentimento di rispetto e di venerazione; lo circondavano gli uomini che si erano spontaneamente offerti a dividere i pericoli dei suoi viaggi, e che erano destinati ad aver parte nella gloria delle sue scoperte. Alla sua destra sedeva il sig. Tracy Tupman; il troppo sensibile Tupman, il quale al giudizio ed all'esperienza dell'età matura aggiungeva l'entusiasmo e l'ardore di un fanciullo, nella più interessante e perdonabile delle debolezze umane, - l'amore. Il tempo e la naturale nutrizione aveano un po' allargato quelle forme altra volta romantiche; il panciotto di seta nera si era via via andato sviluppando; pollice a pollice la catena d'oro sospesavi sotto s'era sottratta al raggio visuale di Tupman; e gradatamente il mento rotondeggiante era andato sporgendo sulla bianca cravatta - ma l'anima di Tupman non era per nulla mutata, e l'ammirazione pel bel sesso ne costituiva sempre la qualità dominante. A sinistra del suo illustre condottiero sedeva il poetico Snodgrass, e più appresso l'ameno Winkle, il cacciatore; quegli poeticamente avvolto in un misterioso soprabito azzurro con un bavero di pelle canina, e questi con un vestito nuovo da caccia, fazzoletto scozzese al collo, e calzoni stretti alle coscie. Il discorso del sig. Pickwick e la discussione che ne seguì sono registrati nei processi verbali del Circolo. L'uno e l'altra presentano una notevole affinità alle discussioni di altre celebri assemblee; e poichè non è senza interesse di confrontare gli atti e le parole dei grandi uomini, vogliamo trascrivere qui il processo verbale della seduta. "Il signor Pickwick osservò (scrive il segretario), che al cuore di ogni uomo è cara la fama. La fama poetica era cara al suo amico Snodgrass; del pari la fama di conquistatore era cara all'amico Tupman; e il desiderio di venire in fama negli esercizii del campo, dell'aria e dell'acqua, vinceva ogni altro affetto nel seno dell'amico Winkle. Egli (il signor Pickwick) non volea mica negare di essere come ogni altro governato da passioni umane e da umani sentimenti (Applausi) - forse anche da umane debolezze (No, no!): ma questo egli poteva affermare che se mai il fuoco dell'amor proprio e dell'orgoglio personale gli si accendeva dentro, subito lo domava la brama di spender se stesso e l'opera sua in pro del genere umano. La lode dell'umanità era la sua idea fissa; la filantropia era il suo ufficio di Assicurazione (Scoppio d'applausi). Egli era stato orgoglioso - sì, era stato orgoglioso, lo riconosceva francamente, e se ne giovassero pure di questa confessione i suoi nemici - egli era stato orgoglioso quando avea presentato al mondo la sua gran Teorica dei pesciolini: poteva esser famosa o poteva non esserlo (Una voce: Lo è. Vivi applausi). Ebbene, egli consentiva ad accogliere l'affermazione dell'onorevole membro la cui voce era appunto pervenuta al suo orecchio; ma se la celebrità di quel trattato si dovesse anche estendere ai più remoti confini del mondo conosciuto, l'orgoglio col quale egli avrebbe sentito la sua qualità di autore, sarebbe stato men che nulla a confronto dell'orgoglio da cui si sentiva compreso quando si guardava intorno in questo momento, il più bel momento della sua vita. (Applausi). Egli non era che una modesta personalità (No, no!) Non poteva però disconoscere di essere stato designato dall'onorevole assemblea a compiere un mandato molto onorevole ma non meno pericoloso. Le condizioni presenti del viaggiare non erano affatto rassicuranti, e un certo disordine si manifestava qua e là nelle facoltà mentali dei vetturini. Volgessero intorno uno sguardo, contemplassero le scene che tutti i giorni si ripetevano. Diligenze ribaltate, cavalli sfrenati, battelli colati a fondo, scoppio di caldaie. (Applausi - Una voce: No) No? (Applausi) Che l'onorevole membro che ha detto No così ad alta voce si faccia avanti, ed osi ripetere la sua smentita. (Applausi) chi è che ha gridato di no? (Applausi entusiastici) Era forse qualche piccola vanità disillusa - ei non diceva già qualche fabbricante di berretti (Fragorosi applausi), il quale, geloso delle lodi di cui s'era largheggiato - forse immeritamente - verso di lui Pickwick, e delle sue ricerche, e rodendosi nella impotenza di una audace rivalità si appigliava ora a questo modo basso e calunnioso di.... "Il signor "Blotton" (di Aldgate) domanda la parola per un richiamo all'ordine. Avea inteso forse l'onorevole preopinante fare allusione a lui? (Grida di all'ordine, sì, no, basta, continui, applausi). "Il signor "Pickwick" non si sarebbe mica fatto imporre dai clamori. Appunto egli aveva voluto alludere all'onorevole preopinante (Grande agitazione). "Il signor "Blotton" aggiungeva adunque ch'egli respingeva sdegnosamente le false ed abbiette accuse dell'onorevole avversario (Grandi applausi). L'onorevole preopinante non era che un ciarlatano. (Grande confusione, e grida di all'ordine). "Il signor "Snodgrass" per un appello all'ordine. Egli voleva soltanto sapere se questa disgraziata contesa tra due membri della onorevole assemblea dovesse o no continuare (Udite, udite!). "Il "Presidente" era sicuro che l'onorevole Pickwikiano avrebbe ritirata l'espressione della quale appunto s'era servito. "Il signor "Blotton", con tutto il rispetto possibile per la presidenza, era sicurissimo del contrario. "Il "Presidente" sentiva esser suo dovere imprescindibile di domandare all'onorevole preopinante se egli aveva adoperato l'espressione sfuggitagli in un senso comune o altrimenti. "Il signor "Blotton" non esitava punto a rispondere di no - egli avea adoperato la parola nel suo senso Pickwickiano (Udite, udite). Egli sentiva il debito di riconoscere che, personalmente, nutriva i sentimenti della più alta stima per l'onorevole Presidente perpetuo; egli non lo avea considerato ciarlatano che da un punto di vista tutto Pickwickiano (Udite, udite). "Il signor "Pickwick" si dichiarava pienamente soddisfatto per la franca e nobile dichiarazione del suo onorevole amico. Per conto suo egli pregava fosse bene inteso che le sue proprie espressioni non dovessero essere interpretate che in un senso Pickwickiano (Applausi)." Qui il verbale si chiude, come naturalmente si dovette chiudere anche la discussione, dopo essere arrivata ad un punto così altamente soddisfacente ed intelligibile. Dei fatti che il lettore troverà ricordati nel capitolo seguente noi non abbiamo nessun documento ufficiale, ma essi sono stati con ogni studio raccolti e collezionati da lettere ed altri manoscritti, così indubbiamente genuini, da giustificare la loro narrazione in una forma seguita e connessa. Il. Il primo giorno di viaggio e le avventure della prima sera con le relative conseguenze. Quel servo fedele di ogni lavoro, che è il sole, s'era appunto levato ed avea incominciato a spandere la sua luce sul tredicesimo giorno di maggio milleottocentoventisette, quando il signor Samuele Pickwick sorse come un altro sole dai suoi riposi; e spalancata che ebbe la finestra di camera sua, gettò uno sguardo collettivo sul mondo sottoposto. La via Goswell gli stava ai piedi, la via Goswell si stendeva alla sua destra, la via Goswell si sviluppava verso sinistra per quanto l'occhio portava, e di faccia a lui si apriva appunto e si dilungava la via Goswell. "Tali sono" pensò il signor Pickwick "gli angusti criteri di quei filosofi i quali tenendosi paghi all'esame delle cose direttamente tangibili, non guardano alle verità che vi si nascondono. Allo stesso modo, io potrei esser soddisfatto di contemplare per sempre questa via, senza fare alcuno sforzo per penetrare nelle misteriose regioni che da ogni lato la circondano." E così, dato sfogo a questa bella riflessione, il signor Pickwick procedette alla duplice operazione di metter la propria persona nei suoi vestiti e i suoi vestiti nella valigia. Ben di rado i grandi uomini sono molto scrupolosi nella cura della persona; sicchè il radersi, il vestirsi e il sorbire del caffè fu fatto in men che non si dica; e di lì ad un'ora, il signor Pickwick, con la valigia in una mano, il cannocchiale nella tasca del soprabito, il libro degli appunti nel taschino della sottoveste a ricevere tutte quelle scoperte che fossero degne di particolare menzione, era arrivato alla piazza delle vetture di San Martino il Grande. - Ehi, cocchiere! - chiamò il signor Pickwick. - Eccoci qua, signore, - rispose uno strano esemplare della razza umana, in giacca e grembiule di tela, e con al collo una piastra di rame numerata, che lo facea parere classificato in una collezione di rarità. Era il fattorino di piazza. - Eccoci qua, signore. Ehi, a te, prima carrozzella! Il primo cocchiere della riga fu subito scovato dalla bettola dove se ne stava fumando la sua prima pipa, e il signor Pickwick e la relativa valigia furono caricati nel veicolo. - Golden Cross, - disse il signor Pickwick. - Corsa d'uno scellino, Tommy, - gridò il cocchiere di malumore per informazione speciale dell'amico fattorino, mentre la vettura partiva. - Che età può avere cotesto cavallo? - domandò il signor Pickwick, strofinandosi il naso con lo scellino che teneva pronto per pagar la corsa. - Quarantadue anni, - rispose il fiaccheraio, sbirciando di traverso il suo passeggiero. - Come! - esclamò il signor Pickwick correndo subito con la mano al suo libro degli appunti. Il cocchiere ripetette la sua affermazione. Il signor Pickwick lo guardò fiso, ma la faccia di quell'uomo rimase impassibile, sicchè la singolare informazione fu subito registrata. - E quanto tempo alla volta lo tenete attaccato? - domandò il signor Pickwick, cercando sempre di accrescere il tesoro delle sue cognizioni. - Tre o quattro settimane, - rispose il cocchiere, - Settimane! - esclamò stupefatto il signor Pickwick; e da capo tirò fuori il libro degli appunti. - Quando sta a casa sua a Pentonville, alla stalla, - disse il cocchiere con la massima calma, - ma a casa lo si porta di rado, a motivo della debolezza. - Della debolezza! - ripetette il signor Pickwick sempre più perplesso. - Non c'è caso! quando lo si stacca, cade di sicuro. Ma quando è sotto, lo tengo su stretto e con la briglia corta, di cadere non se ne parla; poi di ruote come queste non se ne trovano, che vanno sole, appena le si toccano; sicchè, capite, quando il cavallo si muove gli corrono dietro, e la bestia ha da andare avanti per forza. Il signor Pickwick registrò parola per parola questa comunicazione, con l'idea di darne parte al Circolo come un singolare esempio della vitalità dei cavalli in circostanze tutt'altro che favorevoli. Aveva appena terminato di scrivere quando arrivò a Golden Cross. Il cocchiere balzò dalla cassetta, mentre il signor Pickwick scendeva dalla vettura. I signori Tupman, Snodgrass e Winkle, i quali erano lì ad aspettare l'arrivo del loro illustre condottiero, gli si strinsero intorno per fargli festa. - Ecco per voi, - disse il signor Pickwick porgendo lo scellino al cocchiere. Ma quale fu lo stupore dell'insigne uomo, quando quell'essere indefinibile, gettando a terra la moneta, dichiarò in termini figurati ch'egli voleva soltanto avere il piacere di vedersela un po' con lui, e di scontare a pugni il suo scellino. - Siete matto, - disse il signor Snodgrass - O ubbriaco, - disse il signor Winkle. - O l'uno e l'altro, - disse il signor Tupman. - Andiamo via, fatevi avanti, - gridava il cocchiere allargando le gambe e tirando in aria vari pugni preparatori, - fatevi avanti tutti e quattro. - Bravo, bravo! - gridarono una mezza dozzina di fiaccherai. - Piglia, Sam, piglia! - e fecero cerchio intorno alla brigata. - Che c'è, Sam? - domandò un signore vestito di nero. - Che c'è, che c'è! e perchè ha voluto il mio numero, eh? - Io non v'ho domandato il vostro numero, - disse l'attonito signor Pickwick. - E perchè ve lo siete pigliato allora? - Ma io non l'ho pigliato niente affatto! - Potreste mai credere, - proseguì il fiaccheraio, appellandosi alla folla, - potreste mai credere che uno di cotesti spioni se ne vada attorno nella vettura di un galantuomo, e non solo se ne pigli e se ne scriva il numero, ma scriva poi per giunta tutte le parole che gli escono di bocca? - (Un lampo rischiarò la mente del signor Pickwick; si trattava del libro degli appunti). - Come! questo ha fatto? - domandò un altro cocchiere. - Altro se l'ha fatto! e poi dopo avermi provocato perchè gli dessi addosso, fa trovare quei tre testimoni per provarlo. Ma gliela faccio vedere io, avesse anche a costarmi sei mesi di gattabuia. Orsù, a noi! - e il vetturino, fuori di sè, con uno sprezzo eroico pei suoi effetti privati, scaraventò il cappello a terra, fece saltare in aria gli occhiali del signor Pickwick, e seguitò l'attacco con un colpo sul naso del signor Pickwick, e poi con un altro colpo in petto al signor Pickwick, e con un terzo nell'occhio del signor Snodgrass, e con un quarto, per amor di varietà, nel panciotto del signor Tupman, e poi saltò in mezzo alla strada, e poi di nuovo con un balzo tornò sul marciapiedi, e finalmente s'afferrò al signor Winkle in maniera da fargli uscir lo spirito dai polmoni - e tutto questo in una mezza dozzina di minuti secondi. - Non c'è nemmeno una guardia? - disse il signor Snodgrass. - Sotto la pompa, sotto la pompa, - suggerì un pasticciere, - metteteli sotto la pompa. - Me la pagherete cara, - gridò quasi soffocato il signor Pickwick. - Spie, spie! - gridò la folla. - Avanti, fatevi avanti! - sbraitava il cocchiere, che non avea smesso intanto di tirar pugni in aria. La folla aveva fino a questo punto assistito passivamente alla scena; ma non appena fu sparsa la voce che i Pickwickiani erano delle spie, s'incominciò a ventilare con molto calore l'opportunità di tradurre in atto la proposta del violento pasticciere; e non si può dire a quali atti di personale aggressione si sarebbe trasceso, se alla disputa non avesse inaspettatamente messo termine l'intromissione di un nuovo venuto. - Che diamine succede qui? - domandò un giovane lungo e secco, vestito di verde, sbucando all'improvviso dall'ufficio delle vetture. - Spie, spie! - urlò di nuovo la folla. - Non è vero! - gridò il signor Pickwick in un tono che avrebbe subito convinto qualunque spassionato ascoltatore. - Non è vero, eh? proprio non è vero? - domandò il giovane, parlando al signor Pickwick ed aprendosi una via fra la folla col processo infallibile degli spintoni e delle gomitate. Quell'uomo insigne in brevi ed affrettate parole espose lo stato reale delle cose. - Venite via, dunque, - disse quegli dal vestito verde, traendosi dietro a forza il signor Pickwick, e senza smettere di parlare. - Qui, a voi, numero 924, questa è la corsa, prendete, levatevi dai piedi. Persona rispettabile. Lo conosco io. Non facciamo sciocchezze. Di qua, signore, di qua. Dove sono i vostri amici? Vedo, vedo, non è che un equivoco - poco male - cose che accadono a tutti - nelle famiglie più regolate - a tutto c'è rimedio meno che alla morte - bisogna farsi animo. Citatelo, per bacco. Pigli questa e se la fumi, se gli va. Canaglia. E spifferando una coroncina interminabile di simili sentenze a singhiozzi, il giovane introdusse il signor Pickwick e i compagni suoi nel salotto dei viaggiatori. - Cameriere! - gridò poi, dando una fiera strappata al cordone del campanello, - dei bicchieri per tutti; ponce caldo, forte, bene inzuccherato, e in abbondanza. Avete male all'occhio, signore? Cameriere! una bistecca cruda per l'occhio del signore. Eccellenti le bistecche per le contusioni. Anche il freddo del fanale è ottimo, ma un po' incomodo. Strana posizione quella di stare nella pubblica via per mezz'ora con un occhio attaccato alla colonna di un lampione. Ah, ah! davvero non ci si può pensare senza ridere. Ah, ah! E il giovane, senza ripigliar fiato, ingollò d'un tratto un mezzo litro di ponce scottante, e si sdraiò in una seggiola con tanto abbandono e tanta disinvoltura come se niente di strano fosse accaduto. Mentre i suoi compagni andavano esprimendo la loro gratitudine alla nuova conoscenza, il signor Pickwick ebbe agio di esaminarne il costume e l'aspetto. Non era che di mezzana statura, ma la magrezza della persona e la lunghezza delle gambe lo facevano parere molto più alto di quel che in effetto non era. L'abito verde era stato già una giubba elegante al tempo dei vestiti a coda di rondine, ma disgraziatamente aveva dovuto servire ad un uomo molto più piccolo del nostro sconosciuto, visto che le maniche maculate e sbiadite gli giungevano appena ai polsi. Era gelosamente abbottonato fin sotto al mento, a rischio di creparsi da un momento all'altro nella schiena. Un vecchio fazzoletto, senza alcun indizio di solino, gli circondava il collo. Un par di calzoni tra il nero e il rossastro mostravano qua e là di quelle magagne che rivelano il lungo e fedele servizio, ed erano per via delle staffe bene stirati sopra un paio di scarpe rattoppate, come per nascondere le calze non affatto pulite, le quali nondimeno erano visibilissime. I capelli lunghi e neri sfuggivano in ciocche ribelli di sotto ad un cappellaccio posto di sghembo. Tra l'orlo dei guanti e le rivolte delle maniche si aveva di tratto in tratto una rapida visione di polsi nudi. Aveva il viso magro e sparuto; ma un'aria ineffabile di allegra impudenza e di perfetta sicurezza emanava da tutto lui. Tale era l'uomo, al quale guardava il signor Pickwick di dietro gli occhiali (che per buona sorte avea potuto ricuperare), e al quale volle rendere in termini scelti, quando già gli amici suoi s'erano profusi in espressioni di gratitudine, le sue più calde grazie pel soccorso recente che aveva loro prestato. - Niente, niente, - disse il giovane tagliando corto. - Basta così. Canaglia quel cocchiere. Che pugni, perbacco! Fossi stato nei panni del vostro amico verde! l'avrei stritolato; altro se l'avrei! ed anche il pasticciere. Una sola schiacciata, un boccone. Questo discorso molto coerente fu interrotto dalla comparsa del vetturino di Rochester, il quale veniva ad annunziare che Il Commodoro era pronto a partire. - Commodoro! - esclamò il giovane sconosciuto balzando in piedi. - La carrozza mia. Posto già preso. Imperiale. Pensino lor signori a pagare il ponce. Dovrei barattare un pezzo da cinque. Non c'è prudenza che basti. Tanto d'occhi. Monete false a staia. Non mi ci pigliano, non è affare che va, eh? E crollò la testa con aria di persona accorta. Ora il caso volle che il signor Pickwick e i tre suoi compagni avessero appunto pensato a Rochester come prima fermata; sicchè avendo accennata questa avventurata coincidenza al loro novello amico, si accordarono di occupare il posto dietro la diligenza, dove si poteva star tutti insieme. - A noi, su! - disse il giovane sconosciuto, aiutando il signor Pickwick a montar sull'imperiale con tanta fretta e violenza, da danneggiare materialmente la gravità di quell'uomo insigne. 3/4 C'è bagaglio? - domandò il vetturino. - Chi, io? Nient'altro che un fagotto. Tutto l'altro bagaglio spedito per mare. Cassoni legati e inchiodati, alti come case. Pesano un buscherio, - rispose il giovane, cercando di cacciarsi in tasca un suo fagotto che presentava molti indizi sospetti di non contenere che una camicia e un fazzoletto. - La testa, la testa, badate alla testa! - gridò il loquace viaggiatore, mentre la diligenza passava sotto l'arco del cortile. - Un orrore; non si celia mica. L'altro giorno per la più corta. Cinque bambini e una madre. Un pezzo di donna, capite. Mangiando biscottini, non badò all'arco. Crak! Che è, che non è? I bambini si guardano intorno. Spiccato il netto il capo della mamma. Col biscottino in mano e senza più bocca per mangiarlo. Un capo di famiglia a terra. Orribile, spaventevole. Guardate a Whitchall, signore? Bel palazzo, piccola finestra. Anche lì un altro capo spiccato dal busto, eh? E nemmeno lui era stato attento. Eh, non vi pare? - Pensavo, - disse il signor Pickwick, - alla strana mutabilità delle cose umane. - Ah, vedo, vedo! Oggi sul portone, domani alla finestra. Filosofo? - Un semplice osservatore della natura umana, mio caro signore. - Io pure; come lo sono molti quando hanno poco da fare e meno da guadagnare. Poeta, signore? - Il mio amico Snodgrass ha una pronunciata disposizione alla poesia, - rispose il signor Pickwick. - Come me, come me. Poema epico; diecimila versi; rivoluzione di luglio; composto sopra luogo. Marte di giorno, Apollo di notte. Il fucile e la lira, uno sparo e un accordo. - Vi trovaste a quella scena gloriosa? - domandò il signor Snodgrass. - Se mi ci trovai! altro che! Un colpo di moschetto e un'idea. Corro nella cantina, la scrivo, di nuovo al fuoco, pin pan! un'altra idea, da capo la cantina, calamaio e penna, fuori, fendenti e stragi, bell'epoca, caro signore, bell'epoca quella lì. Cacciatore? - volgendosi di botto al signor Winkle. - Un poco, - rispose questi. - Bell'esercizio, signore, bell'esercizio. Cani, eh? - Proprio in questo momento, no. - Ah! dovreste tener dei cani. Bell'animale, intelligente, sagace. Ne avevo uno io. Un cane di punta. Un istinto da sbalordire. Un giorno vado a caccia. Entro in una difesa. Fischio. Il cane non si muove. Rifischio: Ponto! Niente. Ponto ha messo radici. Lo chiamo ancora: Ponto, Ponto! Tutto inutile. Cane pietrificato, fisso davanti una scritta. Alzo gli occhi, leggo: "Il guardacaccia ha ordine di tirare a qualunque cane si troverà in questa difesa." Ponto non voleva passare. Bestia sorprendente. Inapprezzabile, unica. - Davvero che il caso è straordinario, - disse il signor Pickwick. - Permettete che ne pigli appunto? - Fate, fate, servitevi. Cento altri aneddoti dello stesso animale. Bella ragazza, signore! - proseguì il forestiero volgendosi al signor Tupman, il quale andava lanciando certe sue occhiate tutt'altro che pickwickiane ad una giovanetta che passava da un lato della via. - Bellissima, - rispose il signor Tupman. - Le Inglesi non valgono le Spagnuole: nobili creature, capelli d'ebano, pupille di fuoco, forme scultorie; creature dolci, irresistibili! - Siete stato in Ispagna, signore? domandò il signor Tracy Tupman. - Dei secoli, dei secoli. - Molte conquiste, signore? - domandò il signor Tupman. - Conquiste? a migliaia. Don Bolaro Fizzgig. Grande di Spagna. Figlia unica, donna Cristina, creatura splendida. Innamorata cotta di me, padre geloso, ragazza ostinata, bell'Inglese. Come si fa? Disperazione di donna Cristina. Acido prussico. Piglio una pompa aspirante, che ho nel mio bagaglio. Detto fatto, l'operazione riesce. Il vecchio don Bolaro, in estasi. Consente alle nozze, congiunge le mani, torrenti di lagrime. Una storia romanticissima. - E la signora trovasi ora in Inghilterra? - domandò il signor Tupman, sul quale la descrizione di quelle grazie aveva prodotto una profonda impressione. - Morta, signore, morta! - esclamò in un gemito il giovane viaggiatore, applicandosi all'occhio diritto l'avanzo di un vecchio fazzoletto di battista. - Non si riebbe più dalla operazione. Costituzione minata. Vittima. - E suo padre? - domandò il poetico Snodgrass. - Rimorso e miseria, - rispose il giovane. - Sparizione improvvisa. Che è, che non è, tutti ne parlano, si cerca dappertutto, niente. Di botto la fontana pubblica nella piazza non dà più acqua. Passano delle settimane. Altra fermata. Si mandano degli operai a pulir la vasca, si vuota. Trovano mio suocero nel condotto maestro, col capo in giù, e una piena confessione nello stivale destro. Lo tirano fuori, e dalla fontana zampilla meglio che mai. - Permettete che pigli nota di questo piccolo romanzo? 3/4 disse il signor Snodgrass, vivamente commosso. - Servitevi, signore, servitevi. Altri cinquanta, se vi piace. Una strana vita la mia, curiosa anzi che no, niente di straordinario, ma singolare, molto singolare. Su questo tono seguitò a discorrere il loquace viaggiatore, interrompendosi solo per ingurgitare un bicchiere di birra, a guisa di parentesi, alle varie poste di cavalli; sicchè quando furono giunti al ponte di Rochester, i libri di appunti così del signor Pickwick come del signor Snodgrass erano completamente riempiti di una scelta delle sue avventure. - Magnifiche rovine! - esclamò il signor Augusto Snodgrass con quella foga poetica ch'era tutta sua, quando ebbero davanti il vecchio castello. - Che studio per un antiquario! - furono le precise parole che il signor Pickwick, adattandosi all'occhio il suo telescopio, si fece sfuggire dalle labbra. - Ah! un bel posto, - soggiunse lo sconosciuto. - Splendido edifizio, mura accigliate, archi cadenti, biechi nascondigli, scale crollanti. Vecchia cattedrale anche, odore terrigno, i gradini consumati dai piedi dei pellegrini, porticine sassoni, confessionali, come il botteghino di un teatro. Curiosi cotesti frati, papi e tesorieri, e altro vecchio ciarpame, facce rosse e nasi smozzicati; ne dissotterrano tutti i giorni. Dei giachi di pelle anche, degli archibugi, sarcofaghi, bel posto, antiche leggende, storie curiosissime, magnifico! E lo sconosciuto continuò il suo monologo fino a che la diligenza non si fermò, sulla via maestra, davanti all'Albergo del Toro. - Rimanete qui, signore? - domandò il signor Nataniele Winkle. - Qui? no davvero. Voi sì, farete bene. Buona casa, letti eccellenti. Troppo caro l'albergo accanto. Mezza lira di più sul conto, soltanto per aver guardato in viso il cameriere. Conto più salato se vi permettete di desinare da un amico che se non uscite dall'albergo. Bei tipi, davvero. Il signor Winkle si accostò al signor Pickwick e gli bisbigliò qualche parola all'orecchio. Un mormorio passò dal signor Pickwick al signor Snodgrass, dal signor Snodgrass al signor Tupman, e dei segni di assenso furono scambiati. Allora il signor Pickwick, volgendosi al forestiero: - Voi ci avete reso stamane un grande servigio, caro signore, - disse; - vorreste permetterci di offrirvi un lieve attestato della nostra gratitudine domandandovi il favore della vostra compagnia a pranzo? - Volentierissimo. Non pretendo mica imporre i miei gusti, ma polli arrosto, funghi, squisito! A che ora? - Vediamo, - disse il signor Pickwick, tirando fuori l'orologio. - Adesso son le tre. Vi accomoda per le cinque? - Egregiamente. Cinque in punto. Fino allora, vi lascio in libertà; - e sollevatosi di qualche pollice il cappello dalla testa in segno di saluto e aggiustatolo sulle ventiquattro, lo sconosciuto traversò svelto svelto il cortile e voltò nella via, avendo sempre fuori della tasca metà del suo fagotto di carta grigia. - Un gran viaggiatore, senza dubbio, ed un arguto osservatore degli uomini e delle cose. - disse il signor Pickwick. - Mi piacerebbe dare un'occhiata al suo poema, - disse il signor Snodgrass. - Quanto avrei voluto vedere quel suo cane! - disse il signor Winkle. Il signor Tupman non disse niente; ma pensava a donna Cristina, alla pompa, alla fontana, e gli si empivano gli occhi di lagrime. Dopo aver fissato una camera da pranzo privata, esaminati i letti, e ordinato il desinare, i nostri viaggiatori uscirono per visitare la città e le sue vicinanze. Noi non troviamo, da un'attenta lettura delle note del signor Pickwick sulle quattro città, Stroud, Rochester, Chatham e Brompton, che le sue impressioni in proposito differiscano gran fatto da quelle di altri viaggiatori che abbiano percorso le medesime regioni. Si può riassumere in poche parole la sua descrizione. "I prodotti principali di queste città" scrive il signor Pickwick "pare che siano soldati, marinai, Ebrei, calce, gamberi, ufficiali e impiegati della marina. Le merci poste in vendita sulla pubblica via sono specialmente roba marinaresca, biscotto, mele, baccalà ed ostriche. Le vie presentano un aspetto animatissimo, in grazia soprattutto del buon umore dei militari. È veramente uno spettacolo delizioso per un animo filantropico il vedere quei bravi soldati, presi da un accesso combinato di spiriti animali ed artifiziali, andar qua e là ciondoloni come battagli; tanto più quando si pensi che divertimento innocente e poco dispendioso essi offrano alla popolazione dei ragazzi che corre loro dietro e scherza con essi. Non c'è nulla (aggiunge il signor Pickwick) che possa agguagliare la loro allegria. Appunto il giorno prima del mio arrivo, uno di essi era stato villanamente insultato in una bettola. La ragazza che faceva da tavoleggiante gli avea negato chiaro e tondo dell'altro vino. Al che, per semplice scherzo, egli avea tratto la sua baionetta; ed avea ferito la ragazza alla spalla. E nondimeno, questo bravo ragazzo si presentò la mattina appresso alla bettola, e fu il primo a dichiarare di esser pronto a non pensarci più e a dimenticare quanto era accaduto! "Il consumo del tabacco in queste città (continua il signor Pickwick) dev'essere straordinario; e l'odore che invade le strade non può riuscire che deliziosissimo agli amatori del fumo. Un viaggiatore superficiale potrebbe trovare a ridire sulla mota costante che è la speciale caratteristica di quelle; ma per coloro che la guardano come un indizio del traffico e della prosperità commerciale, la cosa è assolutamente consolante." Alle cinque in punto si presentò il giovane invitato, e poco dopo fu servito in tavola. Il fagotto di carta grigia non c'era più, ma nessun mutamento era avvenuto nei vestiti del viaggiatore, e tanto meno nella sua loquacità che era anzi divenuta più notevole che mai. - Che roba è questa? - domandò mentre il cameriere sollevava uno dei coperchi. - Sogliole, signore. - Sogliole? ah! Stupende. Tutte le sogliole vengono da Londra. I proprietari di diligenze mettono su a posta dei banchetti politici; pel trasporto, capite. Carichi di sogliole, canestri a dozzine. Gente che sa il fatto suo. Un bicchier di vino, signore? - Grazie, volentieri, - rispose il signor Pickwick; - e il forestiero prese del vino; prima con lui, e poi col signor Snodgrass, e poi col signor Tupman, e poi col signor Winkle, e poi con tutta la brigata, con quella medesima rapidità con la quale parlava. - C'è un vero diavoleto per le scale, cameriere, - disse lo sconosciuto. - Seggiole, panche vanno su e giù, falegnami, lumi, bicchieri, strumenti, un'arpa. Che diamine succede? - Un ballo, signore, - rispose il cameriere. - Per sottoscrizione? - Signor no, signore. Un ballo di beneficenza, signore. - Sapete che vi siano molte belle donne in questa città? - domandò con vivo interesse il signor Tupman. - Splendide, magnifiche. Kent, caro signore. Tutti conoscono Kent: mele, ciliege, luppoli e donne. Un bicchiere di vino? - Volentieri, - rispose il signor Tupman Lo sconosciuto empì e vuotò in meno di niente. - Ci andrei con molto piacere, - disse il signor Tupman, ripigliando a parlare del ballo, - con moltissimo piacere. - I biglietti si vendono su, alla porta, signore, - disse il cameriere; - mezza ghinea, signore. Il signor Tupman manifestò nuovamente un gran desiderio di assistere alla festa; ma non incontrando alcuna risposta nell'occhio velato dell'amico Snodgrass o nello sguardo astratto del signor Pickwick, si diè con molta forza al vino di porto e alle frutta che appunto erano state portate in tavola. Il cameriere si ritirò, e la brigata fu lasciata a godersi quel paio d'ore di dolce abbandono che sogliono succedere al desinare. - Domando scusa, signore, - disse lo sconosciuto. - La bottiglia sta in ozio, fatela girare, come il sole, una corsa, Giosuè a rovescio, - e vuotò il bicchiere che due minuti prima aveva riempito; e se ne versò subito un altro col fare di chi è abituato a questa specie di lavoro. Il vino passò e disparve, e se n'ordinò dell'altro. Lo sconosciuto discorreva, i Pickwickiani ascoltavano. Il signor Tupman si sentiva sempre più disposto pel ballo. Sulla fisionomia del signor Pickwick brillava una certa luce di filantropia universale; e i signori Winkle e Snodgrass dormivano saporitamente. - Incominciano lassù, - disse lo sconosciuto. - Sentite il calpestio; accordano i violini; questa è l'arpa; eccoli che si slanciano. I suoni svariati che venivano dalle scale annunziavano in fatti che la prima contradanza era incominciata. - Come ci vorrei andare! - ripetette il signor Tupman. - Ed anch'io, - disse lo sconosciuto. - Maledetto bagaglio; ritardo del postale; nulla da mettere; curiosa, eh? Ora, la benevolenza universale era uno dei tratti principali della teoria pickwickiana, e nessuno più del signor Tupman era dotato di una così nobile qualità. Scorrendo i processi verbali del Circolo, si è vivamente sorpresi in vedere quante volte questo dabben'uomo mandò dai suoi colleghi quegli sventurati che si rivolgevano a lui per averne dei vestiti usati o dei soccorsi pecuniari. - Sarei lietissimo di prestarvi un abito per quest'occasione, - disse al suo interlocutore, - voi siete piuttosto magro, ed io... - Piuttosto grasso. Bacco al riposo, senza pampini, lasciata la botte e infilati i calzoni. Bellina, eh? non mi dispiace. Ah, ah! Passate il vino. Non è ancora un fatto bene assodato se il signor Tupman fosse alquanto indignato al tono perentorio col quale lo sconosciuto lo pregava di passare il vino, che poi in effetto facea passare così rapidamente, o se giustamente si sentisse scandalizzato in vedere applicato ad un membro influente del Circolo Pickwick quell'ignominioso paragone di un Bacco smontato dalla botte. Passò il vino, tossì due volte, e guardò fiso allo sconosciuto con un certo contegno severo; ma visto che lo sconosciuto non si commoveva punto sotto quello sguardo scrutatore, s'andò calmando a grado a grado, e tornò all'argomento del ballo. - Volevo appunto farvi notare, signore, - gli disse, - che se i miei vestiti vi starebbero troppo larghi, quelli del mio amico Winkle vi calzerebbero forse a pennello. Lo sconosciuto prese con una semplice occhiata la misura del signor Winkle, ed esclamò tutto soddisfatto: - Proprio il fatto mio! Il signor Tupman si guardò intorno. Il vino, che aveva esercitato la sua influenza soporifera su Snodgrass e Winkle, aveva anche ottenebrati i sensi del signor Pickwick. Questo egregio uomo era gradatamente passato pei vari stadi che precedono il letargo prodotto da un buon desinare. Avea subito le solite transizioni dall'eccesso dell'allegria alla più profonda tristezza, e dalla più profonda tristezza all'eccesso dell'allegria. Come un fanale a gas, nella via, quando un po' d'aria s'è intromessa nel becco, egli avea spiegato a momenti uno splendore straordinario; poi era caduto così basso che appena lo si vedeva; dopo un breve intervallo, era tornato a splendere, a vacillare, a scoppiettare, e finalmente s'era spento a dirittura. Aveva il capo piegato sul petto, e un russare non interrotto, con qualche sordo grugnito di tanto in tanto, erano i soli indizi della presenza del grand'uomo. La tentazione di assistere al ballo e di formarsi una prima idea delle bellezze di Kent, poteva molto sull'animo sensibile del signor Tupman. Non meno forte era l'altra tentazione di tirarsi dietro lo sconosciuto. Era nuovo del paese, non vi conosceva nessuno; e l'altro invece mostrava di essere perfettamente informato di tutto, come se ci avesse vissuto fin dall'infanzia. Il signor Winkle dormiva, e il signor Tupman avea tanta esperienza di queste cose da sapere che, secondo l'ordinario corso della natura, l'amico suo appena destato sarebbe cascato a letto come un ceppo. Era indeciso. - Empitevi il bicchiere, e passate il vino, - disse l'infaticabile commensale. Il signor Tupman obbedì; e bastò a determinarlo lo stimolo addizionale dell'ultimo bicchiere. - La camera di Winkle, - disse, - dà nella mia; - io non potrei fargli capire quel che voglio da lui, se lo destassi ora. So però che ha un vestito nuovo completo nella sacca da notte. Supposto che ve lo metteste voi per il ballo e ve lo toglieste al ritorno, lo potrei rimettere a posto senza disturbarlo punto punto. - Stupenda! - esclamò lo sconosciuto. - Piano famoso. Maledetta posizione, ridicola. Quattordici vestiti nel bagaglio, obbligato a indossare quello d'un altro. Curiosa davvero. - Dobbiamo prendere i biglietti, - disse il signor Tupman. - Non val la pena barattare un pezzo da cinque. Giuochiamo a chi li pagherà tutti e due. Capo o croce. A voi; così. Donna, donna, incantevole donna! - e la moneta, lanciata in aria dal signor Tupman, cadde e mostrò capo, cioè il Dragone, che per cortesia era chiamato donna. Il signor Tupman suonò il campanello, comprò i biglietti, ed ordinò due candele. Di là ad un quarto d'ora, lo sconosciuto era completamente coperto delle spoglie del signor Nataniele Winkle. - È un abito nuovo, - disse il signor Tupman, mentre il suo compagno si contemplava con una certa soddisfazione in uno specchio a bilico. - Il primo abito fatto col bottone del Circolo, - e richiamò l'attenzione di quello ai grossi bottoni dorati che avevano in mezzo il busto del signor Pickwick e le iniziali P. C. dai due lati. - P. C. - disse lo sconosciuto. - Curiosa. Il ritratto del vecchiotto e P. C. Che è P. C.? Uniforme? Molto curioso. Il signor Tupman, con indignazione crescente e non poco sussiego, spiegò la mistica divisa. - Un po' corto di vita, eh? - domandò l'altro torcendosi e cercando di guardarsi dietro per vedere nello specchio i bottoni che gli salivano a mezza schiena - Press'a poco, un'uniforme di postiglione; strani vestiti quelli lì; si fanno per appalto, senza misura, misteriosa distribuzione della Provvidenza; a tutti i piccoli toccano i soprabiti lunghi, e a tutti i lunghi i soprabiti corti. Seguitando a discorrere su questo tono, il compagno del signor Tupman si aggiustò alla meglio il suo vestito, o piuttosto il vestito del signor Winkle; e, in compagnia del signor Tupman, montò le scale che menavano alla sala da ballo. - I nomi, signore? - disse il cameriere alla porta. E il signor Tracy Tupman si faceva avanti per annunziare i propri titoli, quando il suo compagno lo prevenne. - Niente nomi. - Poi gli sussurrò all'orecchio: - Che serve? poco conosciuti; nomi distintissimi nel loro genere, ma non illustri. Eccellenti per una piccola riunione, nessuna impressione in una gran società. Incogniti fa al fatto nostro. Signori di Londra, forestieri di conto, quel che vi piace. La porta fu aperta a due battenti, e il signor Tracy Tupman col suo compagno entrarono nella sala da ballo. Era un salone lungo, fornito di panchettini cremisi e di candele di cera in lumiere di cristallo. I musicanti stavano relegati al sicuro sopra un palco; e da tre a quattro quadriglie venivano regolarmente intrecciate da un certo numero di danzatori. Due tavolini da giuoco erano messi su nella stanza contigua, intorno ai quali due paia di vecchie signore con un numero corrispondente di ben pasciuti cavalieri eseguivano il whist. Terminato il finale, i ballerini si sparsero passeggiando per la sala, e il signor Tupman col suo compagno si situarono in un angolo per fare le loro osservazioni. - Belle donne, - disse il signor Tupman. - Aspettate. Or ora viene il bello. Non sono ancora arrivati i sopracciò del luogo. Curioso paese questo qui. Gli impiegati superiori della marina non se la fanno con gli impiegati inferiori; gli impiegati inferiori non se la fanno con la piccola borghesia; la piccola borghesia non se la fa col commercio; e il Commissario del governo non se la fa con nessuno. - Chi è quel ragazzetto coi capelli biondi e gli occhi rossi, e con un vestito di fantasia? - domandò il signor Tupman. - Zitto, fate il piacere. Occhi rossi, vestito di fantasia, ragazzetto, via, via! È un sottotenente del 97° L'on. Wilmot Snipe. Gran famiglia gli Snipe. Sicuro. - Sir Tommaso Clubber, lady Clubber, e le signorine Clubber! - annunziò con voce stentorea l'uomo alla porta. Una viva impressione produsse in tutta la sala l'entrata di un signore lungo in soprabito turchino e bottoni lucidi, accompagnato da una grossa signora vestita di seta turchina, e da due signorine delle medesime proporzioni in abiti molto vistosi dello stesso colore. - Commissario, capo della marina, grand'uomo, molto grande, - bisbigliò nell'orecchio di Tupman l'amico suo, mentre il Comitato di beneficenza accompagnava sir Tommaso Clubber e la famiglia fino in capo alla sala. L'onorevole Wilmot Snipe ed altri distinti gentiluomini fecero ressa intorno alle signorine Clubber; e sir Tommaso Clubber se ne stava ritto impalato, guardando maestosamente alla società di sopra alla sua cravatta nera. - Il signor Smithie, la signora Smithie, e le signorine Smithie, - gridò di nuovo l'annunziatore. - Chi è questo Smithie? - domandò il signor Tracy Tupman. - Qualche cosa nella marina, - rispose l'amico. Il signor Smithie s'inchinò con deferenza a sir Tommaso Clubber, e sir Tommaso Clubber consentì amabilmente ad accorgersi del saluto. Lady Clubber sbirciò dall'alto in basso con le lenti la signora Smithie e relativa famiglia, mentre la signora Smithie alla sua volta guardava con aria di protezione ad un'altra qualunque signora, il marito della quale non apparteneva niente affatto alla marina. - Il colonnello Bulder, la signora colonnella Bulder, e la signorina Bulder - annunziò la voce. - Capo della guarnigione, - disse lo sconosciuto rispondendo allo sguardo interrogatore del signor Tupman. La signorina Bulder fu con molta affettuosità accolta dalle signorine Clubber: i saluti fra la colonnella Bulder e lady Clubber furono dei più cordiali; il colonnello Bulder e sir Tommaso Clubber si offrirono a vicenda una presa di tabacco, conservando sempre quel loro contegno alto e stecchito che li faceva rassomigliare ad un paio di Alessandri Selkirk, "Re di quanto avevano sott'occhio". Mentre l'aristocrazia del luogo - i Bulder, i Clubber ed i Snipe - badavano così a tenere alta la loro dignità ad uno dei capi della sala, le altre classi della Società ne imitavano fedelmente l'esempio nelle altre parti di essa. Gli ufficiali meno aristocratici del 97° si dedicavano alle famiglie dei funzionari subalterni della marina. Le mogli degli avvocati o la moglie del negoziante di vino capitanavano un'altra casta (la moglie del vinaio era in visita con le Bulder); e la signora Tomlison dell'ufficio postale sembrava per tacito consenso essere stata scelta a capo del partito commerciale. Uno dei personaggi più popolari nel proprio circolo era un ometto pingue, con una corona di capelli neri ritti come stecchi intorno ad un piano lucido di estesa calvizie. Il dottore Slammer, chirurgo del 97°. Il dottore prendeva tabacco con tutti, discorreva con tutti, rideva; ballava, scherzava, giocava al whist, faceva ogni sorta di cose, e si trovava dappertutto. A queste capacità, per svariate che fossero e molteplici, il piccolo dottore ne aggiungeva un'altra più importante di tutte; egli era cioè infaticabile nel dimostrare la più viva ed assidua sollecitudine ad una vedovetta di mezza età la quale dall'abito sfarzoso e dalla profusione degli ornamenti si presentava come una desiderabile aggiunzione ad una rendita limitata. Sul dottore e sulla vedova gli occhi del signor Tupman e del suo compagno erano stati fissati per qualche tempo, quando questi ruppe il silenzio. - Fiumi di danaro, vecchia zitella, tipo d'un dottore, bell'idea, amena, - furono le frasi smozzicate che gli uscirono dalle labbra. Il signor Tupman lo guardava intanto con aria interrogativa. - Ballo con la vedova, - disse quegli. - Chi è? - domandò il signor Tupman. - Ignoro, mai vista, taglio fuori il dottore, avanti! E, detto fatto, il giovane magro traversò la sala, s'appoggiò alla mensola d'un caminetto, e incominciò a contemplare con una sua ammirazione piena di rispetto e di malinconia il viso rotondo della vecchietta. Il signor Tupman guardava da lontano pieno di stupore. Il suo amico faceva rapidi progressi; il piccolo dottore ballava con un'altra dama; la vedova si lasciò cadere il ventaglio; quegli lo raccolse, glielo porse; un sorriso, un inchino, un grazie, poche parole di conversazione. Lo sconosciuto andò arditamente dal maestro di cerimonie, e ritornò con lui verso la vedova; breve pantomima di presentazione; e lo sconosciuto e la signora Budger presero posto in una quadriglia. La sorpresa del signor Tupman a questo processo sommario, per grande che fosse, fu di molto sorpassata dalla maraviglia del dottore. Lo sconosciuto era giovane, e la vedova era lusingata. Le attenzioni del dottore rimanevano inosservate, e l'indignazione del dottore non faceva nessunissimo effetto sull'imperturbabile rivale. Il dottor Slammer pareva colto da paralisi. Lui, il dottor Slammer del 97°, essere schiacciato in un momento da un uomo che nessuno aveva mai visto, che nessuno conosceva nemmeno adesso! Il dottor Slammer! respinto lui, soppiantato lui, il dottor Slammer del 97°! Impossibile! non poteva essere, no! Eppure, sì, il fatto era evidente; eccoli là tutti e due. Come! anche presentargli l'amico? Poteva il dottore prestar fede ai propri occhi? Guardò di nuovo, e fu dolorosamente costretto ad ammettere la veracità dei suoi nervi ottici; la signora Budger ballava appunto col signor Tracy Tupman. Non c'era mica da sbagliare. Ecco la vedova, proprio lei, balzando qua e là gravemente e con insolito vigore; ecco il signor Tupman saltando di su e di giù, con un viso pieno di solennità e ballando (come a tanti si vede fare) come se una quadriglia non fosse una cosa da ridere, ma invece una dura prova dei propri sentimenti da non potersi affrontare senza un proposito fermo ed inflessibile. Silenziosamente e pazientemente il piccolo dottore sopportò tutto questo; e sopportò anche, sempre tacendo, le galanterie assidue dello sconosciuto, le offerte di ponce, il portar via dei bicchieri, il precipitarsi sui biscotti, e tutte le smancerie che ne seguivano. Ma, pochi minuti dopo che lo sconosciuto fu scomparso per accompagnare la signora Budger fino alla sua carrozza, egli si slanciò fuori della sala ed ogni particella della sua effervescente indignazione, troppo a lungo tappata, sembrò sfuggirgli da tutti i pori della faccia in un terribile sudore di sdegno. Lo sconosciuto tornava in compagnia del signor Tupman. Parlava basso e rideva. Il piccolo dottore era assetato del suo sangue. Lo vedeva gonfio di gioia, trionfante. - Signore! - disse il dottore con voce terribile, porgendo un biglietto di visita e ritirandosi in un angolo del passaggio; - il mio nome è Slammer, dottor Slammer, signore, 97° reggimento, quartiere di Chaltham. Il mio biglietto, signore, il mio biglietto. Avrebbe voluto aggiungere dell'altro, ma lo strozzava lo sdegno. - Ah! - rispose freddamente lo sconosciuto. - Slammer, dottore; obbligatissimo; molto cortese; grazie, sto bene; quando no, picchierò all'uscio vostro. - Voi.... voi siete un intrigante, signore! - esclamò sbuffando il furibondo dottore; - un poltrone, un vigliacco, un bugiardo, un.... un.... Insomma, mi darete il vostro biglietto, signore? - Ah, vedo, vedo! - disse a mezza voce lo sconosciuto. - Troppo forte il ponce; distribuzione larga. Imprudenza. Molto meglio la limonata. Calore della sala, persone d'una certa età, ne risentono gli effetti, anche il giorno appresso. Dispiacevole, dispiacevole! - e fece uno o due passi per allontanarsi. - Voi alloggiate qui, signore, - riprese l'indignato dottore. - Adesso, si vede, siete ubbriaco, signore; domani ce la vedremo, signore, domani. Vi troverò io, vi troverò. - Niente difficile, - rispose con la medesima calma lo sconosciuto. - A casa o fuori mi si trova sempre. Più fuori che a casa. Il dottor Slammer schizzava ferocia e distruzione, calcandosi il cappello in capo con un colpo pieno di sdegno; e lo sconosciuto e il signor Tupman rientrarono nella camera da letto del secondo, per rimettere al posto le penne prese a prestito dall'inconscio signor Winkle. Il signor Winkle dormiva profondamente; l'operazione fu presto compiuta. Lo sconosciuto si trovava nella più amena disposizione di questo mondo; e il signor Tracy Tupman, eccitato più che mai dal vino, dal ponce, dai lumi, e dalle signore, non poteva pensar senza ridere al fatto di poco fa, che gli pareva un graziosissimo scherzo. Il suo nuovo amico tolse commiato, e dopo avere incontrato una certa difficoltà nel trovare l'orifizio del suo berretto da notte, destinato in origine a contenere la sua testa, e rovesciando finalmente la candela nei suoi sforzi per mantenerla ritta, il signor Tracy Tupman si studiò di cacciarsi fra le lenzuola con una serie di complicate evoluzioni, e subito dopo chiuse gli occhi al sonno. Le sette del giorno appresso erano appena scoccate, quando la vasta intelligenza del signor Pickwick fu destata dal torpore, nel quale il sonno l'aveva sprofondata, da un forte bussare all'uscio della sua camera - Chi è? - domandò il signor Pickwick, balzando in mezzo al letto. - Cameriere, signore. - Che volete? - Scusate, signore, mi fareste la finezza di dirmi chi dei vostri porta un vestito turchino coi bottoni d'oro e le lettere P. C.? - L'avrà dato a spazzolare, - pensò il signor Pickwick, - l'uomo ha dimenticato a chi appartiene. - Il signor Winkle, - disse poi alzando la voce, - due camere appresso, a destra. - Grazie, signore, - disse la voce di fuori, e si allontanò. - Che c'è? - gridò il signor Tupman destato di botto da un fiero colpo dato alla porta di camera sua. - Posso parlare al signor Winkle? - domandò di fuori il cameriere. - Winkle, Winkle! - chiamò il signor Tupman verso la camera contigua. - Chi mi vuole? - rispose una voce debolissima di sotto alle lenzuola. - Vi cercano, - qualcuno alla porta, - e compiuto lo sforzo di articolar tutto questo il signor Tracy Tupman si voltò dall'altra parte e si addormentò di nuovo. - Mi cercano! - disse il signor Winkle, saltando giù dal letto e vestendosi in fretta. - Mi cercano! a questa distanza dalla città! chi diamine può cercar di me? - Un signore nel caffè da basso, - rispose il cameriere, mentre il signor Winkle apriva la porta per veder chi era; - dice che non vi tratterrà più di un minuto, ma che v'aspetta senz'altro. - Curiosa davvero! - disse il signor Winkle. - Vengo subito. Si avvolse frettolosamente nella sua veste da camera e in uno scialle da viaggio, e discese. Una vecchia e due camerieri pulivano e rassettavano la bottega del caffè, e un ufficiale in piccola tenuta guardava fuori della finestra. Si voltò all'entrata del signor Winkle e salutò con un cenno del capo. Quindi, mandata via la gente di servizio e chiusa la porta con molta cura, disse: - Il signor Winkle? - Precisamente, signore. - Non sarete sorpreso, signore, quando vi avrò detto ch'io sono qui da parte del mio amico, il dottor Slammer del 97°. - Il dottor Slammer! - esclamò il signor Winkle. - Il dottor Slammer, per l'appunto Egli mi incarica significarvi la sua opinione che la vostra condotta di ieri sera è stata indegna di un gentiluomo, e che un gentiluomo non può sopportarla in pace. Era così vivo, così evidente lo stupore del signor Winkle da non poter sfuggire all'amico del dottor Slammer; epperò egli proseguì: - Il mio amico, dottor Slammer, mi ha pregato di aggiungere esser lui fermamente convinto che durante una parte della serata voi eravate un po' brillo, e probabilmente inconscio della gravità dell'insulto del quale vi rendeste colpevole. Mi ha incaricato di dirvi che se questo particolare potesse in certo modo servir di scusa alla vostra condotta, egli consentirebbe ad accettare delle scuse per iscritto, delle quali io stesso vi detterei il tenore. - Delle scuse per iscritto! - ripetette il signor Winkle col tono della più profonda maraviglia. - Naturalmente, - replicò con molta calma l'ufficiale, - conoscete l'alternativa. - Siete stato incaricato di questo messaggio per me, nominativamente? - domandò il signor Winkle le cui facoltà mentali erano scosse stranamente da questo straordinario colloquio. - Io non ero presente alla scena, - riprese l'ufficiale, - e in conseguenza del vostro reciso diniego di dare il vostro biglietto di visita al dottore Slammer, fui pregato da lui di identificare il proprietario di un vestito molto notevole; soprabito turchino e bottoni dorati con un busto e le iniziali P. C. Il signor Winkle si sentì quasi venir meno dallo stupore, udendo una così minuta descrizione del proprio costume. L'amico del dottor Slammer proseguì: - Dalle indagini fatte qui nella casa, son venuto a sapere che il proprietario del vestito in questione era arrivato ieri con tre signori. Ho mandato subito da quel signore che mi veniva indicato come il capo della brigata; ed è lui che m'ha diretto a voi. Se la gran torre del castello di Rochester sollevatasi di botto dalle fondamenta si fosse venuta a situare di faccia alla finestra del caffè, la sorpresa del signor Winkle sarebbe stata meno che niente, paragonata a quella che lo colpiva udendo un discorso così fatto. La sua prima impressione fu che gli avessero rubato il vestito. - Vorreste aver la cortesia di attendermi un momento? - disse. - Certamente, - rispose il malaugurato ufficiale. Il signor Winkle in due salti fu in camera sua, e con mano tremante aprì la sacca da viaggio. L'abito turchino stava al suo solito posto; ma, esaminato bene da vicino, mostrava più segni di essere stato adoperato la notte avanti. - Dev'essere così, - disse il signor Winkle, lasciandosi cadere l'abito dalle mani. - Ho bevuto troppo dopo desinare e mi pare, così come in sogno, di essere andato attorno per le vie e di avere anche fumato un sigaro. Il fatto è che una buona cotta l'avevo presa; debbo aver mutato di vestito; sarò andato chi sa dove; ed avrò insultato qualcuno. Non può essere altrimenti, ed eccone ora la terribile conseguenza in questa sfida Così dicendo da sè a sè il signor Winkle tornò al caffè col bieco e triste proposito di accettare la sfida del dottor Slammer e di affrontarne tutte le più funeste conseguenze. A questa determinazione era spinto il signor Winkle da molti riflessi; primo dei quali era la sua riputazione presso il Circolo. Egli era stato sempre considerato come un'autorità di conto in tutti gli esercizi del corpo, offensivi difensivi ed inoffensivi; e se ora, proprio alla prima occasione, egli avesse dato indietro sotto gli occhi del suo condottiero, la sua posizione nel Circolo, era bell'e spacciata. D'altra parte si ricordava di avere inteso susurrare dalla gente poca pratica di queste faccende, che per un segreto accordo fra i secondi le pistole non si caricano sempre a palla; e pensò inoltre che se si rivolgeva al signor Snodgrass perchè gli facesse da secondo, e gli dipingeva il pericolo con termini molto vivaci, questo bravo amico avrebbe probabilmente comunicata la cosa al signor Pickwick, il quale senza dubbio non avrebbe messo tempo in mezzo per darne avviso alle autorità del luogo, ed impedire che il suo seguace fosse ucciso o storpiato. Tali erano i suoi pensieri tornando al caffè, e per queste ragioni espresse il suo proposito di accettar la sfida del dottor Slammer. - Vorreste indirizzarmi ad un vostro amico per accordarci sull'ora e il luogo dello scontro? - chiese l'ufficiale. - Perfettamente inutile, - rispose il signor Winkle; - fissate da voi stesso, ed io condurrò meco il mio testimone. - Ebbene, stasera? verso il tramonto, - disse l'ufficiale in tuono indifferente. - Va benissimo, - rispose il signor Winkle, pensando dentro di sè che andava malissimo. - Conoscete il fortino Pitt? - Sì; l'ho veduto ieri. - Se volete prendervi il disturbo di voltare nel campo che costeggia la trincea, prendere il sentiero a sinistra, quando siete all'angolo della fortificazione, e camminar diritto fino a che non mi vediate; io stesso vi guiderò ad un certo posto appartato, dove l'affare si potrà sbrigare senza timore d'interruzione. - Timore d'interruzione! - pensò il signor Winkle. - Non c'è altro da aggiustare, mi pare, - disse l'ufficiale. - Nient'altro, credo, - rispose il signor Winkle. - Buon giorno. - Buon giorno, - e l'ufficiale girò sui talloni zufolando un'arietta allegra. La colazione di quella mattina passò senza notevoli incidenti e senza allegria. Il signor Tupman non era in grado di lasciare il letto, dopo l'orgia della sera innanzi, il signor Snodgrass pareva travagliato da una poetica depressione di spiriti; e perfino il signor Pickwick dimostrava un attaccamento insolito al silenzio ed all'acqua di soda. Il signor Winkle aspettò con ansia il momento opportuno, e non dovette aspettar molto. Il signor Snodgrass propose una visita al castello, e poichè il signor Winkle era il solo membro della brigata disposto a far quattro passi, così uscirono insieme. - Snodgrass, - disse il signor Winkle, quando furono fuori della città, - Snodgrass, amico mio, posso contare sulla vostra discrezione? E nel dir questo egli nutriva la più calda speranza, di non poterci contare niente affatto. - Certamente, - rispose il signor Snodgrass. Io giuro... - No, no! - interruppe Winkle, spaventato alla sola idea che il suo compagno ingenuamente si impegnasse a non parlare; - non giurate, non giurate; è assolutamente inutile. Il signor Snodgrass abbassò la mano che, in uno slancio di poesia, aveva alzato verso le nuvole, e si raccolse in atto di ascoltare. Ho bisogno del vostro aiuto, amico mio, in un affare di onore, - riprese a dire il signor Winkle. - Lo avrete, - rispose il signor Snodgrass, stringendo forte la mano dell'amico. - Con un dottore; il dottor Slammer del 97°, - disse il signor Winkle cercando di dare alla cosa la maggiore solennità possibile; - un affare con un ufficiale assistito da un altro ufficiale questa sera sul tramonto, in un campo solitario dietro al fortino Pitt. - Vi accompagnerò, - disse il signor Snodgrass. Era un po' sorpreso, ma niente affatto commosso. È incredibile con quanta freddezza possa entrare in tali faccende qualunque persona che non sia la parte principale. Il signor Winkle avea dimenticato questo. Egli avea giudicato dai propri sentimenti dei sentimenti del suo amico. - Le conseguenze possono essere terribili, - disse. - Spero di no, - rispose il signor Snodgrass. - Credo che il dottore sia un eccellente tiratore. - Come la maggior parte di questi militari, - osservò con calma il signor Snodgrass; - ma anche voi tirate bene, non è vero? Il signor Winkle rispose affermativamente; e accorgendosi di non aver abbastanza allarmato il suo compagno, mutò subito di terreno. - Snodgrass, - riprese a dire con voce tremante dall'emozione, - se mai soccombo, voi troverete in un pacchetto che vi consegnerò una lettera per... per mio padre. Anche questo degli attacchi andò a vuoto. Il signor Snodgrass si mostrò compunto, ma s'incaricò volentieri della consegna della lettera, come se a dirittura fosse stato un fattorino postale. - Se soccombo io, - disse il signor Winkle, - o se soccombe il dottore, voi, caro amico, sarete chiamato come testimone e vi troverete compromesso. Dovrò io esser causa che il mio amico sia esiliato.... probabilmente a vita? Il signor Snodgrass tentennò un poco a questa idea, ma il suo eroismo la vinse. - Nella causa dell'amicizia, - esclamò con calore, - io sfiderei tutti i pericoli. Come maledisse il signor Winkle la devota amicizia del suo compagno, mentre per alcuni minuti seguitarono a camminare l'uno a fianco dell'altro, immerso ciascuno nelle proprie meditazioni. Il giorno volgeva al suo termine; egli si vedeva sempre più disperato. - Snodgrass, - esclamò, arrestandosi di botto, - non mi venite meno in questa faccenda, non ne informate le autorità locali, non provocate l'intervento degli ufficiali di pace, per fare arrestare me o il dottor Slammer, del 97° reggimento, quartiere di Chatham, ed impedire così questo duello; vi ripeto, Snodgrass, non lo fate. Il signor Snodgrass afferrò con calore la mano dell'amico, e rispose con entusiasmo: - Non lo farò, per tutto l'oro del mondo! Un fremito percorse le membra del signor Winkle, quando lo assalse il terribile pensiero che non aveva nulla da sperare dai timori del suo amico, e che era pur troppo destinato a divenire un bersaglio vivente. Spiegato formalmente al signor Snodgrass lo stato delle cose, e presa a nolo da una fabbrica di Rochester una scatola di pistole da duello, con soddisfacente corredo di polvere, palle e capsule, i due amici tornarono all'albergo. Il signor Winkle si ritrasse a ruminare sullo scontro imminente; e il signor Snodgrass se n'andò a mettere in ordine gli strumenti di guerra perchè potessero servire immediatamente. Era una sera uggiosa e malinconica, quando uscirono di nuovo per la loro bieca escursione. Il signor Winkle era tutto avvolto in un gran mantello per sfuggire ad ogni osservazione; e il signor Snodgrass portava sotto il suo gli strumenti di distruzione. - Avete tutto? - domandò il signor Winkle con voce malferma. - Tutto, - rispose il signor Snodgrass. - Munizioni in abbondanza, chi sa mai ce ne fosse bisogno. Nella scatola c'è tre once di polvere e mi son messo due giornali in tasca per le cariche. Queste senza dubbio erano prove di amicizia per le quali non ci poteva essere gratitudine bastevole. È però da credere che la gratitudine del signor Winkle fosse tanto profonda da non poter trovare una via di uscita. Non disse verbo e seguitò a camminare con una certa lentezza. - Ci troviamo proprio in tempo, - disse il signor Snodgrass, passando il muro del primo campo; - il sole tramonta. Il signor Winkle alzò gli occhi a guardare l'astro cadente, e pensò dolorosamente alla non lontana probabilità di un altro tramonto tutto personale. - Ecco l'ufficiale; - esclamò, dopo che ebbero fatti pochi altri passi. - Dove? - domandò il signor Snodgrass. - Laggiù; quel signore col mantello turchino. Il signor Snodgrass guardò nella direzione indicata dal dito dell'amico, e notò appunto una figura avvolta in un gran mantello. L'ufficiale mostrò di essersi accorto della loro presenza facendo con la mano un lieve saluto; e i due amici, a breve distanza, gli tennero dietro. La sera si faceva sempre più scura e triste, e il vento s'andava lamentando attraverso i campi deserti, come un gigante lontano che chiamasse col fischio il suo cane. La tristezza della scena incombeva fieramente sui sentimenti del signor Winkle. Varcando l'angolo della trincea trasalì; il fortino aveva l'aspetto di una tomba immane. L'ufficiale lasciò di botto il sentiero; e dopo avere scavalcato una bassa palizzata e poi una siepe, entrò in un campo appartato. Due gentiluomini stavano lì ad aspettare: un ometto grasso dai capelli neri, ed una specie di colosso chiuso in un cappotto di munizione e seduto tranquillamente sopra uno sgabello di campagna. - Il primo avversario ed un chirurgo, mi figuro, - disse il signor Snodgrass. - Prendete un sorso di acquavite. Il signor Winkle diè di piglio alla bottiglia che l'amico gli porgeva e bevve tutto d'un fiato. - Il mio amico Snodgrass, signore, - disse il signor Winkle all'ufficiale. L'amico del dottor Slammer s'inchinò, e tirò fuori una scatola simile a quella portata dal signor Snodgrass. - Non abbiamo altro da aggiungere, mi pare, - disse freddamente aprendo la scatola; - delle scuse sono state recisamente negate. - Nient'altro, signore, - disse il signor Snodgrass, il quale per verità incominciava a non sentirsi troppo bene. - Vogliamo misurare il terreno? - domandò l'ufficiale. - Certamente, - rispose il signor Snodgrass. Il terreno fu misurato e i preliminari aggiustati. - Troverete queste migliori delle vostre, - disse il secondo avversario offrendo le sue pistole. - Me le avete viste caricare. Avete nulla in contrario? - No, di certo, - rispose il signor Snodgrass. L'offerta lo toglieva da un grave imbarazzo; poichè le sue nozioni sul modo di caricare una pistola erano piuttosto vaghe e confuse. - Possiamo dunque situare i nostri uomini, credo, - osservò l'ufficiale, con una completa indifferenza, come se i due primi fossero stati due pezzi di scacchi, e i secondi i giocatori. - Credo che lo possiamo, - rispose il signor Snodgrass, il quale avrebbe detto di sì a qualunque proposta, perchè non ne capiva un'acca di questa sorta di faccende. L'ufficiale andò verso il dottor Slammer, e il signor Snodgrass si avvicinò al signor Winkle. - Tutto è pronto, - disse, porgendogli la pistola. Datemi il vostro mantello. - Vi ho dato il pacchetto, mio caro amico, - disse il povero Winkle. - Non pensate, - disse il signor Snodgrass. - State saldo e mirate bene. Pensò il signor Winkle che questo consiglio somigliava molto a quello che gli astanti non mancano mai di dare al più piccolo dei monelli in una baruffa: "Avanti, e vinci!" bellissima raccomandazione, se si sapesse soltanto come metterla in pratica. Si levò nondimeno il mantello senza far motto; pigliava sempre molto tempo questa operazione, ed accettò la pistola. I secondi si ritirarono in disparte, il gentiluomo dallo sgabelletto fece lo stesso, e i belligeranti si avanzarono l'uno contro l'altro. Una delle qualità più notevoli del signor Winkle era sempre stata una singolare gentilezza di animo. È però da credere che questo suo ritegno a far male di proposito deliberato ad un prossimo suo, fosse cagione ch'ei chiudesse gli occhi quando fu arrivato al punto fatale; e che questo fatto speciale gl'impedisse di osservare la condotta veramente straordinaria ed inesplicabile del dottor Slammer. Il dottore trasalì, diè un passo indietro, si stropicciò gli occhi, gli sbarrò smisuratamente; e finalmente gridò: - Ferma, ferma! - Che vuol dir ciò? - disse il dottor Slammer; mentre il suo amico e il dottor Snodgrass correvano verso di lui; 3/4 non è questa la persona, non è lui. - Non è lui! - disse il secondo del dottore. - Non è lui! - balbettò il signor Snodgrass. - Non è lui! - esclamò il gentiluomo col suo sgabello in mano. - No di certo, - riprese il piccolo dottore. - Non è questa la persona che m'ha insultato ieri sera. - È stranissimo! - esclamò l'ufficiale. - Stranissimo, - ripetette il signore dallo sgabello. - La sola questione sta in questo, se il signore, trovandosi sul terreno, non debba essere considerato, sotto il rispetto delle. formalità, come la persona che ha insultata ieri sera il nostro amico dottor Slammer, sia o non sia egli quella persona. E dopo aver dato questo suggerimento con un'aria molto saviente e misteriosa, il signore dallo sgabello annusò una abbondante presa di tabacco, e girò intorno uno sguardo profondo con l'aria di un'autorità inappellabile in tali materie. Il signor Winkle aveva intanto aperto gli occhi e gli orecchi, all'udire che il suo avversario domandava una cessazione delle ostilità; ed accorgendosi dal seguito della conversazione che qualche grosso equivoco ci doveva essere, capì di botto quanto lustro maggiore ne sarebbe venuto alla sua fama, celando il vero motivo dall'accettazione della, sfida da parte sua. Si avanzò dunque arditamente, e disse: - Io non sono la persona, lo so. 3/4 Questo dunque, - disse il signore dallo sgabello, - è un affronto al dottor Slammer ed un motivo sufficiente per procedere senza altri indugi.. - State cheto, Payne, - disse il secondo dottore. - Perchè non me l'avete detto stamane, signore? - Sicuro, sicuro, - disse il signore dallo sgabello con viva indignazione. - Vi prego, Payne, di star cheto voi, - disse l'altro. - Posso ripetere la mia domanda, signore? - Perchè, signore, - rispose il signor Winkle, che ci aveva intanto pensato sopra, - perchè, signore, voi parlaste di una persona ubbriaca e sconveniente vestita di un'uniforme, che io ho l'onore non solo di portare ma anche di avere inventato, - l'uniforme, signore, del Circolo Pickwick di Londra. Io mi sento in dovere di mantenere l'onore di quell'uniforme, epperò, senza chiedere altro, accettai la sfida che mi portavate. - Mio caro signore, - disse il piccolo dottore porgendogli la mano, - io stimo grandemente il vostro valore. Permettetemi, signore, di esprimervi tutta la mia ammirazione per la vostra condotta, e sono dolentissimo di avervi procurato il disturbo di questo incontro senza scopo di sorta. - Vi prego, signore, di non parlarne neppure, - disse il signor Winkle. - Sarò superbo della vostra amicizia, signore, - disse il piccolo dottore. - Sarò lietissimo di fare la vostra conoscenza, signore, - disse il signor Winkle. Dopo di che il dottore e il signor Winkle si strinsero la mano, e poi il signor Winkle e il luogotenente Tappleton (secondo del dottore), e poi il signor Winkle e il signore dallo sgabello, e finalmente e sempre il signor Winkle e il signor Snodgrass; quest'ultimo in un eccesso di ammirazione per la nobile condotta del suo eroico amico. - Si potrebbe andar via, mi pare, - disse il luogotenente Tappleton. - Certamente, - rispose il dottore. - A meno che, - venne su il signore dallo sgabello, - a meno che il signor Winkle non si senta offeso dalla sfida; nel qual caso mi permetto di fare osservare che egli ha diritto ad una riparazione. Il signor Winkle, con grande abnegazione, si dichiarò pienamente soddisfatto. - O anche, - riprese il signore dallo sgabello, - il secondo del signore potrebbe chiamarsi offeso di alcune osservazioni che sono sfuggite a me sul principio di questo scontro; se la cosa sta così, io sarò lieto di dare a lui soddisfazione immediatamente. Il signor Snodgrass si affrettò a professarsi obbligatissimo alla graziosa offerta del signore, offerta che la piena soddisfazione di tutto l'affare gl'impediva di accettare. I due secondi aggiustarono e chiusero le scatole, e tutta la brigata lasciò il terreno molto più allegramente che non vi fosse venuta. - Vi trattenete qui a lungo? - domandò il dottor Slammer al signor Winkle, mentre se n'andavano amichevolmente insieme. - Credo che partiremo domani l'altro. - Spero che avrò il piacere di veder voi e il vostro amico a casa mia, e di passar con voi una piacevole serata, dopo questo malaugurato equivoco, - disse il piccolo dottore, - siete impegnati per questa sera? - Abbiamo qui alcuni amici, - rispose il signor Winkle - e non vorrei veramente lasciarli soli stasera. Se non vi dispiace, voi e gli amici vostri potrete venir da noi, all'Albergo del Toro. - Volentierissimo, - disse il piccolo dottore - sarebbe troppo tardi alle dieci, per una mezz'oretta? - Oh no, vi pare! - disse il signor Winkle. - Sarò lietissimo di presentarvi ai miei amici Pickwick e Tupman. - Ne avrò gran piacere, - rispose il dottor Slammer, poco sospettando chi fosse il signor Tupman - Venite di sicuro? - domandò il signor Snodgrass.. - Oh, senza dubbio. Erano intanto arrivati sulla via maestra. Si accomiatarono con molta cordialità, e la brigata si sciolse. Il dottor Slammer e i suoi amici presero la volta del quartiere, e il signor Winkle con l'amico Snodgrass tornarono al loro albergo. III. Una nuova conoscenza - Storia del commediante. - Una ingrata interruzione ed uno spiacevole incontro. Il signor Pickwick era stato in una certa apprensione per l'insolita assenza dei suoi due amici, nè aveva punto contribuito a rassicurarlo la loro misteriosa condotta di tutta la mattina. Si levò dunque con grandissimo piacere per salutarli, quando li vide entrare; e con vivo interesse s'informò della cagione che li avea tenuti lontani. In risposta alle sue domande su questo punto, il signor Snodgrass si disponeva a dare una storica relazione delle cose or ora narrate, quando s'ebbe ad arrestare di botto osservando che non solo erano presenti il signor Tupman e il compagno di viaggio del giorno innanzi, ma un altro forestiero di aspetto non meno notevole. Era un uomo che i pensieri ed i guai parevano avere invecchiato; dei lunghi capelli neri gli cadevano in disordine fino a metà del viso e faceano spiccare singolarmente degli occhi cupi ed infossati ed una faccia sparuta. Lo splendore e l'acutezza di quegli occhi erano quasi fuori del naturale; gli zigomi sporgevano; e le mascelle erano così larghe e pronunciate da far sospettare ch'egli, per una contrazione muscolare, assorbisse la carne dalle guance, se la bocca semiaperta e l'espressione impassibile non avessero dimostrato esser quello il suo aspetto ordinario. Portava attorno al collo una gran cravatta verde, le cui larghe estremità gli pendevano sul petto, e che si mostrava ad intervalli di sotto agli occhielli logori della sottoveste. Un lungo soprabito nero lo copriva; e di sotto un par di calzoni larghi di fustagno e delle grosse scarpe decrepite. Su questa persona dallo strano aspetto l'occhio del signor Winkle si fermò, e il signor Pickwick fu pronto a presentarla, dicendo: - Un amico del nostro amico qui. Abbiamo scoperto stamane che il nostro amico avea relazioni col teatro di qua, benchè non gli piaccia di farlo sapere a molti, e questo signore appartiene appunto all'arte drammatica. Egli si apparecchiava a favorirci un aneddoto di palcoscenico, quando voi siete entrato. - Quanti ne volete degli aneddoti, - disse lo sconosciuto del giorno innanzi, avvicinandosi al signor Winkle, e parlando in tono basso e confidenziale. - Un bel tipo, fa le fatiche più grosse, non è attore, uomo strano, ogni sorta di disgrazie, Jemmy faccia da cataletto, così lo chiamano nell'arte. Il signor Winkle e ll signor Snodgrass s'inchinarono cortesemente a questo signor Jemmy, e ordinato del ponce, ad imitazione del resto della compagnia, presero i loro posti intorno alla tavola. - Ed ora, signore, - disse il signor Pickwick, - volete favorirmi il racconto ch'eravate sul punto di incominciare? Il lugubre personaggio tirò fuori dalla tasca un rotolo molto sudicio di carta, e volgendosi al signor Snodgrass, che avea già posto mano al suo libro degli appunti, domandò con voce cupa, perfettamente consona all'aspetto: - Siete voi il poeta? - Ma.... così, scrivo qualche cosuccia, - rispose il signor Snodgrass, piuttosto imbarazzato da quella domanda direttagli a bruciapelo. - Ah! la poesia è per la vita quel che sono i lumi o la musica per la scena. Strappate a questa i suoi falsi ornamenti ed all'altra le sue illusioni, e fatemi la finezza di dirmi quel che ci resta di reale e che ci possa premere. - Verissimo, signore, - rispose il signor Snodgrass. - Stare di qua dalla ribalta, - riprese a dire l'uomo lugubre, - è come lo stare a sedere ad una solennità di corte, ammirando le vesti di seta e la folla gaudente e sfarzosa; stare al di là, sulle scene, significa essere la gente che fabbrica quella vistosa ricchezza, gente sconosciuta e non curata, e lasciata a se stessa perchè nuoti od affoghi, viva o muoia di fame, al beneplacito della fortuna. - Certamente, - disse il signor Snodgrass, il quale sentiva la necessità di dir qualche cosa, visto che l'occhio infossato di quel singolare individuo si fissava specialmente sopra di lui. - Avanti, Jemmy, - disse il viaggiatore spagnuolo, niente brontolii, parla forte, svelto, silenzio. - Volete prendere un altro bicchiere, prima d'incominciare? - chiese il signor Pickwick. L'uomo-cataletto non si mostrò sordo all'invito, e dopo aver lentamente vuotato metà del suo bicchiere, svolse il rotolo di carta sudicia e un po' leggendo, un po' narrando, prese ad esporre il seguente incidente, che noi troviamo registrato negli Atti del Circolo sotto il titolo di Storia del commediante. Storia del commediante. "Non c'è nulla di meraviglioso nel racconto che vi farò - disse l'uomo lugubre; - e nemmeno di straordinario. La miseria e le malattie son cose tanto comuni, in molte classi sociali, che non possono meritare maggior attenzione che non si soglia dare a' casi quotidiani della vita umana. Ho buttato giù queste noterelle, poichè per molti anni ne ho conosciuto il protagonista. L'ho seguito passo passo nella sua discesa nell'abisso sino al punto in cui cadde nel primo stadio della miseria, dalla quale non si sollevò più mai. "Quest'uomo adunque era un mimo, e, come tutte le genti di tal razza, un ubbriacone inveterato. Ne' bei giorni della sua vita, prima che il vizio e i malanni lo avessero indebolito, riscuoteva un buon salario; e se fosse vissuto con ordine e prudenza, avrebbe potuto serbarlo ancora per qualche anno; per qualche anno soltanto, poichè questa sorta di gente muoiono per tempo, o perdono almeno di buon'ora la forza fisica di cui abusano e che è l'unico merito loro. Egli si lasciò abbrutire così presto che fu impossibile di servirsene nelle parti in cui era veramente utile nel teatro. La taverna aveva per lui un'attrattiva alla quale non sapeva resistere. Le malattie e la povertà lo attendevano certamente con la morte, se avesse continuato in cotesta vita; e tuttavia egli andò avanti sempre allo stesso modo, e si può capire quel che ne seguì. Non trovò scritture e mancò di pane. "Chiunque è un po' addentro nelle faccende teatrali sa qual nuvolo di cenciosi, di miserabili s'aggiri intorno ad un palcoscenico. Non sono attori regolarmente scritturati, ma comparse, giocolieri, pagliacci, e via dicendo, che si pigliano come a nolo in una pantomima o per una scena orientale, e poi son mandati via, fino a che qualche altro dramma spettacoloso non renda utili di nuovo i loro servigi. "A questa vitaccia s'avea dovuto dare il nostro uomo, e così, pigliando il suo posto tutte le sere in una di coteste baracche, si buscò un po' di spiccioli da potere alimentare le sue antiche inclinazioni. Ma anche questa risorsa gli venne subito meno. Le sue sregolatezze erano troppo frequenti, sicchè gli tolsero quel magro boccone ch'ei riusciva a strappare seralmente, e lo ridussero alla estrema miseria. Solo di tanto in tanto qualche suo compagno s'induceva a fargli un prestito da nulla, o qualche infimo teatro trovava d'occuparlo alla meno peggio. Tanto per mutare, anche questi guadagni erano spesi come una volta. "Verso questo tempo, quando già egli avea vissuto per più d'un anno senza che si sapesse di che cosa, lo incontrai sulle scene di uno dei teatrini di là dal Tamigi, pel quale io aveva una piccola scrittura. Da parecchio tempo lo avevo perduto di vista, perchè io aveva fatto un giro per le provincie, ed egli era andato bighellonando pei trivi di Londra. Mi ero già vestito per andar via e traversavo appunto la scena, quando mi sentii picchiar sulla spalla. Non dimenticherò mai il senso di ripulsione che mi produsse la sua presenza. Era vestito da pagliaccio per la pantomima. Gli spettri della Danza dei Morti, le più spaventose figure che un abile pennello abbia mai tracciate sulla tela, erano nulla a petto a lui. Il corpo scheletrito e le gambe malferme, che la vistosità del costume facea spiccare singolarmente, gli occhi vitrei che orrendamente contrastavano con lo strato di bianco di cui la faccia era spalmata; la testa adornata di fronzoli, tremante per paralisi; le lunghe mani ossute tinte di calce; - tutto gli dava un aspetto ributtante, eccezionale, di cui nessuna descrizione potrebbe dare una giusta idea, o che anche adesso mi mette i brividi al solo pensarci. Avea la voce cupa e tremula. Mi tirò in disparte, e con parole tronche mi contò una serie interminabile di malanni e di privazioni, chiusa, come al solito, dalla urgente domanda che gli prestassi qualche cosa. Gli posi pochi spiccioli in mano, e nell'uscire che fece dal teatro, udii lo scoppio di risa che accoglieva il suo primo capitombolo sulla scena. "Poche sere appresso, un ragazzo mi pose in mano un sudicio pezzetto di carta, sul quale erano scribacchiate poche parole con la matita, le quali dicevano che il mio uomo stava assai male, e mi pregava che dopo la recita andassi da lui, non mi ricordo più in che via, non molto distante dal teatro. Dissi che sarei andato, non appena sbrigato; e, calato che fu il sipario, mi avviai. "Era tardi, perchè avevo recitato nell'ultima commedia e siccome era stata una serata a beneficio, lo spettacolo s'era protratto più del solito. Era una notte scura e fredda, con un vento umido e sottile che spingeva la pioggia contro i vetri delle finestre. In quei vicoli angusti e poco frequentati s'erano formate molte pozzanghere; e siccome molti di quei meschini lampioni ad olio erano stati spenti dalla violenza del vento, la passeggiata era non solo poco piacevole, ma anche pericolosa. Per buona sorte, avevo imbroccato la via, e dopo poca difficoltà riuscii a trovar la casa che mi era stata indicata - un deposito di carbon fossile, con sopra un sol piano, dove in una cameretta giaceva l'oggetto delle mie ricerche. "Una donna dall'aspetto miserabile, la moglie del commediante, mi ricevette sulle scale, mi disse ch'egli s'era appena assopito, ed avendomi introdotto pian pianino, mi fece sedere su una sedia presso al suo letto. Egli aveva la testa volta contro il muro, e siccome non s'accorse lì per lì della mia presenza, ebbi tempo di osservare il luogo ove mi trovava. "L'infermo giaceva sopra due poveri scanni. Dei lembi laceri di una vecchia tenda erano sospesi a capo del letto, come un riparo dal vento, il quale nondimeno entrava d'ogni parte in quella camera desolata, e ad ogni istante agitava la pesante cortina. Sur una graticola arrugginita e sconnessa bruciava lentamente della polvere di carbon fossile. Accanto, sur una vecchia tavola a tre piedi, v'erano parecchie boccette; uno specchio rotto e qualche altro utensile. Un fanciullo dormiva sopra un materasso steso per terra, e la madre gli sedeva accanto. Alcuni piatti, qualche tazza e certe scodelle ingombravano una coppia di scansie; di sopra erano appiccati de' fioretti con un paio di scarpe da teatro, e questi oggetti componevano il solo mobilio della stanza, senza contare tre fagottini di cenci gettati a casaccio in un canto. "Mentre ch'io considerava questa scena di desolazione, e notava la respirazione stentata e i febbrili soprassalti del miserabile commediante, egli si voltava e rivoltava senza posa per trovare una positura men dolorosa. Una delle sue mani uscì dal letto e mi toccò; egli trasalì e mi guardò con occhi truci. "- John, - gli disse la moglie, - è il signor Hutley che avete fatto chiamare stasera, vi ricordate? "- Ah! - diss'egli passandosi la mano sulla fronte: è Hutley! Hutley! vediamo. "Per qualche secondo parve sforzarsi di riunir le idee; poi, afferrandomi per le mani, esclamò: "- Oh, non mi lasciate, amico mio! Ella mi assassinerà! Ne son certo. "- È da molto tempo in questo stato? - domandai a quella donna, che piangeva. "- Da ieri sera, signore. John, John, non mi riconoscete più? "Dicendo queste parole, si chinava sul letto, ma egli gridò con un impeto di paura: "- Non la lasciate avvicinare! Respingetela! Non posso vedermela accanto! "Così parlando, la guardava con occhi smarriti e colmi di mortale avversione, poi mi disse all'orecchio: "- Io l'ho battuta, Jem. Io l'ho battuta ieri ed altre volte ancora! Ora che son debole e senz'aiuto, ella m'ucciderà; così farà, questo è certo. Se come me e tanto spesso l'aveste intesa gemere e gridare, voi non ne dubitereste. Allontanatela! Abbandonò la mia mano, e ricadde sul cuscino. "Io comprendeva bene di che si trattava. Se avessi potuto dubitare un solo minuto, mi sarebbe bastato, per comprenderlo, un colpo d'occhio gettato sul pallido viso, sulle forme stecchite della povera moglie. "- Fareste meglio a celarvi in disparte, - dissi all'infelice. - Voi non potete fargli del bene; forse sarà più calmo, se non vi vede. "Ella si pose in un punto da non esser vista. "In capo a qualche secondo, egli aperse gli occhi e si guardò intorno ansiosamente, domandando: "- Se n'è andata? "- Sì, sì, - gli dissi, - non vi farà male. "- Vi dirò di che si tratta, - riprese egli con voce rauca. - Ella mi fa male! V'è qualche cosa negli occhi di lei che mi empie il cuore di paura e mi rende pazzo. Tutta la notte passata i suoi occhioni fissi e il suo pallido viso mi sono stati d'innanzi. Io mi volgeva e lei pure. Quando mi svegliavo d'un tratto, ella era là, vicina al mio letto e mi guardava. "Poi si avvicinò ancora di più ed aggiunse con voce bassa, e tremante: "- Jem, ella è il mio spirito maligno; un demonio. Zitto! Io ne son certo. S'ella fosse una donna, da quanto tempo sarebbe morta! Nessuna donna avrebbe potuto sopportar quello che ha sopportato lei! "Io fremetti pensando alla lunga serie di disprezzi e di crudeltà di cui un tal uomo doveva essere colpevole per conservarne tale idea. Non potetti rispondere. Quale speranza, quale consolazione dare ad un essere così abietto? "Restai là più di due ore, durante le quali egli si volse cento volte da una parte e dall'altra, abbandonando le braccia a dritta e a manca, e mormorando esclamazioni di pena e d'impazienza. Alla fine cadde in quello stato d'abbandono imperfetto quando l'anima erra penosamente di posto in posto, da scena a scena, senz'aiuto della ragione ma senza poter liberarsi d'un vago sentimento delle sofferenze presenti. Giudicando allora che il suo male non si aggraverebbe lì per lì, lo lasciai, promettendo a sua moglie di tornare la sera seguente e di passar la notte presso di lui, se fosse stato necessario. "Tenni la promessa. Le ventiquattr'ore trascorse avevano prodotto in lui uno spaventevole cambiamento. Gli occhi, profondamente incavati, brillavano d'un lampo orribile; le labbra erano secche e screpolate; la pelle luccicava, arida e scottante; in fine si vedeva su quel viso un'espressione d'ansietà feroce, che indicava ancor meglio il danno della malattia e che pareva non appartener più alla terra. La febbre lo divorava. "Presi la seggiola su cui m'ero seduto la sera innanzi. Io sapeva ch'egli era moribondo: l'avevo inteso dal medico. Restai là delle lunghe ore di notte, tendendo l'orecchio a suoni capaci di commovere le anime più dure. Erano le fantasie misteriose dell'agonia. "Vidi le sue scarne membra, che poche ore prima si contorcevano per divertire la gaia folla, contorcersi fra le torture d'una febbre ardente. Intesi il riso acuto del pagliaccio mischiarsi al rantolo del moribondo. "Gli è ben commovente seguire il pensiero d'un infermo che si finge tra le scene ordinarie della vita, tra le sue occupazioni d'un giorno, mentre il suo corpo ora è steso senza forza e senza moto innanzi a' vostri occhi. Ma questa impressione è cento volte più forte quando quelle occupazioni sono interamente opposte ad ogni idea grave e religiosa. Il teatro e la taverna erano i principali mezzi da svagare quell'infelice. Nel delirio egli credeva di dover recitare una parte quella notte stessa, ch'era tardi e che doveva uscir di casa lì per lì. " - Perchè lo rattenevano? Perchè gl'impedirebbero di partire? Avrebbe perduto il salario! Bisognava uscire! No, no! lo rattenevano! "Nascondeva il viso fra le mani ardenti e gemeva sulla sua debolezza e sulla crudeltà de' suoi persecutori, Dopo un momento, intonava un ritornello da baccanti. "D'un tratto si levò sul letto, stese le membra di scheletro, e si atteggiò in una posa grottesca. Era sulla scena: recitava. - Un po' di silenzio ancora, e mormorò un altro ritornello. "Era giunto alla fine! Quanto era soffocante la sala! Egli era stato ammalato, molto ammalato; ma adesso si sentiva bene, era contento! "- Riempite il bicchiere!... Chi me lo strappa dai denti? "Era lo stesso persecutore che l'inseguiva. "Ricadde sul cuscino e gettò de' sordi gemiti. "Dopo un breve intervallo, si trovò errante in un labirinto inestricabile di camere oscure, le cui volte erano così basse che gli bisognava talora trascinarsi carponi per avanzare. Tutto era buio minaccioso; e da qualunque parte si voltasse, trovava pel cammino ostacoli spaventosi. Rettili immondi strisciavano intorno a lui; gli occhi luccicanti dardeggiavano fiamme in mezzo a tenebre palpabili che lo circondavano; le mura, a vôlte, l'aria stessa era avvelenata da insetti schifosi. D'improvviso le vôlte si espandono e diventano d'una grandezza maravigliosa; spettri orribili riddano da ogni parte, in mezzo ai quali egli vedeva apparire visi conosciuti, resi deformi da smorfie e contorsioni terribili. Que' fantasmi s'impadronirono di lui: gli bruciarono le carni con ferri roventi; gli strinsero delle funi intorno alle tempie, sino a farne spicciar sangue, e lo costrinsero a dibattersi violentemente per isfuggire alla morte che l'invadeva. "Alla fine d'uno di questi parossismi, durante i quali avevo avuto un gran da fare per ritenerlo in letto, egli si abbandonò sfinito e cadde in una specie di assopimento. Stanco per le veglie e lo sforzo, avevo chiuso gli occhi da qualche minuto, quando intesi battermi violentemente sulla spalla; mi svegliai. Egli si era levato e seduto sul letto. Il viso era cambiato in guisa spaventosa; tuttavia il delirio era cessato, poichè certamente egli mi riconosceva. Il bambino, intimorito per sì gran tratta dalle fantasticherie del babbo, corse a lui gridando con terrore; ma la madre lo afferrò per le braccia d'un lampo, temendo che John non lo ferisse nella violenza de' suoi delirii; poi, notando il cambiamento de' suoi lineamenti, restò spaventata e immobile a piè del letto. Tuttavia egli stringeva convulsivamente la mia spalla; e battendosi con l'altra mano il petto, faceva orribili sforzi per parlare; ma invano. Stese le braccia verso sua moglie e il bambino; le labbra bianche gli si agitarono, ma non produssero che un rantolo affannoso, un gemito soffocato; gli occhi brillarono ancora un istante, poi ricadde all'indietro... Morto." Sarebbe motivo per noi di grande soddisfazione il poter riferire qui l'opinione del signor Pickwick intorno all'aneddoto precedente. E l'avremmo senz'altro presentata ai lettori, se non fosse stato per una disgraziatissima congiuntura Il signor Pickwick avea posato sulla tavola il bicchiere che, durante le ultime sentenze del racconto, avea tenuto in mano; e proprio in quel punto s'era determinato a parlare - abbiamo anzi l'autorità del libro di appunti del signor Snodgrass per attestare ch'egli aveva aperta la bocca - quando il cameriere si mostrò sulla soglia, annunziando: - Dei signori, signore. È da congetturare che il signor Pickwick fosse in procinto di dar vita ad alcune osservazioni che avrebbero illuminato il mondo se non il Tamigi, quando così bruscamente fu interrotto; poichè egli si volse con una severa occhiata al cameriere, e poi guardò intorno a tutti come per prender conto dei nuovi venuti. - Oh! - disse il signor Winkle alzandosi, - degli amici miei; fateli passare. Persone amabilissime, - aggiunse poi quando il cameriere fu andato via, - ufficiali del 97°, di cui ho fatto stamane la conoscenza in un modo piuttosto strano. Vi piaceranno molto. L'equanimità del signor Pickwick rivenne subito a galla. Il cameriere tornò, e tre gentiluomini entrarono dopo di lui. - Il luogotenente Tappleton, - disse il signor Winkle facendo le debite presentazioni - il luogotenente Tappleton, il signor Pickwick; il dottor Payne, il signor Pickwick; il signor Snodgrass lo conoscete già da stamane; il mio amico Tupman, il dottor Payne; il dottor Slammer, il signor Pickwick, il signor Tupman, il dottor Slam... Qui il signor Winkle si fermò di botto; perchè una forte emozione era visibile sul volto così del signor Tupman, come del dottore. - Ho già altra volta incontrato questo signore, - disse il dottore con enfasi. - Davvero? - esclamò il signor Winkle. - Ed anche... anche quell'individuo lì, se non m'inganno, - riprese il dottore, abbassando un'occhiata indagatrice sullo sconosciuto dall'abito verde. - Mi pare di aver fatto ieri sera a cotesto individuo un invito molto pressante, che egli trovò opportuno di declinare. - Così dicendo il dottore guardò sdegnosamente allo sconosciuto, e disse alcune parole all'orecchio del suo amico luogotenente Tappleton. - Davvero! - disse questi quando il dottore ebbe parlato. - Proprio, sul serio, - rispose il dottor Slammer. - Dovete senz'altro prenderlo a calci adesso adesso, - borbottò il proprietario dello sgabello con grande importanza. - Chetatevi, Payne, - venne su il luogotenente. - Permettete che io vi domandi, signore, - disse poi volgendosi al signor Pickwick, il quale non si raccapezzava a questa scena sconvenientissima, - permettete che io vi domandi, signore, se quell'individuo appartiene alla vostra brigata? - No, signore, - rispose il signor Pickwick, - non è che un nostro commensale. - È socio anch'egli del vostro Circolo? - domandò ancora il luogotenente. - Certamente no, - rispose il signor Pickwick. - E non porta mai l'uniforme del Circolo? - No, mai! - rispose lo stupito signor Pickwick. Il luogotenente Tappleton si voltò di nuovo al dottor Slammer, con una leggiera scrollatina di spalle, come per significare un suo dubbio sull'accuratezza della memoria dell'amico suo. Il piccolo dottore pareva esasperato ma confuso; e il signor Payne fissava con uno sguardo pieno di ferocia la serena fisionomia dell'inconscio signor Pickwick. - Signore, - esclamò il dottore, volgendosi di botto al signor Tupman in un certo tono che fece trasalire questo degno uomo così visibilmente come se una mano maligna gli avesse ficcato uno spillo nel polpaccio della gamba, - siete stato al ballo quassù, ieri sera? Il signor Tupman balbettò un debolissimo sì, senza togliere un sol momento gli occhi dal signor Pickwick. - Quella persona lì vi accompagnava, - disse il dottore additando lo sconosciuto sempre impassibile. Il signor Tupman ammise il fatto. - Ora, signore, - disse il dottore allo sconosciuto, - vi domando ancora una volta, in presenza di questi signori, se vi piace darmi il vostro biglietto ed esser trattato da gentiluomo, o se volete mettermi nella necessità di castigarvi qui con le mie proprie mani? - Un momento, signore, - disse il signor Pickwick; - davvero io non posso permettere che questa faccenda vada più oltre senza qualche spiegazione. A voi, Tupman, esponete i particolari del fatto. Il signor Tupman, con tanta solennità apostrofato, espose il fatto in brevi parole; toccò appena dell'abito preso a prestito; si fermò non poco a far notare come la cosa fosse avvenuta dopo desinare; conchiuse con alcune parole di pentimento per conto proprio; e lasciò lo sconosciuto a sbrigarsene il meglio che potesse. Egli era, a quanto pareva, sul punto di farlo, quando il luogotenente Tappleton, che in questo mentre l'aveva osservato con attenta curiosità, domandò con tono di grande disprezzo: - Non vi ho già veduto a teatro, signore? - Certamente, - rispose tranquillamente lo sconosciuto. - È un commediante, - disse il luogotenente con disprezzo, volgendosi al dottor Slammer. - Recita nella commedia che gli ufficiali del 52° mettono su domani sera al teatro di Rochester. Non potete andare oltre in questo affare, Slammer, impossibile! - Assolutamente! - disse il dignitoso signor Payne. - Son dolente di avervi messo in questa disgraziata situazione, - disse il luogotenente Tappleton indirizzandosi al signor Pickwick; - permettetemi però di aggiungere che il miglior modo di evitare che si rinnovino di queste scene, è di essere più guardingo nella scelta dei vostri compagni. Buona sera, signore! - e il luogotenente voltò le spalle ed uscì dalla camera. - E permettetemi di dirvi, signore, - disse l'irascibile dottor Payne, - che se io fossi stato nei panni di Tappleton, o in quelli di Slammer, vi avrei rotto il naso, signore, nonchè il naso di tutti quanti voi, uno per uno. Sicuro, proprio così. Mi chiamo Payne, signore; dottor Payne del 43°. Buona sera, signore. E conchiuso così il suo discorso e pronunciate in una chiave molto alta le ultime tre parole, il dottor Payne seguì con passo maestoso le pedate del suo amico, e si tirò dietro il dottor Slammer, il quale non disse verbo, ma si contentò di annichilire la brigata con una semplice occhiata Durante tutte queste provocazioni, uno stordimento maraviglioso ed una rabbia crescente aveano gonfiato il nobile seno del signor Pickwick sino al punto di fargli quasi scoppiare la sottoveste. Restò come inchiodato al suolo, guardando nel vuoto, e non fu richiamato a se stesso che dal rumore che fece la porta chiudendosi. Si slanciò con le furie nel viso e le fiamme negli occhi. Avea già posto la mano sulla serratura; un altro minuto, e quella stessa mano avrebbe afferrato alla gola il dottor Payne del 43°, se il signor Snodgrass trattenendo per la falda del soprabito il suo riverito condottiero non lo avesse a forza tirato indietro. - Trattenetelo, per carità! - gridò il signor Snodgrass, - Winkle, Tupman, trattenetelo! Egli non deve mettere a repentaglio la sua nobile esistenza per una causa come questa. - Lasciatemi! - disse il signor Pickwick. - Tenetelo fermo! - gridò il signor Snodgrass; e mediante gli sforzi combinati di tutta la brigata, il signor Pickwick fu sprofondato in una poltrona - Lasciatelo stare, - disse lo sconosciuto dall'abito verde. - Un sorso di ponce. Stomaco leonino, vecchio arzillo, bravo. Giù! bevanda impareggiabile. Avendo prima assaggiato la bontà della bevanda preparata dall'uomo-cataletto, lo sconosciuto accostò il bicchiere alle labbra del signor Pickwick, e vuotò da sè in un batter d'occhio il resto del contenuto. Vi fu una breve pausa. L'acquavite nell'acqua avea fatto il suo effetto; l'amabile fisionomia del signor Pickwick tornava a splendere dell'usata sua luce. - Non sono degni della vostra attenzione, - disse l'uomo-cataletto. - Avete ragione, signore, - rispose il signor Pickwick, - non ne sono degni; mi vergogno anzi di essermi lasciato trasportare dal calore dei miei sentimenti. Accostatevi alla tavola, signore. L'uomo lugubre obbedì: di nuovo si fece circolo intorno alla tavola, e il buon accordo fu ristabilito. Un residuo d'irritazione faceva capolino di tratto in tratto negli occhi del signor Winkle, dovuto probabilmente al prestito temporaneo dell'uniforme, benchè non si possa ragionevolmente supporre che una circostanza di così poco conto avesse acceso un sentimento di sdegno, anche passeggiero, in un seno pickwickiano. Meno questa nuvoletta, il buon umore tornò a regnare, e la serata fu chiusa con la medesima cordialità con la quale era stata aperta. IV. Rivista e bivacco. Nuovi amici, ed un invito in campagna. Non pochi autori hanno una certa ripugnanza, non so se più ridicola o disonesta, a riconoscere le fonti alle quali attingono le loro migliori informazioni. Noi non facciamo che studiarci di compiere onorevolmente i doveri che ci sono imposti dalla nostra qualità di editori; e qualunque ambizione avremmo potuto sentire in altre congiunture nel far valere un titolo alla diretta paternità di queste avventure, l'amore che portiamo alla verità c'impedisce di far valere ogni altro merito che non sia quello della loro giudiziosa disposizione ed esposizione fedele. Le carte del Circolo Pickwick sono le nostre sorgenti, e noi possiamo essere paragonati ad una compagnia di esplorazione. I lavori altrui ci hanno preparato un grandioso serbatoio di fatti importanti. Noi non facciamo che distenderli, e comunicarli via via per un canale limpido e piano, al mondo assetato di notizie pickwickiane. Animati da questo spirito e fermi nel nostro proposito di riconoscerci debitori delle autorità che abbiamo consultato, diciamo francamente che al libro di appunti del signor Snodgrass dobbiamo i particolari riferiti in questo capitolo e nel seguente; particolari che - sgravata così la nostra coscienza - verremo ora esponendo senza commenti ulteriori. L'intiera popolazione di Rochester e delle città circonvicine si levò di buon'ora dai suoi letti il giorno appresso, in uno stato d'insolita confusione e di eccitamento. Una grande rivista militare doveva aver luogo. Una mezza dozzina di reggimenti avrebbero manovrato sotto gli occhi aquilini del comandante in capo. S'erano costruite delle fortificazioni temporanee, la cittadella doveva essere attaccata e presa, ed in ultimo si sarebbe messo fuoco ad una mina. Il signor Pickwick, come il lettore avrà potuto argomentare dal breve estratto recato più su della sua descrizione di Chatham, era un ammiratore entusiasta dell'esercito. Nessun altro spettacolo gli sarebbe giunto più gradito di questo; e nient'altro avrebbe potuto così bene accordarsi coi sentimenti dei suoi compagni. In conseguenza furono subito in piedi, e si avviarono al teatro dell'azione verso il quale si versava già da tutte le parti un nugolo di gente. L'aspetto generale del campo mostrava chiaramente che la cerimonia imminente era delle più grandiose ed importanti. C'erano qua e là delle sentinelle per guardare il terreno riservato alle truppe, e sulle batterie parecchi domestici stavano di guardia ai posti per le signore. Dei sergenti correvano su e giù, con sotto il braccio registri rilegati in cartapecora, e il colonnello Bulder, a cavallo, in grande uniforme, galoppava ora da una parte ed ora dall'altra, e faceva rinculare il cavallo fra la calca dei curiosi, e lo facea volteggiare e corvettare, e gridava in modo allarmatissimo, con una voce terribile e strozzata, rosso come un tacchino, senza nessuna ragione plausibile. Degli ufficiali correvano avanti e indietro, prima comunicando col colonnello Bulder, poi dando ordini ai sergenti, e poi scappando in fretta; e perfino i semplici soldati guardavano di sotto al loro lucido cuoiame con un'aria di misteriosa solennità, che dimostrava abbastanza la specialità dell'occasione. Il signor Pickwick e i suoi tre compagni presero posto nella prima fila della folla, e pazientemente stettero ad aspettare che le manovre incominciassero. La folla cresceva a tutti i momenti; e gli sforzi ch'essi dovevano fare, per non perdere la posizione guadagnata, li tennero sufficientemente occupati nelle due ore che seguirono. Una volta, per una subita spinta dalla parte di dietro, il signor Pickwick si trovava lanciato parecchi metri in avanti con una fretta ed una elasticità tutt'altro che conformi alla gravità del suo contegno; un'altra volta, gli spettatori erano pregati a dare indietro, ed allora, per avvalorare la preghiera, il calcio di un fucile cadeva sui piedi del signor Pickwick o gli veniva puntato in petto. Poi un gruppo di capi ameni a sinistra, dopo essersi spinti in massa da una parte come se qualcuno spingesse loro, ed avere spremuto il signor Snodgrass fino al grado estremo della tortura, gli domandavano in cortesia "che cos'è che lo faceva spingere", e quando il signor Winkle avea sfogato la sua indignazione per questo assalto non provocato, una persona da dietro gli calcava il cappello sugli occhi pregandolo che gli facesse la finezza di mettersi la testa in saccoccia. Questi, ed altri tratti di spirito in azione, aggiunti all'assenza inesplicabile del signor Tupman (che era scomparso di botto e non era più reperibile), rendevano in complesso la loro situazione piuttosto incomoda che piacevole o desiderabile. Alla fine corse fra la folla quel sordo mormorio che suole annunziare l'arrivo di una qualunque cosa aspettata. Tutti gli occhi si volsero dalla parte del forte. Pochi momenti di ansiosa aspettazione, e subito si videro sventolare delle bandiere, e luccicare delle armi ai raggi del sole: colonna su colonna si versarono sul campo. Le truppe fecero alto e si ordinarono; il grido del comando corse lungo le file; si udì un fragore generale di moschetti, quando si presentarono le armi, e il comandante in capo, accompagnato dal colonnello Bulder e da molti ufficiali, galoppò lungo la fronte. Le bande militari dettero dentro; i cavalli si alzarono su due piedi, rincularono, dimenarono le code in tutte le direzioni; i cani latrarono, la folla levò le alte grida, le truppe stettero ferme, e dall'una e dell'altra parte fin dove l'occhio poteva giungere non si vide che una estesa prospettiva di tuniche rosse e di calzoni bianchi, fissi ed immobili. Il signor Pickwick era stato occupato a tenersi ritto e a strigarsi, quasi miracolosamente, dalle gambe dei cavalli, da non aver agio per osservare la scena che gli stava davanti fino a che non ebbe preso l'aspetto che abbiamo appunto descritto. Quando gli riuscì finalmente di star fermo sulle gambe, il piacere e la soddisfazione che lo invasero non ebbero limiti. - Ci può essere niente di più bello? - domandò egli al signor Winkle. - Niente, - rispose questi, il quale per un quarto d'ora avea tenuto un omicciattolo sui piedi. - È uno spettacolo veramente nobile e brillante, - disse il signor Snodgrass, nel cui seno erompeva una subita fiamma di poesia, - il vedere i bravi difensori della patria schierati in bell'uniforme davanti ai pacifici cittadini; coi volti raggianti, non già di bellicosa ferocia, ma di gentilezza civile; cogli occhi fiammeggianti, non già del fuoco distruttore della rapina e della vendetta, ma della dolce luce dell'umanità e dell'intelligenza. Il signor Pickwick entrò pienamente nello spirito di questo elogio, ma non potette farvi eco; perchè la dolce luce dell'intelligenza splendeva piuttosto debolmente negli occhi dei guerrieri, essendo proprio in quel punto dato il comanda di fisil: sicchè non poteva veder altro lo spettatore che parecchie migliaia di occhi spalancati e vacui, affatto spogliati di ogni qualunque espressione. - Siamo in una magnifica posizione, - disse il signor Pickwick, guardandosi intorno. La folla s'era a poco a poco diradata ed essi erano rimasti quasi soli. - Magnifica! - esclamarono ad una voce Snodgrass e Winkle. - O che fanno adesso? - domandò il signor Pickwick, aggiustandosi gli occhiali. - Credo.... mi pare, - disse il signor Winkle mutando di colore, - mi pare che stiano per far fuoco. - Eh via, che dite! - esclamò in fretta il signor Pickwick. - Ma.... davvero lo credo anch'io, - aggiunse il signor Snodgrass, preso da una certa agitazione. - Impossibile, - replicò il signor Pickwick. Ma aveva appena pronunciata questa parola, quando tutti i sei reggimenti abbassarono i fucili come se non avessero che una sola mira, e fecero la più terribile e spaventosa scarica, che mai abbia scosso la terra fin nel suo centro o un gentiluomo attempato fuori del suo. Fu appunto in questa critica posizione, esposto ad un fuoco di fila di cartuccie e stretto dalle varie evoluzioni delle truppe di cui un novello corpo era già sceso in campo dalla parte opposta, che il signor Pickwick spiegò quella perfetta calma e padronanza di sé, che sono le qualità insite di un animo grande. Egli afferrò il signor Winkle pel braccio, e ponendosi tra lui e il signor Snodgrass, li pregò vivamente di ricordarsi che, oltre alla eventualità di essere assordati dal fracasso, non c'era in effetto altro pericolo da temere in seguito di quella scarica. - Ma.... ma supposto che qualche soldato abbia, per una svista, caricato a palla, - notò il signor Winkle, pallido alla sua stessa supposizione - Ho udito una specie di sibilo per l'aria, proprio adesso, vicino all'orecchio. - Non sarebbe bene che ci gettassimo faccia a terra - disse il signor Snodgrass. - No, no, oramai è passata, - rispose il signor Pickwick. Poteva tremare il suo labbro, poteva impallidire la sua guancia, ma non una sola espressione di paura o di sospetto sfuggiva dalla bocca di quest'uomo immortale. Il signor Pickwick aveva ragione. Il fuoco cessò; ma non ancora aveva egli finito di congratularsi dell'accuratezza del suo modo di vedere, che un rapido movimento fu visibile nella linea: la voce roca del comando la percorse tutta, e prima che alcuno della brigata potesse formarsi una qualunque idea della novella manovra, l'intiera massa dei sei reggimenti, baionette in canna, caricò a passo accelerato proprio verso il punto preciso che il signor Pickwick e i suoi compagni occupavano. L'uomo è mortale, questo si sa; e vi è un punto oltre il quale non può andare il coraggio. Il signor Pickwick guardò per qualche istante attraverso gli occhiali alla massa compatta che s'avanzava; e poi, senza più, volse le spalle e.... non diremo fuggì - in primo luogo perchè la parola è ignobile, e in secondo, perchè la figura del signor Pickwick non si adattava per nessun verso a questa maniera di ritirata - e si allontanò al trotto, con quel tanto di rapidità che gli consentivano le gambe; la quale nondimeno fu bastevole a non farlo accorto pienamente della sua critica posizione, se non quando era già troppo tardi. Le truppe venute testè in campo dal lato opposto, che aveano gettato il signor Pickwick in una certa perplessità erano appunto destinate a respingere il simulacro di attacco dei finti assalitori della cittadella; e la conseguenza fu questa che il signor Pickwick e i suoi compagni si trovarono subitamente rinchiusi fra due linee di sterminata lunghezza; l'una che s'avanzava a passo accelerato, l'altra che aspettava a piè fermo ed in atto ostile l'urto nemico. - Ohi! - gridarono gli ufficiali della linea che s'avanzava. - Levatevi di mezzo! - gridarono gli ufficiali dell'altra linea. - Dove dobbiamo andare? - esclamarono gli agitati Pickwickiani. - Ohi, ohi, ohi! - fu la sola risposta. Vi fu un momento di gran confusione, di vertigine, un rumore pesante di passi, una confusione violenta, delle risa soffocate - e i sei reggimenti erano già lontani un cinquecento metri, e le suole degli stivali del signor Pickwick erano levate in aria. I signori Snodgrass e Winkle avevano ciascuno eseguito uno svelto capitombolo, quando il primo oggetto che colpì gli occhi del secondo, stando ancora seduto per terra e cessando di frenare con un suo fazzoletto di seta gialla tutta la rubiconda vitalità che gli usciva dal naso, fu appunto il suo venerato condottiero ad una certa distanza che correva dietro il proprio cappello, il quale se n'andava allegramente saltellando nella lontana prospettiva. Pochi momenti vi sono nella vita di un uomo, nei quali sia così ridevole il suo imbarazzo e così scarsa in altri la commiserazione, come quando egli si trova ad inseguire il suo cappello. È indispensabile, in questa operazione del ricuperare un cappello volato via, una forte dose di freddezza e un grado speciale di giudizio. Non bisogna essere frettoloso, nè precipitarvisi sopra; nè d'altra parte si deve cadere nell'estremo contrario e rischiare di perderlo a dirittura. Il miglior mezzo è questo: di tener dietro dolcemente all'oggetto che si ha in mira, di essere vigile e cauto, di attendere il destro, avanzarlo di qualche passo, far poi una subita diversione, afferrarlo, e cacciarselo in capo solidamente: e tutto questo, sorridendo sempre con una certa grazia, come se la cosa vi paresse il giuoco più piacevole di questo mondo. Spirava un bel venticello, ed il cappello del signor Pickwick se n'andava rotolando e balzando allegramente. Soffiava il vento e soffiava il signor Pickwick, e il cappello seguitava a balzare e a rotolare come un pesce vivace nella corrente; ed avrebbe seguitato chi sa fin dove la sua corsa se non fosse stato provvidenzialmente arrestato, proprio nel punto che il signor Pickwick lo abbandonava al suo fato. Il signor Pickwick, dicevamo, era completamente stremo di forze e stava per rinunciare alla sua caccia, quando il cappello fu sbattuto con alquanta violenza contro la ruota di una carrozza, che stava in riga con un'altra mezza dozzina di veicoli sul punto verso il quale i passi di lui erano diretti. Il signor Pickwick, scorgendo il suo vantaggio, si slanciò di botto, assicurò la sua proprietà, se la piantò in capo e sostò per riprender fiato. Non era stato così mezzo minuto, quando udì il suo nome pronunciato alto da una voce, che subito riconobbe per quella del signor Tupman, e alzando gli occhi fu colpito da una vista che lo colmò di sorpresa e di soddisfazione. In una carrozza scoperta, dalla quale, a motivo della folla erano stati staccati i cavalli, stavano in piedi un vecchio e grosso signore in soprabito turchino e bottoni di metallo, calzoni di velluto e stivali a tromba, due signorine in piume e sciarpe, un giovanotto innamorato, a quanto pareva, di una delle due signorine in piume e sciarpe, una signora d'incerta età, probabilmente zia delle medesime, e il signor Tupman, così tranquillo e disinvolto come se avesse fatto parte della famiglia dai primi momenti della sua infanzia. Dietro la carrozza era strettamente legata una canestra di vaste dimensioni - una di quelle canestre che per una vaga associazione di idee non mancano mai di destare in una mente contemplativa visioni di polli rifreddi, lingue e bottiglie di vino - e a cassetta sedeva, in uno stato di profonda sonnolenza, un ragazzo grasso e rubicondo, che un arguto osservatore avrebbe subito riconosciuto pel dispensiere ufficiale del contenuto della canestra suddetta quando il tempo opportuno per la distribuzione di quello fosse arrivato. Il signor Pickwick avea gettato un rapido sguardo su questi oggetti interessanti, quando fu di nuovo chiamato dal fedele discepolo. - Pickwick, Pickwick! - gridò il signor Tupman, - salite qui, salite. - Venite, signore, montate, vi prego, - disse il signore grosso. - Joe! maledetto ragazzaccio, s'è rimesso a dormire. Joe, abbassa il predellino. Il ragazzo grasso discese lentamente dalla sua serpe, abbassò il predellino, e si fece da lato tenendo aperto lo sportello. I signori Snodgrass e Winkle arrivavano in questo momento. - C'è posto per tutti, signori miei, - disse il signore dagli stivaloni. 3/4 Due dentro e uno in serpe. Joe, tirati da parte per uno di questi signori. Andiamo, su! - e il grosso signore stese il braccio e tirò su a forza prima il signor Pickwick e poi il signor Snodgrass. Il signor Winkle montò in serpe, il ragazzo grasso gli si inerpicò a fianco ed immediatamente si riaddormentò. - Or bene, signori, - riprese il vecchio signore, 3/4 contentissimo di vedervi. Forse non vi ricordate di me, ma io vi conosco benissimo. Ho passato parecchie sere al vostro Circolo l'inverno scorso. Ho colto qui stamani il signor Tupman e m'ha fatto tanto piacere di vederlo. E così, come state? Avete la faccia della buona salute, perbacco! Il signor Pickwick espresse le sue grazie e ricambiò al vecchio signore la sua stretta di mano. - Bravissimo! e voi, signore, come state? (volgendosi al signor Snodgrass con paterna sollecitudine) Egregiamente, eh? bravo, bravo. E voi, signore? (al signor Winkle). Benissimo, tanto piacere di sentire che state bene. Tanto tanto piacere. Le mie figlie, signori, le mie ragazze; ed ecco qua mia sorella, la signorina Rachele Wardle. È signorina e non è signorina; eh, che vi pare? E il grosso signore, ridendo di tutto cuore, ficcò scherzosamente il gomito fra le costole del signor Pickwick. - Via, via, fratello! - disse la signorina Wardle con un sorriso supplichevole. - È la verità, - riprese il grosso signore, - e nessuno può negarla. Scusate, signori; vi presento il mio amico signor Trundle. Ed ora che vi conoscete tutti, stiamo allegri e senza complimenti, e vediamo che si fa adesso; ecco quel che dico io. E il vecchio signore si mise gli occhiali, e il signor Pickwick sfoderò il suo cannocchiale, e tutti stettero in piedi nella carrozza, guardando l'uno di sopra le spalle dell'altro alle evoluzioni militari. Mirabili evoluzioni erano queste. Una fila tirava di sopra alle teste di un'altra fila e scappava via; e poi l'altra fila tirava di sopra alle teste di un'altra fila, e scappava via alla sua volta; e poi si formavano quadrati con gli ufficiali nel centro; e poi si scendeva nelle trincee da una parte con apposite scale, e si ascendeva dall'altra parte col medesimo mezzo, e si abbattevano barricate di canestre, e la condotta generale delle truppe era delle più coraggiose che si possano immaginare. Sulle batterie i cannonieri ficcavano in enormi cannoni strofinacci immani e pestelli giganteschi, e vi era tale preparazione per caricarli e tanto fracasso quando sparavano, che l'aria intorno risuonava delle alte grida delle signore. Le signorine Wardle erano così spaventate, poverine, che il signor Trundle fu assolutamente obbligato a sostenerne una, mentre il signor Snodgrass sosteneva l'altra; e la sorella del signor Wardle fu presa da un tale attacco di nervi, che il signor Tupman riconobbe l'urgente necessità di cingerle con un braccio la vita per non farsela cadere addosso. Tutti erano eccitati, meno il ragazzo grasso, il quale se la dormiva saporitamente come se il tuonar del cannone fosse stata la sua ninnanna. - Joe, Joe! - gridò il vecchio signore, quando la cittadella fu presa, e assedianti e assediati sedettero insieme a desinare. - Maledetto ragazzo, s'è addormentato di nuovo. Fatemi la finezza di pizzicarlo, signore; alla gamba, sapete; non c'è altro per destarlo; così, grazie. Apri la canestra, Joe. Il ragazzo grasso, che in effetto era stato scosso dalla compressione di una parte della sua gamba fra l'indice e il pollice del signor Winkle, discese di nuovo dalla cassetta, e si mise a sciogliere la canestra con maggiore sveltezza che dalla sua prima indolenza non si potesse aspettare. - Ora, ci dobbiamo un po' stringere, - disse il signore grasso. E dopo molti scherzi sullo spremere delle braccia delle signore, e molti rossori alla giocosa proposta che le signore si mettessero a sedere sulle ginocchia degli uomini, tutta la brigata fu insaccata nella carrozza; e il signore grasso procedette a distribuire il contenuto della canestra, pigliandolo dalle mani del ragazzo grasso ch'era montato apposta di dietro. - Adesso, Joe, coltelli e forchette. I coltelli e le forchette furono distribuiti e le signore e i signori di dentro, e il signor Wardle a cassetta, furono tutti favoriti di questi utili strumenti. - I piatti, Joe, i piatti. E il medesimo processo fu seguito nella distribuzione delle maioliche. - Adesso, Joe, i polli. Maledetto ragazzo, s'è addormentato da capo. Joe, Joe! - (Vari colpi sulla testa con un bastone, e il ragazzo grasso, con qualche difficoltà, si scosse dalla sua letargia). - Via, date qua i commestibili. C'era qualche cosa nel suono di quest'ultima parola, che valse a destare completamente il ragazzo dormiglione. Balzò in piedi; e i suoi occhi imbambolati, mezzo affondati nelle guance paffute, si accesero di orrida luce fissandosi sul cibo, via via che lo tirava fuori dalla canestra. - Su, svelto, - disse il signor Wardle, vedendo il ragazzaccio che se ne stava in muta contemplazione sopra un cappone dal quale sembrava assolutamente inabile a separarsi. Il ragazzo sospirò profondamente e, dando un'occhiata tenera a quella simpatica grassezza, lo consegnò di mala voglia al suo padrone. - Bravo, così, e svelto. Adesso la lingua; il pasticcio. Bada al vitello e al prosciutto; occhio ai gamberi, togli l'insalata dal tovagliolo, dà qua il condimento. Tali furono gli ordini che uscirono uno sull'altro dalla bocca del signor Wardle, mentre egli passava nella carrozza le varie vivande descritte, e metteva piatti nelle mani di tutti e sulle ginocchia di tutti, in numero infinito. - Delizioso, eh? 3/4 domandò poi quando si dette mano all'opera di distruzione. - Deliziosissimo! - esclamò il signor Winkle, che scalcava un pollo a cassetta. - Un bicchiere di vino? - Obbligatissimo, con piacere. - Non è meglio che vi pigliate una bottiglia per voi? - Troppo buono, grazie. - Joe! - Sissignore. (Non dormiva questa volta, essendo riuscito in quel punto a sottrarre un pasticcetto di vitello). - Una bottiglia di vino al signore in serpe. Al piacere del nostro incontro, signore. - Grazie. Il signor Winkle vuotò il bicchiere e si posò la bottiglia accanto. - Vorreste farmi il piacere?... - disse il signor Trundle al signor Winkle. - Volentierissimo, - rispose il signor Winkle al signor Trundle. E trincarono insieme, e poi bevvero tutti, non escluse le signore. - Come fa la vezzosa quella cara Emilia col signore forestiero! - bisbigliò all'orecchio del fratello Wardle la zia ragazza con vera invidia di zia ragazza. - Oh, so di molto io! - disse il vecchio signore. - Cosa naturalissima, mi pare. Signor Pickwick, un po' di vino? Il signor Pickwick, immerso in una accurata investigazione delle viscere del pasticcio, non se lo fece dire la seconda volta. - Emilia mia, - disse la zia zitella con un'aria di protezione, - non parlate così forte, cara. - Dio buono, zia! - La zia e il vecchietto la vorrebbero tutta per sè, - bisbigliò la signorina Isabella Wardle all'orecchio della sorella Emilia. Le due signorine risero di cuore, e la zia si sforzò di fare il viso amabile, ma non vi riuscì. - Hanno tanta vivacità coteste ragazze! - disse la signorina Wardle al signor Tupman con tuono gentilmente pietoso, come se la vivacità fosse merce da contrabbando e il possederla senza una licenza in tutta regola fosse criminoso. - Oh, sicuro che ne hanno! - rispose il signor Tupman, non dando quella precisa risposta che era aspettata - È un vero piacere. - Eh, eh! - fece la signorina Wardle con una sua tosserella di dubbio. - Permettete? - disse il signor Tupman, con la sua voce più insinuante, toccando con una mano il polso dell'incantevole Rachele, e con l'altra alzando la bottiglia. - Permettete? - Oh, vi pare! Il signor Tupman aveva una cert'aria molto efficace; e la signorina Rachele manifestò il suo timore che ci avessero ad essere altre scariche, nel qual caso, naturalmente, avrebbe di nuovo avuto bisogno di essere sorretta. - Vi paiono graziose le mie care nipoti? domandò basso al signor Tupman la zia affettuosa. - Mi parrebbero, se non fosse presente la zia, - rispose prontamente il Pickwickiano con un tenero sguardo - Oh, cattivo! Ma davvero, se avessero la carnagione un tantino più chiara, non vi pare che sarebbero carine... al lume di candela? - Sì, credo, - rispose il signor Tupman con aria indifferente. - Ah, briccone! capisco quel che stavate per dire. - Che cosa? - domandò il signor Tupman, il quale non stava veramente per dir niente. - Stavate per dire che Isabella si curva un poco, non lo negate, via! Ebbene, sì, avete ragione; e certamente se c'è cosa che renda brutta una ragazza è questo difetto del curvarsi. Glielo dico sempre io, che quando si farà più grande, sarà orribile. Il fatto è che siete un birbone! Il signor Tupman non aveva obbiezioni a buscarsi una riputazione a così buon mercato; sicchè fece un viso pieno d'intelligenza e sbozzò un sorriso misterioso. - Che sorriso ironico! - esclamò la signorina Rachele; - davvero che voi mi fate una gran paura. - Io! - Oh, non potete nascondermi niente, sapete. Io capisco benissimo che cosa vuol dire quel sorriso. - Che cosa? - domandò il signor Tupman, che non lo sapeva lui stesso nemmen per ombra. - Vuol dire, - disse l'amabile zia abbassando più la voce, - vuol dire che il curvarsi d'Isabella non vi pare così brutto come la prontezza di Emilia. Così è, non c'è che dire! Non vi potete figurare che pena mi fa qualche volta; arrivo a piangerne per ore ed ore. Quel caro uomo di mio fratello è così buono, così ingenuo, non vede mai nulla; se per poco se n'accorgesse, son certa che gli farebbe tanto male. Vorrei poter pensare che si tratti della sola apparenza, lo spero proprio! - (E qui l'amorosa zia emise un profondo sospiro e crollò la testa in aria desolata). - Scommetto che la zia parla di noi, - bisbigliò la signorina Emilia alla sorella - Ne sono sicurissima; ha l'aria così maligna! - Credi? - disse Isabella. - Zia, zia, cara! - Sì, amore. - Ho tanta paura che vi pigliate un'infreddatura: mettetevi un fazzoletto di seta sulla testa; abbiatevi cura, vi prego; considerate la vostra età! Per meritata che fosse questa rappresaglia, era certamente la più fiera vendetta che si potesse escogitare. Nè c'è da indovinare in che forma di risposta si sarebbe sfogata l'indignazione della zia, se il signor Wardle non avesse involontariamente mutato il discorso, chiamando Joe con tutta la forza dei suoi polmoni. - Maledetto ragazzo, s'è addormentato di nuovo! - Davvero, un ragazzo straordinario, - disse il signor Pickwick; - dorme sempre a questo modo? - Se dorme! - esclamò il vecchio signore. - Va per una commissione e dorme, serve a tavola e dorme. - Strano davvero! - Altro che strano! Io sono superbo di questo ragazzo; non lo darei per tutto l'oro del mondo. Perbacco, è una curiosità, capite! Joe, via questa roba, e dà qua un'altra bottiglia Joe! Il ragazzo grasso si scosse, aprì gli occhi, ingoiò il pezzo di pasticcio che teneva in bocca nel punto che s'era addormito, e lentamente eseguì gli ordini del padrone, contemplando con aria cupida e molle i rimasugli del banchetto nel levare i piatti e rimetterli nella canestra. La novella bottiglia fu stappata e vuotata; la canestra fu legata al posto di prima; il ragazzo rimontò in serpe, gli occhiali e il cannocchiale furono aggiustati di nuovo, e le evoluzioni militari ricominciarono. Vi fu un gran buscherio di botte col relativo spavento delle signore, e poi, con soddisfazione generale, una mina scoppiò; e scoppiata che fu la mina, i militari si ritirarono e la brigata dei nostri amici seguì l'esempio dei militari. - Sicchè, - disse il vecchio signore, conchiudendo con una buona stretta di mano una conversazione a sbalzi fatta col signor Pickwick durante l'ultima parte delle manovre, - sicchè, badiamo, vi farete veder tutti domani. - Senza meno, - rispose il signor Pickwick. - Avete l'indirizzo? - Fattoria di Dingley Dell, - lesse il signor Pickwick nel suo libro d'appunti. - Precisamente. E non vi lascio per una settimana, sapete; e fatevi il conto che dovete vedere tutto quanto c'è da vedere. Se siete venuti qui per un po' di vita campagnuola, ve ne darò finchè volete. Joe, maledetto ragazzo, s'è addormentato! Joe, dà una mano a Tom per attaccare i cavalli. I cavalli furono attaccati, il cocchiere montò in serpe, il ragazzo grasso gli si appollaiò accanto, molti saluti si scambiarono, e la carrozza partì al trotto. Mentre i Pickwickiani si voltavano per darle un'ultima occhiata, i raggi del sole morente spandevano una luce rosata sui bei visi che la occupavano e cadevano in pieno sulle forme opulenti del ragazzo. Il quale aveva il mento sprofondato nel petto, e, tanto per mutare, dormiva V. Il quale, fra le altre cose, mostra nella sua brevità come il signor Pickwick prese a guidare e il signor Winkle a cavalcare, e come se la cavarono. Il cielo era limpido e calmo, l'aria balsamica, ed ogni cosa intorno raggiava di bellezza mentre il signor Pickwick, appoggiato al parapetto del ponte di Rochester, contemplava la natura ed aspettava la colazione. E la scena era tale veramente, che un animo anche meno disposto alla contemplazione ne sarebbe stato commosso. A sinistra dello spettatore ergevasi l'antica muraglia, rotta qua e là, e chinata con un suo fiero cipiglio sulla stretta baia sottostante. Dei ciuffi di alga pendenti dalle pietre smussate ondeggiavano al menomo soffio del vento, e i merli oscuri tristamente s'incoronavano di edera. Dietro questo muro sorgeva l'antico castello, colle torri sfondate, le mura crollanti, ma ancora bello della sua forza, del suo potere di un giorno, quando, settecento anni fa, risuonava biecamente di armi o si allegrava al rumore delle feste e dei canti. Dall'una o dall'altra parte, le rive della Medway, ricche di biade e di pascoli, variate qua e là da un mulino o da una chiesa; vasto e splendido paesaggio, colorato dalle ombre cangianti che rapidamente lo attraversavano a seconda delle prime nuvolette che brillavano e si dissolvevano ai raggi del sole mattutino. Il fiume, riflettendo l'azzurro limpido del cielo, scintillava di mille fuochi; e i remi dei pescatori rompevano in cadenza l'onda tranquilla che si portava lungo la corrente le loro barche pesanti ma pittoresche. Un profondo sospiro e un lieve tocco sulla spalla destarono il signor Pickwick dalla dolce meditazione. Si voltò e si trovò faccia a faccia con l'uomo-cataletto. - Contemplate questa scena? gli domandò l'uomo-cataletto. - Sì, - rispose il signor Pickwick. - E vi compiacete di esservi levato di così buon mattino? Il signor Pickwick accennò di sì col capo. - Ah! bisogna levarsi presto per vedere il sole in tutto il suo splendore, il quale non dura sempre per tutta la giornata. L'alba del giorno e l'alba della vita pur troppo si rassomigliano. - Avete ragione, signore, - disse il signor Pickwick. - Com'è comune l'adagio, - riprese a dire l'uomo-cataletto; - "è troppo bella la giornata perchè duri" e come si adatterebbe alla nostra esistenza di tutti i giorni! Che cosa non darei io per tornare ai giorni della mia fanciullezza o per dimenticarli in eterno! - Avete menato una vita molto travagliata, - disse il signor Pickwick in tono di compassione. - Molto, oh molto! Più di quanto si possa figurare chi mi vede adesso. Tacque un momento, poi di botto domandò: - V'è mai venuta l'idea, in una mattina come questa, che l'annegarsi potrebbe essere la felicità e la pace? - Dio buono, no! - rispose il signor Pickwick, scostandosi un po' dal parapetto per un'istintiva apprensione che il suo interlocutore non l'avesse buttato di sotto in via di esperimento. - Io ci ho pensato più di una volta, - disse l'altro senza badare a quell'atto - Mi pare che quell'acqua calma, fresca, vada mormorando un invito al riposo. Un tonfo, uno sprazzo, una breve lotta; nel primo momento si forma un vortice, poi l'onda s'increspa e gorgoglia; le acque si son chiuse sul vostro capo, e il mondo s'è chiuso per sempre sulle vostre miserie. L'occhio infossato dell'uomo-cataletto brillava di fosca luce. Ma l'eccitazione fu momentanea. Egli fece per allontanarsi con molta calma, dicendo: - Andiamo, basta così. Io volevo dirvi tutt'altra cosa. Ieri l'altro sera voi m'invitaste a leggere quel mio scartafaccio e mi ascoltaste attentamente. - Sì, - rispose il signor Pickwick, - e certamente ho pensato... - Non vi domando un parere, - lo interruppe quegli, - non ne ho bisogno. Voi fate un viaggio di svago e d'istruzione. Supponete ch'io vi dia un curioso manoscritto, non già curioso, badate bene, perchè strano od inverisimile, ma curioso come una pagina strappata al romanzo della vita. Lo comunichereste al Circolo di cui tante volte mi avete parlato? - Certamente, - rispose il signor Pickwick, - se così vi piacesse; e sarebbe subito inserito negli Atti. - Sta bene, lo avrete. Il vostro indirizzo? Il signor Pickwick gli comunicò il loro probabile itinerario, e l'uomo-cataletto presane nota in un suo untuoso portafogli e rifiutato recisamente il cortese invito a colazione che gli faceva il signor Pickwick, voltò le spalle e si allontanò. Il signor Pickwick trovò bell'e levati i suoi tre compagni che aspettavano lui per la colazione, la quale era già bandita ed aveva un aspetto molto tentatore. Si posero a tavola; e il prosciutto cotto, le uova, il tè, il caffè, eccetera, incominciarono a scomparire con una rapidità che dimostrava nel tempo stesso la squisitezza del cibo e il buon appetito dei consumatori. - Ed ora, alla Fattoria, - disse il signor Pickwick - Come ci andremo? - Sarebbe forse bene consultare il cameriere, - disse il signor Tupman. Il cameriere fu chiamato. - Dingley Dell, signori? quindici miglia, signori, per la scorciatoia. Carrozza di posta? - Nella carrozza di posta non si va che in due, - notò il signor Pickwick. - È vero, signore, domando scusa, signore. Una bella carrozza a quattro ruote, signore. Sedile per due persone, dietro, uno davanti pel signore che guida - oh! domando scusa, non si va che in tre. - Che fare? - esclamò il signor Snodgrass. - Forse ad uno dei signori piacerà andare a cavallo, - suggerì il cameriere, dando un'occhiata al signor Winkle; - ottimi cavalli da sella, signore; qualunque degli uomini del signor Wardle che viene a Rochester lo riporta indietro, signore. - Egregiamente, - disse il signor Pickwick. - Winkle volete andare a cavallo? Ora il signor Winkle, nelle più intime latebre del cuore, nutriva certi suoi gravi dubbi relativi alla sua abilità equestre; ma siccome per nulla al mondo avrebbe voluto che altri ne avesse sospetto, rispose subito con grande ardimento: - Certamente, col massimo piacere. Il dado era tratto; non c'era risorsa. - Fateli venire alle undici, - disse il signor Pickwick. - Benissimo, signore, - rispose il cameriere. Il cameriere si ritirò, la colazione finì, e i viaggiatori salirono alle loro camere rispettive per preparare un po' di biancheria da portarsi per l'escursione imminente. Il signor Pickwick avea già fatto i suoi preparativi e se ne stava a guardare dalla finestra del caffè la gente che passava, quando il cameriere venne ad annunziare che la carrozza era pronta; annunzio che fu subito confermato dall'apparizione della carrozza medesima dietro la finestra sullodata. Era una curiosa scatola verde piantata su quattro ruote, con dietro un sedile basso per due, che pareva una tinozza per l'uva, e davanti un seggiolino aereo per uno. Era tirata da un immenso cavallo scuro, notevole per una stupenda simmetria di ossa. Un mozzo di stalla gli stava vicino tenendo per la briglia un altro cavallo immenso, - parente stretto, a quanto pareva, di quello della carrozza, - perfettamente sellato pel signor Winkle. - Signore Iddio! - esclamò il signor Pickwick, mentre stavano ancora in terra e si mettevano i pastrani in carrozza, - Signore Iddio, chi è che deve guidare? A questo non ci avevo pensato. - Oh, voi naturalmente! - disse il signor Tupman. - Naturalmente, - ripetette il signor Snodgrass. - Io! - esclamò il signor Pickwick. - Niente paura, signore, - disse il mozzo. - Una pecora, signore; un bambino in fasce lo potrebbe guidare. - Non è ombroso eh? - domandò il signor Pickwick. - Ombroso? Non s'adombrerebbe se pure avesse ad incontrare un carico di scimmie con le code in fiamme. A quest'ultima assicurazione non c'era da ribattere. I signori Tupman e Snodgrass montarono; il signor Pickwick s'inerpicò a cassetta, e pose i piedi sopra un apposito predellino coperto da un tappeto sdrucito. - A te, bel Guglielmo, - disse il mozzo ad un suo sottoposto, - dà le guide al signore. Il bel Guglielmo, così chiamato probabilmente pei suoi capelli grassi e la faccia untuosa, pose le guide nella mano sinistra del signor Pickwick e il mozzo in capo gli consegnò una frusta nella dritta. - Ehi, ehi! - gridò il signor Pickwick, vedendo che l'immane quadrupede dimostrava una decisa inclinazione a rinculare nella finestra del caffè. - Ehi! - echeggiarono Tupman e Snodgrass dal loro sedile. - Niente, niente! uno scherzo, signori, - disse il mozzo in capo con tono incoraggiante, - tienilo un po', Guglielmo. Il mozzo in seconda frenò l'impeto della bestia, mentre il suo superiore andava ad aiutare il signor Winkle a montare a cavallo. - Dall'altra parte, signore, se non vi dispiace. - Accidenti se il signore non voleva montare a rovescio, - bisbigliò un postiglione al cameriere che se la divertiva mezzo mondo. Il signor Winkle, ricevute le debite istruzioni, s'arrampicò sulla sella, con la medesima difficoltà che avrebbe incontrato nel montare in groppa di una, fregata di prima classe. - Tutto va bene? - domandò il signor Pickwick, con un intimo presentimento che tutto andava male. - Tutto bene, - rispose debolmente il signor Winkle. - Lascia andare! - gridò il mozzo - Tenetelo stretto, signore! - e via di conserva la carrozza e il cavallo da sella, col signor Pickwick davanti alla prima, e il signor Winkle in groppa al secondo, con soddisfazione e diletto ineffabile di tutta la gente della corte. - Che cos'è che lo fa andar di fianco? - domandò il signor Snodgrass dalla scatola al signor Winkle sulla sella. - Non capisco, - rispose questi. Il suo cavallo camminava in effetto in un modo assai misterioso, cioè tutto di traverso, con la testa da una parte della via e la coda dalla parte opposta. Il signor Pickwick non era in grado di osservare questo od altri particolari, poichè tutte le sue facoltà erano assorbite dall'animale attaccato alla carrozza, il quale spiegava varie singolarità, molto interessanti per uno spettatore, ma niente affatto piacevoli per chi gli stava seduto dietro. Oltre allo scuotere continuamente la testa con gran fastidio di chi lo guidava e al tirar tanto le redini che a gran stento il signor Pickwick riusciva a tenerle in mano, aveva una strana propensione a gettarsi improvvisamente da un lato della strada, per poi fermarsi di botto e quindi slanciarsi avanti per qualche minuto con una furia che era assolutamente impossibile trattenere. - Che vuol dir ciò? disse il signor Snodgrass, quando la bestia ebbe eseguito per la ventesima volta questa manovra. - Non capisco, - rispose il signor Tupman; - mi pare che sia ombroso, o press'a poco. Il signor Snodgrass stava per rispondere, quando un grido del signor Pickwick lo interruppe. - Oh, perbacco! M'è caduta la frusta. - Winkle, - gridò il signor Snodgrass, mentre il cavaliere se ne veniva trottando sul suo immenso bucefalo, col cappello sulle orecchie, e scotendosi tutto come se la violenza di quell'esercizio stesse per ridurlo in frantumi. - Winkle, fate il piacere, raccattate la frusta. Il signor Winkle tirò la briglia del cavallo gigante fino a diventar paonazzo; ed essendo finalmente riuscito a fermarlo, smontò, consegnò la frusta al signor Pickwick, e riafferrate le redini, fece per rimontare in sella. Ora, o che il cavallo, per sua naturale disposizione umoristica volesse pigliarsi un po' di spasso innocente col signor Winkle, o che avesse pensato di poter fare il viaggio egualmente bene con o senza cavaliere, sono punti sui quali, come s'intende, non ci è dato venire ad una conclusione netta e precisa. Quali che fossero i suoi motivi, il fatto è che non sì tosto il signor Winkle avea toccato le redini, che l'animale vi passò di sotto la testa, e indietreggiò per quanto quelle eran lunghe. - Povera bestia, - disse il signor Winkle con voce carezzevole, - povera bestia, buon vecchio animale! - Ma la povera bestia non era accessibile alle lusinghe; più tentava il signor Winkle di accostarsi, e più quella si cansava; e ad onta di tutti gli artifizi e le carezze, il signor Winkle e il cavallo non fecero che girare l'uno intorno all'altro per dieci minuti di fila, in capo ai quali ciascuno dei due si trovava precisamente al posto di prima. In somma, una disgraziata situazione in qualunque circostanza, ma specialmente sopra una strada solitaria dove non c'è da avere nessuna sorta di aiuti. - Che debbo fare? - gridò il signor Winkle, quando questo giuoco fu durato un bel pezzo. - Che debbo fare? non mi riesce di pigliarlo. - È meglio che lo meniate a mano fino a che non saremo arrivati ad una barriera - rispose dalla carrozza il signor Pickwick. - Ma non vuol venire, capite, - tuonò il signor Winkle. - Venite voi e pigliatelo. Il signor Pickwick era la vera personificazione della gentilezza e dell'umanità; gettò le guide sulle groppe del cavallo, e disceso che fu dal suo elevato seggiolino, accostò la carrozza alla siepe, per chi sa qualche altro veicolo avesse a sopravvenire, e tornò indietro per assistere il desolato compagno, lasciando soli nella loro tinozza i signori Tupman e Snodgrass. Non appena il cavallo ebbe scorto il signor Pickwick avanzarsi alla sua volta con la frusta in mano, che subito mutò il movimento rotatorio, del quale fino a quel punto s'era compiaciuto, in un movimento retrogrado così determinato, che il signor Winkle attaccato ai capi delle guide fu trascinato con una certa rapidità verso il punto dal quale erano partiti. Il signor Pickwick corse in suo aiuto; ma più il signor Pickwick correva avanti e più la bestia correva indietro. Vi fu un grande scalpitio, un gran tirar di calci, ed un gran polverio; fino a che il signor Winkle, avendo le braccia quasi slogate, ebbe a lasciar presa. Il cavallo si chetò, sbarrò gli occhi, scosse la testa, voltò la schiena, e si avviò al piccolo trotto verso Rochester, lasciando il signor Winkle e il signor Pickwick a guardarsi in faccia l'un l'altro con la più profonda desolazione. Un rumore a breve distanza attrasse la loro attenzione. Alzarono gli occhi. 3/4 Potenzinterra! - esclamò fuori di sè il signor Pickwick, - ecco l'altro cavallo che se la batte! Pur troppo era vero. L'animale s'era spaventato al rumore e si sentiva le guide sulla groppa. Si capisce subito quel che doveva avvenire. Pigliò a scappare tirandosi dietro la scatola, e i signori Tupman e Snodgrass nella medesima. La corsa fu breve. Il signor Tupman si slanciò nella siepe, il signor Snodgrass ne seguì l'esempio, il cavallo portò a sbattere la carrozza contro un ponte di legno, separò le ruote dalla cassa, e la tinozza dal seggiolino, - e finalmente si fermò sulle quattro zampe a contemplare la rovina che aveva fatto. La prima cura dei due amici che stavano ancora ritti fu di strigare gli sventurati compagni dal loro ginepraio; operazione complicata che dette loro l'ineffabile soddisfazione di scoprire che non s'erano fatto alcun male, eccetto qualche strappo nei vestiti e varie lacerazioni nella pelle. La seconda cosa da fare era di staccare il cavallo e togliergli i guarnimenti. Compiuto tutto questo, la brigata si avviò a lenti passi, menando con sè il cavallo ed abbandonando la carrozza al suo fato. Dopo un'ora di cammino arrivarono ad una miserabile osteria con davanti due olmi, una tina ed una insegna; di dietro, una o due mole rotte; di fianco un orto, e tutt'intorno, ammassate in una strana confusione, persiane rotte e imposte e impannate sfasciate. Un uomo dai capelli rossi lavorava nell'orto; e a lui appunto gridò il signor Pickwick: - Ehi di casa! L'uomo rosso si rizzò, e facendosi solecchio di una mano, guardò tranquillamente ed a lungo il signor Pickwick e i suoi compagni. - Ehi di casa! - ripetette il signor Pickwick. - Ohi! - rispose l'uomo dai capelli rossi. - Quanto c'è di qui a Dingley Dell? - Sette miglia avvantaggiate. - È buona la strada? - No, punto. E data questa succosa risposta con un'altra sua occhiata indagatrice, l'uomo rosso si rimise al suo lavoro. - Vorremmo lasciar qui questo cavallo, - disse il signor Pickwick; - possiamo, eh? - Volete lasciar qui l'animale, volete? - domandò l'uomo rosso appoggiandosi al manico della vanga. - Precisamente, - rispose il signor Pickwick, che s'era intanto avvicinato, menando il cavallo per la briglia, al cancello del giardino. - Ohi, padrona! - gridò l'uomo rosso, uscendo dal giardino, e guardando fiso al cavallo, - padrona! Una femmina alta ed ossuta, diritta come una colonna, con indosso una rozza mantelletta turchina, e con la vita che le scendeva appena un par di pollici di sotto le ascelle, rispose a quella chiamata. - Potremmo lasciar qui questo cavallo, buona donna? - disse il signor Tupman avanzandosi e parlando nel tono più insinuante che sapesse. La donna squadrò con un'occhiata sospettosa i quattro viaggiatori, e l'uomo rosso le susurrò qualche cosa all'orecchio. - No, - rispose dopo un momento, - ho paura io. - Paura! - esclamò il signor Pickwick, - di che cosa ha ella paura costei? - Ci dette troppo da fare l'ultima volta, - disse la donna tornando dentro. - e di questi impicci non ne voglio più sapere. - Ecco la cosa più straordinaria che mi sia mai accaduta, - esclamò stupefatto il signor Pickwick. - Credo.... credo veramente - bisbigliò il signor Winkle mentre gli amici gli si stringevano intorno, - credo che questa gente ci pigli per ladri. - Come! - esclamò il Signor Pickwick con uno scoppio d'indignazione. Il signor Winkle modestamente ripetette la sua supposizione. - Ehi, quell'uomo! - gridò furioso il signor Pickwick, - vi credete forse che l'abbiamo rubato questo cavallo? - Altro se lo credo, eh! - rispose l'uomo rosso con una sua smorfia che gli allargò la bocca da un'orecchia all'altra. E così dicendo, voltò le spalle e sbatacchiò loro la porta sul muso. - Mi pare un sogno, - esclamò il signor Pickwick, - uno spaventevole sogno. Pensare soltanto di dover andar attorno una giornata intiera con un cavallaccio di cui non ci si può sbarazzare! Gli abbattuti Pickwickiani ripresero tristamente la loro via, seguiti dalle pesanti pedate dell'immenso quadrupede, pel quale tutti oramai provavano il più profondo disgusto. Era già verso sera quando i quattro amici e il loro compagno a quattro piedi imboccarono il viale che menava alla Fattoria; e benchè così prossimi alla meta, il piacere del viaggio fornito era di molto intiepidito dalla singolarità della loro apparenza e dall'assurda posizione nella quale si trovavano. Abiti laceri, visi graffiati, stivali impolverati, estenuazione generale, e, sopra ogni cosa, il cavallo. Oh, con che cuore il signor Pickwick mandava quel cavallo a tutti i diavoli! Di tanto in tanto avea gettato sul nobile animale qualche sua occhiata spirante odio e vendetta; più di una volta avea calcolato dentro di sè la spesa approssimativa che avrebbe potuto sopportare, segandogli a dirittura la gola; ed ora la tentazione di distruggerlo o di abbandonarlo al suo destino sulla faccia della terra, lo assalì dieci volte più forte. Fu destato da queste bieche meditazioni dal subito apparire di due figure umane ad un gomito del viale. Era il signor Wardle col ragazzo grasso, suo fido seguace. - Dove diamine siete stati? - domandò il vecchio signore. - Tutt'oggi vi ho aspettati. Mi sembrate stracchi, eh? Come! anche delle graffiature? Niente di male, spero. Bravo, mi fa piacere, tanto piacere. Sicchè, la carrozza è ribaltata? Non importa. Casi frequenti da queste parti. Joe! maledetto ragazzo, s'è addormentato. - Joe, piglia il cavallo da quel signore e portalo nella stalla. Il ragazzo grasso, tenendo il cavallo per la briglia, si pose a seguirli molle e slombato; e il vecchio signore, cercando con buone parole di consolare i suoi ospiti di quella parte di disgrazie che a loro parve conveniente di rivelare, li menò tutti verso la cucina. - Ci aggiusteremo un po' qui, - disse, - e poi vi presento su in salotto. Emma, tira fuori lo spirito di ciliege; a te, Giannina, un ago e un po' di filo; l'acqua e gli asciugamani, Mariuccia. Su, ragazze, svelte! Tre o quattro ragazzotte ben pasciute si dispersero subito in cerca dei vari articoli richiesti, mentre due testoni e due faccioni di domestici dell'altro sesso sbucarono dal loro cantuccio presso il camino (perchè, quantunque in maggio, il loro attaccamento al fuoco di legna pareva così cordiale come se si fosse a Natale), e frugarono in certi oscuri ripostigli, dai quali trassero alla luce una bottiglia di grasso lucido e una mezza dozzina di spazzole. - Su svelti! - disse da capo il vecchio signore. Ma l'esortazione era affatto superflua, perchè in meno di niente una delle ragazze versò lo spirito di ciliege, un'altra portò gli asciugamani, ed uno degli uomini, afferrando per una gamba il signor Pickwick a rischio di fargli perdere l'equilibrio, si diè a strofinargli lo stivale con tanta furia da fargli scottare i calli mentre il compagno, armato di una enorme spazzola, strigliava il signor Winkle con tutta la forza delle braccia, e faceva con la bocca quella specie di zufolio che è proprio dei mozzi di stalla quando sono intenti a questo ufficio dello strigliare una bestia. Il signor Snodgrass, compiute le sue abluzioni, si mise con le spalle al fuoco, e centellinando sibariticamente il suo spirito di ciliege, diè un'occhiata complessiva alla stanza. Egli ce la descrive di vaste dimensioni, con mattoni rossi e gran cappa di camino; il soffitto ornato di prosciutti, code di cipolle e lardo. Le pareti erano decorate di varie fruste, due o tre briglie, una sella, e un vecchio schizzettone arrugginito, con sotto una scritta che diceva: Carico, - e doveva esserlo, a vederlo, almeno da un mezzo secolo. Un antico orologio, dall'aspetto tranquillo e solenne, palpitava sordamente in un angolo; ed un altro orologio d'argento, non meno antico, pendeva ad uno dei tanti uncini che erano attaccati al muro. - Siamo pronti? - domandò il vecchio signore, quando i suoi ospiti furono ben lavati, rammendati, spazzolati e ristorati. - Prontissimi, - rispose il signor Pickwick. - Andiamo dunque! - E la brigata, dopo aver traversato varii corridoi ed essere stata raggiunta dal signor Tupman, che s'era indugiato alquanto per rubare un bacio a Emma, dalla quale era stato debitamente rimunerato con varii pugni e graffi, arrivò alla porta del salotto. - Benvenuti! - disse il vecchio signore spalancandola e passando avanti per annunziarli, - benvenuti, o signori, a Dingley Dell. VI. Una partita a carte antiquata - i versi del prete - la storia del ritorno del forzato. Molte persone raccolte nel vecchio salotto si levarono per far festa al signor Pickwick e agli amici suoi: e durante la formalità delle presentazioni, il signor Pickwick ebbe modo di osservare l'aspetto delle varie persone che gli stavano intorno, di studiarne i caratteri, d'indovinarne le inclinazioni, - abitudine, alla quale, come molti altri grandi uomini, egli si lasciava andare molto volentieri. Una signora decrepita con una gran cuffia in capo e una veste di seta scolorita - nientemeno che la madre del signor Wardle - occupava il posto d'onore a dritta del caminetto; e vari certificati della sua buona educazione da giovanetta e della condotta eccellente che n'era stata la conseguenza, adornavano le pareti intorno, come a dire saggi calligrafici di vecchia data, paesaggi non meno antichi ricamati in lana e sottolumi di seta rossa alquanto più recenti. La zia, le due nipotine e il signor Wardle, gareggiando di zelo nelle cure affettuose per la vecchia signora, si stringevano intorno al seggiolone di lei, chi col corno acustico, chi con un'arancia, chi con una boccetta d'odori, mentre due altre mani si affaccendavano a sbattere e gonfiare i guanciali che le servivano di sostegno. Dal lato opposto sedeva un vecchio signore calvo, dalla fisonomia piena di serenità e di benevolenza, il parroco di Dingley Dell; ed accanto a lui sedeva sua moglie, una bella vecchia robusta e florida, la quale dava a vedere non solo di essere assai brava nella manipolazione dei cordiali domestici per soddisfazione altrui, ma di essere anche più brava nell'assaggiarli per soddisfazione propria. Un ometto stecchito e dal viso bucherellato conversava in un angolo con un vecchio corpulento; e due o tre altri vecchi con due o tre altre vecchie stavano ritti ed immobili sulle loro seggiole, fisando con molta curiosità il signor Pickwick e i suoi compagni di viaggio. - Mamma, il signor Pickwick, - gridò il signor Wardle con quanto fiato aveva in corpo. - Ah! - fece la vecchia crollando il capo, - non sento, eh! - Il signor Pickwick, nonna! - strillarono a coro le due signorine nipoti. - Ah! - fece di nuovo la vecchia signora. - Ebbene, non fa nulla. Non gli preme certo di una vecchia della mia fatta. - Vi assicuro, signora - disse il signor Pickwick afferrando la mano della vecchia signora e parlando così forte che la sua dolce fisonomia ebbe a pigliare una tinta violacea, - vi assicuro, signora, che nessuna cosa al mondo mi piace più che il vedere una signora della vostra età a capo di una famiglia così bella, e con una cera così giovane e piena di salute. - Ah! - esclamò la vecchia signora dopo una breve pausa; - tutte cose bellissime senza dubbio, ma io non sento niente. - La nonna è un po' nervosa adesso, - disse a bassa voce la signorina Isabella Wardle; - ma da qui a poco vi rivolgerà la parola. Il signor Pickwick con un semplice cenno del capo si mostrò inchinevolissimo a secondare le debolezze dell'età, ed entrò in una conversazione generale con le altre persone presenti. - Bellissimo posto questo qui, - disse il signor Pickwick. - Bellissimo! - fecero eco ad una voce i signori Snodgrass, Tupman e Winkle. - Lo credo anch'io, eh! - disse il signor Wardle. - Non c'è un posto migliore in tutta Kent, signore, - disse l'ometto dal viso bucherellato; - non ci è davvero; sono sicuro che non c'è, signore. E l'ometto girò attorno un'occhiata di trionfo, come se qualcuno lo avesse vivamente contraddetto ed egli fosse riuscito in fin dei conti a farlo tacere. - Non c'è un posto migliore in tutta Kent, signore, - ripetette l'ometto, dopo qualche minuto di silenzio. - Meno i prati di Mullins, - osservò solennemente il signore corpulento. - I prati di Mullins! - esclamò l'altro con profondo disprezzo. - Sicuro, i prati di Mullins! - ripetette il signore corpulento. - Ottimi terreni quelli lì, - venne su un altro signore corpulento. - O sì, non c'è che dire, - aggiunse un terzo signore corpulento. - Sfido io! lo sanno tutti - disse il padrone di casa. L'ometto butterato girò attorno uno sguardo dubbioso, ma trovandosi in minoranza, prese un'aria di compatimento e non aprì più bocca. - Di che discorrono? - domandò la vecchia signora ad una delle nipotine con voce molto squillante; perchè, come sono molti sordi, essa non pareva mai tener conto della possibilità che altri l'udisse. - Discorrono dei terreni, nonna. - Che terreni? c'è qualcosa di nuovo? - No, no. Il signor Miller diceva che le terre nostre qui sono migliori dei prati di Mullins. - E che ne capisce lui? - esclamò indispettita la vecchia. - Miller è una zucca, ecco quel che è, e glielo potete dire che l'ho detto io. Così dicendo, la vecchia signora, affatto ignara di avere assai più che bisbigliato, si raddrizzò sul suo seggiolone e guardò all'ometto delinquente con occhi che schizzavano rasoi affilati. - Via, via, - disse il padrone di casa con una naturale ansietà di mutar discorso, - che direste, signor Pickwick, di una partita di whist? - Col massimo piacere, - rispose il signor Pickwick, - ma non vorrei mica che metteste su un tavolino a posta per me. - Oh, vi assicuro che la mamma ne va pazza; non è vero mamma? La vecchia signora, che era molto meno sorda su questo soggetto che su qualunque altro, rispose subito di sì. - Joe, Joe, - gridò il vecchio signor Wardle, - Joe! Maledetto... oh, eccolo; tira fuori i tavolini da giuoco. Il letargico ragazzo si sforzò, senza aspettare altri stimoli, a situare i tavolini da giuoco; uno per la Papessa Giovanna e l'altro pel whist. I giocatori di whist erano il signor Pickwick e la vecchia signora, il signor Miller e il signore corpulento. Il giuoco in giro comprendeva il resto della compagnia. Il whist procedette con tutta quella gravità e quella posatezza che giustificano il suo titolo (silenzio) e che fanno pensare quanto sia irreverente ed ignominioso l'averlo annoverato fra i giuochi. Il giuoco in giro dall'altra parte era così tumultuoso ed allegro da interrompere più di una volta le meditazioni del signor Miller, il quale non essendo assorbito fino al punto che avrebbe dovuto, ebbe a commettere diversi e non lievi crimini, che accesero terribilmente la rabbia del signore corpulento e destarono in proporzione il buon umore della vecchia signora. - Ecco qua! - disse trionfalmente il colpevole Miller, raccogliendo le carte alla fine di una mano, - non si poteva giocar meglio, mi pare: impossibile di fare una base di più. - Miller avrebbe dovuto tagliar quadri, non è vero, signore? - domandò la vecchia signora. Il signor Pickwick assentì col capo. - Proprio dovevo tagliare? - disse lo sciagurato, facendo un dubbioso appello al suo compagno. - Sicuro che dovevate, - rispose il signore corpulento con voce terribile. - Mi dispiace assai, - disse l'abbattuto Miller. - Bella consolazione, - grugnì il signore corpulento. - Due d'onori e ne abbiamo otto, - disse il signor Pickwick. Un'altra mano. - Potete farne una? - domandò la vecchia signora. - Certamente, - rispose il signor Pickwick, - Doppio, semplice e il rub. - Che detta! - esclamò il signor Miller. - Che carte! - borbottò il signore corpulento. Seguì un solenne silenzio. Il signor Pickwick di buon umore, la vecchia signora seria, il signore corpulento arrabbiato e il signor Miller mortificatissimo. - Un altro doppio, - esclamò la vecchia signora con aria trionfale, mettendo, in memoria del gran fatto, un sei pence e un mezzo penny senza impronta sotto il candeliere. - È doppia, signore, - disse il signor Pickwick. - Grazie, me n'ero accorto, - rispose il signore corpulento con rabbia concentrata. Un'altra mano sortì effetti identici, con un rifiuto incidentale del disgraziato Miller, sul quale il signore corpulento versò un diluvio d'impertinenze che durarono fino alla fine del gioco, ritirandosi poi in un angolo e rimanendo muto come un pesce per un'ora e ventisette minuti. Dopo di che, emerse dall'ombra ed offrì al signor Pickwick una presa di tabacco col fare di un uomo che si fosse determinato ad un cristiano perdono delle offese. L'udito della vecchia signora migliorava sempre più, e l'infelice Miller si sentiva tanto fuori del suo elemento quanto un delfino in un casotto da sentinella. Il giuoco in giro procedeva intanto con la medesima allegria. Isabella Wardle e il signor Trundle facevano società, Emilia Wardle col signor Snodgrass facevano lo stesso, e perfino il signor Tupman e la zia ragazza aveano stabilito una società di gettoni e di galanteria. Il vecchio signor Wardle non capiva nei panni dall'allegrezza; ed era così ameno nel tenere il banco, e le signore vecchie erano così avide di guadagnare, che tutta la tavola era un continuo frastuono di motti e di risa. C'era una vecchia signora che avea sempre da pagare una mezza dozzina di carte, destando così le risate di tutti; e quando la vecchia signora s'imbizziva per dover pagare, le risate si facevano più forti; al che la faccia della vecchia signora a poco a poco si rischiarava, e finiva anche lei per ridere più forte di tutti gli altri. Poi, quando alla zia ragazza toccava un matrimonio, le signorine tornavano a ridere, e la zia s'imbronciava; fino a che sentendosi stringere la mano di sotto alla tavola dal signor Tupman, si rischiarava anche lei, e faceva un certo viso come per dire che il matrimonio non era poi tanto lontano come qualche persona poteva credere; al che ciascuno rideva da capo, e specialmente il vecchio signor Wardle, il quale se la divertiva nè più nè meno che i più giovani della brigata. In quanto al Signor Snodgrass, non faceva altro che bisbigliare poetici sentimenti nell'orecchio della sua compagna, la qual cosa rendeva molto arguto e faceto un vecchio signore a proposito delle associazioni al giuoco e delle associazioni per la vita, e gli faceva fare varie riflessioni accompagnate da strizzatine d'occhio e colpi di tosse, che mettevano di ottimo umore tutta la brigata e specialmente la moglie del vecchio signore. E il signor Winkle veniva su ogni tanto con certi suoi motti spiritosi conosciutissirni in città e niente affatto conosciuti in campagna; e siccome tutti ne facevano le più grasse risate e dicevano che non c'era niente di simile, il signor Winkle raggiava di onore e di gloria. E il parroco benevolmente guardava attorno con occhio sereno; perchè i visi allegri che circondavano la tavola rendevano anche lui allegro; e benchè l'allegria fosse piuttosto rumorosa, pure veniva dal cuore e non dalle labbra; e questa è, in fin dei conti, la vera e buona allegria. Fra questi passatempi, la serata passò assai presto; e dopo una cenetta sostanziosa e frugale, la brigata formò un circolo davanti al fuoco, e il signor Pickwick pensò di non essersi mai sentito così felice in vita sua, e giammai così disposto a godersi il presente. - Ecco quel che mi piace, - disse il vecchio Wardle, seduto accanto al seggiolone della mamma e con una mano di lei stretta nella sua, - ecco quel che mi piace; i momenti più felici della mia vita gli ho passati accanto a questo antico focolare; ed io vi sono così affezionato, che tutte le sere vi fo una bella fiammata fino a che scotti da non reggervi più. Vedete, questa povera vecchierella soleva mettersi a sedere qui, sopra quello sgabelletto, quando era bambina, non è vero, mamma? La lagrima che scorre inconscia quando la memoria di altri tempi e di una lontana felicità viene ad un tratto evocata, bagnò la guancia rugosa della vecchia signora mentre ella crollava il capo e sorrideva malinconicamente. - Dovete scusarmi, signor Pickwick, - riprese a dire il signor Wardle dopo un breve silenzio, - se vi parlo tanto di questo antico nido; perchè gli voglio tutto il mio bene, e non ne conosco altro; le case vecchie ed i campi mi hanno l'aria di vecchi amici e così pure la nostra chiesetta tutta ornata di edera, sulla quale, a proposito, il nostro ottimo amico qui presente fece una sua canzone quando la prima volta venne fra noi. Signor Snodgrass, mi pare che il vostro bicchiere sia vuoto? - Grazie, no, è pienissimo, - rispose il signor Snodgrass, la cui poetica curiosità era stata vivamente eccitata. - Parlavate, mi pare, di una canzone sull'edera. - Dovete domandare all'amico di faccia a voi, - rispose il signor Wardle accennando con un cenno del capo al parroco. - Potrei esprimere il desiderio di udirvela ripetere? - disse il signor Snodgrass. - Davvero, - rispose il prete, - è una cosuccia da nulla; e la sola mia scusa per averla perpetrata, è che allora ero molto giovane. Comunque sia, ve la dirò, se così volete. Un mormorio di curiosità fu naturalmente la risposta; e il vecchio prete prese a recitare, con l'aiuto della sua signora che gli suggeriva qua e là, i versi in discorso. - Io l'ho intitolata, - disse, L'edera verde. Oh, è pur quest'edera la cara pianta Che le macerie cerca ed agguanta Vuol mura dirute, pietre smussate, Archi decrepiti, torri smozzate, E della polvere soltanto è ghiotta Dai mille secoli insiem ridotta. Dovunque l'anima manca e la vita Verdeggia l'edera, fresca, nutrita. Pianta fantastica, pianta curiosa È pur quest'edera, verde ed annosa. S'alza, s'inerpica, dà la scalata, Va fino al vertice, nè certo è alata. Che amplessi teneri la quercia antica Prende dall'edera, fedele amica! Umile striscia, nessun la vede, Perfin dei tumuli s'attacca al piede, E là s'abbarbica, s'alza più forte, E par che giubili sopra la morte. Pianta fantastica, pianta curiosa È pur quest'edera, verde ed annosa. Batte dei secoli l'ala funesta, I regni cadono, l'edera resta. È sempre vegeta, è sempre verde, E il suo rigoglio non scema o perde. Nulla ne stuzzica l'acre appetito Come la polvere, cibo squisito. Ingorda pascesi a due palmenti Sopra il più solido dei monumenti. Pianta fantastica, pianta curiosa È pur quest'edera, giovane e annosa. Mentre il vecchio ecclesiastico ripeteva per la seconda volta questi versi per dar agio al signor Snodgrass di trascriverli nel suo libro di appunti, il signor Pickwick osservava i lineamenti di lui con grande interesse. Quando il vecchio ebbe finito di dettare e il signor Snodgrass s'ebbe rimesso in tasca il suo libro, il signor Pickwick disse: - Scusatemi, signore, se mi permetto di fare una osservazione dopo una così breve conoscenza; ma una persona come voi deve avere assistito a molte scene ed incidenti degni di nota esercitando il nobile ufficio di ministro del Vangelo. - Qualche volta, sì, - rispose il vecchio ecclesiastico; - ma così gli uomini come le cose non hanno mai avuto un carattere più che domestico e comune, essendo chiusa in così brevi limiti la mia sfera d'azione. - Se non sbaglio, - venne su il signor Wardle, che pareva molto desideroso di far discorrere il suo amico per figurare davanti ai suoi nuovi visitatori, - se non sbaglio, avete preso degli appunti intorno a John Edmunds? Il vecchio ecclesiastico crollò leggermente il capo in segno affermativo, e si disponeva a mutar discorso, quando il signor Pickwick disse: - Perdonate, signore; potrei farmi lecito di domandare chi fosse cotesto Edmunds? - Proprio quel che voleva domandare io, - disse con calore il signor Snodgrass. - Oramai ci siete, - esclamò l'allegro signor Wardle, - e non c'è più verso di svignarvela. Dovete presto o tardi soddisfare la curiosità di questi signori; sicchè meglio è che cogliate l'opportunità e non ci pensiate altrimenti. Il vecchio ecclesiastico sorrise dolcemente e si fece avanti con la seggiola; il resto della brigata fece lo stesso, specialmente il signor Tupman e la zia ragazza, i quali molto probabilmente erano duri d'orecchio. Fu aggiustato il corno acustico della vecchia signora, il signor Miller - che durante la recita dei versi avea preso sonno - fu destato da un opportuno pizzicotto, somministratogli di sotto alla tavola dal signore corpulento suo compagno di whist, e il vecchio ecclesiastico, senza altri preamboli, incominciò il seguente racconto, al quale ci siamo presi la libertà di apporre per titolo: Il ritorno del forzato. "Quando venni qui la prima volta ad assumere il mio ufficio, - disse il vecchio ecclesiastico, - or fanno appunto venticinque anni, la persona più nota fra i miei parrocchiani era un certo Edmunds che teneva in fitto una piccola fattoria in questi dintorni. Era un cert'uomo cupo, malvagio; di pessimo cuore; infingardo e dissoluto per abitudine; crudele e feroce per indole. Oltre a quei pochi tristi e vagabondi coi quali sprecava il suo tempo girellando pei campi o ubbriacandosi alla bettola, non aveva nè un amico nè una conoscenza; lo evitavano tutti; a nessuno veniva voglia di barattar due parole con un uomo che molti temevano ed ognuno detestava. "Quest'uomo aveva una moglie ed un figlio, il quale, quand'io capitai qui, poteva avere i suoi dodici anni. Nessuno si potrà mai formare un'idea delle sofferenze acerbe di questa donna, della sua gentile sopportazione, dell'affetto sollecito con cui tirava su la sua povera creatura. Il cielo mi perdoni il sospetto poco caritatevole, ma io credo in coscienza che il marito avesse per molti anni tentato di farla morire di crepacuore. Ella sopportava tutto per amore del figliuolo e, per strana che la cosa possa parere, anche per amor del padre; perchè, con tutte le sue crudeli brutalità, ella un giorno lo aveva amato; e il ricordo di quel che egli era stato per lei le destava dentro, in mezzo alle sue torture, dei sentimenti di dolcezza e di perdono, dei quali soltanto le donne, fra tutte le creature di Dio, sono capaci. "Erano poverissimi; nè poteva essere altrimenti, stante le male abitudini del marito; ma il lavoro assiduo, infaticabile della povera donna, a tutte le ore, di giorno, di sera, di notte li teneva un po' al di sopra del bisogno. Questo lavoro però era tutt'altro che ben pagato. La gente che si trovava a passar di sera verso casa loro riferiva di avere udito dei gemiti, dei singhiozzi e delle busse; e più di una volta, quando era scorsa la mezzanotte, il ragazzo andava a picchiare alla porta di un vicino, dove era stato mandato per sottrarlo alla furia avvinazzata dello snaturatissimo padre. "Durante tutto questo tempo, la povera donna frequentava assiduamente la nostra chiesetta. Le si vedevano spesso sulla persona i segni della violenza e dei maltrattamenti. Tutte le Domeniche mattina e sera, ella veniva ad occupare il medesimo posto col fanciullo accanto; e benchè miseramente vestiti, - molto più di tanti loro vicini che si trovavano in maggiori strettezze, - erano sempre lindi e puliti. Tutti avevano un saluto amichevole ed una buona parola per la povera signora Edmunds; e quando qualche volta, all'uscir della chiesa, ella si fermava a barattar due parole con una vicina nel piccolo viale di olmi che mena al portico, o s'indugiava un poco per guardare con orgoglio ed affetto di madre al suo ragazzo sano e florido, che correva avanti facendo il chiasso coi compagni, - il suo viso emaciato s'illuminava di un'espressione di profonda gratitudine, ed ella pareva, se non lieta e felice almeno contenta e tranquilla. "Passarono cinque o sei anni; il ragazzo era diventato un giovanotto sano e robusto. Ma il tempo che avea rinforzato la complessione delicata del fanciullo e dato alle sue tenere membra il succo della virilità, avea reso la mamma curva e infermiccia. E il braccio sul quale ella avrebbe dovuto appoggiarsi non era più stretto al suo; la faccia che avrebbe dovuto rallegrarla non era più presente. Ella sedeva al solito suo posto, sulla vecchia seggiola, ma accanto a lei un altro posto era vuoto. La Bibbia era conservata con la stessa cura di una volta, coi suoi segni, con le sue pagine piegate; ma non c'era alcuno che gliela leggesse; e le lagrime cadevano grosse e frequenti sul libro e le facevano balenare gli occhi. I vicini non ismettevano dalla usata cortesia, ma la povera donna cercava evitarli voltando il capo in altra parte. Non c'era più da fermarsi oramai nel vecchio viale degli olmi, non c'era da rallegrarsi nell'aspettazione di altra felicità. La disgraziata donna studiava più che poteva come nascondersi la faccia e camminava a passo frettoloso. "Ho io bisogno di dirvi che il giovane, il quale guardando ai primi giorni della sua fanciullezza e a tutti quelli venuti appresso, non poteva ricordare altro che una lunga serie di volontarie privazioni per amor suo sofferte dalla madre, e di maltrattamenti, e d'insulti, e di violenze, - ho io bisogno di dirvi che egli con nessun riguardo all'esulcerato cuore di lei e con una colpevole ed assoluta dimenticanza di quant'ella avea fatto e sopportato per lui, s'era imbrancato con uomini depravati e vagabondi, gettandosi follemente in un cammino rovinoso, in capo al quale non poteva incontrare che la morte per sè e la vergogna per lei? Ahimè, pover natura umana! Voi già tutto questo l'avete indovinato da un pezzo. "I dolori e la sventura di questa donna infelice erano presso a toccare il colmo. Varie grassazioni erano state commesse nelle vicinanze; non si giungeva a scoprire i malfattori, onde questi imbaldanzivano. Un furto più ardito e più grave dei precedenti fu causa di una vigilanza più attiva e di una assiduità d'indagini sulla quale essi non avevano calcolato. Caddero i sospetti sul giovane Edmunds e sui tre suoi compagni. Fu arrestato, giudicato, condannato a morte. Mi suona ancora all'orecchio quel grido selvaggio di donna, che echeggiò sotto le volte del cortile quando la solenne sentenza fu pronunciata. Quel grido colpì di terrore l'anima del reo, che il giudizio, la condanna, lo stesso fantasma della morte, non aveano potuto scuotere. Le labbra, strette fino allora in atto sdegnoso, tremarono ed involontariamente si aprirono; la faccia gli si fece livida e un sudore freddo la coprì tutta; le membra erculee del colpevole si piegarono, ed egli cadde spossato sul suo banco. "Nei primi trasporti dell'angoscia, la desolata madre s'inginocchiò ai miei piedi e con tutta l'anima sua pregò l'Onnipotente, che l'aveva fino allora sostenuta in ogni più fiera avversità, di toglierla da questo mondo di miserie e di pena e di risparmiare invece la vita dell'amato figliuolo. Uno scoppio di pianto, una convulsione terribile come spero di non vederne mai più seguirono a questo primo sfogo. Mi accorsi che da quel momento le si era spezzato il cuore; ma non un lamento, non un mormorio le sfuggì più mai dalle labbra. "Era un pietoso spettacolo veder quella donna tutti i santi giorni nel cortile della prigione, studiandosi con tutta l'ansia di una madre, con tutto l'affetto, con tutte le preghiere, di ammollire il cuore di sasso dello snaturato figliuolo. Invano. Egli rimaneva cupo, ostinato, sordo ad ogni buon sentimento. Nemmeno l'inaspettata commutazione della pena in quattordici anni di deportazione giunse ad abbattere per un sol momento l'audacia della sua condotta. "Ma lo spirito di rassegnazione e di sopportazione, che aveva per tanto tempo sostenuta la povera donna, non potette combattere la debolezza fisica e l'infermità. Ella ammalò. Si trascinò ancora una volta dal letto alla prigione, ma le fallì la forza a mezza via, e cadde al suolo priva di sensi. "E allora sì, furono messe alla prova la freddezza ostentata e l'indifferenza del giovane; il colpo inaspettato lo trasse poco meno che fuori di senno. Passò un giorno e la madre non venne; ne passò un altro ed un altro, e la madre non si faceva vedere; e fra sole ventiquattr'ore egli sarebbe stato separato da lei - forse per sempre. Oh! come lo assalsero, mentre andava su e giù nell'angusta prigione, i ricordi dei primi giorni, quei ricordi da tanto tempo cancellati! che amaro sentimento lo prese della propria solitudine, della desolazione sovrastante, quando la verità gli fu nota! Sua madre, la sola parente ch'egli avesse mai conosciuta, era ammalata - forse morente - ad un miglio dal posto dov'egli stava; se fosse stato sciolto e libero, pochi minuti gli sarebbero bastati per correre al fianco di lei. Si precipitò contro il cancello, e afferrando le sbarre di ferro con l'energia della disperazione, lo scosse terribilmente; si slanciò furiosamente contro la spessa muraglia come per forzare un passaggio attraverso la pietra; ma il solido fabbricato si rideva dei suoi deboli sforzi, ed egli strinse insieme le mani e pianse come un fanciullo. "Io stesso portai il perdono e la benedizione della madre al figliuolo prigioniero; e riportai al letto di lei la solenne promessa del pentimento e la fervente preghiera del perdono. Udii con profonda pietà i mille piccoli disegni che l'uomo pentito escogitava per conforto e sostegno di lei, quando un giorno sarebbe tornato; ma io sapevo bene che molto tempo prima ch'egli potesse raggiungere il suo luogo di destinazione, sua madre non sarebbe stata più di questo mondo. "Egli partì di notte. Poche settimane dopo, l'anima della povera donna prese il volo, come ardentemente spero e solennemente credo, ad un luogo di felicità eterna e di riposo. Compii il servizio funebre sulla spoglia mortale di lei. Ella riposa nel nostro piccolo cimitero. Nessuna pietra ne indica la sepoltura. I suoi dolori furono noti agli uomini, le sue virtù a Dio. "S'era concertato prima della partenza del condannato ch'egli avrebbe scritto alla madre subito che ne avesse ottenuto il permesso, e che la lettera l'avrebbe indirizzata a me. Il padre s'era recisamente negato a vedere il figlio fin dal primo momento dell'arresto; ed era per lui affatto indifferente se quegli fosse vivo o morto. Molti anni passarono senza che di lui si avessero notizie; e quando fu trascorso più che a mezzo il tempo della pena ed io non aveva ricevuto lettere, ne conchiusi ch'egli era morto, come in effetto ne nutrivo quasi la speranza. "Il fatto è che Edmunds, arrivato a destinazione, era stato mandato assai verso l'interno del paese; alla quale circostanza è forse da attribuire il fatto che delle molte lettere spedite non una sola mi fosse recapitata. Rimase nello stesso posto per tutti i quattordici anni. Spirato che fu il termine, memore della sua prima risoluzione e del giuramento fatto alla madre, egli riprese fra innumerevoli difficoltà la via dell'Inghilterra, e se ne tornò a piedi al luogo natio. "In una bella sera di Domenica del mese di agosto, John Edmunds pose il piede nel villaggio che diciassette anni fa avea lasciato con vergogna e disgrazia. Per giungere più presto dovea traversare il cimitero. Gli si gonfiò il cuore quando oltrepassò il cancello. Gli olmi giganteschi, attraverso i cui rami il sole cadente mandava qua e là sul sentiero ombroso un raggio di viva luce, gli destarono dentro le memorie dei suoi primi giorni. Si rivide com'era allora, sospeso alla mano della mamma, tranquillamente incamminandosi verso la chiesa. Ricordavasi com'egli alzava il capo per guardare nella pallida faccia di lei; e come spesso gli occhi della povera donna si empivano di lagrime guardando lui - lagrime che gli bruciavano la piccola fronte mentr'ella si chinava a baciarlo, e facevan piangere anche lui, benchè poco allora egli sapesse quanto amare fossero quelle lagrime. Pensava quante volte avea corso lungo quel viale facendo il chiasso coi suoi compagni, volgendo il capo di tanto in tanto, per avere un sorriso della mamma o per udire la gentile voce di lei. E parve allora che un velo gli fosse strappato dalla mente, e dolci parole inascoltate, e ammonizioni spregiate, e promesse rotte, gli si affollarono nell'anima fino a che gli venne meno il cuore ed egli non potette più sopportare tanta angoscia. "Entrò nella chiesa. Il servizio di vespro era terminato e gli assistenti erano andati via, ma la chiesa era sempre aperta. I suoi passi destarono cupamente gli echi delle volte, ed egli ebbe quasi paura di trovarsi solo, tanta quiete lo circondava. Si guardò intorno. Nulla era mutato. La chiesa pareva divenuta più piccola; ma erano sempre al loro posto i vecchi monumenti ai quali tante volte egli aveva guardato con terrore infantile: c'era il piccolo pulpito col suo cuscino sbiadito; c'era la tavola della comunione davanti alla quale così spesso avea ripetuto quei comandamenti che il fanciullo venerava, e l'uomo avea poi dimenticati. Si accostò al posto che soleva occupare una volta; gli parve freddo e desolato. Il cuscino era stato rimosso e la Bibbia non c'era più. Forse sua madre occupava ora un posto più umile, o anche essendo inferma non poteva più venir da sola alla chiesa. Non osava formulare in un pensiero il timore che gli stava nell'anima. Un senso di freddo lo prese, nel momento di tornar fuori e lo fece tremare a verga a verga. "Un vecchio varcava appunto la soglia mentre egli usciva. Edmunds trasalì e diè indietro, perchè molto bene lo riconosceva; molte volte era stato a vedergli scavar le fosse nel cimitero. Che gli avrebbe detto quell'uomo, a lui tornato di così lontano? Il vecchio alzò gli occhi in viso al forestiero, gli diè la buonasera e passò oltre. Lo avea dimenticato. "Prese a discendere la collina ed entrò nel villaggio. L'aria era calda, e la gente se ne stava a sedere sugli usci o a passeggiar nei giardini, godendosi la serenità della sera e il riposo dopo il lavoro. Molti sguardi si volgevano dalla sua parte, e molte occhiate dubbiose ei dette qua e là per vedere se mai qualcuno lo riconoscesse e lo evitasse. C'erano dei visi nuovi in quasi tutte le case; in alcune gli parve riconoscere la fisonomia di qualche suo vecchio compagno di scuola, - fanciullo quando lo avea lasciato, - circondato da uno sciame di allegri bambini; vide altrove, seduto in un comodo seggiolone alla porta della casetta, un vecchio debole ed infermiccio, ch'ei già ricordava robusto ed infaticabile lavoratore. Ma tutti aveano dimenticato lui, ed egli passò oltre sconosciuto. "L'ultima luce del sole morente cadeva sulla terra colorando in rosso le gialle spighe ed allungando le ombre degli alberi, quando egli si fermò davanti all'antica casa, - alla casa dei suoi giorni infantili, verso la quale il suo cuore aveva aspirato con ineffabile intensità di desiderio durante anni lunghissimi di dolori e di prigionia. La palizzata era bassa, - benchè ei si ricordasse assai bene del tempo in cui gli era sembrata un muro altissimo. Di sopra a quella diè un'occhiata nel vecchio giardino. C'erano assai più fiori di una volta e più allegri ma gli alberi erano sempre gli stessi; ed anzi c'era proprio l'albero sotto il quale tante volte ei s'era disteso, stanco di fare il chiasso al sole, lasciandosi prendere a poco a poco dal sonno gentile e felice della fanciullezza. Si udivano squillar delle voci dentro la casa. Prestò ascolto, ma gli suonarono nuove all'orecchio; non le conosceva. Erano anche voci allegre; ed ei sapeva molto bene che quella povera vecchierella di mamma non poteva essere allegra, quando egli era via. La porta si aprì, ed una frotta di ragazzi ne sbucò, sgambettando e gridando. Il padre, con un bambino in collo, comparve sulla soglia, e tutti gli si attaccarono ai panni, e batterono palma, a palma, e presero a tirarlo perchè si unisse ai loro passi. Il condannato pensò alle tante volte che, in quel medesimo posto, egli era fuggito alla vista del padre suo. Si ricordò delle tante volte che avea nascosto sotto le lenzuola il capo tremante; e udito le dure parole, e gli aspri colpi e i singhiozzi della mamma; e benchè, nell'allontanarsi da quel luogo, egli singhiozzasse forte e si sentisse schiantare il cuore, pure aveva il pugno stretto e i denti serrati da una rabbia feroce e mortale. "E questo era il ritorno, al quale per tanti anni di fila aveva sospirato, e pel quale tanti travagli avea sopportato! Non un viso che gli desse il benvenuto, non uno sguardo di perdono, non un tetto che lo ricoverasse, non una mano che si stendesse verso la sua, - e tutto questo nel suo vecchio villaggio. E che era più, paragonata a questa, la sua solitudine nei boschi selvaggi, dove non s'incontrava mai anima vivente? "Sentì allora che nella terra lontana dell'infamia e della schiavitù, egli aveva pensato al suo luogo natio come lo aveva lasciato, non già come un giorno l'avrebbe ritrovato. La triste realtà gli diè una stretta al cuore e l'anima gli cadde. Non osava muovere domande e tanto meno presentarsi alla sola persona che probabilmente lo avrebbe accolto con pietà ed affetto. Andò avanti a lenti passi; e cansando, come un reo, la via maestra, si gettò in un prato che ben ricordava. Cadde a sedere sull'erba e si nascose la faccia fra le mani. "Non s'era accorto che un uomo era disteso sul terreno poco discosto, e che s'era volto per dare un'occhiata al nuovo venuto. Il lieve rumore gli fece alzare il capo. "L'uomo si rizzò a sedere. Era curvo della persona, ed avea la faccia gialla e rugosa Si vedeva dal vestito che apparteneva all'ospizio; pareva molto vecchio, ma assai meno per numero di anni che per dissipazione ed infermità. Sbarrava gli occhi in viso al forestiero, e benchè sulle prime gli avesse grevi e senza luce, ad un tratto s'accesero stranamente con una espressione di maraviglia o di paura, fino a che parvero volessero schizzar fuori dall'orbite. Edmunds a poco a poco si sollevò sulle ginocchia e fissò sempre più intensamente la faccia del vecchio. Si guardarono l'un l'altro in silenzio. "Il vecchio era pallido come uno spettro. Tremava tutto e cadde ginocchioni davanti a lui. Edmunds balzò ritto in piedi. Il vecchio diè uno o due passi indietro. Edmunds si avanzò. "- Parlate, - disse con voce cupa e rotta, - parlate, fatemi udire la vostra voce. "- Non ti accostare! - gridò con una bestemmia terribile il vecchio. "Edmunds si avanzò ancora. "Non ti accostare!- ripetette il vecchio. "Furente dal terrore, alzò la mazza e ne diè un colpo alla cieca sulla faccia di Edmunds. "- Padre... demonio!... - masticò questi a denti stretti. E selvaggiamente gli fu addosso, e lo agguantò per la strozza. Ma quel vecchio era suo padre; e il braccio gli ricadde senza forza lungo la persona. "Il vecchio mise uno strido acuto che suonò pei campi deserti come il lamento di uno spirito maligno. Si fece livido; un'onda di sangue gli sboccò dal naso e dalla bocca, e tinse cupamente di rosso l'erba del prato, ed egli stesso barcollò e cadde. Gli s'era rotto un vaso sanguigno; ed era già cadavere prima che il figliuolo potesse sollevarlo da quella pozza funesta. "In quell'angolo del cimitero" - riprese a dire dopo qualche momento di silenzio il vecchio ecclesiastico - "in quell'angolo del cimitero, del quale ho testè parlato, è sepolto un uomo che fu al mio servizio per tre anni dopo questo evento; e che sinceramente era contrito, penitente, umile quanto mai uomo sia stato. Nessuno fuori di me sapeva chi egli fosse e donde venisse. Ed egli era John Edmunds." VII. In che modo il signor Winkle, invece di tirare al piccione e di uccidere la cornacchia, tirò alla cornacchia e ferì il piccione. Come Dingley Dell se la vide con Muggleton e come Muggleton mangiò a spese di Dingley Dell; con altre materie istruttive ed interessanti. Le faticose avventure della giornata, o anche l'azione soporifera del racconto del prete, potettero tanto sulle disposizioni poco vigili del signor Pickwick, che, in meno di cinque minuti dopo essere stato menato nella sua comoda camera da letto, egli cadde in un sonno profondo e senza sogni, dal quale lo destarono i raggi del sole mattutino i quali dovettero montare fin sul letto come per rimproverarlo. Il signor Pickwick non era mica un poltrone, sicchè balzò subito come un bellicoso guerriero fuori della sua tenda... di lenzuola. - Bel paese, bel paese! - esclamò con un sospiro entusiastico aprendo la persiana. - E chi potrebbe più vivere per aver sott'occhio giorno per giorno tetti e lavagne, dopo avere una volta sola sentito l'influenza di una scena come questa? chi potrebbe sopportare l'esistenza in un paese dove non ci fossero altre vacche che quelle dipinte sui boccali; nè altro grano che quello ammontato nei granai; nè altro segno della presenza del dio Pane che i panini e le ciambelle? Chi potrebbe consentire a vivere la sua vita in un tal luogo? chi, domando io? E avendo così interrogato la solitudine, com'è costume di tutti i grandi uomini in simili congiunture, il signor Pickwick pose il capo fuori della finestra e girò un'occhiata all'intorno. Si elevava fino all'altezza della finestra la fragranza acre dei covoni di fieno; i cento profumi del giardino sottostante impregnavano l'aria; i prati verdeggianti s'ingemmavano di rugiada e una gemma tremolava alle foglie degli alberi appena crollate dal vento; e gli uccelli cantavano come se su ciascuna di quelle gemme attingessero l'ispirazione al loro canto. Il signor Pickwick si sprofondò in una dolce ed appassionata meditazione. - Ohè! - si sentì ad un tratto suonare all'orecchio. Guardò a destra, e non vide nessuno; volse gli occhi a sinistra e poi gli spinse avanti nella prospettiva; gli spalancò verso il cielo, ma lassù non s'aveva bisogno di lui; e allora egli fece quel che una persona volgare avrebbe fatto alla prima, - guardò nel giardino e riconobbe il signor Wardle. - Come si va? - domandò l'allegro signore, cui già il piacere che si apparecchiava a godere mozzava il fiato. - Bella giornata, eh? Piacere di vedervi così presto in piedi. Via, scendete, alla svelta. Vi aspetto qui. Il signor Pickwick non se lo fece dire due volte. Dieci minuti gli bastarono per dare un'ultima mano alla sua toilette, e allo spirar di quelli si trovò al fianco del suo ospite. - Ohè! - esclamò alla sua volta il signor Pickwick, vedendo che il suo compagno era armato di schioppo, e che un altro schioppo stava coricato sull'erba. - Che si fa qui? - Il vostro amico ed io, - rispose il signor Wardle, - si va un po' attorno prima della colazione per tirare alle cornacchie. È un buon tiratore, eh? - Così gli ho inteso dire, - rispose il signor Pickwick, - ma non l'ho mai visto tirare a niente. - Bene, almeno venisse subito. Joe! - Joe! Il ragazzo grasso, il quale sotto l'azione eccitante del mattino non pareva addormentato che per tre quarti e una frazione, emerse dalla casa. - Va su a chiamare quel signore, e digli che ci troverà nel boschetto, me e il signor Pickwick. Accompagnalo fin qui, hai inteso? Il ragazzo si mosse per eseguire la sua commissione; e il signor Wardle, portando i due fucili come un novello Robinson Crusoe, si avviò fuori del giardino. - Questo qui è il posto, - disse poi, fermandosi in un viale dopo pochi minuti di cammino. L'avvertimento era inutile, poichè l'assiduo gracchiare delle inconscie cornacchie indicava sufficientemente il loro domicilio. Il signor Wardle posò un fucile per terra e caricò l'altro. - Eccoli qua - disse il signor Pickwick; ed apparvero in effetto nella lontananza le forme dei signori Tupman, Snodgrass e Winkle. Il ragazzo grasso, non essendo ben sicuro quale di quei signori dovesse chiamare, avea pensato con singolare acume e per evitare ogni sorta di equivoci, di chiamarli tutti. - Venite, venite! - gridò il vecchio signore al signor Winkle; - un bravo tiratore della vostra fatta avrebbe dovuto essere in piedi da un pezzo, anche per una misera caccia come questa qui. Il signor Winkle rispose con un sorriso forzato, e prese il fucile che stava a terra con una espressione come avrebbe potuto essere quella di una filosofica cornacchia, impressionata dal triste presentimento di una morte violenta. Poteva bene essere astuzia, ma rassomigliava molto alla perplessità. Il signor Wardle fece un cenno del capo; e due monelli laceri, che aveano seguita fino a quel posto la brigata, incominciarono subito ad arrampicarsi sopra due di quegli alberi. - Che fanno mo quei ragazzacci? - domandò il signor Pickwick. Una certa paura lo prendeva; imperocchè egli non era ben certo che la disgraziata condizione agricola, intorno alla quale tante cose aveva inteso a dire, non avesse spinto i ragazzi dei contadini a buscarsi una sussistenza precaria e pericolosa offrendo se stessi a bersaglio dei cacciatori inesperti. - Servono per levare la caccia, - rispose ridendo il signor Wardle. - Per levare...? - Via, per spaventare le cornacchie. - Ah! questo è tutto? - Siete soddisfatto? - Perfettamente. - Benissimo. Volete che incominci? - Se vi piace, - disse il signor Winkle, lietissimo di qualunque dilazione. - Tiratevi da parte. A noi! Uno dei ragazzi gridò e scosse un ramo che aveva un nido attaccato. Una mezza dozzina di cornacchini in animato chiaccherio sbucarono per domandare di che si trattasse. Il vecchio signore per tutta risposta fece fuoco. Un uccello cadde e il resto volò via. - Raccattalo, Joe, - disse il signor Wardle. Il ragazzo si avanzò e un'ombra di sorriso gli sfiorò la faccia. Visioni indistinte di pasticci di cornacchie si disegnarono nella sua pigra immaginazione. Preso che ebbe l'uccello, rise a dirittura. Era grasso. - Ora a voi signor Winkle, - disse l'ospite, tornando a caricare lo schioppo. - Fate fuoco. Il signor Winkle si avanzò e spianò il fucile. Il signor Pickwick e i suoi amici involontariamente si fecero da parte e si rannicchiarono, per paura di quella pericolosa caduta di cornacchie, che senza dubbio sarebbe stata occasionata dalla canna micidiale del loro amico. Vi fu una pausa solenne - un grido - uno sbatter d'ali - un colpettino secco. - Ohè! - fece il vecchio signore. - Non va? - domandò il signor Pickwick. - Non ha preso fuoco, - disse il signor Winkle, il quale, a motivo forse del disappunto, era pallidissimo. - È strano, - disse il vecchio signor Wardle prendendo il fucile. - Non me l'hanno mai fatta. Ma perbacco! non ci vedo segno di capsula. - Per l'anima mia! - esclamò il signor Winkle, - mi sono scordato della capsula. Fu riparato alla leggiera omissione. Il signor Pickwick tornò ad accoccolarsi. Il signor Winkle si avanzò con aria risoluta; e il signor Tupman sporse il capo di dietro ad un albero. Il ragazzo gridò: quattro uccelli volarono, il signor Winkle fece fuoco. Si udì uno strido angoscioso che parve di uomo, non di cornacchia. Il signor Tupman avea salvata la vita ad un numero infinito d'innocui uccelletti, ricevendo nel braccio sinistro una porzione della carica. Sarebbe impossibile descrivere la confusione che ne seguì. Dire come il signor Pickwick nella prima sua furia chiamasse il signor Winkle: - Sciagurato! - come il signor Tupman giacesse disteso al suolo, col signor Winkle, livido di terrore, inginocchiato al suo fianco; - come il signor Tupman invocasse nel suo delirio un nome di donna, e poi aprisse un occhio, e poi l'altro, e poi ricadesse supino e li chiudesse tutti e due; - tutto ciò non si potrebbe riferire parte a parte, come del pari sarebbe impossibile descrivere acconciamente in che modo l'infelice s'andò ripigliando, come gli fu fasciato il braccio coi fazzoletti da naso, e come finalmente fu portato a casa passo passo sulle braccia pietose degli amici suoi. Le signore stavano aspettando sulla porta del giardino l'arrivo dei cacciatori e l'ora della colazione. La zia ragazza comparve; sbozzò un suo sorriso e fece loro cenno che studiassero il passo. Si capiva subito che non sapeva nulla del disastro. Poverina! Tante volte l'ignoranza è una vera benedizione del cielo. - Che cosa è? - esclamò, quando furono più vicini, Isabella Wardle. - Che ha il povero vecchietto? La zia ragazza non fece caso della malignità della nipote, o pensò che si trattasse del signor Pickwick. Agli occhi di lei Tracy Tupman era un giovanotto; ella guardava agli anni di quel caro uomo attraverso ad un cannocchiale rovesciato. - Non vi spaventate, - gridò il vecchio ospite per rassicurare le figliuole. La piccola brigata s'era così stretta intorno al signor Tupman che non si poteva ancora ben discernere la natura dell'accidente. - Non vi spaventate, - ripetette il signor Wardle. - Che c'è, che c'è? - gridarono le signore. - Il signor Tupman s'e fatto un po' male; non c'è altro che questo. La zia ragazza mise un acutissimo grido, diè in uno scoppio di risa isteriche, e cadde fra le braccia delle due nipoti. - Gettatele dell'acqua fredda sulla faccia, - disse il signor Wardle. - No, no, - bisbigliò la zia ragazza; - mi sento meglio adesso. Emilia, Bella, un chirurgo! È ferito? È morto? È... ah, ah, ah! - E qui la zia ragazza diè in uno scoppio numero due di risa isteriche, variate da qualche strillo. - Calmatevi, - pregò il signor Tupman, commosso fino alle lagrime da tanta simpatia per le sue sofferenze. - Cara, cara signora, calmatevi. - È la sua voce! - esclamò la zia ragazza; e forti sintomi di uno scoppio numero tre si svilupparono immediatamente. - Non vi agitate, ve ne prego, cara signora, - disse con tenera voce il signor Tupman. - È una cosa da nulla, ve lo giuro. - Dunque non siete morto! - esclamò l'isterica signora. - Oh, ditemi che non siete morto! - Non fate la sciocca, Rachele, - venne su il signor Wardle con una certa durezza che s'accordava poco al carattere poetico della scena. - Che diavolo significa ch'egli dica di non esser morto? - No, no, non lo sono, - rispose il signor Tupman. - Non ho bisogno di altro aiuto che del vostro. Lasciate che mi appoggi al vostro braccio, - aggiunse poi in un bisbiglio, - oh, signorina Rachele! L'agitata donna si avanzò ed offrì il suo braccio. Entrarono nella sala da pranzo. Il signor Tracy Tupman impresse dolcemente le labbra sulla mano di lei e cadde a sedere sul canapè. - Vi sentite debole? - domandò l'ansiosa Rachele. - No, non è niente. Starò meglio di qui a poco. E chiuse gli occhi. - Dorme, - mormorò la zia ragazza. (Gli organi visuali del ferito erano chiusi da circa venti secondi). - Caro, caro signor Tupman! Il signor Tupman si rizzò di scatto, esclamando: - Oh, ripetete quelle parole, ripetetele! La signora trasalì. - Voi non le avete udite, no! - disse arrossendo. - Oh sì, le ho udite! - rispose il signor Tupman. - Ripetetele. Se vi preme la mia guarigione, ripetetele. - Zitto, per carità! Mio fratello. Il signor Tracy Tupman riprese la sua prima posizione; e il signor Wardle, accompagnato da un chirurgo entrò nella camera. Il braccio fu esaminato, la ferita fasciata e giudicata di pochissimo conto; e così, sollevati gli animi di tutti, si pensò, con la gioia ch'era tornata su tutti i volti, di sollevare gli stomachi. Il solo signor Pickwick se ne stava serio e silenzioso. Il dubbio e la diffidenza gli si leggevano in viso. La sua fiducia nel signor Winkle avea ricevuto una scossa - una fiera scossa - da quanto era accaduto in quella mattina. - Siete un buon giocatore di cricket? - domandò il signor Wardle al disgraziato cacciatore. In qualunque altra occasione, il signor Winkle avrebbe risposto affermativamente. Ma sentì questa volta la delicatezza della sua posizione e modestamente rispose di no. - E voi, signore? - domandò il signor Snodgrass. - Una volta lo era, - rispose l'ospite; - ma oramai ci ho rinunziato. Appartengo al Circolo di qua, ma non piglio parte al giuoco. - Credo che oggi appunto abbia luogo la grande sfida, - disse il signor Pickwick. - Precisamente. Avreste piacere di assistervi, mi figuro. - Io, signore, - rispose il signor Pickwick, - assisto con soddisfazione ad ogni sorta di esercizii che non siano pericolosi, e nei quali la poca capacità di certa gente non metta a repentaglio la vita umana. Il signor Pickwick tacque e dardeggiò una occhiata severa sul signor Winkle, che se ne sentì accapponar la pelle. Il grand'uomo, dopo alquanti minuti, volse gli occhi in altra parte, ed aggiunse: - È prudenza lasciare il nostro amico ferito alle cure delle signore? - Non mi potreste lasciare in mani migliori, - rispose il signor Tupman. - Assolutamente, - disse il signor Snodgrass. Fu dunque stabilito che il signor Tupman resterebbe a casa, affidato alle signore; e che il resto della brigata, sotto la direzione del signor Wardle, si sarebbe avviato verso il campo dove la grande sfida dovea aver luogo, che avea destata tutta Muggleton dal suo torpore e comunicato a Dingley Dell un eccitamento febbrile. Non dovettero fare più di due miglia; e poichè ebbero a passare per sentieri solitari o viali ombreggiati e la loro conversazione non si aggirò che sulla splendida scena che da tutte le parti li circondava, il signor Pickwick fu quasi dispiacente di aver fornito il cammino quando si trovò nella via principale di Muggleton. Ogni persona, il cui ingegno sia dotato di una menoma inclinazione topografica, sa benissimo che Muggleton è una città che ha un corpo municipale, un sindaco, dei borghesi e degli elettori; e chiunque abbia dato un'occhiata agli indirizzi del sindaco agli elettori, o degli elettori al sindaco, o di entrambi al corpo municipale, o di tutti e tre al parlamento, saprà quel che avrebbe dovuto saper prima, cioè che Muggleton è un comune antico e leale, il quale accoppia uno zelo fervente pei principii cristiani ad un devoto attaccamento ai diritti commerciali. In prova di che, il sindaco, il corpo municipale e gli altri abitanti hanno in varie epoche presentato non meno di millequattrocentoventi petizioni contro la tratta dei negri in America, ed un egual numero di petizioni contro le ingerenze governative pel lavoro dei fanciulli nelle officine; sessantotto perchè si permettesse la vendita dei benefici in chiesa, e ottantasei per l'abolizione del commercio pubblico nei giorni di Domenica. Il signor Pickwick si trovava nella via principale di questa illustre città, e contemplava con occhi curiosi e con vivo interesse gli oggetti che lo circondavano. Un ampio spazio quadrato era destinato a piazza di mercato; e nel suo mezzo sorgeva un grande albero con una insegna davanti, sulla quale era figurato un oggetto molto comune in arte ma che raramente s'incontra in natura, cioè un leone turchino con tre zampe in aria e che reggevasi in equilibrio sulla punta dell'unghia centrale della quarta. Si vedevano anche un ufficio di asta pubblica, un'agenzia di assicurazione contro gl'incendi, un magazzino di grani, un altro di panni, una bottega di sellaio, una distilleria, una drogheria ed una calzoleria, - la quale ultima serviva anche alla diffusione dei cappelli, berretti, costumi da uomo e da donna, ombrelli di cotone e conoscenze utili. C'era una casa di mattoni rossi con davanti una piccola corte lastricata, e che subito si riconosceva per la casa del procuratore; e c'era anche un'altra casa sempre di mattoni rossi con gelosie alla veneziana ed una bella, piastra d'ottone che la diceva in tutte lettere proprietà del chirurgo. Alcuni ragazzi si dirigevano verso il campo della sfida; e due o tre bottegai sulla soglia dei loro magazzini davano a vedere una gran voglia di pigliar la stessa direzione, come del resto avrebbero egregiamente potuto fare senza perdere per questo un gran numero di avventori. Il signor Pickwick, fatte sommariamente queste osservazioni che a miglior tempo avrebbe poi registrato, studiò il passo per raggiungere i suoi amici, che erano usciti dalla via principale e si trovavano già a vista del campo di battaglia. Le sbarre erano a posto, come pure due tende per offrire un po' di fresco e di riposo alle parti contendenti. Il giuoco non era ancora incominciato. Due o tre giocatori dell'uno e dell'altro campo si divertivano in aria solenne a passar con disinvoltura la loro palla da una mano all'altra; e parecchi altri signori vestiti come loro in cappelli di paglia, giacchette di flanella e calzoni bianchi - un certo costume che li facea molto rassomigliare a dilettanti manovali - stavano sparsi intorno alle tende, verso una delle quali il signor Wardle guidò la brigata. Parecchie dozzine di Come state? Come si va? salutarono l'arrivo del vecchio signore; e un levarsi generale di cappelli di paglia e un inchinarsi di giacchette di flanella seguì la presentazione dei suoi ospiti come signori venuti da Londra, che erano estremamente ansiosi di assistere allo spettacolo annunziato, il quale senza dubbio sarebbe stato di loro pieno gradimento. - Credo che fareste bene a mettervi sotto la tenda, signore, - disse un signore alto e robusto che rassomigliava ad una gigantesca mezza pezza di flanella elevata sopra una coppia di federe gonfiate. - Vi ci troverete meglio, - aggiunse un altro signore robusto, che rassomigliava a capello all'altra metà della pezza sullodata. - Grazie, troppo buono, - disse il signor Pickwick. - Di qua, di qua, - riprese quel primo signore, - qui si notano i punti, è il miglior posto in tutto il campo; - e li precedette ansimando verso la tenda. - Bellissimo giuoco - nobile esercizio - ginnastica eccellente - stupendo - magnifico! - tali furono le parole che colpirono l'orecchio del signor Pickwick nell'entrar che fece nella tenda; e il primo oggetto che gli venne sott'occhio fu il suo amico dall'abito verde della diligenza di Rochester, il quale teneva cattedra in mezzo a uno scelto gruppo di giocatori di Muggleton. Era un po' meglio vestito e portava stivali; ma non c'era da pigliarlo per un altro. Il forestiero immediatamente riconobbe i suoi amici; e, spintosi avanti, afferrò per mano il signor Pickwick e lo trascinò verso una seggiola, con l'usata impetuosità, parlando sempre per venti come se ogni cosa fosse posta sotto il suo speciale patronato e sotto la sua direzione. - Di qua, di qua, - c'è da spassarsi mezzo mondo - birra a torrenti - manzo mandre intiere - mostarda a carri - splendida giornata - sedete, - fate come in casa vostra - piacere di vedervi - molto piacere. Il signor Pickwick sedette, e i signori Winkle e Snodgrass ubbidirono del pari alle cortesi ingiunzioni del loro misterioso amico. Il signor Wardle, stupefatto, guardava e taceva. - Il signor Wardle, mio amico, - disse il signor Pickwick. - Vostro amico? - Come state, caro signore? - Amico del mio amico - qua la mano, signore. E il forestiero strinse la mano del signor Wardle con tutto il calore di una intimità di molti anni, e poi si fece uno o due passi indietro per squadrarlo da capo a piedi, e poi tornò a stringergli forte la mano con più calore di prima. - E com'è che siete qui? - domandò il signor Pickwick con un sorriso tra il benevolo e il sorpreso. - Come? - Tiro alla Corona - Muggleton - trovo una società - giacchette di flanella - calzoni bianchi - rognoni al marsala - sandwiches con le acciughe - bravi amici - un incanto. Il signor Pickwick era abbastanza versato nel sistema stenografico del forestiero per argomentare da questa rapida e scucita spiegazione che egli avea fatto conoscenza, in un modo o nell'altro, con quei signori di Muggleton; e che, con quel processo ch'era tutto suo, avea subito portato la prima conoscenza a quel grado di affettuosa dimestichezza dalla quale è assai ragionevole che scaturisca un invito. Soddisfatta dunque la sua curiosità, il signor Pickwick si aggiustò gli occhiali sul naso e si preparò ad osservare il giuoco che appunto era cominciato. Muggleton apriva la giostra; e l'interesse divenne vivissimo quando si videro i signori Dumkins e Podder, due dei più famosi membri del circolo delle boccie, avanzarsi armati di palette verso gli sportelli loro assegnati. Il signor Luffey, l'ornamento più splendido di Dingley Dell, era destinato a respingere le palle del terribile Dumkins, e il signor Struggles fu eletto per rendere il medesimo servigio all'invitto Podder. Vari giuocatori furono sparsi per tener d'occhio le palle qua e là per il campo, e ciascuno si pose nell'atteggiamento prescritto, cioè con una mano per ginocchio e chinato il più che potesse come per offrire la schiena al salto di qualche principiante al giuoco del cavallo. Tutti i giocatori corretti fanno così; e si crede veramente che sia assolutamente impossibile di veder venire una palla stando in diversa posizione. I giudici di campo furono situati dietro gli sportelli; si disposero gl'incaricati dei punti, e un silenzio profondo si fece. Il signor Luffey si ritirò di qualche passo dietro lo sportello dell'impassibile Podder, e per qualche secondo tenne la palla contro l'occhio destro. Dumkins, con gli occhi fissi sui movimenti di Luffey, aspettava con gran sicurezza l'arrivo di quella. - A voi! - gridò ad un tratto il maestro del campo. La palla volò dalla mano, rapidissimamente diretta a colpire il centro dello sportello. L'accorto Dumkins parò a tempo; la ricevette sulla punta della paletta e la fece rimbalzar lontano di sopra alle teste delle vedette, che s'erano appunto chinate di più per lasciarla passare. - Correte, correte - un'altra! A voi, su! Tirate - prendete - fermatela! Un'altra! no, sì, no, gettatela, gettatela! - Tali furono le grida che seguirono il primo colpo, alla conclusione del quale Muggleton avea guadagnato due punti. Nè Podder dal canto suo fu tardo a coprir di allori se stesso e Muggleton. Egli cansava le palle dubbie, non curava le cattive, prendeva le buone e le faceva volare in tutte le direzioni. Le vedette erano stanche e riscaldate; i giocatori furono mutati e tirarono fino a slogarsi le braccia; ma Dumkins e Podder rimasero invincibili. Se per caso un signore attempato tentava di fermar la palla, se la vedeva rotolare fra le gambe o scivolare fra le dita. Un giocatore smilzo cercava di afferrarla, e se la sentiva sul naso e la vedeva rimbalzare con maggior violenza, mentre gli occhi gli si empivano di lagrime e il corpo gli si torceva tutto pel dolore. Se la palla era lanciata proprio al centro dello sportello, Dumkins ci era arrivato prima. Insomma, quando fu tirato il conto di Dumkins e di Podder, Muggleton avea segnato cinquantaquattro punti, mentre la tabella di quei di Dingley Dell era bianca come i loro visi. Il vantaggio era già troppo grande, nè si poteva più riafferrare. Invano l'ardente Luffey e l'entusiastico Struggles s'ingegnarono con tutti gli artifizi suggeriti loro dalla pratica e dalla bravura di riconquistare il terreno che Dingley Dell aveva perduto. Nulla valse; e di lì a poco Dingley Dell dovette cedere le armi e riconoscere la superiorità di Muggleton. Il forestiero intanto non avea fatto che mangiare, bere e discorrere senza interruzione. Ad ogni buon colpo egli esprimeva la sua soddisfazione ed applaudiva al giocatore con una sua degnazione ed un'aria da protettore che non poteva non inorgoglire la parte interessata; mentre, ad ogni tentativo mancato per fermar la palla, ad ogni colpo falso, dava subito via al suo dispiacere in tante esclamazioni, come ad esempio: - Ah, ah! - Stupido! - Dita di burro! - Imbecille! - Baccellone! - e simili, - le quali gli facevano intorno la riputazione di giudice eccellente ed inappellabile nell'arte e nei misteri del nobilissimo giuoco delle boccie. - Giuoco di prim'ordine - ben giuocato - parecchi colpi mirabili - disse il forestiero mentre le parti avversarie si affollavano nella tenda. - Lo avete giocato qualche volta? - domandò il signor Wardle, che la loquacità del forestiero avea molto divertito. - Giocato! Altro che giocato! Migliaia di volte - non qui. - Indie Occidentali - buscherìo - giuoco d'inferno - sicuro. - Dev'essere un esercizio un po' caldo in un clima come quello, - osservò il signor Pickwick. - Caldo! - ma dite scottante, rovente, incendiario. Un giorno, giuoco una partita col mio amico il colonnello - lui ed io - Tommaso Blazo - a chi faceva più punti - Capo o croce - Guadagno il colpo - comincio io - sette a. m. - sei indigeni per raccogliere le palle. - Tira, piglia, tira da capo - Caldo soffocante - tutti gli indigeni spossati, svenuti - Li portano via - Altri sei indigeni - svenuti lo stesso - Blazo giuoca sostenuto da due indigeni - Non riesce a spostarmi - sviene anche lui - Portano via il colonnello - Per me continuo - Sottentra un suo fedele domestico - Quanko Samba - l'ultimo rimasto - Il sole arde, la paletta si fa a scheggie, la palla è arrostita - Cinquecentosettanta punti. - Fatica snervante - Quanko raccoglie le ultime forze - tira - coglie - bravissimo - Vado a fare un bagno e poi a desinare. - E che ne fu di... come si chiama? - domandò uno degli astanti. - Blazo? - No, l'altro. - Quanko Samba? - Per l'appunto. - Povero Quanko - non si riebbe mai più - messo fuori giuoco - fuori della vita - morto, signore! E qui il forestiero cacciò la faccia in una brocca di birra, non sappiamo bene se per nascondere la sua commozione o per ingurgitare il contenuto di quella. Sappiamo solo ch'ei si fermò di botto, trasse un lungo e profondo sospiro, e sbarrò tanto d'occhi, mentre due dei principali membri del circolo di Dingley Dell, volgendosi al signor Pickwick, dicevano: - Ci abbiamo ora un desinare alla buona al Leone turchino; vogliamo sperare che voi e gli amici vostri ci onorerete della vostra compagnia. - Naturalmente, - disse il signor Wardle, - fra i nostri amici noi comprendiamo il signor... - e guardò al forestiero. - Jingle, - suggerì subito questi pigliando la palla al balzo. - Jingle, Alfredo Jingle di Casapersa... - Col massimo piacere, - disse il signor Pickwick. - Ed anch'io, - disse il signor Alfredo Jingle, mettendosi da una parte a braccetto del signor Pickwick, dall'altra del signor Wardle, e susurrando in tutta confidenza all'orecchio del primo: - Pranzo squisito - freddo ma eccellente - una mezza occhiata stamane in cucina - polli, pasticci, ogni sorta di cose - buoni ragazzi questi qui - persone per bene - sicuro. Non essendovi altri preliminari da aggiustare, la brigata si sparse per la città in piccoli gruppi di due a tre; e di là ad un quarto d'ora tutti si trovavano seduti nella gran sala dell'albergo del Leone turchino. Il signor Dumkins assunse il seggio presidenziale, e il signor Luffey l'ufficio di vicepresidente. Vi fu un alto chiacchierio, un grande acciottolio di scodelle e un frastuono corrispondente di coltelli e forchette; un continuo affaccendarsi di tre massicci camerieri ed una rapida sparizione delle vivande più o meno sostanziose; al quale movimento clamoroso e imbrogliato il faceto signor Jingle contribuiva dal canto suo come una mezza dozzina di uomini ordinarii. Quando ciascuno ebbe mangiato quel più che poteva, si levò la tovaglia e si portarono in tavola frutta, bottiglie e bicchieri; e i camerieri sparecchiarono, o in altri termini si ritirarono per appropriarsi definitivamente tutti quegli avanzi di vivande e bevande sui quali potevano giungere a metter le mani. In mezzo al brio generale e alle conversazioni, vi era un omicciattolo con una sua cera di Non-mi-dite-niente-o-vi-contraddico, il quale se ne stava tranquillissimo, girando di tratto in tratto un'occhiata attorno quando la conversazione languiva, come se deliberasse dentro di sè di dire qualche cosa di molto massiccio, e rompendo ad ogni poco in una tosserella d'inesprimibile gravità. Finalmente, in un momento di relativo silenzio, l'omicciattolo gridò con voce altissima e solenne: - Signor Luffey! Tutti si chetarono e si chiusero nel più profondo silenzio, quando la persona così apostrofata rispose: - Signore! - Bramo, signore, indirizzarvi poche parole, se volete pregare questi signori di empire i loro bicchieri. Il signor Jingle con aria di protezione ordinò: udite, udite! grido che fu ripetuto dagli altri commensali. Riempiti i bicchieri, il vicepresidente assunse una cera intelligente e di viva attenzione, e disse: - La parola è al signor Staple! - Signore, - prese a dire l'omicciattolo, alzandosi, - desidero rivolgere a voi le cose che ho da dire, non già al nostro degno presidente, perchè il nostro degno presidente forma in qualche modo, e potrei anzi dire in gran parte, il soggetto di quanto ho da dire e potrei anzi dire da... da... - Provare, - suggerì il signor Jingle. - Precisamente, da provare, - riprese l'omicciattolo; ringrazio il mio onorevole amico, se egli mi perrnette di dargli questo nome (quattro udite, uno dei quali veniva certo dal signor Jingle), pel cortese suggerimento. Signore, io sono un Dellese, un Dingley-Dellese (applausi). Io non posso menomamente vantare alcun titolo all'onore di appartenere alla cittadinanza di Muggleton; nè, lasciate, signore, ch'io lo dica aperto, nè quest'onore lo ambisco; e vi dirò il perchè, signore (udite). Molto volentieri io riconosco a Muggleton tutti quegli onori e quei titoli che di pieno diritto le toccano; sono in troppo numero e troppo notorii perchè sia mestieri ch'io li faccia valere o li compendii. Ma mentre, o signore, noi ricordiamo che Muggleton ha dato i natali a Dumkins e a Podder, non dimentichiamo che Dingley Dell può andar superba di un Luffey e di uno Struggles (Grandi acclamazioni). Non vorrei si pensasse ch'io voglia in alcun modo scemar la fama ed i meriti di quei primi. Io, signore, invidio loro in questa occasione la ricchezza dei loro sentimenti (Applausi). Tutti i componenti questa nobile assemblea non ignorano certo la risposta data da un grand'uomo, il quale faceva sua casa di una botte, all'imperatore Alessandro: "Se non fossi Diogene" disse quell'uomo "vorrei essere Alessandro". Io posso ben pensare che questi signori dicano anch'essi: "Se non fossi Dumkins vorrei essere Luffey; se non fossi Podder vorrei essere Struggles!" (Entusiasmo). Ma, signori di Muggleton, è forse soltanto pel giuoco delle boccie che i vostri concittadini vanno famosi? Non avete mai udito accoppiare il nome di Dumkins col coraggio? non avete mai imparato ad unire il nome di Podder con la proprietà? (Grandi applausi). Non siete mai stati ridotti, sia pure per un momento, quando avete lottato pei vostri diritti, per le vostre libertà, pei vostri privilegi, non siete stati, dico, ridotti all'abbattimento o alla disperazione? E, quando tanta iattura vi ha stretti, non è stato forse il nome di Dumkins che vi ha riacceso nel seno le fiamme che s'erano spente; e non è forse bastata una sola parola di lui a farle brillare di più splendida luce? (Applausi fragorosi). Signori, io v'invito ad acclamare con un grido di evviva i nomi congiunti in un solo di Dumkins e Podder!" Qui tacque l'omicciattolo, e la brigata scoppiò in un vocìo e in un frastuono di pugni sulla tavola, che durò con brevi soste per tutto il resto della serata. Altri brindisi furono portati. Il signor Luffey e il signor Struggles, il signor Pickwick e il signor Jingle furono, ciascuno alla sua volta, argomento di sperticati elogi; e ciascuno rese per quell'onore le maggiori azioni di grazie. Entusiasti come siamo della nobile causa alla quale ci siamo dedicati, avremmo ora provato un sentimento d'ineffabile orgoglio e la coscienza di aver meritata quella immortalità della quale siamo privi, se avessimo potuto porre almeno un abbozzo di questi brindisi e discorsi sotto gli occhi dei nostri avidi lettori. Il signor Snodgrass, come al solito, prese un gran numero di note, dalle quali avremmo potuto attingere le più utili ed autorevoli informazioni, se la calda eloquenza delle parole o l'influenza febbrile del vino non avesse fatta così malferma la mano del nostro amico, da rendere quasi inintelligibile il suo carattere e senza quasi il suo stile. A furia di pazienti investigazioni, siamo nondimeno riusciti a decifrare alcuni caratteri che hanno una pallida rassomiglianza coi nomi degli oratori; ed arriviamo anche a discernere la trascrizione di una canzone (cantata probabilmente dal signor Jingle), nella quale le parole nappi scintillanti, rubino, brillanti e vino sono ripetute a brevi intervalli. Ci pare anche di poter decifrare proprio in coda alle note, qualche indistinta allusione a polli arrosto; e poi le parole rifreddo e senza vengono appresso; ma poichè qualunque ipotesi potessimo fondarvi sopra non potrebbe avere che un valore puramente congetturale, non ci sentiamo disposti ad abbandonarci ad alcuna delle considerazioni cui esse darebbero origine. Torneremo dunque al signor Tupman; aggiungendo soltanto che, pochi minuti prima della mezzanotte, l'assemblea degli eletti di Dingley Dell e di Muggleton fu udita cantare con grande enfasi e passione la bella e patetica aria nazionale: Non si va a casa prima di giorno, Se prima il giorno non fa ritorno; Se non si vede spuntare il giorno Non si ritorna a casa un corno. VIII. Dove si dimostra che il corso del vero amore non rassomiglia punto ad una ferrovia. . La posizione remota di Dingley Dell, la presenza di tante persone del sesso gentile, e la sollecitudine affettuosa dimostrata a suo riguardo, furono tutte favorevoli condizioni a far germogliare e crescere quei delicati sentimenti che la natura aveva profondamente radicati nel seno del signor Tracy Tupman, e che ora parevano destinati ad accentrarsi in un solo oggetto. Le signorine erano certamente graziose, ed aveano modi attraenti ed ottimo carattere; ma nella zia ragazza notavasi una tal quale dignità di portamento, un contegno così riservato, una maestà così imponente nello sguardo, che quelle, per l'età loro, non potevano emulare e che distinguevano lei da ogni altra donna sulla quale si fossero mai riposati gli occhi del signor Tupman. Che fra i loro caratteri ci fosse una certa affinità, e fra le anime loro una segreta attinenza, e nei loro cuori un non so che di misteriosamente simpatico, era evidente. Il nome di lei era stato il primo nome che ricorresse alle labbra del signor Tupman quando giaceva ferito sull'erba, e la risata isterica di lei era stato il primo suono che gli avesse colpito l'orecchio, quando lo riportavano a casa. Ma era ella sorta quell'agitazione da una amabile sensibilità muliebre che si sarebbe del pari manifestata per qualunque altro, o l'aveva invece determinata un più tenero e caldo sentimento che egli solo, fra tutti i mortali, avrebbe destato nel cuore di lei? Tali erano i dubbii che lo travagliavano mentre giaceva lungo disteso sul canapè; tali erano i dubbii ch'egli deliberò dovere una buona volta risolvere e per sempre. Era la sera. Isabella ed Emilia erano fuori a girandolare col signor Trundle; la vecchia signora sorda s'era addormentata nel suo seggiolone; dalla remota cucina si udiva il russare cupo e monotono del ragazzo grasso; le servette si trattenevano sulla porta a pigliare il fresco e a far le civettuole con certi animali poco delicati addetti alla fattoria; e la nostra coppia interessante se ne stava a sedere nel salottino, dimenticata da tutti, dimentica di tutti, e non di altro sognando che di se stessa: somigliavano un par di guanti piegati l'uno nell'altro e accuratamente stretti insieme. - Ho dimenticato i miei fiori, - disse la zia ragazza. - Inaffiateli adesso, - suggerì il signor Tupman, con accento persuasivo. - Vi potrebbe forse far male l'aria della sera, - notò quella affettuosamente. - No, no, - disse alzandosi il signor Tupman; - anzi mi farà bene. Lasciate che v'accompagni. La signora volle prima aggiustare la benda che sosteneva il braccio del ferito, ed appoggiandosi al braccio destro di lui lo menò nel giardino. In fondo ad un viale sorgeva un padiglione di caprifoglio, gelsomino e altre piante rampicanti, - una di quelle dolci dimore che le brave persone costruiscono per comodità dei ragnateli. La zia ragazza prese da un angolo un grosso annaffiatoio e stava per uscire di sotto il padiglione, quando il signor Tupman la trattenne e l'attirò presso di sè sopra un sedile. - Signorina. Wardle! - esclamò sospirando. La zia ragazza tremò tutta, tanto che i sassolini che per caso s'erano ficcati nell'annaffiatoio produssero un suono come di balocco agitato dalla mano di un ragazzo. - Signorina Wardle, - disse il signor Tupman, - voi siete un angelo. - Signor Tupman! - esclamò Rachele, facendosi rossa come l'annaffiatoio. - Sì, - insistette l'eloquente Pickwickiano, - Sì, pur troppo io lo so. - Tutte le donne sono angeli, a detta degli uomini, - mormorò quella scherzosamente - E che siete voi dunque? o a che mai potrò io paragonarvi? Dov'è la donna che vi somigli? dove potrei sperare di imbattermi in un così raro accordo di gentilezza e di beltà? dove potrei cercare di... oh! Qui il signor Tupman si fermò e strinse la mano che teneva il manico felice dell'annaffiatoio. - Sono così bugiardi gli uomini! - bisbigliò dolcemente la signora voltandosi in là. - Tali sono, tali sono, - esclamò il signor Tupman; - ma non tutti gli uomini. Vive un essere almeno che non può mai mutare; un essere che sarebbe lieto di dedicare tutta la sua vita alla vostra felicità; un essere che vive solo negli occhi vostri, che respira solo nei vostri sorrisi, che per voi sola, per voi sola sopporta il grave fardello della vita! - Se si trovasse un tale uomo... - obbiettò la signora. - Ma si può trovare, - interruppe il signor Tupman. - Ma è bell'e trovato. Ma è qui, signorina Wardle. E prima che la signora potesse accorgersi delle sue intenzioni, il signor Tupman le era caduto inginocchiato ai piedi. - Signor Tupman, alzatevi, ve ne prego! - disse Rachele. - Giammai! - rispose l'altro risolutamente. - Oh! Rachele. E afferrò l'abbandonata mano di lei, e l'annaffiatoio ruzzolò per terra mentre egli se la premeva alle labbra. - Oh, Rachele! ditemi che m'amate. - Signor Tupman, - disse la zia ragazza sempre col capo voltato in là, - io posso appena parlare; ma... ma.... voi non mi siete del tutto indifferente. Non sì tosto il signor Tupman ebbe udito queste parole, che subito si diè a fare quello che le sue calde emozioni gli suggerivano, e che, per quanto sappiamo (perchè di queste faccende poco c'intendiamo) si suol fare in simili congiunture. Balzò in piedi, e cingendo col braccio il collo dell'amabile zia, le stampò sulle labbra un gran numero di baci che, dopo una debita mostra di lotta e di resistenza, ella ricevette così passivamente che non si può dire quanti altri ne avrebbe profusi il signor Tupman, se ad un tratto la signora non avesse trasalito e messo uno strido, gridando: - Signor Tupman, siamo osservati! siamo scoperti! Il signor Tupman si voltò a guardare, e si vide davanti il ragazzo grasso con gli occhi spalancati, ma senza la menoma espressione sulla faccia che il più esperto fisionomista avesse potuto attribuire allo stupore, alla curiosità, o a qualunque altra delle note passioni che agitano il cuore umano. Il signor Tupman fisò il ragazzo, e il ragazzo grasso lo guardò con gli occhi sbarrati; e più il signor Tupman osservava l'assoluta nullaggine dell'aspetto del ragazzo grasso, più si convinceva che o non aveva visto o non avea capito nulla di quanto era accaduto. Sotto questa impressione, domandò con grande fermezza: - Che volete qui voi? - La cena è pronta, signore, - rispose subito il ragazzo. - Siete venuto proprio adesso qui? - domandò il signor Tupman con una occhiata investigatrice. - Proprio adesso, - rispose il ragazzo grasso. Il signor Tupman lo guardò di nuovo con severità; ma quegli non battè palpebra nè un muscolo della sua faccia si mosse. Il signor Tupman prese il braccio della zia ragazza e si avviò verso casa; il ragazzo grasso tenne loro dietro. - Non sa nulla di quanto è accaduto, - bisbigliò. - Nulla, - disse la zia ragazza. Si udì un rumore alle loro spalle come di una risata soffocata. Il signor Tupman si voltò di botto. No; non poteva essere stato il ragazzo grasso; non c'era un solo raggio di allegria o alcun altro segno che non fosse di nutrizione su quella faccia pasciuta. - Scommetto che dormiva, - bisbigliò il signor Tupman. - Non può essere altrimenti, - rispose la zia ragazza. Ed entrambi risero di tutto cuore. Il signor Tupman s'ingannava. Il ragazzo grasso, tanto per una volta, non avea dormito. Avea veduto con gli occhi propri del capo - anzi con tanto d'occhi - tutto quello ch'era accaduto. La cena passò senza che di tentasse d'intavolare una conversazione generale. La vecchia signora era andata a letto; Isabella Wardle si dedicò esclusivamente al signor Trundle; le attenzioni della zia ragazza erano tutte pel signor Tupman; e i pensieri di Emilia parevano tutti concentrati in un oggetto lontano, - il quale avrebbe anche potuto essere l'assente Snodgrass. Le undici, le dodici, l'una erano battute, e nessuno di fuori era per anco tornato. La costernazione era dipinta sul volta di tutti. Avrebbero forse smarrita la via? Sarebbero stati rubati? Non era a proposito spedire degli uomini con le lanterne in tutte le direzioni che avrebbero potuto prendere per tornare a casa? o invece... Zitto! eccoli. Che cosa avea fatto loro far così tardi? Una voce estranea anche! A chi poteva appartenere? Si precipitarono tutti in cucina dove i colpevoli aveano riparato, ed ebbero alla bella prima più che un barlume dello stato reale delle cose. Il signor Pickwick, con le mani in saccoccia e il cappello alla sgherra, stava appoggiato ad un tavolone, crollando il capo da una parte all'altra ed eseguendo una serie non interrotta dei più blandi e benevoli sorrisi, senza esservi determinato da alcuna causa apparente o da qualsivoglia pretesto; il vecchio signor Wardle, col viso rosso come un peperone, stringeva la mano di un signore forestiero borbottando proteste di eterna amicizia; il signor Winkle, sostenendosi alla cassa dell'orologio, con voce debole invocava l'ira celeste sul capo di qualunque membro della famiglia osasse suggerire l'opportunità di andare a letto; e il signor Snodgrass s'era sprofondato in una seggiola con una espressione della più acerba e disperata angoscia che mente umana possa immaginare, dipinta in ogni tratto della sua faccia espressiva. - È accaduta qualche cosa? - domandarono le tre signore. - Niente accaduto, - rispose il signor Pickwick. - Stiamo... stiamo... egregiamente. Ehi, Wardle, stiamo bene, non vi pare ? - Lo credo io! - rispose l'allegro signore. - Care mie, vi presento il mio amico signor Jingle, amico del signor Pickwick. Jingle, sicuro, ci fa una visitina anche lui. - È accaduto nulla al signor Snodgrass? - domandò Emilia al forestiero con grande ansietà. - Nulla, signora, - rispose il forestiero. - Pranzo ufficiale, - compagnia sceltissima - canzoni stupende - vecchio Porto - chiarello assai buono - eccellente - il vino, signora, il vino. - Non è stato il vino, no, - borbottò il signor Snodgrass con voce rotta. - È stato il salmone (in un modo o nell'altro, in questi casi, non è mai stato il vino). - Non sarebbe meglio farli andare a letto? - domandò Emma. - Due dei ragazzi possono menarli su. - Io non voglio andare a letto! - disse risolutamente il signor Winkle. - Non c'è ragazzi che tenga, - esclamò il signor Pickwick, - nessuno mi leva di qua! - E si rimise a sorridere come prima. - Evviva! - gridò debolmente il signor Winkle. - Evviva! - rispose il signor Pickwick, levandosi il cappello, sbattendolo per terra e scagliando i suoi occhiali nel mezzo della cucina. Dopo di che, rise sgangheratamente. - Portateci... un'altra... bottiglia! - gridò il signor Winkle, cominciando in una chiave di basso e finendo in un falsetto. La testa gli cadde sul petto; e borbottando sempre della sua irremovibile risoluzione di non andare a letto e di un suo truce rammarico di non averla fatta finita col vecchio Tupman la mattina stessa, si addormentò profondamente; nel quale stato fu trasportato in camera sua da due giovani giganti sotto la personale sorveglianza del ragazzo grasso, alla cui protezione di lì a poco il signor Snodgrass confidò la propria persona. Il signor Pickwick accettò il braccio che il signor Tupman gli offriva e tranquillamente sparì, più che mai sorridendo; e il signor Wardle, dopo aver dato a tutta la famiglia un addio così commovente come se muovesse direttamente pel patibolo, conferì al signor Trundle l'onore di accompagnarlo in camera e si ritirò con un inefficacissimo tentativo di assumere un aspetto dignitoso e solenne. - Che scena disgustosa! - disse la zia ragazza. - Oh, disgustosissima! - esclamarono ad una voce le due signorine. - Orribile, orribile! - disse Jingle, facendo il viso serio. Egli aveva sui suoi compagni il vantaggio approssimativo di una bottiglia e mezza. - Spettacolo ributtante, spaventevole! - Che persona ammodo! bisbigliò la zia ragazza al signor Tupman. - Ed anche simpatico! - aggiunse sotto voce Emilia Wardle. - Oh, senza dubbio! - osservò la zia. Il signor Tupman corse col pensiero alla vedova di Rochester, e un certo turbamento gli entrò nell'animo. Il nuovo arrivato era molto discorsivo, e il numero dei suoi aneddoti era soltanto sorpassato da quello delle sue galanterie. Il signor Tupman sentiva che coll'estendersi della popolarità di Jingle, egli Tupman era sempre più ricacciato nell'ombra. Il sorriso era forzato, la sua allegria era una simulazione; e quando alla fine egli depose il capo indolenzito fra le lenzuola, pensò con orrido diletto alla soddisfazione che gli avrebbe gonfiato il cuore, se in quel momento avesse avuto il capo di Jingle tra le tavole del letto e il materasso. L'instancabile forestiero si levò il giorno appresso di buon mattino e, benchè i compagni se ne stessero ancora in letto sopraffatti dall'orgia della sera innanzi, si studiò in tutti i modi di promuovere l'allegria a colazione. Ebbero tanto successo i suoi sforzi, che perfino la vecchia signora sorda volle ad ogni costo che le si ripetessero con l'aiuto del corno acustico uno o due dei suoi più graziosi scherzi; ed arrivò fino ad osservare alla zia ragazza che "gli era un bel tipo di sfacciato" - opinione nella quale tutte le altre signore presenti furono pienamente d'accordo. Soleva la vecchia signora nelle belle mattine d'estate recarsi al padiglione nel quale il signor Tupman s'era segnalato, compiendo questa sua passeggiata con le seguenti formalità. In primo luogo, il ragazzo grasso spiccava da un piuolo nella camera da letto della vecchia signora un cappello di seta nera, uno scialle di cotone ben caldo ed un grosso bastone con manico corrispondente; e la vecchia signora, dopo aver messo a tutto suo comodo scialle e cappello, si appoggiava con una mano sulla mazza, con l'altra sulla spalla del ragazzo grasso, e si avviava passo passo verso il padiglione, dove il ragazzo la lasciava a godersi il fresco per una mezz'oretta; in capo alla quale tornava a rilevarla e a ricondurla a casa. La vecchia signora era in tutte le sue cose molto precisa e sistematica; e siccome questa cerimonia era stata osservata per tre stagioni di fila senza la menoma variazione dalla forma stabilita, non ebbe ad esser poco sorpresa quella mattina vedendo il ragazzo grasso che invece di lasciare il padiglione, se ne allontanò di qualche passo, guardò intorno intorno con ogni sorta di precauzione, e tornò verso di lei in punta di piedi e con una cera profondamente misteriosa. La vecchia signora era timida - come sono molte di queste vecchie signore - e la sua prima impressione fu questa, che il ragazzo volesse farle qualche aggravio con la mira d'impossessarsi di quei pochi spiccioli che ella aveva indosso. Avrebbe chiamato gente, se l'età e gli acciacchi non le avessero tolto da un pezzo la forza di gridare; stette perciò ad osservare i movimenti del ragazzo con un senso di vivissimo terrore, il quale non fu punto diminuito dall'accostarsi ch'egli fece a lei e dal gridarle nell'orecchio con un tono agitato e, a quanto le parve, minaccioso: - Padrona! Ora il caso volle che il signor Jingle si trovasse in quel punto a passeggiar nel giardino proprio in vicinanza del padiglione. Anche egli udì quel grido e si fermò per udir di più. Tre buone ragioni lo persuadevano a questo. In primo luogo egli era curioso e non avea da far nulla; in secondo non era scrupoloso niente affatto; in terzo ed ultimo, era nascosto da un intreccio di rami. Sicchè non si mosse e stette in ascolto. - Padrona! - gridò di nuovo il ragazzo grasso. - Ebbene, Joe, - disse tremando la vecchia signora. - Io sono sempre stata buona per voi, Joe. Siete sempre stato trattato molto bene. Non vi si è dato mai da far molto e avete sempre avuto da mangiare in abbondanza. Quest'ultimo ricordo toccava le corde sensibili del ragazzo grasso, il quale si mostrò molto commosso nel rispondere quasi solennemente: - Questo lo so. - E allora che cosa mi volete fare adesso? - disse la vecchia signora pigliando coraggio. - Voglio farvi arricciar le carni, - rispose il ragazzo. Questo veramente pareva un modo molto sanguinario di mostrare la propria gratitudine; e siccome la vecchia signora non capiva bene il processo pel quale si poteva giungere ad un tale risultamento, tutti i primi terrori la ripresero. - Che vi credete voi che ho visto proprio in questo padiglione ieri sera? - domandò il ragazzo. - Per amor di Dio, che cosa? - esclamò la vecchia signora, spaventata più che mai dal tono solenne del suo corpulento interlocutore. - Quel signore forestiero, quello che ha avuto il braccio ferito, che baciava e brancicava... - Chi Joe, chi? Nessuna delle serve, spero. - Peggio ancora, - gridò il ragazzo grasso nell'orecchio della vecchia signora. - Non una delle mie nipoti, eh? - Peggio ancora. - Peggio ancora, Joe? - esclamò la vecchia signora, cui pareva questo il limite estremo dell'umana malvagità. - E chi dunque, Joe? Voglio saperlo subito. Il ragazzo grasso si guardò cautamente attorno, e, compiuta la sua ispezione, gridò nell'orecchio della vecchia: - La signorina Rachele. - Che? - dimandò la vecchia signora in tono acuto. - Più forte, Joe. - La signorina Rachele, - tuonò il ragazzo grasso. - Mia figlia! La serie di cenni che il ragazzo grasso fece col capo in segno di assenso gli comunicò alle guance paffute un tremolio come quello di un biancomangiare. - Ed ella lo ha sofferto! - esclamò la vecchia signora. Il ragazzo grasso, facendo una sua smorfia di contentezza, rispose: - Ho visto lei che poi baciava a lui. Se il signor Jingle, dal suo nascondiglio, avesse potuto vedere la faccia che fece a questa rivelazione la vecchia signora, è assai probabile che uno scoppio di risa avrebbe tradito la sua presenza. Ascoltò attentamente, e raccolse dei frammenti di frasi iraconde, come: "Senza il mio permesso! - Alla sua età! - Una povera vecchia come me! - Poteva aspettare che fossi morta!" - e simili; e udì poi sull'inghiaiato le pedate del ragazzo grasso che si allontanava lasciando sola la vecchia signora. Era forse curiosa la coincidenza, ma fatto sta che cinque minuti dopo il suo arrivo la sera innanzi, il signor Jingle aveva dentro di sè deliberato di porre subito l'assedio al cuore della zia ragazza. S'era accorto alla bella prima che i suoi modi disinvolti e quella sua improntitudine non dispiacevano niente affatto al caro oggetto da attaccare; e un fiero sospetto lo facea pensieroso, ch'ella possedesse una certa dote, cioè la più agognabile di tutte le doti. Gli occorse subito alla mente l'assoluta necessità di dar lo sgambetto, in un modo o nell'altro, al suo rivale; sicchè risolvette su due piedi, che senza frapporre altri indugi, avrebbe adottato certe sue misure dirette a questo scopo. Fielding ci dice che l'uomo è fuoco, la donna è stoppa, e che il diavolo li accosta. Sapeva bene il signor Jingle che per le ragazze un po' mature i giovanotti sono come il gas acceso alla polvere da sparo, e deliberò di tentare issofatto una esplosione. Pieno di riflessioni su questa decisione importante, ei si tolse dal suo nascondiglio e sempre nascosto dalle frasche, si avviò verso la casa. La fortuna gli sorrideva. Il signor Tupman e gli altri uomini uscivano appunto per la porta laterale del giardino, e le signorine, com'ei già sapeva, erano andate a passeggiar da sole subito dopo colazione. Il campo era libero. La porta del salottino da pranzo era semiaperta. Egli tossì; ella alzò gli occhi e sorrise. L'esitazione non era punto punto nel carattere del signor Jingle. Egli si pose l'indice sulle labbra in atto misterioso, si avanzò e chiuse la porta. - Signorina Wardle, - disse poi con affettata sollecitudine, - scusate l'indiscretezza - conoscenza fresca - non c'è tempo da far cerimonie - tutto è scoperto. - Signore! - esclamò la zia ragazza, sorpresa dall'inattesa apparizione e un po' dubbiosa della sanità di mente del signor Jingle. - Sì! - fece questi con un sottovoce da palcoscenico. - Ragazzo grasso - faccia paffuta - occhiacci - canaglia! E qui scosse il capo con espressione e la zia ragazza tremò a verga a verga. - Volete alludere a Joe, signore? - domandò la zia, sforzandosi di parer tranquilla. - Signora sì - maledetto quel Joe! - cane traditore - detto tutto alla vecchia - la vecchia furiosa - selvaggia - esasperata - Padiglione - Tupman che baciava e brancicava - e via discorrendo - eh, signora, eh? - Signor Jingle, - disse la zia ragazza, - se siete venuto per insultarmi... - Niente affatto - v'ingannate, - rispose l'imperturbabile Jingle. - Udito il racconto - son venuto ad avvertirvi del pericolo - pronto a servirvi - scandalo pericoloso. - Non monta - lo credete un insulto? - sta bene - vi lascio. E volse le spalle, come per menare ad effetto la minaccia. - Che debbo fare? - esclamò la povera Rachele scoppiando in lagrime. - Mio fratello monterà su tutte le furie! - Naturalmente, - disse il signor Jingle fermandosi; - sarà terribile. - Oh, signor Jingle, che debbo fare, che debbo dire? - riprese la zia ragazza in un novello impeto di disperazione. - Dite che ha sognato, - rispose freddamente il signor Jingle. Un raggio di conforto rischiarò a questa idea l'anima della desolata Rachele. Il signor Jingle se n'accorse e si valse subito del suo vantaggio. - Via, via! - niente di più facile - scioccheria del ragazzo - bella donna - ragazzo grasso frustato - voi creduta - l'affare bell'e finito - tutto d'incanto. Sia che la probabilità di sfuggire alle conseguenze della malaugurata scoperta recasse un gran sollievo all'animo della zia zitella, sia che il sentirsi chiamata "bella donna" temperasse l'acerbità del suo dolore, certo è ch'ella arrossì leggermente e volse al signor Jingle un'occhiata piena di gratitudine. L'insinuante uomo trasse un profondo respiro, fissò gli occhi per un paio di minuti in viso della sua interlocutrice, e poi li ritrasse di botto trasalendo melodrammaticamente. - Voi mi sembrate infelice, signor Jingle, - disse con voce dolente la signora. - Permettete che ve ne domandi il motivo, se mai potessi anch'io esservi utile e mostrarvi così la mia gratitudine? - Ah! - esclamò trasalendo per la seconda volta il signor Jingle. - Essermi utile! essere io meno infelice, quando il vostro amore è largito ad un uomo che è insensibile a tanta fortuna - che anche adesso fa i suoi biechi disegni sulle affezioni della nipote della stessa creatura che... Ma no; egli è mio amico; non voglio mettere a nudo i suoi vizi. Signorina Wardle - addio! Conchiudendo questo discorso, il più filato ch'egli avesse mai fatto, il signor Jingle si portò agli occhi il resto del fazzoletto testè accennato e si volse verso la porta. - Fermatevi, signor Jingle! - esclamò Rachele. - Voi avete fatto un'allusione al signor Tupman. Spiegatevi. - Giammai! - rispose Jingle con un gesto da primo attore. - Giammai! - e per dimostrar subito che non avea voglia di essere più oltre interrogato, trasse una seggiola presso a quella della zia ragazza e si pose a sedere. - Signor Jingle, ve ne prego, ve ne scongiuro, se c'è qualche terribile mistero riguardante il signor Tupman, parlate. - Posso io vedere - (e il signor Jingle fissò gli occhi in quelli di Rachele) - posso io soffrire un'amabile creatura - trascinata al sacrificio - sordida cupidigia! Parve che per qualche momento sostenesse una fiera lotta con vari sentimenti, e poi disse con voce bassa e cupa: - Tupman non ha altra mira che il vostro danaro. - Sciagurato! - esclamò Rachele con una energica indignazione. (I dubbi del signor Jingle erano risoluti. Ella ne aveva). - Peggio ancora, - aggiunse Jingle, - egli ne ama un'altra. - Un'altra! e chi mai? - La piccina - occhi neri - nipote Emilia. Vi fu una pausa. Ora se c'era donna al mondo per la quale la zia nutrisse una gelosia mortale e radicata, l'era appunto quella nipote. Le salì tutto il sangue alla faccia ed al collo. Scosse poi il capo in silenzio con aria d'ineffabile disprezzo. Finalmente, mordendosi le labbra sottili e raddrizzandosi sulla persona: - Non è possibile, - disse. - Non ci credo. - Osservateli, - disse Jingle. - Così farò. - Osservate le sue occhiate. - Sicuro. - Le parole susurrate. - Sta bene. - A tavola si metterà a sedere accanto a lei. - Si accomodi. - Farà il galante. - Faccia pure. - E vi pianterà. - Piantarmi! - esclamò la zia ragazza. - Lui piantar me, lui! - e tremò tutta dal dispetto e dalla rabbia. - Sarete convinta? - domandò Jingle. - Vi mostrerete forte? - Sì. - Non lo guarderete più in faccia? - Mai. - Sceglierete un altro? - Sì. - Ebbene, eccolo. Il signor Jingle cadde in ginocchio, rimase per cinque minuti in quell'umile posizione, e si levò finalmente amante accettato della zia ragazza, a condizione che lo spergiuro di Tupman fosse chiaro e manifesto. La prova pesava tutta sulle spalle del signor Alfredo Jingle; e quello stesso giorno a desinare egli la fornì evidentissima. La zia ragazza poteva appena credere agli occhi propri. Il signor Tracy Tupman, seduto accanto ad Emilia, non faceva che occhieggiare, bisbigliare, sorridere, quasi per far dispetto al signor Snodgrass. Non una parola, non un'occhiata alla sua bella della sera innanzi. - Maledetto ragazzaccio! - diceva da sè a sè il vecchio Wardle, al quale tutta la storia era stata riferita dalla madre. - Maledetto ragazzaccio non c'è caso, deve aver sognato. - Traditore! - pensava con rabbia la zia ragazza. - Non m'ha ingannata quel caro signor Jingle. Oh, come l'odio quell'infame! Dalla conversazione che segue potrà capire l'amico lettore il mistero di questo mutamento di condotta da parte del signor Tupman. La scena era in giardino e di sera. Due ombre passeggiavano in un viale; una piuttosto corta e larga; l'altra alta e sottile. Erano il signor Tupman e il signor Jingle. La prima delle due ombre cominciò il dialogo. - Vi pare che mi sia ben condotto, eh? - domandò. - Splendido - magnifico - non avrei fatto di meglio io stesso - domani, da capo - tutte le sere fino a nuov'ordine. - Anche Rachele lo desidera? - Naturalmente - non ci trova gusto - necessità virtù - distogliere i sospetti - paura del fratello - dice che non c'è che fare - pochi altri giorni - lucciole per lanterne - vi farà felice. - Nessuna imbasciata? - Amore - il più caldo amore - saluti affettuosi - affetto inalterabile. Posso dire qualche cosa da parte vostra? - Caro amico mio, - rispose il confidente Tupman, stringendo con effusione la mano del suo amico, - ditele quanto io l'amo; ditele quanto mi costa il simulare; ditele ogni cosa cara e gentile: ma aggiungete pure che io mi penetro perfettamente della dura necessità del consiglio datomi da lei per bocca vostra. Ditele che applaudo alla sua prudenza ed ammiro la sua discrezione. - Non dubitate. C'è altro? - No, nient'altro; aggiungete solo ch'io anelo con tutto l'ardore dell'anima il tempo in cui potrò chiamarla mia, e in cui ogni dissimulazione sarà divenuta inutile. - Certo, certo. C'è altro? - Oh, amico mio! - esclamò il signor Tupman, afferrando di nuovo la mano del suo compagno, abbiatevi la mia più viva gratitudine per la vostra disinteressata affezione; e perdonatemi se vi ho fatto, anche col solo pensiero, l'ingiustizia di sospettarvi capace di attraversarmi la via. Caro amico mio, come potrò mai ricompensarvi? - Non ne parlate, - rispose il signor Jingle. Poi si arrestò di botto, come risovvenendosi di qualche cosa ed aggiunse: - A proposito, non avreste una diecina di ghinee spicciole, eh? - affare urgente, particolare - ve le rendo fra tre giorni. - Credo potervi servire, - rispose il signor Tupman nella pienezza del suo cuore. - Avete detto tre giorni? - Solo tre giorni - tutto aggiustato allora - nessun'altra difficoltà. Il signor Tupman contò il danaro nella mano del suo compagno, e questi se lo fece cadere pezzo per pezzo in saccoccia, mentre se ne tornavano verso la casa. - Mi raccomando, - disse il signor Jingle, - nemmeno un'occhiata. - Nemmeno mezza, - disse il signor Tupman. - Nemmeno una parola. - Nemmeno una sillaba. - Tutte le vostre attenzioni alla nipote - piuttosto scortese che altro con la zia - solo mezzo di darla ad intendere ai vecchi. - Ci starò attento, - disse il signor Tupman ad alta voce. - Ed io pure, - disse internamente il signor Jingle. Ed entrarono in casa. Quella prima scena fu ripetuta la sera, e così per tre giorni di fila, a desinare ed a cena. Al quarto, il signor Wardle era di ottimo umore perchè sicurissimo che non c'era fondamento di sorta all'accusa contro il signor Tupman. E non meno allegro era il signor Tupman, perchè il signor Jingle gli avea detto che l'affar suo sarebbe subito arrivato ad una crisi. E non meno il signor Pickwick, perchè di rado gli accadeva di essere altrimenti. E molto meno allegro era il signor Snodgrass, perchè lo avea preso una fiera gelosia pel suo amico Tupman. Ed era allegrissima la vecchia signora, perchè guadagnava al whist. Ed allegrissimi erano il signor Jingle e la signorina Wardle per ragioni assai importanti a questa storia avventurosa per essere narrate a parte in un altro capitolo. IX. Scoperta ed inseguimento. La cena era imbandita, le seggiole intorno alla tavola, le bottiglie e i bicchieri sulla credenza, tutto insomma annunziava vicina l'ora più intima e più socievole di tutte le ventiquattro. - Dov'è Rachele? - domandò il signor Wardle. - Giusto ci pensavo anch'io, - aggiunse il signor Pickwick. - E Jingle? - Davvero non so come non ci avessi ancora badato. Sono almeno due ore che non sento la sua voce. Emilia, fa il piacere, suona il campanello. Il campanello suonò e il ragazzo grasso comparve. - Dov'è la signorina Rachele? Non voleva dir bugia. - E il signor Jingle allora? Non sapeva. Tutti parevano sorpresi. Era tardi, passate le undici. Il signor Tupman se la rideva sotto i baffi. Dovevano essere in qualche cantuccio a parlar di lui. Ah, ah! graziosa, graziosa davvero! - Non importa, disse Wardle dopo un momento di pausa, - scommetto che vengono subito. Io non ritardo la cena per chicchessia. - Regola eccellente cotesta. - disse il signor Pickwick. - Prego, sedete. - Grazie. E si posero a tavola. C'era a tavola un bel pezzo di manzo rifreddo, e il signor Pickwick n'ebbe una porzione assai rispettabile. Egli avea già levata la forchetta fino alle labbra e stava proprio sul punto d'aprir la bocca per l'introduzione di un pezzo di manzo, quando si udì dalla cucina il susurro di molte voci. Egli si fermò e depose la forchetta. Il signor Wardle si fermò del pari e involontariamente lasciò il manico del coltello, che rimase infisso nel manzo. Guardò il signor Pickwick. E il signor Pickwick guardò a lui. Dei passi frettolosi e pesanti suonarono nel corridoio; impetuosamente si spalancò la porta; e l'uomo che avea lustrato gli stivali del signor Pickwick il primo giorno dell'arrivo, si precipitò nella camera seguito dal ragazzo grasso e da tutta la servitù. - Che diamine vuol dir ciò? - esclamò il signor Wardle. - Non ha mica preso fuoco il camino, Emma? - domandò la vecchia signora. - Dio buono, nonna! no, - gridarono ad una voce le due signorine. - Che cosa è accaduto? - tuonò il padrone di casa. L'uomo cercò di pigliar fiato e rispose balbettando: - Scappati, padrone! spariti a dirittura, padrone! (A questo punto fu veduto il signor Tupman posare il coltello e la forchetta e farsi più bianco del suo tovagliolo). - Chi è ch'è scappato? - domandò il signor Wardle. - Il signor Jingle e la signorina Rachele, in una carrozza di posta, dal Leone Turchino, Muggleton. C'era io c'era; ma non li potea fermare, e così son corso qui a dirvi ogni cosa. - E gli ho pagato io il viaggio! - esclamò scattando come una molla il signor Tupman. - Mi ha preso dieci ghinee in prestito! - fermatelo! - mi ha truffato! - io non soffrirò mai un tale affronto! - mi farò far giustizia, Pickwick! - son chi sono, perbacco! - e con altre incoerenti esclamazioni dello stesso genere, il disgraziato signor Tupman si diè a correre intorno alla camera in un accesso di frenesia. - Che Dio ci protegga! - esclamò il signor Pickwick, vedendo con terrore e maraviglia gli strani gesti del suo amico. È ammattito senz'altro! Che fare, che fare? - Che fare! - disse il vecchio Wardle! non afferrando che l'ultime parole della frase. - Attaccate il cavallo al biroccino! Piglierò una carrozza al Leone e li raggiungo subito. - Dov'è, - gridò poi, mentre l'uomo si precipitava ad eseguir l'ordine - dov'è quel furfante di Joe? - Son qua; ma non sono un furfante, - rispose una voce. Era la voce del ragazzo grasso - Lasciate che lo pigli, Pickwick! - gridò Wardle correndo sopra allo sciagurato ragazzo. - S'è fatto comprare da quello svergognato di Jingle per mettermi sopra una falsa via, contandomi non so che storiella di mia sorella col vostro amico Tupman! (Qui il signor Tupman cadde a sedere). Lasciate che l'agguanti! - Non lo lasciate! - strillavano a coro tutte le donne, mentre in mezzo al rumore delle loro esclamazioni si udivano distintamente i singhiozzi del ragazzo grasso. - Non mi tenete, perbacco! - gridava il vecchio signore. - Signor Winkle, giù le mani! Lasciatemi andare, signor Pickwick! Era un bello spettacolo, in quel momento di trambusto e di confusione, la faccia placida e filosofica del signor Pickwick, benchè alquanto arrossita dallo sforzo ch'egli faceva cercando di stringere con le braccia la vita del corpulento Wardle e di moderare l'impeto della sua furia, mentre il ragazzo grasso veniva cacciato fuori della camera a pugni, a graffi, a spintoni da tutte le donne ivi raccolte. Lo aveva appena lasciato libero da quella stretta, che l'uomo venne ad annunziare che il biroccio era in ordine. - Non lo lasciate andar solo! - gridarono le donne. - Ammazzerà qualcuno! - Andrò io con lui, - disse il signor Pickwick. - Siete un bravo amico, Pickwick, - disse Wardle stringendogli la mano. - Emma, date uno scialle al signor Pickwick per cautelarsi il collo, - sbrigatevi. Voi, ragazze, badate alla nonna; è svenuta, povera vecchia. Orsù, siete pronto? Avvoltogli il mento e la bocca in un ampio scialle, postogli il cappello in capo, e gettatogli il pastrano sul braccio, il signor Pickwick rispose affermativamente. Montarono nel biroccino. - Lenta le briglie, Tom, - gridò Wardle; e via a precipizio per gli stretti sentieri, balzando e rimbalzando per le carreggiate, urtando contro le siepi di qua e di là della via, come se ad ogni poco stessero per andare in frantumi. - Quant'è che sono avanti? - gridò Wardle, quando il biroccino si fermò alla porta del Leone Turchino, davanti alla quale una piccola folla s'era raccolta, per tardi che fosse. - Un tre quarti d'ora, - si rispose da tutte le parti - Subito una carrozza di posta a quattro cavalli! svelti! al biroccino ci si pensa dopo. - A voi, ragazzi! - gridò l'oste, - fuori la carrozza - spicciamoci - svelti! I mozzi di stalla e i ragazzi si precipitarono. Le lanterne brillarono, mentre gli uomini correvano di qua e di là; le unghie dei cavalli risuonarono sul lastricato ineguale del cortile; la carrozza rumoreggiò mentre la tiravano fuori della rimessa; e tutto era strepito e trambusto. - Viene o non viene questa maledetta carrozza? - gridò il signor Wardle. - Viene, signore, viene, - rispose l'oste. E in meno di niente, fuori la carrozza, sotto i cavalli, in sella i postiglioni, dentro i viaggiatori. - Badate, - gridò Wardle, - le sette miglia in meno di mezz'ora! - Andiamo! I postiglioni dettero dentro di frusta e di sprone, i domestici gridarono, i mozzi di stalla strillarono, e via come il vento o come il fulmine. - Graziosa situazione! - pensò il signor Pickwick, quando ebbe un momento per riflettere. - Graziosa situazione pel presidente perpetuo del Circolo Pickwick! Una carrozza umida, dei cavalli imbizzarriti, quindici miglia all'ora, e mezzanotte passata! Per le prime tre o quattro miglia, nessuno dei due viaggiatori aprì bocca, essendo ciascuno tanto immerso nelle proprie riflessioni da non poter rivolgere alcuna osservazione al compagno. Quando però furono andati così un bel pezzo e i cavalli, inebbriati dalla stessa corsa, presero a dirittura a divorar lo spazio, la rapidità del moto non consentì più oltre all'eccitato signor Pickwick di rimanere in silenzio. - Li raggiungeremo di sicuro, credo, - diss'egli. - Spero, - rispose il compagno. - Bella nottata, - disse il signor Pickwick, guardando in su alla luna, che splendeva fulgidissima. - Tanto peggio, - rispose Wardle; - perchè tutto il vantaggio del chiaro di luna l'avranno avuto loro e noi lo perderemo tra poco. Tra un'ora sarà tramontata. - Sarà piuttosto incomodo correre con questa furia al buio, non vi pare? - domandò il signor Pickwick. - Piuttosto, - rispose secco il suo compagno. Il momentaneo eccitamento del signor Pickwick incominciò alquanto a sbollire, a via di riflettere sugli inconvenienti e i pericoli della spedizione nella quale così sconsideratamente s'era imbarcato. Fu scosso ad un tratto dalla voce del primo cavalcante. - Ohe, ohe, ohe, oooh! - gridò il primo postiglione. - Ohe, ohe, ohe, oooh! - rispose il secondo. - Ohe, ohe, ohe, oooh! - fece come l'eco lo stesso signor Wardle, sporgendosi con mezza la persona fuori dello sportello. - Ohe, ohe, ohe, oooh! - prese a gridare anche il signor Pickwick, benchè non sapesse menomamente lo scopo e il significato di quel grido. E così, in mezzo all'ohe, ohe di tutti e quattro, la carrozza si fermò. - Che c'è? - domandò il signor Pickwick. - C'è una barriera qui, - rispose il vecchio Wardle, - avremo qualche notizia dei fuggitivi. Dopo cinque buoni minuti, spesi a bussare e a gridare, un vecchio in camicia e sottocalzoni emerse dall'ombra e venne ad aprire il cancello. - Quanto è che è passata di qua una carrozza? - domandò il signor Wardle. - Quanto è? - Sì. - Non voglio mica dir bugia, eh! Non è da molto, non è da poco, una cosa di mezzo, via. - È passata però una carrozza? - Per passata, è passata sicuro. - Da quanto tempo, buon uomo? - domandò il signor Pickwick; - un'ora? - Eh, un press'a poco, può darsi, - rispose l'uomo. - O due ore? - domandò il postiglione davanti. - Anche questo può essere, - rispose con aria dubitativa il vecchio. - Avanti, ragazzi, - gridò quel vecchio testardo di Wardle; - non sprechiamo più tempo con questo vecchio idiota! - Idiota! - esclamò il vecchio con un suo ghigno, standosi in mezzo alla via col cancello semichiuso a guardar dietro alla carrozza che rapidamente si rimpiccioliva nella distanza. - No, e nemmeno questo; avete perduto qui dieci minuti, e ne sapete adesso quanto prima, ecco. Se ogni uomo sulla linea che ha intascato una ghinea non la vuol rubare non l'arriverete l'altra carrozza prima di San Michele. E con un altro ghigno prolungato, il vecchio richiuse il cancello, rientrò, e menò la spranga. La carrozza intanto correva sempre a precipizio. La luna, come avea preveduto Wardle, declinava rapidamente; delle macchie scure, che s'erano venute allargando sull'azzurro del cielo, formavano ora una sola massa nera sul capo dei viaggiatori; e delle grosse gocciole di pioggia battendo di tanto in tanto contro i vetri degli sportelli gli avvertivano della prossimità di un temporale. Il vento, che soffiava loro in faccia, ingolfavasi in vortici furiosi nell'angusta strada e tristamente si lamentava attraverso gli alberi che la fiancheggiavano. Il signor Pickwick si raggomitolò nel suo cantuccio, si strinse nel pastrano, e cadde in un sonno profondo, dal quale fu soltanto destato dal fermarsi della carrozza, dalla campana della scuderia e da un grido stridente: "Subito i cavalli!" Ma qui, un altro ritardo. I garzoni dormivano di un sonno così ostinato che ci vollero cinque minuti a testa per svegliarli. La chiave della stalla non si trovava, e quando si riuscì finalmente a scovarla, due garzoni dagli occhi imbambolati scambiarono i guarnimenti e i cavalli, sicchè tutto il processo del mettere in ordine si dovette ricominciar da capo. Se il signor Pickwick fosse stato solo, questa selva di ostacoli avrebbe arrestato senz'altro ogni ulteriore inseguimento; ma il vecchio Wardle non si arrendeva così facilmente; ed ei si dava attorno con tanta furia, distribuendo a questo uno scappellotto, a quello uno spintone, strappando una fibbia di qua, ficcando una correggia di là, che la carrozza fu pronta molto più presto che non fosse stato ragionevole aspettare in mezzo a tante difficoltà. Ripresero il loro viaggio; e certamente la prospettiva non era punto incoraggiante. La tappa era di quindici miglia, la notte oscurissima, il vento impetuoso, e la pioggia torrenziale. Era impossibile fare gran cammino di fronte a tali ostacoli congiurati insieme: l'una era già battuta; e quasi due ore dovettero passare per arrivare all'altra tappa. Qui però un oggetto si presentò loro, che rianimò le abbattute speranze e risollevò gli animi depressi. - Quando è che questa carrozza è arrivata? - gridò il vecchio Wardle, balzando dalla sua, ed accennando ad un'altra, coperta d'incerata umida, che stava nel cortile. - Non è nemmeno un quarto d'ora, signore, - rispose il garzone, cui la domanda era diretta. - Un signore e una signora? - domandò Wardle, quasi soffocato dall'impazienza. - Signor sì. - Un signore alto, smilzo, gambe lunghe? - Signor sì. - La signora di mezza età, piuttosto magra, pelle e ossa, eh? - Signor sì. - Perdinci, Pickwick, son dessi! - esclamò il vecchio Wardle. - Sarebbero anche arrivati prima, - disse il garzone, - se non si fosse rotta una stanga della carrozza. - Son dessi senz'altro! - ripetette Wardle. - Una carrozza, e quattro cavalli, presto! Saremo loro addosso prima che arrivino all'altra tappa. Una ghinea a testa, ragazzi - sbrighiamoci - lesti - da bravi! E così esclamando e incitando, il vecchio signore corse su e giù pel cortile, e si diè da fare in uno stato di eccitamento che si comunicò anche al signor Pickwick; il quale, senza sapere che si facesse, s'imbrogliò in modo maraviglioso in tanti viluppi di guarnimenti, e si ficcò fra i cavalli e fra le ruote, persuaso in buona fede che l'aiuto suo fosse efficacissimo. - Montate, montate! - gridò il vecchio Wardle, saltando in carrozza, e richiudendo con fracasso lo sportello. - Su anche voi, sbrigatevi! E prima che il signor Pickwick sapesse in che mondo si trovava, si sentì tirato da sopra, spinto di dietro, ficcato dentro per l'altro sportello, e via da capo a tutta carriera. - Ah! ora sì che ci si muove, - disse il vecchio esultante. In effetto si muovevano, come il signor Pickwick si accorgeva molto bene dalle frequenti collisioni o col legno duro della carrozza o col corpo del suo compagno. - Tenetevi su! - disse il signor Wardle al signor Pickwick che gli dava appunto una fiera capata nel panciotto. - Non sono mai stato tanto sbattuto in vita mia, - disse il signor Pickwick. - Non ci badate, rispose l'altro, - è cosa da nulla e passerà presto. Fermo, fermo. Il signor Pickwick si strinse nel suo cantuccio e vi si tenne saldo più che poteva, e la carrozza seguitò a correre più che mai a precipizio. Avevano fatto in questo modo circa tre miglia, quando il signor Wardle che era stato per due o tre minuti col capo fuori dello sportello, si tirò indietro di botto colla faccia coperta di pillacchere, ed esclamò con voce affannosa: - Eccoli! Il signor Pickwick spinse fuori il capo. Sicuro; a breve distanza, una carrozza a quattro cavalli fuggiva a galoppo serrato. - Avanti, avanti! - gridò quasi delirante il vecchio Wardle. - Due ghinee a testa, ragazzi - non vi lasciate pigliar la mano - addosso, addosso! I cavalli della prima carrozza si spinsero a tutta carriera; e quelli del signor Wardle dietro, a rotta di collo. - Vedo la sua testa! esclamò furioso il vecchio signore. - Maledetto, vedo la sua testa! - Ed io pure, - disse il signor Pickwick, - è lui, è lui! Il signor Pickwick non s'ingannava. La figura del signor Jingle, completamente coperta dalla mota schizzata dalle ruote, era visibilissima allo sportello dell'altra carrozza; e il movimento del suo braccio, violentemente agitato verso i postiglioni, dinotava che egli gli andava incitando ad una più furiosa corsa. L'interesse era intenso. Campi, alberi, siepi passavano loro accanto con la rapidità vorticosa del turbine. Erano quasi a fianco dell'altra carrozza. Si udiva chiara, fra lo strepito delle ruote, la voce di Jingle che incitava i postiglioni. Il vecchio signor Wardle aveva alle labbra la spuma della rabbia. I furfanti e gli svergognati e gli infami gli uscivano di bocca a dozzine. Stringeva il pugno ed energicamente lo scuoteva verso l'oggetto della sua indignazione. Ma il signor Jingle rispondeva appena con un sorriso sprezzante, e ribatteva con grida di trionfo quelle terribili minaccie, mentre i suoi cavalli, affaticati dalla frusta e dagli sproni, si spingevano a più rapida corsa, e si lasciavano indietro gli inseguitori. Il signor Pickwick s'era appunto tirato dentro e il signor Wardle, esausto dal troppo gridare, avea fatto lo stesso, quando un urto tremendo li fece balzare verso il sedile di faccia. Vi fu una subita scossa, uno schianto, una ruota volò in pezzi e la carrozza ribaltò. Dopo pochi secondi di spavento e di confusione, nei quali non si udì altro che lo scalpitar dei cavalli e il frangersi dei cristalli, il signor Pickwick si sentì violentemente tirato di sotto alle rovine della carrozza; e non sì tosto si fu rizzato in piedi ed ebbe strigato la testa dal bavero del pastrano che materialmente inutilizzava i suoi occhiali, vide in tutta la sua pienezza il disastro avvenuto. Il vecchio signor Wardle gli stava a fianco, senza cappello e cogli abiti laceri in varie parti. Giacevano ai loro piedi gli sparsi frammenti della carrozza. I postiglioni, ch'erano venuti a capo di tagliar le corregge, se ne stavano, sfigurati dalla mota e dall'assiduo cavalcare, alla testa dei cavalli; Un duecento passi più avanti era l'altra carrozza, che s'era fermata udendo il fracasso. I postiglioni, dall'alto delle loro selle, guardavano con certe loro facce sardoniche alla parte avversaria fuori d'arcioni, e il signor Jingle dallo sportello contemplava quella rovina con evidente soddisfazione Spuntava il giorno, e tutta la scena era illuminata dalla luce grigia dell'alba. - Ohe! - gridò quello sfrontato di Jingle; - s'è fatto male qualcuno? - persone attempate - posa piano - un po' gravanti - pericolo - sicuro. - Siete uno svergognato, una canaglia! - urlò Wardle. - Ah, ah! - rispose Jingle; e poi aggiunse, strizzando un occhio ed accennando col pollice di su la spalla all'interno della carrozza: - Dico eh - sta benone - vi fa i suoi complimenti - prega che non vi disturbiate - tante cose amorose a Tuppy - volete montar dietro? - avanti, ragazzi! I postiglioni ripresero le loro posizioni e la carrozza ripartì di carriera, mentre dal suo sportello il signor Jingle agitava un fazzoletto bianco in segno di saluto derisorio. Nulla intanto di tutta l'avventura, nemmeno l'urto e la carrozza ribaltata, aveano disturbato il temperamento calmo ed equanime del signor Pickwick. Però l'impudenza e l'audacia villana di essersi fatto prestare del denaro dal suo fedele seguace e di abbreviare ora il suo nome di Tupman in quel vezzeggiativo di Tuppy, erano affronti superiori alla sua sopportazione. Tirò il fiato grosso ed arrossendo fino al giro esterno degli occhiali, disse piano ed enfaticamente: - Se mai incontro di nuovo quell'uomo, io..... - Sì, sì, - interruppe Wardle, - tutto questo va benissimo; ma mentre noi ce ne stiamo qui a discorrere, essi piglieranno la loro brava licenza e si sposeranno a Londra. Il signor Pickwick tacque, imbottigliò la sua vendetta e la tappò ermeticamente. - Quanto c'è di qua all'altra tappa? - domandò il signor Wardle ad uno dei postiglioni. - Sei miglia, eh, Tom? - Più di sì che di no. - Piuttosto più che meno, signore. - Non c'è che fare, - disse Wardle, - bisogna farseli a piedi, Pickwick. - Non c'è rimedio, - rispose quest'uomo veramente grande. Così, mandato avanti uno dei postiglioni a cavallo, per procurare un'altra carrozza e dei cavalli freschi, e lasciando gli altri indietro per badare a quella fracassata, il signor Pickwick e il signor Wardle si misero coraggiosamente in cammino, dopo essersi bene avvolti negli scialli ed aver tirato giù le tese dei cappelli, per ripararsi alla meglio dall'acqua, che dopo una breve sosta, avea ricominciato a cadere a torrenti. X. Nel quale si chiarisce ogni sorta di dubbio, posto che ne fossero sorti, sul disinteresse e l'integrità del carattere del signor Jingle. Vi sono a Londra parecchie vecchie locande, destinate un tempo ad essere quartier generale di famose diligenze, quando le diligenze compivano i loro viaggi con maggior gravità e solennità che non facciano adesso; ma oggi queste locande hanno degenerato e servono soltanto alle vetture campagnuole, che vi riparano e vi affittano i posti. Il lettore cercherebbe invano uno di questi antichi alberghi fra le Croci d'oro e le Bocche d'oro e i Tori d'oro che ergono le fronti maestose nelle strade della Londra nuova. Se vuol capitare in uno di quei stambugi di altri tempi, deve volgere i passi ai più oscuri quartieri della città; e là in qualche angolo remoto ne troverà parecchi, ritti ancora, con una specie di bieca ostinazione, fra le moderne innovazioni che gli stringono da tutti i lati. Nel Borough, specialmente, rimangono in piedi una mezza dozzina di queste locande, che non hanno mutato di aspetto: e sono sfuggite nel tempo stesso alla rabbia delle rimodernazioni e alla rapacità della speculazione privata. Sono strani fabbricati, vasti, intricati, barocchi, con gallerie e corridoi e scale così ampie ed antiquate da fornir materia a cento storie di spiriti, posto che fossimo mai ridotti alla disgraziata necessità d'inventarne, e che il mondo divenisse così decrepito da esaurire le innumerevoli e veridiche leggende relative al vecchio Ponte di Londra e alle sue adiacenze dal lato di Surrey. Appunto nel cortile di una di queste locande - che era nientemeno la locanda del Cervo Bianco - il giorno appresso agli eventi testè narrati e di buon mattino, un uomo era tutto intento a scrostare il fango da un paio di stivali. Portava una sottoveste a righe, con maniche nere di bambagina e bottoni di vetro celeste: calzoni di panno ed uosa; un fazzoletto scarlatto avvolto con molta negligenza intorno al collo e sul capo un vecchio cappello bianco ammaccato da una parte. Aveva davanti due file di stivali, una pulita e l'altra sporca, e ad ogni aggiunzione ch'ei faceva alla prima, sostava un momento dal lavoro e ne contemplava gli effetti con manifesta soddisfazione. Il cortile non presentava alcun segno di quella rumorosa attività che è propria di quei grandi alberghi dove riparano le diligenze. Due o tre vetture caricate di una montagna di merci alta quanto il secondo piano di una casa se la dormivano sotto un'ampia tettoia che pigliava tutt'un lato del cortile; mentre un'altra, che dovea probabilmente incominciare quella mattina stessa il suo giro, stava allo scoperto. Una doppia fila di corsie con vecchie ringhiere occupava due lati dell'area, e una doppia fila corrispondente di campanelli, riparati da un piccolo tetto di lavagna, pendevano sulla porta che menava al caffè o al banco. Due o tre biroccini e calessi erano al coperto sotto varie tettoie; e le pedate pesanti di un cavallo di fatica, o il rumore di una catena in fondo al cortile, annunziavano a chi voleva saperlo che la stalla trovavasi appunto verso quella parte. Quando avremo aggiunto che alcuni ragazzi in giacca e camiciotto dormivano lunghi e distesi sopra balle di lana e valigie e altri articoli sparsi qua e là sopra monti di paglia, avremo descritto con quella maggiore precisione che si poteva l'aspetto generale del cortile della Locanda del Cervo Bianco, strada principale, Borough, nella mattina in questione. Una lunga scampanellata fu seguita dall'apparizione di una svelta servotta in uno dei corridoi superiori, la quale dopo aver bussato ad una delle porte e ricevuto di dentro un ordine, chiamò forte spenzolandosi dalla ringhiera: - Sam! - Ohe! - rispose l'uomo dal cappello bianco. - Gli stivali al numero ventidue. - Domanda al tuo numero ventidue se li vuole adesso o se vuole aspettare che glieli porti. - Via, Sam, non mi fate lo scimunito, - disse la ragazza vezzeggiandosi; - il signore ha bisogno subito dei suoi stivali. - Brava lei! brava davvero! Dammene due soldi del tuo subito, - disse il lustrascarpe. - Guarda qui un po' a questi stivali - undici paia di stivali ed una scarpa del numero sei con la gamba di legno. Gli undici gli ho da consegnare alle otto e mezzo e la scarpa alle nove. Chi è il numero ventidue che ha da scavalcare tutti gli altri? No, no, giro regolare, come diceva mastro Impicca quando ne impiccava una decina. Mi dispiace di farvi aspettare, caro signore, ma son da voi subito. E così dicendo l'uomo dal cappello bianco si diè con maggiore attività a lustrare uno stivalone a tromba. Si udì una seconda e più forte scampanellata; e la vecchia locandiera del Cervo Bianco apparve tutta affaccendata dalla ringhiera opposta. - Sam! - gridò la locandiera, - dov'è quel fannullone, quel buonannulla... Sam, dico! Oh, eccolo lì! Perchè non rispondete? - Non è creanza rispondere se prima non avete finito di parlare, - rimbeccò Sam di mala grazia. - To', lustrate subito queste scarpe pel numero diciassette, e portatele nel salottino particolare n. 5 primo piano. E la locandiera tirò nel cortile un paio di stivaletti da donna, e si tolse di lì in gran fretta. - N.° 5, - disse Sam, raccattando le scarpe; e cavato di tasca un pezzo di gesso ci fece sotto le suola un ricordo della loro destinazione. - Scarpe di signora e salottino particolare! scommetto che la non è mica venuta nel biroccino. - È venuta stamani presto, - gridò la servotta che stava ancora appoggiata alla ringhiera, - con un signore in un carrozzino, ed è a lui che servono gli stivali, è meglio che vi sbrighiate, e questo è tutto, ecco. - E perchè non dirmelo prima! - esclamò Sam indignato, pigliando gli stivali in questione da una delle due file. - Lo avevo pigliato per uno dei soliti stivali a tre pence. Salottino particolare! e una signora anche! Se gli ha un briciolo del signore, ci buscherò uno scellino al giorno, all'infuori delle commissioni. Stimolato da questa riflessione consolante, il signor Samuele si diè a strofinare così cordialmente, che in pochi minuti stivali e scarpe, con una lucidezza che avrebbe fatto rodere dall'invidia l'amabile signor Warren (perchè al Cervo Bianco usavano il grasso lucido di Day e Martin), erano davanti alla porta del numero 5. - Entrate, - disse una voce maschile in risposta alla discreta bussata di Sam. Sam fece il migliore dei suoi inchini e si trovò in presenza di un signore e di una signora seduti a colazione. Avendo poi depositato, uno per piede gli stivali del signore, e gli stivaletti della signora allo stesso modo, si tirò indietro verso la porta. - Giovinotto! - disse il signore. - Signore! - rispose Sam richiudendo la porta e rimanendo con la mano sul saliscendi. - Sapete.... come si chiama... Doctors' Commons? - Sissignore. - Dov'è? - Paul's Church-yard, signore; un'arcata bassa, un libraio da una parte, dall'altra un albergo e due uomini nel mezzo che fanno i sensali di licenze. - Sensali di licenze! - esclamò il signore. - Sensali di licenze, - rispose Sam. - Due così, in grembiule bianco; si toccano il cappello quando entrate. "La licenza, signore volete una licenza?" Curiosi loro e i loro principali. Una specie di procuratori, capite; non c'è mica da sbagliare. - E che fanno insomma? - domandò il signore. - Che fanno! Ve la fanno, eh! E il bello non è questo, perchè poi vi ficcano in capo di quella roba che non sta nè in cielo nè in terra e che i poveri signori non ci hanno pensato nemmeno per sogno. Mio padre, signore, era cocchiere. Era vedovo, era, e tanto grasso, benedetto lui, ch'era buono a tutto; grasso da sbalordire. Gli muore la moglie e gli lascia quattrocento sterline. Si mette la via fra le gambe e giù ai Commons, per veder l'avvocato e pigliarsi il fatto suo. Un damerino, signore: stivali a tromba, mazzolino all'occhiello, cappello a staio, scialle verde, un vero signore. Passa l'arcata, pensando com'ha da impiegare il suo danaro. Gli viene avanti il sensale e si tocca il cappello. - Licenza, signore, licenza? - Che cosa? dice mio padre. - Licenza, signore, dice lui. - Che licenza? dice mio padre. - Licenza di matrimonio, dice lui. - Voglio crepare, dice mio padre, se ci ho mai pensato. - Credo che ve ne bisogni una, signore, dice lui. - Mio padre si ferma e pensa un tantino. - No, dice, son troppo vecchio, perbacco, e poi anche son troppo grasso. - Niente, niente, signore, dice il sensale. - Come niente? dice mio padre. - Niente, dice lui; Lunedì passato abbiamo maritato un signore ch'era due volte a voi. - Davvero, eh? dice mio padre. - Sicuro, dice il sensale, voi siete un bambino a petto a lui; di qua, signore, di qua! - E sissignore, ecco mio padre che gli va dietro, come uno scimiotto ammaestrato dietro all'organino, ed entrano in uno stanzino d'ufficio, dove c'era un coso seduto fra un monte di fogliacci sudici e scatole di stagno per dare ad intendere che avesse un gran da fare. - Prego, sedete, che vi fo intanto il certificato, dice l'avvocato. - Grazie, signore, dice mio padre, e si mise a sedere e guardò attorno a bocca aperta e con tanto d'occhi ai nomi scritti sulle scatole. - Come vi chiamate? dice l'avvocato. - Tony Weller, dice mio padre. - Parrocchia? dice l'avvocato. - Alla bella selvaggia, dice mio padre; perchè a quella locanda avea tirato, e non sapeva nulla di parrocchie. - E il nome della signora? dice l'avvocato. - Mio padre si sentì come una mazzata sul capo. - Magari lo sapessi, dice. - Non lo sapete! dice l'avvocato. - Ne so quanto voi, dice mio padre; non ce lo possiamo ficcar dopo, il nome? Impossibile! dice l'avvocato. - E va bene, dice mio padre, dopo averci pensato su un momento, mettete signora Clarke. - Clarke che cosa? dice l'avvocato con la penna nel calamaio. - Susanna Clarke, all'insegna del Marchese di Gramby, Dorking, dice mio padre; scommetto che la mi sposa, se la domando; non le ho mai detto nulla, ma mi piglia sicuro. - La licenza fu staccata, e lei se lo pigliò, e figuratevi che se lo tiene anche adesso; ed io, povero diavolo, delle quattrocento lire non ne ho mai visto nemmeno mezza. Scusate, signore, ma quando mi metto a parlare di questo affaraccio, corro corro come un biroccino nuovo con l'unto nelle ruote. E ciò detto, Sam stette un momento per vedere se s'aveva più bisogno di lui, ed uscì dalla camera. - Le nove e mezzo - questa è l'ora - andiamo, - disse il signore, che non abbiamo bisogno di presentare come signor Jingle. - È l'ora.... per che cosa? - domandò la zia ragazza, facendo la vezzosa. - La licenza, angelo adorato - avvertir la chiesa - chiamarvi mia domani, - disse il signor Jingle stringendole forte la mano. - La licenza! - esclamò Rachele arrossendo. - La licenza, sì, - ripetette il signor Jingle. In fretta corro per la licenza E più che in fretta ritornerò, - Come correte! - disse Rachele. - Correre, - meno d'una lumaca - le ore, i giorni, le settimane, i mesi, gli anni, quando saremo uniti, quelli correranno - voleranno - freccia - elettrico - vapore - forza di mille cavalli. - Non potremmo.... non potremmo sposare prima di domani mattina? - domandò Rachele. - Impossibile - non può essere - bisogna avvertir la chiesa - lasciare oggi il permesso - domani la cerimonia. - Ho tanta paura che mio fratello non ci abbia da scoprire! - Scoprire - ohibò - troppo scosso dal capitombolo - d'altra parte - somma precauzione - lasciata la carrozza di posta - un tratto a piedi - preso un carrozzino - tirato al Borough - l'ultimo posto del mondo da venirci a cercare - ah, ah! bella idea - splendida - sicuro. - Non vi trattenete a lungo, - disse teneramente la zia ragazza, mentre il signor Jingle si calcava in capo il cappello ammaccato. - A lungo lontano da voi? Sirena crudele! - e il signor Jingle si accostò giocondamente a Rachele, le impresse un casto bacio sulle labbra e uscì leggiero e saltellante dalla camera. - Che caro uomo! - disse Rachele, quando la porta gli si chiuse alle spalle. - Che tipo di zitellona! - disse il signor Jingle, attraversando il corridoio. Egli è troppo penoso riflettere sulla perfidia della nostra specie; epperò noi non seguiremo il filo delle meditazioni del signor Jingle, mentre ei si dirigeva ai Doctors' Commons. Ci basterà dire che, sfuggendo alle insidie dei draghi in grembiuli bianchi che guardano l'ingresso di quella incantata regione, egli arrivò sano e salvo all'ufficio del vicario generale, e procacciatasi una graziosa epistola in pergamena dell'arcivescovo di Canterbury ai suoi "fedeli ed amati Alfredo Jingle e Rachele Wardle, salute e benedizione", si pose accuratamente in tasca, il mistico documento e se ne tornò trionfante al Borough. Non era ancora arrivato al Cervo Bianco quando due signori grassi e uno magro entrarono nel cortile e guardarono attorno in cerca di qualche persona del luogo a cui rivolgere delle domande. Il signor Samuele Weller si trovava appunto occupato a lustrare un paio di stivali, proprietà personale di un fattore, che si stava ristorando con due o tre libbre di manzo rifreddo ed uno o due boccali di birra, dopo le fatiche del mercato; e fu proprio verso di lui che il signore magro si avanzò. - Brav'uomo, - disse. - Gli è uno di quelli che gli piacciono i consulti gratis, - pensò Sam, - se no non si sarebbe innamorato di me alla bella prima. - Ma disse solo: - Che c'è? - Brav'uomo, - disse il signore magro con una tosserella conciliativa, - avete molti passeggieri? Molto da fare, non è così? Sam sbirciò con la coda dell'occhio l'interrogatore. Era un ometto secco ed allampanato, dal viso bruno e spremuto e con due occhietti neri che luccicavano e ammiccavano dalle due parti del naso sottile e scrutatore, come se con questo membro della faccia giocassero continuamente a rimpiatterelli. Era tutto vestito di nero, con stivali lucidi come gli occhi, cravattina bianca, camicia pulita e gala allo sparato. Una catena d'oro con sigilli gli pendeva dal taschino. Portava in mano i suoi guanti neri; e mentre parlava, cacciava i polsi sotto lo falde del soprabito col fare di un uomo che è abituato a porre delle questioni legali. - Molto da fare, non è così? - disse l'ometto. - Eh, non c'è male, - rispose Sam, - non si fallisce e non si fa fortuna. Mangiamo la carne di montone senza capperi, e c'infischiamo delle radici quando si può aver un pezzo di manzo. - Ah, - disse l'ometto, - siete un burlone, eh? - Mio fratello più grande andava soggetto a questa malattia, - rispose Sam; - può anche essere attaccaticcia ed io e lui si dormiva insieme nello stesso letto. - È una curiosa casa questa vostra, un po' antiquata, - disse l'ometto guardando intorno. - Se ci aveste avvisati con una parolina che venivate voi, l'avremmo un po' restaurata, - rispose l'imperturbabile Sam. L'ometto curioso sembrò alquanto smontato da queste risposte, ed una breve consultazione ebbe luogo fra lui e i due compagni grassi. Dopo di che, l'ometto prese un pizzico di tabacco da una sua scatola d'argento, e si disponeva a riappiccare la conversazione, quando uno dei suoi compagni, il quale oltre allo spirare benevolenza da tutta la persona, possedeva un par d'occhiali ed un paio di uosa nere, s'interpose: - In sostanza, - disse, - il fatto è questo che il mio amico qui (additando l'altro signore grasso), vi darà mezza ghinea, se risponderete ad una o due... - Prego, prego, caro signore, prego, - disse l'ometto, - permettete, caro signore, la prima regola da osservare in questi casi è questa: se affidate la cosa nelle mani di un uomo della professione, non dovete punto punto immischiarvi nella condotta di essa; dovete riporre in lui piena fiducia. Perdonate, signor... - e volgendosi all'altro signore grasso, disse: - Ho dimenticato il nome del vostro amico. - Pickwick, - rispose il signor Wardle, poichè era proprio lui. - Ah, Pickwick... sicuro.... perdonate, signor Pickwick, mio caro signore, io sarò lietissimo di ricevere da voi ogni sorta di consigli, come amicus curiae, ma mi dovete riconoscere la sconvenienza della vostra intrusione nel caso presente con un tale argomento ad captandum, come è l'offerta d'una mezza ghinea. Prego, signore, prego, - e l'ometto annasò una argomentativa presa di tabacco con un'aria molto grave e profonda. - Io volevo soltanto, - disse il signor Pickwick - portare questo disgraziato affare ad una sollecita conclusione. - Benissimo, benissimo, - disse l'ometto. - Ed a tale intento, - continuò il signor Pickwick, - ho adoperato un argomento che la mia esperienza degli uomini mi ha insegnato essere in tutti i casi il più efficace. - Già, già, - disse l'ometto, - ottimamente; ma avreste dovuto suggerirlo a me. Io son certo, mio caro signore, che voi non potete ignorare fino a che punto si debba aver fiducia in un uomo d'affari. Se mai una qualunque autorità è necessaria su questo punto, permettete, signore, che io vi richiami alla mente il ben noto caso di Barnwell, e.... - Lasciatemi in pace Giorgio Branwell, - interruppe Sam che se n'era stato tutto attonito ad ascoltare il breve colloquio, - tutti sanno che sorta di caso fu il suo, benchè il mio parere è stato sempre che la giovane se la meritava più di lui una buona strozzatina. Del resto, questo non leva e non mette. Voi mi volete fare accettare mezza ghinea. Benissimo, non dico di no; posso parlare meglio di così, signore? (Il signor Pickwick sorrise). Sicchè non si tratta che di sapere che diavolo volete da me, come disse l'uomo quando vide lo spirito. - Vorremmo sapere.... - disse il signor Wardle. - Prego, caro signore, prego, - interruppe l'ometto. Il signor Wardle scrollò le spalle e ammutolì. - Vorremmo sapere, - disse l'ometto solennemente, - e facciamo a voi la domanda per non destar dentro sospetti, vorremmo sapere chi ci avete in casa in questo momento. - Chi ci abbiamo in casa! - esclamò Sam, pel quale i passeggieri erano sempre rappresentati da quello speciale articolo di vestiario che cadeva sotto la sua immediata giurisdizione. - Ci abbiamo una gamba di legno al numero sei, ci abbiamo un paio di prussiani al tredici, ci abbiamo due paia di scarpe nel quartiere negozianti, ci abbiamo questi stivali a tromba al pianterreno, e altri cinque come questi al caffè. - Niente altro? - domandò l'ometto. - Un momento! - esclamò Sam ricordandosi ad un tratto. - Sì; ci abbiamo un paio di Wellington più vecchi che nuovi ed un paio di stivaletti da signora, al numero cinque. - Come sono questi stivaletti? - domandò subito Wardle; il quale, insieme col signor Pickwick, non si raccapezzava in udire quella strana enumerazione di passeggieri. - Roba di provincia, - rispose Sam. - C'è il nome del calzolaio? - Brown. - Di dove? - Muggleton. - Sono dessi! - gridò Wardle. - Per tutti i diavoli, gli abbiamo trovati. - Piano! - fece Sam. - I due Wellington sono andati ai Doctors' Commons. - No, - disse l'ometto. - Sì, per una licenza. - Siamo in tempo; - esclamò Wardle. - Indicateci la camera; non c'è un minuto da perdere. - Prego, caro signore, prego, - disse l'ometto; - prudenza, prudenza. Poi, cavando di tasca una borsa di seta rossa, ne estrasse una ghinea e guardò fisso Sam. Sam fece una smorfia piena di espressione. - Introduceteci subito nella camera senza annunziarci, - disse l'ometto - e la moneta è vostra. Sam gettò in un angolo gli stivali del fattore, e si avviò per un oscuro corridoio e su per una larga scala. In fondo ad un altro corridoio si fermò e stese una mano. - Ecco, - bisbigliò l'avvocato, ponendogli in mano la moneta promessa. Sam si avanzò di qualche passo, seguito dai due amici e dal loro consultore legale e si fermò davanti una porta. - È questa la camera? - domandò piano l'avvocato. Sam accennò di sì col capo. Il vecchio Wardle diè una spinta all'uscio e tutti e tre entrarono nella camera, nel punto stesso che Jingle presentava l'ottenuta licenza alla zia ragazza. La zia ragazza mandò uno strido, e gettandosi sopra una sedia, si nascose la faccia fra le mani. Il signor Jingle si cacciò subito la licenza in tasca, e gli ingrati visitatori si avanzarono nel mezzo della camera. - Voi.... voi siete un bel furfante, eh? - gridò Wardle soffocato dall'ira. - Prego, caro signore, - disse l'ometto, posando il cappello sulla tavola. - Prego, prego, riflettete. Scandalum magnatum, diffamazione, azione per danni e interessi. Calmatevi, mio caro signore, prego... - Come avete ardito portar via mia sorella da casa mia? - domandò il vecchio. - Bravo, così, - disse l'ometto, - questo potete domandarlo. Come avete ardito, signore? eh, signore? - Chi diavolo siete voi? - domandò il signor Jingle in tono così fiero che l'ometto indietreggiò di uno o due passi. - Chi è, canaglia che siete, chi è? - interruppe Wardle. - È il mio avvocato, il signor Perker. Perker, io lo voglio far processare, arrestare, io.... io.... lo rovinerò, per l'anima mia! E voi, - proseguì il signor Wardle volgendosi di botto alla sorella, - voi, Rachele, in un'età che dovreste essere ragionevole, che avete inteso di fare scappando con un vagabondo, disonorando la vostra famiglia, e rovinandovi voi stessa? Su, mettetevi il cappello, e venite via. Fate venire una vettura, a voi, subito, e portate il conto di questa signora, avete inteso? avete inteso? - Subito, signore, - rispose Sam, il quale avea risposto alla violenta scampanellata di Wardle con una celerità, che sarebbe sembrata maravigliosa a chiunque non avesse saputo che, durante tutto il colloquio, egli era stato con l'occhio al buco della toppa. - Mettetevi il cappello, - ripetette Wardle. - Non vi movete, - disse Jingle. - E voi, signore, uscite - niente da fare qui - la signora è libera di fare quel che le aggrada - più di ventun anno. - Più di ventuno! - esclamò Wardle con disprezzo. Dite più di quarantuno! - Non è vero, - gridò la zia ragazza, nella quale l'indignazione la vinceva sul proposito di venir meno. - Sì ch'è vero, - rispose Wardle, - ne avete cinquanta tra poco. Qui Rachele gettò un grido e perdette i sensi. - Un bicchier d'acqua, - ordinò alla locandiera il sensibile signor Pickwick. - Ma che bicchiere! - gridò il furibondo Wardle. - Portatene una tinozza e versategliela addosso; le farà del bene e se lo merita davvero. - Uh, che bruto! - esclamò la buona locandiera. E poi con tante esclamazioni ed esortazioni, come: "Povera piccina! - via via, non è nulla - bevetene un sorso - farà bene - non vi buttate giù a questo modo - amore mio! ecc." la locandiera, assistita da una sua donna, si diè a bagnar le tempie della zia ragazza con l'aceto, a batterle nelle mani, a titillarle il naso, a slacciarle il busto, a somministrarle tutti quei ristori che le femmine compassionevoli sogliono applicare a quelle signore che si sforzano di farsi pigliare dagli attacchi nervosi. - La carrozza è pronta, signore, - disse Sam comparendo sotto la porta. - Andiamo, su! - esclamò Wardle; - la porterò da me per le scale. A questa proposizione gli isterismi raddoppiarono di intensità. La locandiera stava per protestare violentemente contro questo modo di procedere, e avea già domandato con grande indignazione se mai il signor Wardle si credesse di essere il re della creazione, quando il signor Jingle entrò di mezzo, volgendosi a Sam. - A voi, - disse, - chiamatemi un ufficiale di polizia. - Un momento, un momento, - disse il piccolo Perker. - Riflettete, signore, riflettete prima. - Niente riflessioni, - rispose Jingle, - ella è padrona di se stessa - voglio vedere chi osa portarla via. - contro la sua volontà. - Non voglio che mi si porti via, - mormorò Rachele, - non voglio! (E qui un altro accesso terribile). - Mio caro signore, - disse a bassa voce l'ometto, traendo in disparte il signor Wardle e il signor Pickwick; - mio caro signore, la nostra posizione è critica assai. Il caso è deplorevole; non lo nego, è deplorevolissimo. Ma davvero, mio caro signore, davvero noi non abbiamo facoltà di regolare le azioni della signora. Ve l'ho avvertito prima, mio caro signore, che non c'era altro da fare che venire ad una transazione. Vi fu una breve pausa. - Che specie di transazione intendereste voi? - domandò il signor Pickwick. - Ma, dico, mio caro signore, il nostro amico qui si trova in una posizione dispiacevole, molto dispiacevole. Ci dobbiamo contentare di soffrire una piccola perdita pecuniaria. - Qualunque perdita, - disse Wardle, - anzi che sopportare questa vergogna e che lei, per matta che sia, si renda infelice per tutta la vita. - Credo che la cosa si possa aggiustare, - riprese l'ometto. - Signor Jingle, volete un momento venir con noi nella camera appresso? Il signor Jingle consentì, e il quartetto passò nell'altra camera ch'era vuota. - Adesso, signore, - disse l'ometto chiudendo bene la porta, - non ci sarebbe modo di aggiustare questa faccenda?... venite un momentino di qua, prego.... vicino a questa finestra dove si può star soli.... così, signore, così, prego, prego, sedete. Dunque, mio caro signore, tra noi due, noi sappiamo benissimo, mio caro signore, che voi siete scappato con questa signora per amore dei suoi quattrini. Prego, prego, non vi accigliate; dico, tra noi, a quattr'occhi, questo lo sappiamo. Siamo tutti e due uomini di mondo, e sappiamo egregiamente che i nostri due amici qui.... non lo sono, eh? Il viso del signor Jingle s'andò via via rischiarando; e parve anzi, per un leggiero tremolio della palpebra, che il suo occhio sinistro ammiccasse. - Benissimo, benissimo, - proseguì l'ometto, osservando l'impressione prodotta. - Ora il fatto è che, meno qualche centinaio, la signora ha poco o niente fino a morte della madre.... una bella vecchia, mio caro signore. - Vecchia, - disse il signor Jingle, laconicamente ma con enfasi. - Sicuro, non dico di no, - rispose l'avvocato con un po' di tosse. - Avete ragione, mio caro signore, è piuttosto vecchia. Viene però da una vecchia famiglia, mio caro signore; vecchia in tutti i sensi della parola. Il fondatore di questa famiglia venne a Kent, quando Giulio Cesare invase la Brettagna; un solo membro della famiglia, da quell'epoca, non ha toccato gli ottantacinque anni, perchè fu decapitato da un Enrico. La vecchia signora non ha ancora settantatre anni, mio caro signore. L'ometto tacque ed annasò una presa di tabacco. - Ebbene? - fece il signor Jingle. - Ebbene, mio caro signore.... non prendete tabacco? ah! tanto meglio.... abitudine dispendiosa.... ebbene, mio caro signore, voi siete un bel giovane, uomo di mondo, capace di spingervi, avendo alle mani un capitale, eh? - Ebbene? - ripetette il signor Jingle. - Mi capite? - Non perfettamente. - Non vi pare.... badate, caro signore, è un'ipotesi che fo io.... non vi pare che cinquanta sterline e la libertà sarebbero assai meglio che la signorina Wardle e l'aspettativa? - Poco, meno della metà! - disse il signor Jingle alzandosi. - Prego, caro signore, prego, - riprese il piccolo avvocato trattenendolo per un bottone. - Una cifra rotonda; un uomo della vostra fatta la triplica in meno di niente; si può fare un monte di cose con cinquanta sterline, mio caro signore. - Se ne fanno di più con centocinquanta, - rispose freddamente il signor Jingle. - Ebbene, mio caro signore, non perdiamo tempo per un'inezia; siano.... siano settanta. - Poco, - disse il signor Jingle. - Non andate via, mio caro signore, prego, prego, senza, fretta. Ottanta, via; vi scrivo subito un ordine. - Poco, - disse il signor Jingle. - Ebbene, mio caro signore, ebbene, - disse l'ometto trattenendolo sempre, - ditemi voi a un dipresso la vostra idea. - Affare dispendioso, - disse il signor Jingle. - Danaro sborsato - posta, nove sterline; licenza, tre - e fa dodici - compenso, cento - e fa cento e dodici - onore offeso e perdita della signora. - Sta bene, sta bene, mio caro signore, - disse l'ometto con un'occhiata d'intelligenza, - Lasciamoli lì i due ultimi articoli. Sono dunque centododici.... facciamo cento, via. - Venti, - disse Jingle. - Via, via, vi scrivo subito l'ordine a vista, - disse l'ometto, sedendosi al tavolino. - Lo farò pagabile per doman l'altro, - disse l'ometto, con un'occhiata al signor Wardle; - e intanto abbiamo il tempo di portar via la signora. Il signor Wardle consentì con un cenno del capo. - Cento, - disse l'ometto. - Venti, - disse il signor Jingle. - Mio caro signore.... - Dategliele e facciamola finita, - interruppe Wardle. L'ordine fu scritto e il signor Jingle lo intascò. - Ed ora, disse Wardle alzandosi di scatto, - uscite da questa casa subito, all'istante! - Mio caro signore.... - E badate, che nulla m'avrebbe indotto a questa transazione, nemmeno un riguardo per la mia famiglia, se non fossi persuaso che avendo un po' di spiccioli in cotesta vostra tasca andrete più speditamente al diavolo. - Prego, caro signore, prego! - Chetatevi, Perker. E voi, signore, uscite! - Subito per servirvi, - disse Jingle sfrontatamente. - Addio, Pickwick, tante cose! Se un qualunque spassionato spettatore avesse potuto vedere l'aspetto dell'uomo illustre durante l'ultima parte di questa conversazione, sarebbe quasi stato indotto a meravigliarsi che quegli occhi roventi di sdegno non gli avessero liquefatte le lenti degli occhiali, - tanto era maestosa l'ira sua. Dilatò le narici e strinse involontariamente i pugni, udendosi da quel furfante chiamare con tanta dimestichezza. Ma anche questa volta si contenne, e non lo polverizzò. - To'! - riprese lo sciagurato gettando la licenza ai piedi del signor Pickwick; - mutate il nome - portate a casa la signora - buona per Tuppy. Il signor Pickwick era filosofo, ma i filosofi non sono poi che degli uomini corazzati. Lo strale lo avea colto, gli era penetrato attraverso la corazza fino in fondo al cuore. Nell'impeto dell'ira, egli tirò alla cieca il calamaio che aveva davanti, e lo seguì con la propria persona. Ma il signor Jingle era scomparso ed ei si trovò preso fra le braccia di Sam. - Ohe! - gridò questo ameno individuo; - la mobilia è a buon prezzo al vostro paese. Questo è inchiostro che scrive da solo, questo qui, e ha già scritto sul muro il vostro nome. Lasciate andare; a che serve correre dietro una persona che a quest'ora è arrivata all'altra punta del Borough? La mente del signor Pickwick, come quella di tutti gli uomini veramente grandi, era aperta alla persuasione. Egli era un pronto e potente ragionatore; sicchè un solo istante di riflessione bastò a convincerlo dell'inutilità del suo sdegno. Si calmò di botto, a quel modo stesso che s'era acceso, e tutto affannoso girò una benevola occhiata sui suoi amici. Dovremo ora narrare le lamentazioni della signorina Wardle quando si vide abbandonata dall'infedele Jingle? dovremo dare un estratto della stupenda descrizione fatta dal signor Pickwick di quella scena straziante? Il suo libro di appunti, sul quale si scorgono ancora le lagrime strappategli dalla tenera pietà, ci sta aperto davanti; una parola, e noi lo passiamo subito nelle mani del tipografo. Ma no! noi siamo fermi contra la tentazione! noi non lacereremo il cuore del pubblico con l'esposizione di tanti dolori! Il giorno appresso, lentamente e tristamente, i due amici e la signora abbandonata se ne tornarono nella pesante vettura di Muggleton. E le ombre malinconiche di una sera d'estate erano calate sulla terra, quando essi toccarono di nuovo Dingley Dell e si trovarono davanti alla casa. XI. Il quale espone un altro viaggio e una scoperta archeologica; enuncia il proposito del signor Pickwick di assistere ad una elezione, e contiene un manoscritto del vecchio ecclesiastico. Una notte di quiete e di riposo nel silenzio profondo di Dingley Dell e una buona boccata d'aria pura e fragrante il mattino appresso, rimisero completamente il signor Pickwick dalla stanchezza materiale e morale. Per due giorni di fila quest'uomo illustre era stato lontano dai suoi amici e seguaci; sicchè non è da concepire con quanto piacere egli si avanzasse a salutare i signori Winkle e Snodgrass, imbattendosi in essi al suo ritorno dalla mattutina passeggiata. Il piacere fu vicendevole; perchè chi mai poteva contemplare la faccia raggiante del signor Pickwick senza sentirsene rallegrato? Pareva nondimeno che una nube incombesse sui suoi compagni, la quale al grand'uomo non poteva sfuggire benchè la sua penetrazione non ne indovinasse il motivo. Erano l'uno e l'altro avvolti da una cert'aria misteriosa non meno insolita che allarmante. - E come sta, - domandò il signor Pickwick, quando ebbe stretto la mano ai suoi seguaci e scambiato gli affettuosi saluti, - come sta Tupman? Il signor Winkle, al quale la domanda era più specialmente diretta, non rispose verbo. Voltò il capo in là e parve assorto in malinconiche riflessioni. - Snodgrass, - disse con ansia il signor Pickwick, - come sta il nostro amico.... non sta mica male? - No, - rispose il signor Snodgrass; ed una lagrima tremolò all'orlo della sua palpebra sentimentale, come una goccia di pioggia sul vetro di una finestra. - No, non sta male. Il signor Pickwick si fermò, e guardò in viso alternativamente i suoi amici. - Winkle, Snodgrass, - disse il signor Pickwick, - che vuol dir ciò? dov'è il nostro amico? che è accaduto? Parlate, ve ne prego.... ve l'impongo anzi, parlate. Il contegno del signor Pickwick era così degno e solenne che a dirittura non vi si potea resistere. - È partito, - disse il signor Snodgrass. - Partito! - esclamò il signor Pickwick, - partito! - Partito, - ripetette il signor Snodgrass. - Per dove? - domandò il signor Pickwick. - Non possiamo congetturarlo che da questa comunicazione, - rispose il signor Snodgrass, cavando di tasca una lettera e porgendola all'amico. - Ier mattina, quando giunse la lettera del signor Wardle che annunziava il vostro ritorno con la sorella per la sera stessa, fu vista farsi più cupa la malinconia che avea pesato sul nostro amico durante tutto il giorno precedente. Poco dopo disparve: non fu trovato per tutto il giorno, e la sera fu portata questa lettera dal mozzo di stalla della Corona di Muggleton. Gli era stata consegnata la mattina con ordine severo di non recapitarla prima di sera. Il signor Pickwick aprì la lettera. Era di carattere di Tupman e conteneva quanto segue: "Mio caro Pickwick, "Voi, mio caro amico, siete molto al di sopra di tante fragilità e debolezze mortali alle quali la comune degli uomini non può sottrarsi. Voi non sapete che cosa sia essere in un punto solo abbandonato da una donna adorata ed ammaliatrice e cader vittima degli inganni di un furfante, che nascondeva il ghigno dell'astuzia sotto la maschera dell'amicizia. Non vi auguro che mai l'abbiate ad apprendere. "Qualunque lettera indirizzata a me al Fiasco di cuoio, Cobham, Kent, mi sarà recapitata, - supposto che io sia ancora fra i viventi. Io fuggo l'aspetto di un mondo che m'è venuto in odio. Se mai lo fuggissi del tutto e per sempre, compiangetemi, perdonatemi. La vita, mio caro Pickwick, mi si è resa insopportabile. Lo spirito che arde dentro di noi somiglia la gerla del facchino sulla quale posa il gran fardello delle cure e dei dolori; e quando questo spirito ci vien meno, il peso troppo grave ci schiaccia. Potete dire a Rachele.... ahi, questo nome!..." - Dobbiamo partir subito da questo luogo, - disse il signor Pickwick ripiegando la lettera. - Non sarebbe mai stato conveniente rimaner qui, dopo quanto è accaduto; ed ora ci incombe il dovere di andare in cerca del nostro amico. E così dicendo, si avviò alla casa. Quando la sua determinazione fu nota, una gran ressa gli si fece intorno, perchè rimanesse. Ma il signor Pickwick fu incrollabile. Degli affari urgenti, disse, lo chiamavano altrove. Il vecchio ecclesiastico si trovava presente. - È proprio vero che volete partire? - domandò traendolo in disparte. Il signor Pickwick riconfermò il suo proposito. - In tal caso, - disse il vecchio, - eccovi un piccolo manoscritto, che mi auguravo di leggervi io stesso. Lo trovai alla morte di un mio amico medico, addetto al nostro manicomio, fra una farraggine di carte lasciate a me perchè le serbassi o le distruggessi a mia scelta. Non credo veramente che il manoscritto sia genuino, benchè certo non è scritto di pugno del mio amico. In tutti i modi, o che sia realmente scritto da un pazzo o che sia soltanto fondato sui delirii di qualcuno di questi infelici, cosa che mi pare più verisimile, leggetelo e giudicate da voi stesso. Il signor Pickwick prese il manoscritto e si accomiatò dal buon vecchio con molte espressioni di stima e di affetto. Fu meno agevole il prendere commiato dai padroni di casa, dai quali erano stati colmati di tante cortesie. Il signor Pickwick baciò le signorine - diremmo quasi come un padre, se il paragone non fosse alquanto inesatto, visto che un po' di calore soverchio ei ve lo mettesse, -abbracciò la vecchia signora con cordialità filiale, e accarezzò con una sua piccola percossa le guance rosee della servitù femminile in un modo molto patriarcale, mentre faceva scivolare nelle mani di ciascuna qualche segno più sostanzioso della sua soddisfazione. Lo scambio di espansioni con quel caro vecchio del loro ospite e col signor Trundle fu anche più cordiale e prolungato; e solo dopo aver chiamato parecchie volte il signor Snodgrass, il quale emerse finalmente da un oscuro corridoio seguito subito dopo da Emilia (i cui occhi brillanti erano insolitamente offuscati), i tre amici riuscirono a divincolarsi dai loro ospiti cortesi. Molti sguardi volsero indietro alla fattoria, mentre lentamente s'allontanavano, e molti baci lanciò in aria il signor Snodgrass in risposta a qualche cosa che somigliava molto un fazzoletto di signora, sventolato dall'alto d'una finestra, fino a che un gomito del viale non ebbe nascosta agli occhi loro la vecchia casa. A Muggleton si procacciarono un mezzo di trasporto per Rochester. La lunghezza del cammino aveva intanto mitigato in gran parte il loro dolore, tanto che potettero fare un eccellente desinare; indi, informatisi della strada da prendere, i tre amici si posero di nuovo in viaggio alla volta di Cobham. La passeggiata non poteva essere più amena. Era una bella giornata di giugno ed essi attraversavano un bosco fitto ed ombroso, rinfrescato dallo zeffiro che mormorava dolcemente nel fogliame e rallegrato dalle canzoni degli uccelletti appollaiati sui rami. L'edera e il muschio rivestivano del loro verde i vecchi tronchi degli alberi e l'erba che cresceva sul sentiero faceva come un morbido tappeto di seta. Uscirono all'aperto in un ampio parco con un antico castello dall'architettura barocca e pittoresca del tempo di Elisabetta. Lunghi viali di olmi e quercie annose si aprivano dall'una e dall'altra parte: greggi numerose di daini pascolavano; e di tratto in tratto una lepre spaurita rasentava il terreno con la rapidità delle ombre proiettate dalle leggiere nuvolette che sopra un bel paesaggio soleggiato passano come un soffio fugace dell'estate. - Se qui, - disse il signor Pickwick, guardandosi intorno, - se qui venissero tutti coloro cui stringe una cura simile a quella del nostro amico, io credo che il loro primo attaccamento a questo mondo tornerebbe ben presto. - Così credo anch'io, - disse il signor Winkle. - E veramente, - aggiunse il signor Pickwick, dopo che in mezz'ora di cammino furono giunti al villaggio, - veramente questa è per un misantropo la più bella e desiderabile dimora ch'io abbia mai conosciuto. In questa opinione convennero anche i signori Winkle e Snodgrass; ed essendo stati diretti al Fiasco di cuoio, comoda e pulita osteria di villaggio, i tre viaggiatori entrarono e presero subito contezza di un signore che rispondeva al nome di Tupman. - Fate entrare i signori nel salotto, Tom, - disse l'ostessa. Un bel pezzo di giovanotto campagnolo aprì una porta all'estremità del corridoio, e i tre amici entrarono in una camera lunga e bassa fornita di un gran numero di seggiole dalle spalliere alte e dai cuscini di pelle, di foggie fantastiche, ed ornata con una grande varietà di vecchi ritratti e stampe colorate. In fondo alla camera si vedeva una tavola, coperta da una bianca tovaglia, con sopra polli arrosto, prosciutto, birra, e simili; e alla tavola sedeva il signor Tupman, che somigliava il meno possibile ad un uomo che avesse preso dal mondo il suo commiato definitivo. Vedendo entrare gli amici, il signor Tupman posò il coltello e la forchetta, e con aria lugubre andò loro incontro. - Non mi aspettavo di vedervi qui, - disse poi stringendo la mano al signor Pickwick. È stato un gentile pensiero il vostro. - Ah! - sospirò il signor Pickwick, mettendosi a sedere e asciugandosi il sudore dalla fronte. - Terminate il vostro desinare e venite fuori a far quattro passi con me. Bramo parlarvi da solo a solo. Il signor Tupman obbedì; e il signor Pickwick, dopo che si fu rinfrescato con una buona bevuta di birra, aspettò l'amico suo. Il desinare fu subito terminato, ed essi uscirono insieme. Per una mezz'ora furono veduti andar su e giù pei viali del camposanto, durante la quale il signor Pickwick si studiò di combattere il bieco proposito del suo compagno. Sarebbe inutile riferire qui le sue argomentazioni; perchè quale lingua umana potrebbe dar loro quell'energia e quella efficacia che vi sapeva infondere il grande oratore? Sia che il signor Tupman fosse già stanco del suo isolamento, sia che non potesse proprio resistere all'eloquente appello che gli veniva fatto, certo è che non vi resistette. - Poco gl'importava, - disse, - dove avrebbe trascinato il resto dei suoi giorni; e poichè il suo amico teneva tanto alla sua umile compagnia, egli consentiva di buon grado a dividerne le avventure. Il signor Pickwick sorrise. Si strinsero la mano, e tornarono indietro per raggiungere i compagni. Fu a questo punto che il signor Pickwick fece quella scoperta immortale, che ha formato sempre l'orgoglio ed il vanto dei suoi amici non che l'invidia di tutti gli antiquari di questa e delle altri parti del mondo. Aveano oltrepassata la porta dell'osteria e fatti pochi passi verso il villaggio, prima di ricordarsi il posto preciso di quella. Nel tornar che fecero indietro, l'occhio del signor Pickwick cadde sopra una piccola pietra rotta, a metà sepolta nel terreno, di faccia alla porta di una capanna. Si fermò. - È strano! - disse il signor Pickwick. - Che cosa è strano? - domandò il signor Tupman, guardando a tutti gli oggetti che gli stavano intorno, meno che all'oggetto in questione. - Per amor del cielo, di che si tratta? Era quest'ultima una esclamazione d'irrefrenabile stupore, motivato dal vedere il signor Pickwick, nel suo entusiasmo di scopritore, cadere in ginocchio davanti alla piccola pietra e darsi a spolverarla col proprio fazzoletto da naso. - Qui c'è un'iscrizione, - disse il signor Pickwick. - Possibile! - esclamò il signor Tupman. - Discerno appena, - continuò il signor Pickwick strofinando a tutt'uomo e figgendo gli occhi attraverso le lenti, - discerno una croce, ed un B. e poi una T. Questo è importantissimo, - continuò il signor Pickwick, sorgendo in piedi. - Dev'essere qualche antica iscrizione, anteriore forse di molti anni alla fondazione degli ospizi di beneficenza qui. Non dobbiamo perderla. Picchiò alla porta della capanna. Un contadino venne ad aprire. - Sapete in che modo questa pietra si trova qui? - domandò il benevolo signor Pickwick. - No davvero, - rispose quegli garbatamente. - Stava qui prima assai che venissimo al mondo io od alcun altro, di qua. Il signor Pickwick volse al suo compagno un'occhiata trionfale. - Voi.... voi... non ci tenete molto, credo? -disse poi tremando d'ansietà. - Non avreste mica difficoltà di venderla? - Ah! ma chi è che se la comprerebbe? - domandò il contadino, con una certa espressione nel viso che probabilmente gli doveva parere piena di astuzia. - Ve ne do subito dieci scellini, - disse il signor Pickwick, - se me la togliete di là. Si può agevolmente figurarsi lo stupore di tutto il villaggio, quando, scastrata con un sol colpo di vanga la piccola pietra, il signor Pickwick se la trasportò a gran fatica e con le proprie mani fino all'osteria, e dopo averla accuratamente lavata, la depose sulla tavola. L'esultanza e la gioia dei pickwickiani non ebbero limiti, quando a furia di pazienza e di attività, di lavare e di grattare, i loro sforzi furono coronati dal successo. La pietra era ineguale e rotta, e le lettere contorte ed irregolari, ma si poteva chiaramente decifrare il seguente frammento d'iscrizione: † BILST VM PSCIF RAS VA Gli occhi del signor Pickwick raggiarono di gioia nel contemplare e quasi nel covare con lo sguardo il tesoro che aveva scoperto. Avea raggiunto uno dei più alti fini della sua ambizione. In una contea nota per l'abbondanza di ruderi antichissimi; in un villaggio nel quale esistevano ancora delle memorie di un remoto passato, egli - presidente del Circolo Pickwick - avea scoperto una strana e curiosa iscrizione di incontrastabile antichità, che era sfuggita all'osservazione di molti eruditi che lo avevano preceduto. Poteva appena prestar fede all'evidenza dei propri sensi. - Questo fatto, - egli disse, - questo fatto mi decide. Domani stesso torniamo in città. - Domani! - esclamarono ad una voce gli ammirati seguaci. - Domani, - ripetette il signor Pickwick. - Questo tesoro deve subito esser depositato dove possa essere pienamente studiato ed interpretato con esattezza. Un'altra ragione mi persuade a questo passo. Fra qualche giorno deve aver luogo una elezione ad Eatanswill, nella quale il signor Perker, un signore che ho conosciuto in questi giorni, è agente di uno dei due candidati. Vedremo da vicino e minutamente esamineremo una scena così interessante per ogni inglese. - Sì, sì! - risposero tre voci piene di ardore. Il signor Pickwick si guardò intorno. L'attaccamento e il fervore dei suoi seguaci gli accendevano dentro la fiamma dell'entusiasmo. Egli era il loro duce e sentiva di esserlo. - Solennizziamo, - disse, - questo incontro avventuroso con un bicchiere fraterno. Questa proposta, come la precedente, fu accolta da unanimi applausi. E dopo avere con le proprie mani deposto la preziosa pietra in una scatola di legno comprata a posta all'ostessa, il signor Pickwick si pose in un seggiolone a capo tavola; e tutta la sera fu dedicata all'allegria e alla conversazione. Erano passate le undici - ora avanzata pel piccolo villaggio di Cobham - quando il signor Pickwick si ritirò nella sua camera da letto. Aprì la persiana e, posando la candela sulla tavola, si sprofondò in una serie di meditazioni sui molteplici eventi dei due giorni precedenti. L'ora ed il luogo favorivano il meditare, e il signor Pickwick ne fu destato dall'orologio della chiesa che batteva mezzanotte. Il primo tocco della campana gli suonò solennemente all'orecchio, ma battuto che fu l'ultimo, il silenzio notturno gli sembrò insopportabile; gli pareva quasi di aver perduto un compagno. Si sentiva eccitato e nervoso; sicchè, spogliatosi in fretta e messa la candela nel camino, si pose a letto. Ognuno di noi ha sperimentato quello stato di malessere nel quale una sensazione di stanchezza corporea lotta invano contro l'insonnio. Appunto in tale stato trovavasi il signor Pickwick: si voltò sopra questo e sopra quel fianco, serrò forte gli occhi come per costringer se stesso a dormire. Ma tutto fu inutile. Sia per l'insolito movimento che s'era dato, sia pel caldo, sia pel ponce, sia pel cambiamento di letto o per qualunque altra cagione, i suoi pensieri ricorrevano con una ingrata ostinazione agli strani dipinti ch'erano da basso e alle vecchie storie cui aveano dato origine nel corso della serata. Dopo una mezz'ora d'inutile travaglio, ei venne nella dispiacevole conclusione che non c'era verso di dormire; sicchè si levò e si vestì in parte. Qualunque cosa era preferibile allo starsene disteso in letto fantasticando di ogni sorta di orrori. Guardò fuori della finestra - era buio pesto. Girò per la camera - c'era il vuoto e la solitudine. Aveva fatto pochi giri dalla porta alla finestra e dalla finestra alla porta, quando ad un tratto si risovvenne del manoscritto consegnatogli dall'ecclesiastico. Era una felice idea. O il manoscritto lo avrebbe distratto o gli avrebbe conciliato il sonno. Lo cavò dunque dalla tasca del soprabito, e tratto che ebbe un tavolino accanto al letto, smoccolò la candela, si mise gli occhiali e si apparecchiò a leggere. Il carattere era strano assai e la carta era sudicia e tutta sgorbi. Il titolo del racconto lo fece anche trasalire; ed ei non potette fare a meno di girare un'occhiata sospettosa per tutta la camera. Riflettendo però sull'assurdità di abbandonarsi a siffatti turbamenti, tornò a smoccolare la candela, e lesse quel che segue. Manoscritto di un pazzo. "Sì! di un pazzo! come m'avrebbe ferito al cuore questa parola tanti anni fa! come m'avrebbe empito di quell'orrore che qualche volta m'invadeva tutto, facendomi bollire e friggere il sangue nelle vene fino a che il freddo della paura mi copriva di stille l'epidermide e le ginocchia s'urtavano insieme! E nondimeno mi piace adesso quella parola. È un bel nome. Mostratemi il monarca il cui cipiglio fosse mai tanto temuto come la luce sinistra dell'occhio di un pazzo, - un monarca la cui corda e la cui mannaia siano per metà così sicure come la stretta di un pazzo. Oh, oh! gran cosa è l'esser pazzo! esser guardato come un leone selvaggio attraverso i cancelli - digrignare i denti e mugolare nella notte silenziosa ed interminabile, al suono giocondo di una grave catena - e voltolarsi e contorcersi sulla paglia inebbriato da una musica come quella. Evviva la casa dei matti! Oh, il gran bel posto! "Mi ricordo di quei giorni quando mi pigliava la paura di esser pazzo; quando mi accadeva di destarmi trasalendo, di cadere in ginocchio, di pregare ardentemente perchè la maledizione della mia razza non mi piombasse sul capo: quando fuggivo gli spassi e l'allegria, per nascondermi in qualche angolo remoto a consumarvi le tarde ore spiando il progresso della febbre che doveva rodermi il cervello. Sapevo bene che la follia mi stava nel sangue, nel midollo delle ossa; che una generazione era passata incolume da quella peste, e che io ero il primo nel quale avrebbe rinverdito. Sapevo che così doveva essere e non altrimenti; che sempre così era stato, e sempre così sarebbe stato; e quando da un oscuro cantuccio di una camera affollata vedevo la gente bisbigliare e accennare, e volgere gli occhi dalla mia parte, sapevo bene che parlavano insieme dell'uomo fatalmente dannato alla follia; e me la svignavo in fretta per meditare e rodermi nella solitudine. "Feci così per anni ed anni; e furono anni interminabili. Qui le notti sono lunghe qualche volta, molto lunghe; eppure son nulla a paragone di quelle notti d'allora così piene di sogni spaventosi. Solo in pensarvi mi si aggricciano le carni. Delle strane ombre dalle faccie lunghe e ghignanti si accoccolavano negli angoli della camera, o si accostavano di notte alla sponda del letto e mi si chinavano sopra e m'istillavano la follia. Mi dicevano bisbigliando, che il pavimento della vecchia casa, dove mio nonno era morto, era macchiato del suo sangue, dalle sue stesse mani versato in un accesso furioso. Ed io mi cacciavo le dita nelle orecchie, ma quelle mi strillavano forte nella testa, fino a che tutta la camera ne rintronava, che nella generazione precedente alla sua la follia era stata assopita, ma che suo nonno avea vissuto tanti anni di fila con le mani incatenate all'impiantito, per impedire che si lacerasse le carni. Dicevano il vero, ed io lo sapevo, sì, pur troppo lo sapevo. Molti anni prima avevo fatto questa scoperta, benchè si studiassero di celarmi la cosa. Ah, ah! ero troppo astuto per loro, per matto che mi credessero. "Alla fine mi prese, e davvero fui sorpreso come mai ne avessi potuto aver paura. Potevo ora andar fra la gente, e ridere e fare il chiasso con chi mi talentava meglio. Io sapevo di esser pazzo, ma essi non ne sospettavano nemmeno. Che piacere era il mio! che voluttà, pensando come li mettevo in mezzo dopo essere stato oggetto dei loro bisbigli, dopo essere stato segnato a dito, quando non ero pazzo, quando essi temevano soltanto che un giorno avessi a divenirlo! E che risa di gioia, quando poi ero solo, e pensavo alla gelosia del mio gran segreto ed alla fretta con cui sarebbero scappati da me quei buoni amici, se avessero conosciuta la verità! Avrei quasi gridato dall'ebbrezza, quando mi trovavo a tavola a quattr'occhi con qualcuno di cotesti allegri giovanotti, che si sarebbe fatto pallido come un cencio di bucato e sarebbe fuggito più che di corsa, se avesse indovinato che il caro amico sedutogli accanto, il quale andava affilando la lama lucida e sottile del suo coltello, era un pazzo, un pazzo che aveva il potere, e quasi la voglia, di cacciargliela nel cuore. Oh, che bella vita, che allegra vita era quella! "La fortuna mi arrise, fui ricco, mi abbandonai ad ogni sorta di piaceri che riuscivano a mille doppi graditi all'anima mia per la coscienza del mio segreto tanto ben custodito. Ereditai una proprietà. La legge, la stessa legge dagli occhi lincei, s'era ingannata ed avea posto delle migliaia di lire contrastate nelle mani di un pazzo. Dov'era dunque l'intelligenza e l'acume degli uomini sani di mente? dove la bravura dei curiali, così fecondi di eccezioni e cavilli? L'astuzia del pazzo gli aveva tutti messi dentro. "Avevo dell'oro. E quanta corte mi si faceva! Lo spesi a profusione. E di quante mai lodi fui fatto segno! Come mi si umiliarono davanti quei tre fratelli superbi e soverchiatori! Perfino il vecchio padre canuto, che deferenza per me, che rispetto, che devota amicizia, che adorazione! Aveva una figlia il vecchio, e i tre giovani avevano una sorella; e tutti e cinque erano poveri. Io invece ero ricco, e quando sposai la ragazza, io vidi un sorriso di trionfo rischiarare le faccie dei parenti; i quali certo pensavano al loro piano così bene architettato ed al bel premio che ne avevano conseguito. E toccava a me sorridere. Ma che dico sorridere! Ridere, sghignazzare, e tirarmi i capelli, e rotolarmi per terra con urli di gioia. Non pensavano essi nemmeno alla lontana che l'avevano maritata ad un pazzo! "Adagio. E se l'avessero saputo l'avrebbero forse salvata? La felicità di una sorella per l'oro di suo marito. La piuma leggiera che con un soffio spingo nell'aria contro la catena brillante che orna il mio corpo! "In una sola cosa, con tutta la mia astuzia, rimasi ingannato. Se non fossi stato pazzo - poichè noi altri pazzi a dispetto della nostra penetrazione soffriamo qualche volta di una certa confusione di idee - avrei capito che la ragazza avrebbe preferito di esser composta fredda e stecchita nella bara all'esser condotta, sposa invidiata, alle mie ricche e splendide case. Avrei capito che il cuore di lei era lontano, con quel giovanetto dagli occhi neri il cui nome colsi una notte sulle labbra di lei in un sospiro affannoso; ed avrei anche capito ch'ella era stata sacrificata a me per sollevare la povertà del padre canuto e degli alteri fratelli. "Non ricordo più adesso nè persone nè fisonomie, ma so che la fanciulla era bella. Era bella; perchè veramente nelle notti tranquille rischiarate dalla luna, quando mi desto in sussulto, e tutto è cheto dintorno, io vedo, calma ed immobile in un angolo di questa cella, una donna leggiera e languida con folti capelli neri che le cadono lungo la persona nè ondeggiano ad alcun vento della terra; e vedo occhi che mi si figgono addosso e non battono palpebra mai e non si chiudono. Silenzio! il sangue mi si agghiaccia nel cuore scrivendo queste parole - è sua quella forma: il viso è pallidissimo, le pupille son vitree; ma io la riconosco. Non si muove; non si acciglia nè ghigna come l'altre ombre che popolano questa mia cella; ma è tanto più paurosa, anche più degli spiriti che molti anni fa mi tentavano - è uscita or ora dalla sua tomba ed ha la morte stampata sul volto. "Per circa un anno vidi quella faccia farsi più pallida; per circa un anno vidi scorrere le lagrime su quelle guance smorte, e non ne seppi mai la cagione. La trovai però alla fine. Non la poteva nascondere a lungo. Ella non mi aveva amato mai; nè già io aveva pensato che mi amasse; disprezzava la mia ricchezza, odiava lo splendore che la circondava: nè questo me lo sarei aspettato. Ne amava un altro. A questo non avevo pensato mai. Strani sentimenti mi presero, e tanti pensieri ispiratimi da un segreto potere mi turbinarono ad cervello. Io non l'odiava lei, benchè odiassi il giovanetto ch'ella ancora piangeva. Compiangevo - sì davvero - piangevo la vita sciagurata cui l'avevano dannata i parenti freddi ed egoisti. Sapevo che non avrebbe vissuto a lungo, ma il pensiero che prima di morire avrebbe forse dato la luce ad un altro essere malaugurato, destinato anch'esso a trasmettere la triste eredità della follia, questo pensiero mi determinò. E deliberai di ucciderla. "Per molte settimane pensai al veleno, e poi all'annegamento, e poi al fuoco. Gran bello spettacolo la casa in fiamme e la moglie del pazzo dispersa in cenere! E figurarsi poi il grazioso scherzo del promettere una ricompensa vistosa a chi l'avesse salvata, e vedere qualcuno di cotesti uomini sani di mente impiccato per la gola come autore di un incendio appiccato da un altro, e tutto questo per l'astuzia di un pazzo! Ci pensai spesso, ma alla fine non ne volli far nulla. Oh! che piacere di affilare giorno per giorno il rasoio, di tentarne il taglio sottile, di figurarsi il fiotto di sangue che un sol colpo di quella lama lucente avrebbe fatto sgorgare! "Finalmente gli spiriti di una volta, che così spesso m'erano stati intorno, mi bisbigliarono che l'ora era suonata, e mi posero nelle mani il rasoio aperto. Lo strinsi forte, mi alzai piano dal letto e mi chinai sopra mia moglie dormiente. Aveva la faccia nascosta fra le mani. Gliele scostai dolcemente ed esse le caddero inerti sul seno. Avea pianto, perchè ancora le si vedevano umide sulle guancie le traccie delle lagrime. Era calma e placida in viso; ed anzi, mentre la guardavo, un sorriso venne a rischiarare quelle sue pallide fattezze. Dolcemente le posi una mano sulla spalla. Ella trasalì - non era che un sogno passeggiero. Mi tirai indietro. Ella gettò un grido e si destò. "Un solo atto della mano, e mai più un grido od un suono le sarebbe sfuggito dalle labbra. Mi trattenne la sorpresa. Indietreggiai. Gli occhi di lei si fissavano nei miei. Non so come fosse, ma quegli occhi mi atterrivano, m'incatenavano. Si alzò dal letto, sempre guardandomi fiso. Io tremava; mi sentivo il rasoio nelle mani, ma non potevo muovermi. Ella andò verso la porta, e quando le fu presso ritorse gli occhi da me. L'incanto era spezzato. Diedi un balzo, l'agguantai per un braccio. Ella mise uno o due stridi e stramazzò. "Avrei potuto ucciderla senza lotta di sorta, ma la casa era già tutta in piedi. Udii il rumore dei passi su per le scale. Riposi il rasoio nella guaina, aprii la porta, e chiamai forte al soccorso. "Vennero, la sollevarono, la posero a letto. Stette così più ore fuori dei sensi; e quando le tornarono la vita, lo sguardo e la parola, avea smarrito il senno, e delirava selvaggiamente e furiosamente. "Si mandò pei dottori, certi grandi uomini che si facevano trascinare fino alla porta di casa mia in carrozze comode con bei cavalli e livree gallonate. Stettero per intiere settimane al capezzale del suo letto. Tennero un consulto nella camera appresso, dove parlarono insieme a voce bassa e solenne. Uno di essi, il più dotto ed illustre di tutti, mi chiamò in disparte e, avvertendomi di star preparato al peggio, mi disse - disse a me, a me, pazzo! - che mia moglie era pazza. Egli mi stava di faccia presso una finestra aperta, e mi guardava in viso e mi appoggiava una mano sul braccio. Con un semplice sforzo lo avrei buttato di sotto nella strada. Sarebbe stato un bel fatto, molto ameno; ma ci andava di mezzo il mio segreto, e non mi mossi. Qualche giorno dopo, mi dissero che avrei dovuto tenerla ben guardata, farla sorvegliare, in somma trovarle un custode. Io! proprio io! E allora fu che me andai nell'aperta campagna, dove nessuno mi poteva udire, e risi fino a che l'aria intorno echeggiò delle mie grida di gioia! "Morì il giorno appresso. Il vecchio canuto l'accompagnò alla tomba, e gli orgogliosi fratelli sparsero una lagrima sul freddo cadavere di quella donna, i cui dolori non avevano mai scosso i loro muscoli di acciaio. Tutto questo alimentava la mia gioia, e tornando a casa, io me la rideva dietro il fazzoletto bianco che mi tenevo sulla faccia, fino a che le lagrime mi vennero agli occhi. "Ma benchè avessi raggiunto il mio scopo uccidendola, ero disturbato ed inquieto, e sentivo bene che tra non guari il mio segreto sarebbe stato svelato. Io non poteva dissimulare la gioia selvaggia, la voluttà che m'invadeva, e che, quando ero solo a casa, mi faceva saltare e battere palma a palma, e danzare intorno intorno, e gridare esultante. Quando andavo fuori, e vedevo la folla affaccendarsi per le vie, o correre a teatro, e udivo il suono della musica, e vedevo la gente danzare, sentivo dentro tanto giubilo, che sarei piombato in mezzo a loro, e gli avrei fatti a brani, ed avrei empito l'aria di giocondi ululati. Ma digrignavo i denti e battevo i piedi a terra e mi ficcavo nelle mani, stringendo i pugni, l'unghie taglienti. Tenevo ben chiuso il segreto; e nessuno ancora sapeva che io ero pazzo. "Mi ricordo - benchè sia questa una delle ultime cose che io ricordo: perchè ora mescolo il sogno e la realtà, ed avendo tanto da fare ed essendo qui sempre pressato, non ho proprio tempo di separar l'uno dall'altra, di tirarli da non so che strana confusione nella quale s'intricano - mi ricordo come alla fine mi lasciai sfuggire il segreto. Ah, ah! mi par di vederli ancora i loro sguardi atterriti, mi par di sentire anche adesso con quanto piacere li scagliavo lungi da me e scaraventavo le mie pugna serrate contro le loro faccie livide dallo spavento, e poi via più rapido del vento, lasciandoli gridare e schiamazzar da lontano assai. Mi sento nei muscoli la forza di un gigante quando ripenso a questo. Ecco qua - vedete come si piega sotto la mia stretta furiosa questa sbarra di ferro. La spezzerei come un giunco se non ci fossero qui queste lunghe gallerie con tante porte, che forse non mi farebbero trovar l'uscita: e se anche ne venissi a capo, so che vi son da basso delle porte di ferro serrate e sprangate. Sanno poi che pazzo intelligente sono stato io, e sono orgogliosi di tenermi qui per mostrarmi. "Vediamo un po'; - sicuro, ero andato a spasso. Era tardi quando giunsi a casa, e trovai il più superbo dei tre superbi fratelli che mi aspettava. Affare urgente, mi disse: questo me lo ricordo bene. Io odiavo costui con tutto l'odio di un pazzo. Tante e tante volte un fiero prurito mi avea preso le mani, bramose di farlo a brani. Mi dissero che mi aspettava. Corsi di sopra. Avea da dirmi una parola. Licenziai i servi. Era tardi, e restammo soli, noi due, - per la prima volta. "Sulle prime badai bene a tener gli occhi rivolti da lui, perchè io sapevo quel ch'egli non sognava neppure - sapevo e ne esultavo - che lo splendore della follia raggiava in essi come fuoco rovente. Sedemmo e stemmo muti qualche minuto. Egli pel primo ruppe il silenzio. Le mie dissipazioni recenti, e delle strane osservazioni fatte a così breve distanza dalla morte della sorella, erano un insulto alla memoria di lei. Mettendo insieme varie circostanze che prima, gli erano sfuggite, egli sospettava ch'io non l'avessi trattata bene. Bramava sapere se avea ragione di argomentare che io intendevo gettare un rimprovero alla memoria di lei e la disistima sulla famiglia. Questa spiegazione, diceva, era dovuta alla divisa che si onorava d'indossare. "Quest'uomo aveva un grado nell'armata - un grado comprato col mio danaro e con l'infelicità di sua sorella. Questi era l'uomo che avea guidato il complotto a mio danno, per abbindolarmi e metter le mani nelle mie ricchezze. Questi era l'uomo che era stato strumento principale in forzare la sorella a sposarmi, ben sapendo che il cuore di lei era dato al romantico giovanetto. Dovuta! dovuta alla sua divisa! Alla livrea della sua degradazione! Gli volsi gli occhi addosso - non ne potetti fare a meno - ma non dissi una parola. "Vidi l'improvviso cambiamento che si fece in lui sotto il mio sguardo. Era sì un uomo di coraggio, ma gli scomparve il colore dalla faccia e si tirò indietro con la seggiola: io trassi la mia più presso alla sua; e mentre io ridevo - ero tanto tanto allegro - lo vidi tremare. Mi sentii dentro sorgere la follia. Egli aveva paura di me. "- L'avete amata molto vostra sorella quando era viva - dissi - molto. "Egli si guardò intorno malsicuro, e vidi che stringeva con la mano la spalliera della seggiola: ma non disse nulla. "- Siete un furfante - gli dissi - ed io vi ho conosciuto; io ho scoperto i vostri infernali disegni contro di me; io so che il suo cuore era ad altri rivolto prima che la costringeste a pigliarmi per marito. Io lo so, lo so, lo so. "Egli balzò in piedi, brandì in alto la seggiola e mi ingiunse di non accostarmi, - perchè io badavo ad accostarmi a lui mentre parlavo. "Più che parlare io gridavo, perchè sentivo bollirmi nelle vene passioni burrascose, e gli antichi spiriti tentatori mi susurravano di strappargli e squarciargli il cuore. "- Maledetto! - gridai, correndogli addosso. - Io l'ho uccisa. Io son pazzo. Finiamola. Sangue, sangue, io voglio sangue. "Con un colpo scostai la seggiola che nel suo terrore m'aveva, scagliata, e me gli strinsi alla persona; e con un sol tonfo rotolammo insieme per terra. "Era una bella lotta quella lì, perchè egli era un uomo grande e forte che difendeva la propria vita; ed io, un pazzo robusto sitibondo del sangue di lui. Sapevo che nessuna forza, al mondo poteva esser pari alla mia, ed avevo ragione. Ragione, capite, ragione sempre, benchè pazzo! I suoi sforzi si fecero più deboli. Gli puntai un ginocchio sul petto e gli strinsi forte con ambo le mani il collo muscoloso. La faccia gli si fece paonazza; gli schizzavano gli occhi dall'orbite, e con la lingua di fuori pareva che si burlasse di me. E allora serrai più forte. La porta fu spalancata ad un tratto con gran fracasso, ed una folla si riversò dentro, gridando tutti l'un l'altro che s'afferrasse il pazzo. Non era più un segreto il mio; non dovevo più lottare che per la mia libertà. Balzai ritto in piedi prima che alcuna mano mi toccasse, mi slanciai nel fitto degli assalitori, mi aprii una via colla sola forza del braccio come se brandissi un'accetta e gli accoppai tutti. Afferrai la porta, scavalcai la balaustrata, mi trovai nella via. "Correvo dritto e rapidissimo, nè alcuno osava arrestarmi. Mi sentivo dietro rumor di passi e corsi con più furia. Il rumore andò affievolendosi nella distanza, e finalmente si spense affatto; ma io correvo sempre a precipizio attraversando pantani e rigagnoli, muri e fossati, con un grido selvaggio che gli strani esseri che mi aleggiavano tutt'intorno ripetevano e gonfiavano fino a che l'aria ne risuonava tutta quanta. Ero trasportato sulle braccia di demoni che volavano a cavalcioni del vento e schiantavano ed abbattevano e portavano via siepi e rami e tronchi e mi volgevano e rivolgevano turbinosamente con un fragore ed una rapidità che mi stordiva, m'intronava, fino a che mi scagliarono lontano da loro con un colpo violento sbattendomi a terra. Quando mi destai, mi trovai qui - qui in questa gaia cameretta dove si affaccia di rado la luce del sole, e la luna penetra appena, con timidi raggi che servono soltanto a mostrarmi le ombre fitte che mi circondano e quella figura silenziosa nel suo solito cantuccio. Quando sto sveglio, sento a momenti strane grida e gemiti che vengono da parti remote di questo gran casamento. Che cosa siano non so; ma non vengono certo da quella pallida forma, nè essa vi bada. Poichè dalle prime ombre del crepuscolo fino alla primissima luce del giorno, sta lì immobile nel medesimo posto, prestando orecchio alla musica della mia ferrea catena e osservando i miei contorcimenti sul letto di paglia." In fine del manoscritto si leggeva, vergata da altra mano, questa noterella: (Lo sventurato, di cui più sopra sono riferiti i vaneggiamenti, era un triste esempio dei deplorevoli risultamenti delle forze mal dirette fin dalla giovane età, e degli eccessi prolungati al punto da non poterne più impedire le conseguenze. La dissipazione, l'orgia spensierata, la scostumatezza della prima gioventù determinarono la febbre e il delirio. Il primo effetto di questo fu la strana illusione, fondata sopra una notissima teorica medica, vivamente difesa da alcuni e combattuta da altri, che una follia ereditaria esistesse nella famiglia. Da ciò una concentrazione cupa che si sviluppò col tempo in un'insania morbida, e terminò poi in pazzia furiosa. Tutto farebbe credere che gli eventi da lui narrati, benchè falsati da una fantasia inferma, realmente accadessero. È soltanto argomento di maraviglia per coloro che conobbero i vizi e le tendenze dei primi anni dell'infelice che la furia delle passioni sottrattesi al governo della ragione non lo traesse ad atti anche più terribili.) La candela del signor Pickwick stava appunto per spegnersi nella padellina, mentre egli finiva di leggere il manoscritto del vecchio ecclesiastico; e quando ad un tratto la fiamma si spense, senza alcun previo scoppiettìo, egli trasalì, vivamente eccitato com'era. Gettò via in fretta quei pochi vestiti che aveva indossato levandosi testè dall'incomodo letto, e volgendo attorno un'occhiata paurosa, balzò di nuovo e si cacciò fra le lenzuola e subito si addormentò profondamente. Il sole splendeva di tutta la sua luce, quando si svegliò. La tristezza che lo aveva oppresso la sera innanzi s'era dileguata con le ombre che velavano il paesaggio, e i suoi pensieri ed i sentimenti erano adesso leggieri e giocondi come lo stesso mattino. Dopo una solida colazione, i quattro amici si avviarono alla volta di Gravesend, seguiti da un uomo che portava la pietra nella scatola. Giunsero in quella città verso l'una (il bagaglio lo aveano già spedito da Rochester a Londra), ed avendo avuto la fortuna di trovar quattro posti sull'imperiale di una diligenza, arrivarono il giorno stesso a Londra sani ed allegri. I tre o quattro giorni che seguirono furono dedicati ai preparativi pel viaggio da fare ad Eatanswill. E poichè qualunque particolare relativo a questa impresa importantissima richiede un capitolo a parte, possiamo dedicare le ultime linee del presente ad esporre in breve la storia della scoperta archeologica. Si rileva dunque dagli Atti del Circolo, che il signor Pickwick tenne una lettura sulla fatta scoperta in un'assemblea generale del Circolo, convocata la sera seguente al loro ritorno, ed entrò in una varietà di ingegnose e dotte disquisizioni intorno al significato dell'iscrizione. Si rileva anche che un abile artista eseguì un disegno fedelissimo di quella curiosità archeologica. Il quale, trasportato su pietra, fu presentato alla Reale Società Archeologica e ad altre dotte corporazioni; - che delle ire e delle gelosie innumerevoli furono suscitate da vivaci controversie scritte e stampate, cui il grave argomento diede motivo; - e che lo stesso signor Pickwick diè fuori un opuscolo, contenente novantasei pagine di carattere sottilissimo, e ventisette interpretazioni diverse della medesima iscrizione; - che tre vecchi scienziati cancellarono dal testamento i loro primogeniti per avere osato porre in dubbio l'antichità del frammento; - e che un fanatico cancellò se stesso dal mondo, disperando di poter mai indovinare il senso di quei caratteri misteriosi; - che il signor Pickwick fu eletto membro onorario di diciassette Società nazionali e forestiere, in compenso della fatta scoperta; che nessuna delle diciassette venne a capo di decifrarne nulla, ma che tutte e diciassette convennero essere la cosa molto straordinaria. Il signor Blotton veramente - il cui nome sarà certo fatto segno al disprezzo imperituro di tutti coloro che coltivano il misterioso e il sublime - il signor Blotton, diciamo, con quei dubbi e quei cavilli che son propri degli spiriti volgari, si fece lecito guardar la cosa da un punto di vista non meno degradante che ridevole. Il signor Blotton, animato dalla bassa voglia di appannare lo splendore del nome immortale di Pickwick, si recò di persona a Gobham, e tornando di là volle fare al Circolo un discorso, nel quale sardonicamente osservò che egli avea veduto l'uomo che avea venduto la pietra in questione; che l'uomo sosteneva esser quella pietra molto antica, ma solennemente negava l'antichità dell'iscrizione la quale diceva averla incisa da sè a tempo perduto per volere scrivere nè più nè meno che la sua propria firma, cioè Bill Stumps, cifra sua: e che il signor Stumps, poco abituato alla composizione originale e lasciandosi guidare più dal suono delle parole che dalle strette regole dell'ortografia, aveva omesso la finale del nome e scambiato l'U per V. Il Circolo Pickwick, come da una così illuminata Istituzione si doveva attendere, accolse questa comunicazione col meritato disprezzo, espulse lo sciagurato e presuntuoso Blotton dal seno della Società, e votò al signor Pickwick un paio di occhiali d'oro in segno di fiducia e di approvazione; al qual dono rispose graziosamente il signor Pickwick facendosi fare il ritratto e sospendendolo nell'aula magna del Circolo: - ritratto, diciamolo di passata, ch'ei non volle togliere dal suo posto, quando si fu fatto più vecchio di qualche anno. Il signor Blotton era abbattuto ma non vinto. Scrisse anche un libello diretto alle diciassette Società scientifiche contenente una ripetizione di quanto aveva già detto, e facendo intravedere la sua opinione che le diciassette Società scientifiche sullodate erano altrettante accozzaglie di ciarlatani. Al che, destatasi naturalmente la nobile indignazione delle diciassette Società scientifiche, parecchi nuovi opuscoli vennero alla luce; le dotte Società straniere si misero in corrispondenza con le dotte Società nazionali, le dotte Società nazionali voltarono in inglese gli opuscoli delle dotte Società straniere; le dotte Società straniere voltarono gli opuscoli delle Società nazionali in ogni sorta di lingue: e così cominciò quella famosa discussione scientifica conosciuta nel mondo sotto il nome di Controversia Pickwickiana. Ma il basso tentativo di denigrare il signor Pickwick ricadde sul capo del calunniatore. Le diciassette Società scientifiche dichiararono all'unanimità che il presuntuoso Blotton non era che un mestatore; e si diedero subito e di nuovo a scrivere trattati sopra trattati. E fino al giorno d'oggi la pietra rimane sempre monumento indecifrabile della grandezza del signor Pickwick e trofeo imperituro della piccolezza dei suoi nemici. XII. Dove si riferisce un'importantissima azione da parte del signor Pickwick; epoca non meno ricordevole nella sua vita che in questa storia. Gli appartamenti del signor Pickwick in via Goswell, benché non molto vasti, erano non solamente comodi e puliti, ma egregiamente adatti ad esser la dimora di un uomo dotato del suo genio e del suo spirito osservatore. Aveva il salottino al primo piano sul davanti, e la camera da letto al secondo anche sul davanti; sicché o che sedesse alla scrivania, o che si aggiustasse nello specchio, gli era porta la medesima opportunità di contemplare la natura umana nelle sue svariate fasi in quel quartiere della città non meno popolato che popolare. La sua padrona di casa, signora Bardell - vedova ed unica esecutrice testamentaria di un ufficiale di dogana - era una donnetta piacente, grassotta ed attiva, che aveva un talento naturale per la cucina, perfezionato e portato al grado di genio artistico dallo studio e dalla lunga esperienza. Non c'erano ragazzi, né servi, né polli. Gli altri inquilini della casa erano soltanto un uomo grasso ed un ragazzetto; il primo, un dozzinante, il secondo, un rampollo della signora Bardell. L'uomo grasso tornava sempre a casa alle dieci di sera precise, e si rannicchiava subito nei limiti angusti di un letticciuolo francese posto nel salottino di dietro; e gli spassi infantili e gli esercizi ginnastici del piccolo Bardell si restringevano sempre nel campo dei vicini marciapiedi e rigagnoli. La nettezza e la quiete regnavano dunque in tutta la casa; e la volontà del signor Pickwick era legge. Per chiunque avesse conosciuti questi punti di economia domestica non che la mirabile struttura dello spirito del signor Pickwick l'aspetto e il contegno di lui nella mattina precedente al viaggio fissato per Eatanswill sarebbero sembrati molto misteriosi ed inesplicabili. Egli andava su e giù per la camera con passi affrettati, sporgeva il capo dalla finestra ogni tre minuti, ad ogni poco cavava l'orologio, e dava parecchi altri segni d'impazienza assolutamente insoliti in lui. Era evidente che qualche cosa di grande importanza doveva essere in vista, ma che cosa fosse questa qualche cosa nemmeno la signora Bardell era riuscita a scoprire. - Signora Bardell, - disse finalmente il signor Pickwick mentre l'amabile donnetta dava l'ultima mano ad una prolungata spolveratura dell'appartamento. - Signore, - disse la signora Bardell - Gli è un bel pezzo che il vostro ragazzo è uscito. - Ma l'è anche un bel tratto di via di qua al Borough, signore, - fece notare la signora Bardell. - Ah! - esclamo il signor Pickwick, - avete ragione, così è. Il signor Pickwick torno in silenzio e la signora Bardell si rimise a spolverare. - Signora Bardell, - disse il signor Pickwick dopo alquanti minuti. - Signore, - disse di nuovo la signora Bardell. - Credete che si spenda molto più a stare in due che da solo? - Là! signor Pickwick, - disse la signora Bardell, arrossendo fino all'orlo della cuffia, poiché credeva di aver osservato una specie di strizzatina matrimoniale negli occhi del suo inquilino; - là! signor Pickwick, che domanda! - Sì, ma che credete? - Secondo, - disse la signora Bardell avvicinando molto la spazzola al gomito del signor Pickwick, ch'era appoggiato sulla tavola; - secondo la persona, capite, signor Pickwick, se è, per esempio, una persona economa e assennata. - Verissimo, - disse il signor Pickwick; - ma io credo che la persona ch'io ho di mira (e qui guardò fiso alla signora Bardell) possegga queste qualità ed abbia inoltre molta conoscenza di mondo e una certa penetrazione, signora Bardell; qualità che mi possono tornare utilissime. - Là! signor Pickwick, - fece la signora Bardell, tornando ad arrossire fin sotto la cuffia. - Le credo sicuro, - rispose il signor Pickwick con calore crescente, com'ei soleva quante volte parlava di cosa che gli premesse; - lo credo sicuro; e per dirvi la verità, signora Bardell, oramai ho preso il mio partito. - Dio buono, signore! - esclamò la signora Bardell - Vi parrà molto strano adesso, - disse l'amabile signor Pickwick volgendo alla sua interlocutrice un'occhiata di buon umore, - che io non v'abbia mai consultato su questo affare, che non ne abbia nemmeno fatto cenno, fino a che non ho mandato fuori stamane il vostro ragazzo, eh? La signora Bardell non potette rispondere che con un'occhiata. Avea sempre adorato a distanza il signor Pickwick, ed ecco ad un tratto si vedeva balzata a tale altezza cui non avevano mai osato aspirare le sue più calde e sbrigliate speranze. Il signor Pickwick le faceva delle proposte, e - con un piano preconcetto anche - avea spedito il ragazzo al Borough per non averlo fra i piedi.... Che previdenza! Che delicatezza! - Ebbene, - disse il signor Pickwick, - che ne pensate? - Oh, signor Pickwick, - rispose tutta commossa la signora Bardell, - siete troppo buono, signore. - Vi risparmierebbe molta pena, non vi pare? - Oh, a questo, signore, non ci ho mai pensato; e naturalmente mi darei allora più pena che mai per piacervi; ma davvero è così grande la vostra bontà, signor Pickwick, di avere tanta considerazione per la mia solitudine? - Ah, sicuramente, - disse il signor Pickwick; - non ci avevo pensato. Quando son fuori, avrete sempre qualcheduno per tenervi compagnia. Sicuro, sicuro. - È certo che sarei una donna felicissima. - E il ragazzo.... - Ah, che il cielo lo benedica! - interruppe la signora Bardell con un singhiozzo materno. - Anch'egli avrà un compagno; un compagno vivace, che gl'insegnerà, scommetto, più birichinate in una settimana che non imparerebbe in un anno. E il signor Pickwick sorrise placidamente, - Ah, caro, caro! - esclamò la signora Bardell. Il signor Pickwick trasalì. - Ah, caro, aggraziato, coccolo mio! - disse la signora Bardell; e senza aspettare altro, si alzò da sedere e gettò le braccia al collo del signor Pickwick, scoppiando in singhiozzi e versando un fiume di lagrime. - Per amor del cielo! - esclamò lo stupito signor Pickwick; signora Bardell, cara mia, vi prego.... vedete un po' che situazione!... riflettete, di grazia.... via, signora Bardell! Se capita qualcheduno...., - Oh, venga chi vuole! - gridò in delirio la signora Bardell; - non vi lascerò più mai, caro, tanto caro, anima mia! - e così dicendo la signora Bardell strinse più forte. - Oh povero me! - esclamò il signor Pickwick cercando di divincolarsi; sento gente per le scale. Via, smettete, vi prego, state buona! Ma, così le preghiere come le rimostranze furono vane; poiché la signora Bardell era venuta meno fra le braccia, del signor Pickwick; e prima ch'egli avesse il tempo di depositarla sopra una seggiola, il piccolo Bardell entrò nella camera seguito dai signori Tupman, Winkle e Snodgrass. Il signor Pickwick rimase muto ed immobile, coll'amabile fardello fra le braccia, guardando con occhio stupido in viso agli amici e senza dare a vedere menomamente di averli riconosciuti o di volersi spiegare. Essi, alla loro volta, guardavano lui stupefatti; e il piccolo Bardell, per conto suo, sbarrava gli occhi in faccia a tutti. Lo stupore dei Pickwickiani era così profondo e così intensa la perplessità del signor Pickwick, che tutti avrebbero potuto rimanere nelle medesime posizioni relative fino a che la signora non avesse ripreso i sensi, se non fosse stato per una bellissima e commoventissima manifestazione di affetto figliale da parte del tenero rampollo di lei. Vestito di un costume di velluto a righe con grossi bottoni di metallo, ei stette sulle prime sorpreso ed incerto sotto la porta; ma a poco a poco, l'idea che a sua madre fosse stato fatto qualche aggravio personale, entrò nella sua mente piccina; e considerando il signor Pickwick come l'aggressore, egli mise un grido selvaggio, e precipitandosi a capofitto, assalì dalla parte di dietro quell'uomo immortale, con tanta forza di pugni e di pizzicotti quanta gli era consentita dal vigore giovanile del braccio e dalla sua furia nervosa. - Portate via questo bricconcello, quest'ossesso, - gridò il signor Pickwick dibattendosi. - Che cosa è? che avviene? - dissero insieme i tre Pickwickiani ammutoliti. - Non so, non lo so davvero. Portate via il ragazzo! - (qui il signor Winkle trasportò l'interessante giovanetto, che strillava e si dimenava, all'altro capo della camera). - Ed ora aiutatemi, accompagnate giù questa donna. - Oh, mi sento meglio adesso, - disse con voce debole la signora Bardell. - Lasciate che v'accompagni, - disse il sempre galante signor Tupman. - Grazie, signore, grazie! - esclamò istericamente la signora Bardell. E si fece condurre da basso, seguita anche dal suo affezionato figliuolo. - Io non so capire, - disse il signor Pickwick quando fu tornato il suo amico, - io non so capire che cosa le abbia preso a quella donna. Le avevo semplicemente comunicata la mia intenzione di prendere un domestico, quando mi cadde in quell'inesplicabile parossismo nel quale l'avete trovata. Una cosa molto straordinaria. - Molto, - ripetettero i tre amici. - Mettermi in una così falsa posizione! - continuò il signor Pickwick. - Sicuro, sicuro, - risposero i suoi seguaci, leggermente tossendo e guardandosi l'un l'altro con aria dubitativa. Questo contegno non isfuggì al signor Pickwick. Notò la loro incredulità. Era chiaro che sospettavano di lui. - C'è un uomo da basso, - disse il signor Tupman. - È l'uomo di cui v'ho parlato, - disse il signor Pickwick - L'ho mandato a chiamare stamane al Borough. Fatemi la finezza di farlo salire, Snodgrass. Il signor Snodgrass obbedì; e di lì a poco il signor Samuele Weller si presentò. - Mi riconoscete eh? - disse il signor Pickwick. - Più di sì che di no, - rispose Sam con una mezza occhiata di protezione. - Un bel tomo quello lì, che ne faceva lui solo dieci di voi. Vi ha messo un po' dentro, eh? - Non si tratta di questo adesso, - interruppe il signor Pickwick, - ho da parlarvi d'un'altra cosa. Sedete. - Obbligato, signore, - disse Sam, mettendosi senz'altro, a sedere, dopo aver posato il suo vecchio cappello bianco fuori la porta. - Fa una bella figura, non c'è che dire, ma a portarlo in capo è una vera maraviglia; prima che se n'andasse la tesa, era uno staio co' fiocchi. Adesso che non l'ha, questo c'è di buono che è più leggiero, e poi per ogni buco c'entra un filo d'aria, sicché io lo chiamo un cappello ventilatore. E così dicendo, il signor Weller sorrise affabilmente ai quattro Pickwickiani. - Veniamo dunque, - disse il signor Pickwick, - alla faccenda per cui v'ho fatto chiamare col consenso di questi signori. - Bravo, quel che dico io; sgraviamoci subito, come disse il padre al figliuolo che aveva ingoiato uno scellino. - Vogliamo sapere prima di tutto, - riprese il signor Pickwick, - se avete motivo di essere scontento della vostra posizione attuale. - Prima di rispondere a questo, vorrei sapere io prima di tutto se volete voi darmene una migliore. Un raggio di placida benevolenza rischiarò la fisionomia del signor Pickwick, mentre rispondeva: - Ho quasi deciso di prendervi al mio servizio. - Davvero? - domando Sam. Il signor Pickwick fece un cenno affermativo. - Salario? - Dodici ghinee all'anno. - Vestiti? - Due spoglie. - Lavoro? - Accudire alla mia persona e viaggiare con me e con questi signori. - Già l'appigionasi, - esclamo Sam con enfasi. - Un signore scapolo ha fissato per sé il quartierino e ci s'è accordati per la pigione. - Accettate? - domandò il signor Pickwick. - Si capisce, - rispose Sam. - Se i vestiti mi vanno press'a poco come il posto, non domando altro. - Naturalmente, ci potete dare delle buone informazioni? - Domandate alla padrona del Cervo Bianco, signore. - Potete venire stasera? - Mi vesto subito su due piedi, se i vestiti son qui, - disse Sam allegramente. - Tornate stasera alle otto, - rispose il signor Pickwick - e se le informazioni saranno buone, vi vestiremo subito. Ad eccezione di un'amabile scappatella, alla quale aveva anche partecipato una certa servotta, la condotta del signor Weller era così illibata che il signor Pickwick non volle indugiare dell'altro a stringere il contratto. Con la prontezza e l'energia che distinguevano non solo le pubbliche ma tutte le private azioni di quest'uomo straordinario ei menò subito il suo novello domestico ad uno di quei comodissimi empori dove si provvedono abiti da uomo nuovi e di seconda mano, senza avere il fastidio di sottoporsi alla sconveniente formalità della misura; e prima di sera, il signor Weller era fornito di un soprabito grigio co' bottoni del C.P., di un cappello nero con la coccarda, di una sottoveste rossa a righe, di calzoni stretti ed uosa, e di altri molteplici accessori dei quali sarebbe troppo lunga l'enumerazione. - Bravo! - disse il nostro individuo trasfigurato nel prender posto la mattina appresso in serpe alla carrozza di Eatanswill. - Vorrei proprio sapere se sono fantino, guardaboschi o cocchiere maggiore. Ho un po' la figura di essere una composta di tutti. Basta, si muta aria, si vede mondo e si lavora poco; e tutto questo mi calza come un par di guanti; evviva sempre Pickwick, dico io! XIII. Notizia sopra Eatanswill, e condizione dei partiti. Elezione d un membro rappresentante in Parlamento di quell'antico, leale e patriottico borgo. Riconosciamo schiettamente che prima di sprofondare gli occhi e le mani nei voluminosi documenti del Circolo Pickwick, non avevamo mai udito parlare di Eatanswill; e col medesimo candore ammettiamo di aver fatto vane ricerche intorno all'attuale esistenza di un luogo così nominato. Apprezzando tutta la fiducia che merita ogni notizia od appunto di mano del signor Pickwick, e non presumendo niente affatto di opporre la nostra labile memoria alle dichiarazioni idi quel grand'uomo, abbiamo consultata ogni sorta di autorità cui si potesse da noi ricorrere. Abbiamo riscontrato tutti i nomi nei moduli elettorali, senza imbatterci in quello di Eatanswill; abbiamo minutamente esaminato tutte le carte tascabili pubblicate per beneficio della società dai nostri solerti editori, e le nostre investigazioni sono state coronate dal medesimo successo. Siamo dunque indotti a credere che il signor Pickwick, animato dal nobile desiderio di non recare offesa ad alcuno e da quei delicati sentimenti pei quali quanti lo conobbero a fondo sanno ch'egli era notevolissimo, avesse di proposito deliberato sostituito un nome fittizio al vero nome del luogo che fu campo delle sue osservazioni. Siamo in questa credenza confermati da una lieve circostanza, apparentemente leggiera o triviale, ma, quando la si consideri da questo punto di vista non indegna di nota. Nel libro d'appunti del signor Pickwick ci pare di trovar registrato il fatto che i posti per sè e pei suoi seguaci fossero presi all'ufficio di diligenze di Norwich; ma la breve notizia fu in seguito cancellata quasi per voler nascondere la direzione stessa del borgo. Non ci avventuriamo dunque a congetture di sorta e procediamo nella nostra storia, contenti di quei materiali che ci riesce di avere alle mani. Pare adunque che gli abitanti di Eatanswill, come gli abitanti di tante altre piccole città si dessero una grandissima importanza, e che ogni cittadino d Eatanswill, conscio della grave responsabilità del proprio esempio, si sentisse obbligato a entrare, anima e corpo, in uno dei due grandi partiti che dividevano la città: gli Azzurri ed i Gialli. Ora, gli Azzurri non si lasciavano sfuggire alcuna opportunità di far l'opposizione ai Gialli, e i Gialli non si lasciavano sfuggire alcuna opportunità di far l'opposizione agli Azzurri; e la conseguenza era questa che quante volte i Gialli e gli Azzurri s'incontravano in una pubblica assemblea, nel palazzo di città, alla fiera, al mercato, si veniva issofatto alle dispute e alle parolacce. Con tali dissensi è quasi superfluo far notare che di ogni cosa si faceva ad Eatanswill una questione di partito. Se i Gialli proponevano la costruzione di una nuova tettoia alla piazza del mercato, gli Azzurri bandivano dei comizii o protestavano altamente contro l'esecrabile attentato; se gli Azzurri proponevano l'erezione di una seconda pompa nella via principale, i Gialli insorgevano come un sol uomo gridando allo scandalo e all'enormità. Vi erano botteghe Azzurre e botteghe Gialle, alberghi Azzurri ed alberghi Gialli; e fino nella chiesa vi era una navata Gialla ed un'altra Azzurra. Naturalmente era di strettissima necessità che ciascuno di questi potenti partiti avesse il suo organo; epperò si stampavano nella città due giornali - la Gazzetta d'Eatanswill e l'Indipendente d'Eatanswill; la prima informata ai principi Azzurri, e il secondo sostenitore accanito dei Gialli. Bellissimi giornali senza dubbio. E che articoli di fondo! e che attacchi virulenti! - "La nostra abbietta antagonista, la Gazzetta" - "Quel sozzo e disgraziatissimo giornale che è l'Indipendente" - "L'Indipendente, stampaccia falsa e impudente" - "La Gazzetta, covo puzzolente di basse calunnie" - questi ed altri vivaci ed irritanti epiteti venivano scagliati da una colonna all'altra in ogni numero dei due giornali, ed accendevano i più vivi sentimenti di gioia e d'indignazione nel seno della cittadinanza. Il signor Pickwick, con l'usata sua previdenza e sagacia, aveva scelto un buon momento per la sua visita. Una lotta simile non s'era mai vista. L'onorevole Samuele Slumkey di Slumkey Hall era il candidato Azzurro; e l'onorevole Orazio Fizkin di Fizkin Lodge, cedendo alle vive istanze dei suoi amici, s'era deciso a presentarsi nell'interesse dei Gialli. La Gazzetta avvertiva gli elettori di Eatanswill che non solo gli occhi dell'Inghilterra ma di tutto il mondo civile stavano loro addosso; e l'Indipendente domandava categoricamente se il corpo elettorale di Eatanswill era composto di quei grandi uomini quali erano sempre stati considerati o di bassi e servili strumenti, indegni così del nome d'Inglesi come dei benefici della libertà. La città insomma non era mai stata così profondamente commossa. La sera era già molto avanzata, quando il signor Pickwick e i suoi compagni, assistiti da Sam, smontarono dall'imperiale della diligenza. Delle grandi bandiere di seta azzurra sventolavano alle finestre dell'albergo All'arme della città, e dei cartelli erano incollati dietro i vetri, dov'era stampato in lettere cubitali che ivi sedeva in permanenza il Comitato dell'on. Samuele Slumkey. Una folla di sfaccendati, raccolta nella via, guardava in su al balcone dell'albergo, dove un uomo rauco e rosso sbraitava e si sbracciava in favore dell'on. Slumkey; ma la sostanza e la forza delle sue argomentazioni venivano in qualche modo indebolite dal rullo continuato ai quattro tamburi che il Comitato dell'on. Fizkin avea posto di guardia alla cantonata. Aveva però alle spalle un ometto vispo ed attivo, il quale ad ogni poco si cavava il cappello e faceva cenno alla folla che applaudisse, il che la folla eseguiva fedelmente e col massimo entusiasmo; e siccome il signore rauco e rosso tirava via a discorrere fino a diventar paonazzo, lo scopo pareva raggiunto allo stesso modo come se tutti udissero quel che in effetto non udivano. Non sì tosto furono smontati, i Pickwickiani si videro presi in mezzo da un gruppo di onesti ed indipendenti, che levarono tre assordanti acclamazioni. Le quali ripetute dalla folla (perchè non è punto necessario che la folla sappia che cosa acclami) si confusero in un solo e tremendo grido di trionfo, che arrestò perfino l'orazione del signore rauco e rosso del balcone. - Evvivaaa! - gridò la folla. - Ancora un altro applauso! - intimò l'ometto dal cappello, e la folla tornò a gridare come se avesse i polmoni, e l'esofago di acciaio temprato. - Evviva Slumkey! - gridarono gli onesti e gli indipendenti. - Evviva Slumkey! - rispose il signor Pickwick, cavandosi il cappello. - Abbasso Fizkin! - Urlò la folla. - Abbasso! - ripetette il signor Pickwick. - Evvivaaaa! E seguì un muggito alto e prolungato, come quello di tutto un serraglio quando l'elefante ha suonato la campanella del pasto. - Chi è Slumkey? - domandò a bassa voce il signor Tupman. - Lo ignoro, - rispose con lo stesso tono il signor Pickwick. - Zitti. Non fate domande. La miglior cosa in queste occasioni e di fare quel che fa la massa. - Ma supposto che ve ne siano due delle masse? - suggerì il signor Snodgrass. - Bisogna gridare con la più numerosa, - rispose il signor Pickwick. Degli intieri volumi non avrebbero potuto dir di più. Entrarono nell'albergo, passando in mezzo alla folla che s'era divisa in due ali e applaudiva freneticamente. Bisognava prima di tutto fissar le camere per passarvi la notte. - Si possono aver dei letti? - domandò il signor Pickwick al cameriere. - Vi direi bugia, signore, - rispose l'uomo; - ho paura che tutto sia pieno; domanderò, signore. E andò via per questo, e tornò subito, e domandò a quei signori se erano Azzurri. La risposta era piuttosto difficile, visto che né il signor Pickwick né i suoi compagni prendevano un interesse molto vitale nella causa di questo o di quel candidato. In questo dilemma il signor Pickwick si ricordò subito del suo nuovo amico Perker. - Conoscete un signore di nome Perker? - domandò - Certamente, signore; è l'agente dell'onorevole Samuele Slumkey. - Azzurro naturalmente? - Oh sicuro, signore. - Dunque siamo Azzurri, - disse il signor Pickwick; ma osservando che l'uomo faceva una sua faccia dubbiosa a questa risposta accomodante, gli diè il suo biglietto di visita e lo pregò di portarlo subito al signor Perker, se per avventura si trovasse nella casa. Il cameriere si ritirò, e ricomparendo subito dopo con la preghiera che favorisse pure il signor Pickwick, lo guidò in una gran sala del primo piano, dove, davanti a una lunga tavola coperta di libri e di carte, stava seduto il signor Perker. - Ah, ah, mio caro signore, - disse l'ometto andandogli incontro; lietissimo di vedervi, mio caro signore. Prego, sedete. Sicchè avete mandato ad effetto il vostro disegno. Siete venuto qui per vedere un'elezione, eh? Il signor Pickwick rispose affermativamente. - Una lotta vivissima, mio caro signore, - disse l'ometto. - Tanto meglio, - disse il signor Pickwick fregandosi le mani; - godo in vedere il caldo e nobile patriottismo da qualunque fonte esso insorga; dunque lotta viva, eh? - Oh sicuro, - disse l'ometto, - molto viva. Abbiamo preso per noi tutti gli alberghi, non lasciando all'avversario che le birrarie: un colpo maestro di politica, eh? - e l'ometto sorrise tutto soddisfatto ed annasò una presa abbondante di tabacco. - E quali sono le probabilità intorno all'esito della lotta? - domandò il signor Pickwick. - Ma, mio caro signore, dubbie, un po' dubbie ancora. I fautori di Fizkin hanno trentatrè votanti chiusi a chiavistello nella rimessa del Cervo Bianco. - Nella rimessa! - esclamò il signor Pickwick un poco sorpreso da questo secondo colpo maestro. - Li hanno lì in serbo, pronti al bisogno, capite, - riprese l'ometto. Si vuole in somma impedirci di avervi contatto; il che del resto sarebbe affatto inutile, visto che li mantengono a posta in uno stato di completa ubbriachezza. Un diavolo d'astuzia quell'agente di Fizkin, un vero diavolo. Il signor Pickwick sbarrò gli occhi senza dire una sola parola. - Abbiamo però molta fiducia, - disse il signor Perker abbassando la voce. - Ieri sera, figuratevi, s'è tenuto qui un piccolo trattenimento, un po' di tè, - quarantaquattro donne, caro signore, - e ciascuna dl esse nell'andar via ha avuto in dono un ombrellino verde. - Un ombrellino! - esclamò il signor Pickwick. - Sicuro, sicuro, mio caro signore. Quarantaquattro ombrellini verdi, a sette scellini e sei pence il pezzo. Tutte le donne vanno matte delle galanterie. Effetto straordinario quegli ombrellini. Assicurati in un sol colpo tutti i mariti e metà dei fratelli; li teniamo in pugno, capite. Idea tutta mia, caro signore. Pioggia, grandine, bel tempo, non darete venti passi per la via senza incontrare una mezza dozzina di ombrellini verdi. E l'ometto si abbandonò ad una convulsione d'ilarità, che fu arrestata soltanto dall'entrare di una terza persona. Era questi un uomo lungo e magro dal capo brizzolato e un po' tendente alla calvizie, e con un viso la cui solennità era accresciuta da uno sguardo incommensurabilmente profondo. Portava un lungo soprabito nero, una sottoveste nera e un par di calzoni neri. Gli ciondolava sul petto la lente, e gli copriva il capo un cappello basso di fondo o largo di tese. Il nuovo venuto fu presentato al signor Pickwick come, il signor Pott, direttore della Gazzetta d'Eatanswill. Dopo qualche osservazione preliminare, il signor Pott si volse al signor Pickwick, e domando solennemente: - Questa lotta, signore, desta un grande interesse nella capitale? - Credo bene che lo desti - rispose il signor Pickwick - Al quale ho ragion di credere, - disse Pott guardando al signor Perker come per averne una conferma, - al quale ho ragion di credere abbia contribuito per molta parte il mio articolo di Sabato. - Non c'è dubbio, non c'è dubbio - disse l'ometto. - La stampa, signore, - disse Pott, - è una leva potente. Il signor Pickwick assentì pienamente a questa proposizione. Ma io ho la coscienza, signore, - riprese Pott, - di non aver mai abusato dell'enorme potere di cui dispongo. Io, signore, ho la coscienza di non aver mai rivolto la punta del nobile strumento affidato alle mie mani contro la santità della vita privata o contro il seno delicato della riputazione individuale; io ho la coscienza, signore, di aver posto la mia energia al servizio di... da...i miei sforzi in somma, per modesti che siano, e lo sono certamente... per inculcare quei principi di... i quali... sono... - Senza dubbio, certissimo, - disse subito il signor Pickwick venendo in soccorso del direttore della Gazzetta che non riusciva a districarsi dal suo periodo. - E qual è, o signore, - disse Pott - lasciate che lo domandi alla vostra imparzialità, qual è lo stato dello spirito pubblico in Londra, riguardo alla mia polemica con l'Indipendente? - Molto eccitato di certo, - venne su il signor Perker, con un'occhiata d'intelligenza che poteva molto bene esser casuale. - E questa polemica, - riprese Pott - sarà continuata finche avrò forza e salute e non mi verrà meno quel tanto d'ingegno che ho sortito da natura. Da questa polemica, signore, per quanto possa sconvolgere le menti ed eccitare gli animi, per quanto possa distogliere i cittadini dai doveri comuni della vita quotidiana, da questa polemica, signore, io non recederò mai, fino a che non avrò messo il tallone sull'Indipendente. Io desidero, signore, che lo sappiano bene i cittadini di Londra e quelli di questo paese, che possono pienamente contare sopra di me; che non gli abbandonerò, che son determinato a star con loro fino all'ultimo, signore. - La vostra condotta è nobilissima, - disse il signor Pickwick, stringendo la mano del magnanimo Pott. - Vedo bene, signore, che voi siete un uomo di buon senso e d'ingegno, - disse il signor Pott, tutto affannoso per la veemenza della sua patriottica dichiarazione. - Io son lietissimo, signore, di far la conoscenza di un tale uomo. - Ed io, - disse il signor Pickwick, - mi sento altamente onorato dalla vostra stima. Permettetemi, signore, di presentarvi i miei compagni di viaggio, gli altri membri corrispondenti del Circolo che io son superbo di aver fondato. - Lo ascriverò a mia somma fortuna. - disse il signor Pott. Il signor Pickwick andò un momento di là, e tornato co' tre amici li presentò formalmente al direttore della Gazzetta d'Eatanswill. - Adesso, mio caro Pott, - disse il piccolo Perker, - bisogna trovar modo di acconciare alla meglio questi nostri amici. - Possiamo fermarci qui, suppongo, disse il signor Pickwick. - Tutti i letti presi, mio caro signore, tutti fino all'ultimo strapuntino. - Molto dispiacevole, - disse il signor Pickwick. - Molto, - dissero i suoi compagni di viaggio. - Ho un'idea a questo proposito, - disse il signor Pott - che mi pare si possa adottare con successo. Due letti ci sono al Paone, ed io mi credo autorizzato a dire in nome della signora Pott ch'ella si reputerà felicissima di accogliere il signor Pickwick ed un altro dei suoi amici, se gli altri due signori e il loro domestico non hanno difficoltà di ricoverarsi alla meglio al Paone. Dopo reiterate istanze da parte del signor Pott e reiterate proteste da parte del signor Pickwick di non voler incomodare o menomamente disturbare la sua amabile signora, fu deciso che questo era il miglior partito da prendere. Così dunque fu fatto; e dopo aver desinato insieme All'arme della città, gli amici si separarono, Tupman e Snodgrass riparando al Paone, e Pickwick e Winkle dirigendosi alla casa del signor Pott, non senza aver prima stabilito di riunirsi la mattina appresso all'Arme della città per accompagnare la processione elettorale dell'on. Samuele Slumkey fino alla piazza della proclamazione. La famiglia del signor Pott si limitava al signor Pott e alla sua signora. Tutti gli uomini, che per la potenza del loro genio si sono levati nel mondo ad una superba altezza, hanno qualche loro debolezza che appare più manifesta per naturale contrasto con l'insieme del loro carattere. Se il signor Pott aveva una debolezza, questa era forse ch'egli era troppo sommesso alla superiorità sprezzante e al dispotismo della sua signora. Non ci sentiamo però autorizzati ad insistere su questo fatto, perchè nel caso attuale tutte le più amabili seduzioni della signora Pott furono chiamate a raccolta per ricevere i due forestieri. - Mia cara, - disse il signor Pott, - il signor Pickwick; il signor Pickwick di Londra. La signora Pott ricevette con una dolcezza incantevole la paterna stretta di mano del signor Pickwick; e il signor Winkle, che non era stato presentato, s'inchinò e se la svignò inosservato in un angolo oscuro. - Pott, caro, - disse la signora Pott. - Vita mia, - rispose il signor Pott. - Presentate quell'altro signore, vi prego. - Domando mille scuse. Permettete.... signora Pott, il signor.... - Winkle, - suggerì il signor Pickwick. - Winkle, - ripetette il signor Pott; e così la cerimonia della presentazione fu compiuta. - Vi facciamo, signora, tutte le nostre scuse, - disse il signor Pickwick, - pel disturbo che vi rechiamo così all'impensata. - Prego di non parlarne nemmeno, signore, - rispose vivamente la signora Pott. - È una gran cosa per me, quando mi riesce di vedere dei visi nuovi, vivendo qui, come fo io, di giorno in giorno, da una settimana all'altra, senza veder nessuno. - Nessuno, mia cara! - esclamò il signor Pott. - Nessuno fuor di voi, - rimbeccò con asprezza la, signora Pott. - Voi vedete, signor Pickwick, - disse il giornalista come per spiegare il lamento della moglie, - che qui siamo in certo modo tagliati fuori da molti piaceri e da tante distrazioni cui potremmo altrimenti prender parte. La mia qualità di uomo pubblico, come direttore della Gazzetta d'Eatanswill, il posto che questo giornale occupa nel paese, e l'essere sempre sprofondato nel vortice della politica.... - Pott, caro mio! - interruppe la signora Pott. - Vita mia, - disse il direttore. - Vi prego, caro, di scegliere qualche soggetto di conversazione nel quale questi signori possano trovare un certo interesse. - Ma, amor mio, - disse il signor Pott con grande umiltà, - il signor Pickwick vi s'interessa vivamente; - Felice lui se vi riesce, - esclamo la signora Pott; - io ne ho piene le tasche della vostra politica e delle polemiche con l'Indipendente e delle altre scioccherie. Mi maraviglio assai, Pott, che vogliate proprio adesso far pompa della vostra assurdità. - Ma, cara mia, - disse il signor Pott. - Oh, tacete, via, non dite sciocchezze, - interruppe la signora Pott. - Giocate all'ecarté, signore? - Sarò lietissimo d'impararlo con voi, - rispose il signor Winkle. - Ebbene, tirate qua quel tavolino, presso la finestra, che non senta più discorrere di cotesta uggiosa politica. - Giannina, - disse il signor Pott alla fantesca che portava i lumi, - scendete all'ufficio e portatemi qui la collezione della Gazzetta del 1828. Vi voglio leggere, - aggiunse il direttore volgendosi al signor Pickwick, - vi voglio leggere qualcuno degli articoli che scrissi allora sull'armeggio dei Gialli per voler stabilire un nuovo esattore alla barriera di qua; ho ragion di credere che vi divertiranno. - Li sentirò con vero piacere, - disse il signor Pickwick. - La collezione arrivò e il direttore sedette col signor Pickwick allato. Abbiamo cercato invano fra gli appunti del signor Pickwick, nella speranza di incontrare un qualunque sommario di queste splendide composizioni. Siamo nondimeno autorizzati a ritenere ch'egli fosse rapito in estasi dal vigore e dalla freschezza dello stile; perchè in effetto il signor Winkle registra il fatto che il grand'uomo, durante tutta la lettura, aveva gli occhi chiusi quasi per soverchio piacere. L'annunzio che la cena era in tavola pose termine cosi all'ecarté come all'ammirazione del signor Pickwick per le peregrine bellezze della Gazzetta. La signora Pott era animatissima e di ottimo umore. Il signor Winkle avea già fatto un notevole progresso nelle buone grazie di lei, ed ella non esitò ad informarlo in confidenza che quel signor Pickwick era un "caro vecchiotto". I quali termini contengono una familiarità di espressione, che pochissimi fra i più intimi dell'uomo colossale si sarebbero permessa. Noi però gli abbiamo serbati, come una prova commovente e decisiva della stima ch'egli godeva in ogni classe sociale e della facilità con cui s'insinuava nei cuori della gente. L'ora era molto inoltrata e per conto loro i signori Tupman e Snodgrass dormivano già da un pezzo nei più remoti penetrali del Paone, quando i due amici andarono a riposare. Il sonno sparse subito i suoi papaveri sugli occhi del signor Winkle; ma i sentimenti di lui e l'ammirazione avevano avuto una scossa; e per molte ore di seguito, dopo che il sonno lo ebbe reso insensibile agli oggetti della terra, il viso e la persona piacente della signora Pott tornarono assiduamente davanti alla sua calda fantasia. Il rumore e il trambusto che annunziarono il mattino erano più che bastevoli a scacciare dal più romantico visionario di questo mondo ogni fantasia che non avesse strettissima relazione con l'elezione imminente. Il rullo dei tamburi, lo squillo dei corni e delle trombe, i clamori della folla, lo scalpitar dei cavalli, suonavano e intronavano per le vie fin dalla punta del giorno; ed una baruffa incidentale appiccatasi fra i tiragliatori dei due partiti animò ad un tratto i preparativi e ne variò piacevolmente il carattere. - Ebbene, Sam, - disse il signor Pickwick, che finiva di vestirsi, al domestico che si mostrava alla porta della camera da letto, - molta animazione stamani, eh? - Mica male, signore, - rispose il signor Weller; si pigiano come sardine sotto l'albergo e hanno già sputato mezzo polmone a testa. - Ah, ah, e sembrano devoti al loro partito, Sam? - Non ho mai visto una devozione simile in vita mia. - Energici, eh? - Altro che! mai visto mangiare e bere a quel modo. Non so come non abbiano paura di scoppiare. - Ciò dipende, - osservò il signor Pickwick, - dalla malintesa gentilezza e prodigalità di questa cittadinanza. - Probabilissimo, - rispose Sam laconicamente. - Bella gente, fresca, vigorosa, piena di vita - disse il signor Pickwick guardando dalla finestra. - Molto fresca, - rispose Sam; - io e due camerieri del Paone abbiamo pompato sugli elettori indipendenti che vi furono a cena iersera. - Pompato sugli elettori indipendenti! - esclamò il signor Pickwick. - Già; cadevano briachi fradici uno dopo l'altro. Stamane gli abbiamo tirati fuori, e là, sotto la pompa, una bella doccia. Conciati a dovere, signore. Uno scellino a testa ci ha dato il comitato per far questo scherzo. - Possibile che tali cose avvengano! - esclamò lo stupito signor Pickwick. - Benedetto voi, signore! e di dove venite che vi fa tanto caso? Questo è niente, questo. - Niente? - Proprio niente. Figuratevi che la sera prima dell'ultima elezione qui, il partito contrario si compro una serva dell'Arme della città per far la mescolanza nel ponce di quattordici elettori che stavano nella casa e non avevano ancora votato. - Che intendete con la vostra mescolanza nel ponce? - domandò il signor Pickwick. - Mettervi dentro del laudano, - rispose Sam. - Dormivano ancora come tanti ghiri e l'elezione era bell'e fatta da dodici ore. Ne pigliarono su uno e lo portarono a votare, sopra una barella; ma non lo si volle far votare, sicchè se lo portarono indietro e lo rimisero a letto. - Strano procedere, - disse il signor Pickwick quasi parlando a se stesso. - Non tanto strano come una circostanza miracolosa che accadde a mio padre, ed anche qui, a tempo di un'elezione, - rispose Sam. - E che fu? - Fu che lui aveva allora una carrozza che faceva i viaggi qui. Arrivò il tempo dell'elezione, e uno dei partiti se lo affittò per portare i votanti da Londra. La notte prima di partire, il comitato dell'altra parte te lo manda a chiamare, ed eccolo che se ne va con quell'uomo che lo fa entrare: una gran sala, tanti signori, monti di fogliacci, penne ed inchiostro, e tutto il resto. "Ah, signor Weller" dice il presidente "tanto piacere di vedervi; come state?" - "Benissimo, grazie, signore" dice mio padre "spero che ve la caviate anche voi per benino" dice. "Non c'è male, grazie" dice il presidente "sedete, signor Weller, vi prego". E così mio padre si mette a sedere e si guardano in faccia. "Non vi ricordate di me?" dice il presidente. "Non mi pare" dice mio padre. "Oh, io vi riconosco" dice l'altro "vi conosco da ragazzo" dice. "Bè" dice mio padre "per me non mi ricordo". "Strano assai" dice il presidente. "Assai" fa mio padre. "Dovete avere una cattiva memoria, signor Weller" dice il presidente. "Sarà benissimo" dice mio padre. "Io l'aveva capito subito" dice il presidente. E così allora, gli danno un bicchiere di vino, e gli parlano delle sue carrozze e gli fanno un testone di chiacchiere e te lo mettono su in allegria, e alla fine gli fanno sdrucciolare in mano, un biglietto da venti sterline. "Pessima strada di qua a Londra" dice il presidente. "C'è da rompersi il collo qua e là" dice mio padre. "Specialmente vicino al canale, credo" dice il presidente. "Brutto passo quello lì" dice mio padre. "Del resto voi, signor Weller" dice il presidente "siete un cocchiere co' fiocchi e potete fare coi vostri cavalli quel che vi piace. Vi vogliamo tutti un gran bene, signor Weller; sicchè caso mai vi capita un accidente nel portar qui quei signori votanti, e caso mai li buttate di sotto nel canale senza far male a nessuno, questo è per voi" dice. "Troppa bontà, signori" dice mio padre "e beverò un altro bicchiere alla vostra salute" dice; e cosi fa e, poi intasca il danaro e via con un bel saluto. Ora voi non lo credereste, signore, - proseguì Sam con un'occhiata d'inesprimibile impudenza al suo padrone, - che proprio il giorno preciso ch'ei portava qui gli elettori, la carrozza ribaltò in quel posto che s'era detto, e non ci fu uno di loro che non facesse un tonfo nel canale. - E si salvarono poi? - domandò con ansia il signor Pickwick. - Se non sbaglio, - rispose Sam con molta lentezza, - mi pare che un signore vecchio non fu più trovato; so che fu trovato il cappello, ma non son proprio certo se c'era dentro la testa o se non c'era. Ma quel che dico io è la straordinaria coincidenza che dopo le parole di quel signore, la carrozza di mio padre ribaltò proprio a quel posto e in quel giorno preciso! - Senza dubbio, la coincidenza è maravigliosa; - disse il signor Pickwick. - Ma spazzolatemi il cappello, Sam, perchè sento il signor Winkle che mi chiama a colazione. Così dicendo il signor Pickwick discese al tinello, dove trovò la colazione imbandita e la famiglia già raccolta. Si mangiò e si sparecchiò presto; ogni cappello degli uomini fu decorato di un'enorme coccarda azzurra, fatta dalle belle mani della stessa signora Pott, e siccome il signor Winkle s'era impegnato di accompagnare l'amabile signora sul tetto di una casa in prossimità della tribuna elettorale, il signor Pickwick col signor Pott se n'andarono soli all'Arme della città, da una delle cui finestre un membro del comitato del signor Slumkey arringava sei monelli ed una ragazza ch'egli chiamava pomposamente ad ogni volger di frase "uomini d'Eatanswill" fra gli applausi frenetici dei sei monelli sullodati. Il cortile dell'albergo presentava dei segni patenti della gloria e della forza degli Azzurri d'Eatanswill. C'era tutto un esercito di bandiere Azzurre con sopra dei motti d'occasione, stampati in caratteri d'oro alti e grassi. C'era una banda di trombe, fagotti e tamburi, marciante per quattro, i quali guadagnavansi con tutta coscienza il loro danaro, soprattutto i tamburini ch'erano singolarmente muscolosi e parevano invasati. C'erano gruppi di constabili armati di mazze Azzurre, venti membri del comitato con sciarpe Azzurre, ed una turba di votanti con coccarde Azzurre. C'erano elettori a piedi e a cavallo, c'era un tiro a quattro con dentro l'onorevole Samuele Slumkey, e c'erano quattro tiri a due pei suoi amici e sostenitori; e le bandiere sventolavano, e la banda suonava, e i constabili bestemmiavano, e i venti membri del comitato peroravano, e la folla urlava, e i cavalli rinculavano e scalpitavano, e i cavalcanti sudavano; ed ognuno e ogni cosa e dappertutto nell'interesse, per uso speciale, in onore e gloria dell'onorevole Samuele Slumkey di Slumkey Hall, candidato per la rappresentanza del Borgo d'Eatanswill alla Camera de i Comuni del Parlamento del Regno Unito. Alte e lunghe acclamazioni si levarono, e febbrilmente sventolò una delle bandiere Azzurre che portava scritto "Libertà della stampa", quando il capo brizzolato del signor Pott apparve ad uno dei terrazzini; e tremendo fu l'entusiasmo quando l'on. Samuele Slumkey in persona, coi stivali a tromba e la cravatta azzurra, si fece avanti, afferrò la mano del detto Pott, e con gesti espressivi e melodrammatici attestò alla folla la gratitudine incancellabile che lo legava alla Gazzetta d'Eatanswill. - Tutto è pronto? - domandò al signor Perker l'onorevole Samuele Slumkey. - Tutto, mio caro signore, tutto. - Nulla è stato omesso? - Nulla, mio caro signore, nulla di nulla. Vi sono alla porta di strada venti uomini ben lavati perchè possiate scambiare con loro delle strette di mano; e sei bambini portati in collo che dovrete accarezzare, domandandone l'età; badate soprattutto ai bambini, mio caro signore; è una cosa di effetto sicurissimo sempre. - Ci penserò, - disse l'onorevole Samuele Slumkey, - E se mai, - riprese l'ometto prudente ed accorto, - se mai vi riuscisse... non dico già che sia indispensabile... ma se vi riuscisse di baciarne uno, l'impressione prodotta sulla folla sarebbe immensa. - Non farebbe lo stesso se il bacio glielo deste voi? - domandò l'on. Samuele Slumkey. - Ma.... temo di no, temo di no; fatta la cosa da voi stesso, mio caro signore, credo che vi renderebbe molto popolare. - Benissimo, - disse l'on. Samuele Slumkey con aria rassegnata, - vuol dire che non c'è rimedio. - Avanti la processione! - gridarono i venti membri del comitato. - Fra le grida e gli applausi della folla, la banda, e i constabili, e i membri del comitato, e i votanti, e gli uomini a cavallo, e le carrozze presero il loro posto - ciascuno dei tiri a due caricato di tante persone in piedi quante ce n'entravano; e quello destinato al signor Perker, contenente i signori Pickwick, Tupman, Snodgrass non che una mezza dozzina di membri del comitato. Vi fu un momento di terribile sospensione, mentre la processione stava ancora ferma aspettando che l'on. Samuele Slumkey montasse in carrozza. Ad un tratto la folla mandò una lunga acclamazione. - È uscito, - disse il piccolo Perker vivamente eccitato, tanto più che la loro posizione non li metteva in grado di vedere quel che accadeva. Un'altra acclamazione molto più forte. - Stringe la mano agli uomini, - gridò il piccolo agente. Un'altra acclamazione, sempre più fragorosa. - Accarezza i bambini, - disse il signor Perker tremante d'ansietà. Un uragano d'applausi che fece intronar l'aria. - Ne ha baciato uno! - esclamò inebbriato l'omicciattolo. Un secondo uragano. - Ne bacia un altro! - balbettò l'agente convulso. Un terzo uragano. - Li bacia tutti, li bacia tutti! - gridò l'avvocato in delirio. E così, salutata dalle grida assordanti della moltitudine la processione procedette. Come e per che modo si trovò intricata questa processione nella processione avversaria, e come si tirò fuori dalla confusione che ne conseguì, non ci è dato descrivere, visto che il cappello del signor Pickwick fu di primo acchito calcato sugli occhi, sul naso e sulla bocca dell'uomo illustre da un colpo bene assestato d'una bandiera Gialla. Ei si descrive circondato da tutte le parti, quando gli venne fatto d'intravedere la scena tumultuosa, da visi irati e feroci, da un nuvolone di polvere e da una densa folla di combattenti. Narra di una forza invisibile che lo trasse giù dalla carrozza e di un pugilato nel quale si trovò impegnato; ma con chi o come o perchè ei non sa dire assolutamente. Si sentì poi, dice, spinto di dietro su per certe scale di legno; e riuscendo alla fine a liberarsi dal cappello, si trovò, insieme cogli amici suoi in prima riga verso il lato sinistro della tribuna. Il lato diritto era destinato al partito Giallo, e il centro al mayor e ai suoi ufficiali; uno dei quali - il grasso banditore di Eatanswill - sbatacchiava una campana enorme per imporre silenzio, mentre il signor Orazio Fizkin e l'onorevole Samuele Slumkey, ciascuno con la destra sul cuore, s'inchinavano con la massima affabilità a quel mare di teste che s'agitava nella piazza sottoposta e che mandava una tempesta di gemiti, di urli, di fischi, di battimani, che avrebbero fatto onore al terremoto. - Ecco là Winkle, - disse il signor Tupman, tirando l'amico per la manica. - Dove? - domandò il signor Pickwick, mettendosi gli occhiali che per fortuna non avea prima cavato di tasca. - Là, - disse il signor Tupman, - in cima a quella casa. E in effetto, proprio nella grondaia di piombo di un tetto, sedevano comodamente sopra un par di seggiole il signor Winkle e la signora Pott, ed agitavano, in segno di saluto, i loro fazzoletti; al che rispose il signor Pickwick mandando un bacio sulla punta delle dita alla signora. Le operazioni elettorali non erano ancora incominciate e siccome generalmente una folla inattiva è corriva alla facezia, bastò quell'atto innocentissimo a destarne il buon umore. - Ehi, birbone d'un vecchio, - gridò una voce, - si fa l'occhietto alle ragazze, eh? - Ah, parruccone vizioso! - gridò un altro. - Anche gli occhiali si mette per sbirciare una femmina maritata, - disse un terzo. - E le ammicca pure e le fa il sorrisetto, - notò un quarto. - Ehi Pott, - gridò un quinto, - occhio a vostra moglie. E qui un grande scoppio di risa. Siccome queste apostrofi erano accompagnate da certi confronti poco rispettosi tra il signor Pickwick e un cane spelato e vari altri motti dello stesso genere, e siccome miravano specialmente ad appannare l'illibato onore di una signora, l'indignazione del signor Pickwick fu grande; ma, essendosi proprio in quel punto imposto silenzio, ei si contentò di fulminare la folla con una occhiata di suprema pietà per le loro menti traviate, al che le risa crebbero e suonarono più forti che mai. - Silenzio! - gridarono gli ufficiali del mayor. - Whiffin, fate far silenzio, - comandò il mayor con voce nasale e con quella solennità che si conveniva alla sua elevata posizione. Al che il banditore eseguì un altro concerto sulla campana, e una voce dalla folla fece il verso al mayor, provocando un'altra risata. - Signori, - incominciò il mayor con quanta ne aveva in gola, - signori! Fratelli elettori del Borgo d'Eatanswill! Noi siamo oggi qui raccolti nello scopo di eleggere un rappresentante in sostituzione del nostro passato.... Qui un'altra voce interruppe il mayor. - Evviva il mayor! e che non lasci mai i suoi chiodi e le sue marmitte che l'hanno arricchito. Quest'allusione alle occupazioni commerciali dell'oratore fu accolta da una tempesta d'ilarità e di applausi, che con l'accompagnamento della campana soffocò tutto il resto del discorso, ad eccezione dell'ultima frase, nella quale egli ringraziava i cittadini elettori della cortese attenzione di cui lo avevano onorato, - espressione di gratitudine che suscitò una più rumorosa allegria della durata di circa quindici minuti. In seguito, un signore magro e lungo, con una cravatta bianca bene inamidata, dopo essere stato più volte pregato dalla folla "che mandasse un ragazzo a casa per vedere chi sa mai avesse lasciato la voce sotto il cuscino" domandò il permesso di presentar loro una persona adatta a rappresentarli in Parlamento. E quando disse che questa persona era Orazio Fizkin, di Fizkin Lodge, i Fizkinisti applaudirono e i Slumkeisti muggirono, con tanta forza ed insistenza, che il candidato stesso e il suo agente avrebbero potuto cantare, invece di parlare, delle canzonette buffe, senza che se ne fosse capito più di quel che in effetto si capiva. Dopo che gli amici dell'on. Orazio Fizkin ebbero così avuto il loro l primo sfogo, un piccolo individuo collerico e rosso si fece avanti per proporre un altro suo candidato agli elettori di Eatanswill; e senza quella sua nervosità che gli impediva di prendere pel suo verso l'umor faceto della folla, se la sarebbe cavata assai bene. Ma dopo poche frasi di eloquenza figurativa, l'oratore rosso passò dall'apostrofare i malcreati interruttori a scambiare contumelie con le persone che stavano sulla tribuna; al che si sollevò un tumulto, che lo ridusse alla necessità di esprimere con mimica vivace i suoi sentimenti, e quindi a cedere il posto all'oratore incaricato di appoggiare la sua mozione; e questi lesse un suo discorso che durò una buona mezz'ora e non ne volle risparmiare nemmeno una sillaba, perchè l'avea già mandato tutto alla Gazzetta d'Eatanswill e la Gazzetta lo aveva stampato parola per parola. Allora Orazio Fizkin, di Fizkin Lodge, si presentò per arringare gli elettori; e non sì tosto l'ebbe fatto, che la banda al servizio dell'on. Samuele Slumkey dette negli strumenti con una furia, a petto alla quale la furia della mattina era niente; e per tutta risposta la turba Gialla tempestò sulle spalle e sulle teste della turba Azzurra, e la turba Azzurra, fece ogni sforzo per levarsi dai piedi l'incomoda vicinanza della turba Gialla; e ne segui un pigia pigia e una zuffa di spintoni, strette, cazzotti, che noi non potremmo descrivere come il mayor non potette moderare, benché fulminasse ordini sopra ordini a dodici constabili che dovevano afferrare e non afferrarono i capoccia del tafferuglio, i quali ammontavano a circa un par di centinaia e mezzo. Durante la baruffa, l'on. Orazio Fizkin, di Fizkin Lodge, e i suoi amici divennero sempre più furibondi; fino a che l'on. Orazio Fizkin chiese licenza di domandare all'on. Samuele Slumkey, se gli era per suo consenso che gli strumenti suonavano; alla quale domanda essendosi rifiutato di rispondere l'on. Samuele Slumkey, l'on. Orazio Fizkin mise il pugno sotto il muso dell'onorevole Samuele Slumkey; al che l'onorevole Samuele Slumkey, essendogli il sangue montato alla testa, sfidò l'onorevole Orazio Fizkin a duello all'ultimo sangue. A questa patente violazione di ogni regola e di ogni precedente, il mayor ordinò un'altra fantasia sulla campana, e dichiarò che avrebbe fatto trarre davanti a sè, legati di santa ragione, gli on. Orazio e Samuele. La tremenda minaccia destò gli spiriti dei partigiani dei due candidati, e dopo che gli amici di qua e di la si furono ben bene azzuffati per tre quarti d'ora, l'on. Orazio Fizkin salutò l'on. Samuele Slumkey, l'on. Samuele Slumkey salutò l'on. Orazio Fizkin, la banda si chetò, la folla s'andò rassettando, e l'on. Orazio Fizkin ebbe licenza di proseguire. I discorsi dei due candidati, benché diversi per molti altri rispetti offrivano un largo tributo al merito altissimo degli elettori di Eatanswill. Esprimeva ciascuno di essi l'opinione che una riunione di uomini più indipendenti, più illuminati, più patriottici, più nobili, più disinteressati di quelli che aveano promesso di votar per lui, non esisteva sulla faccia della terra; ciascuno intravedeva il bieco sospetto che gli elettori della parte opposta portassero addosso certe loro magagne di corruzione elettorale e personale che li rendevano inabili ad esercitare i doveri importanti cui erano chiamati ad adempiere. Fizkin si dichiarò pronto a fare tutto ciò che da lui si volesse; Slumkey protestò di essere determinato a non far nulla di quanto gli si potesse domandare. Dissero entrambi che il commercio, le manifatture, la, prosperità d'Eatanswill, sarebbero sempre più care ai loro cuori che ogni altra cosa al mondo; e ciascuno dei due si sentiva in grado di nutrir piena fiducia di sortir vittorioso dall'urna. Molte mani si alzarono e molte no; il mayor decise in favore dell'on. Samuele Slumkey, di Slumkey Hall. Allora Orazio Fizkin, di Fizkin Lodge, domandò uno scrutinio, al quale subito si procedette. Fu poi formulato un voto di grazie al mayor per la sua abile condotta nel tener la sedia presidenziale; e il mayor, che non aveva avuto nessuna sorta di sedia ed era stato in piedi durante tutte le operazioni elettorali, ringraziò vivamente. Le processioni si riformarono, le carrozze si mossero lentamente fra la folla, e i membri di questa le accompagnarono con urli o battimani a seconda dei loro sentimenti o del capriccio volubile. Durante tutto il tempo dello scrutinio, la città fu febbricitante. Ogni cosa vi si faceva con la massima libertà o piacevolezza. Gli spiriti si davano via a buonissimo mercato in tutte le osterie, e delle barelle percorrevano le vie per comodità di quei votanti che fossero presi da un momentaneo capogiro - curiosa epidemia che prevaleva fra gli elettori, durante la lotta, tanto da impensierire, e sotto la cui azione si poteva vederli qua e là giacenti per le vie in uno stato di completa insensibilità. Un gruppo di elettori si trovò proprio l'ultimo giorno di non aver votato. Erano persone riflessive e calcolatrici, che non s'erano ancora convinte degli argomenti di questo o di quel partito, a dispetto delle frequenti conferenze avute con ambedue. Un'ora prima della chiusura dello scrutinio, il signor Perker sollecitò l'onore di un colloquio con questi intelligenti, nobili e patriottici cittadini. Il colloquio fu accordato. Gli argomenti del piccolo avvocato furono brevi ma efficaci. I dubbiosi andarono in massa all'urna; e quando uscirono dalla sala l'onorevole Samuele Slumkey, di Slumkey Hall, era uscito anche lui vittorioso dall'urna. XIV. Contenente una breve descrizione della compagnia riunita al Paone, ed il racconto del corriere. È cosa piacevole volgersi dal contemplare la lotta e il trambusto della vita politica al tranquillo riposo della vita privata. Il signor Pickwick s'era abbastanza acceso all'entusiasmo del signor Pott, per dare tutto il suo tempo e la sua attenzione alle operazioni elettorali, delle quali il capitolo precedente offre una descrizione compilata delle sue stesse memorie. Nè già, mentre egli era intento a questo, se ne stava in ozio il signor Winkle. Impiegava tutto il suo tempo in piacevoli passeggiate e brevi escursioni campestri in compagnia della signora Pott, la quale non mancava mai, quando le si presentava il destro, di cercare un qualche sollievo alla fastidiosa monotonia che così spesso la facea lamentare. Avendo così i due amici trovato la loro nicchia in casa del direttore, i signori Tupman e Snodgrass si vedevano ridotti a dover contare sulle proprie risorse. Prendendo alla pubblica cosa uno scarso interesse, ingannavano le ore con quei passatempi che il Paone offriva, i quali si limitavano ad un giuoco di trottola al primo piano e ad un giuoco di birilli nel cortile. Nella scienza e nei segreti di questi due giuochi, che sono molto più astrusi di quanto si creda dalla comune degli uomini, furono gradatamente iniziati dal signor Weller, che li conosceva profondamente. Così, benchè privati in gran parte della compagnia del signor Pickwick, potevano ingegnarsi in modo da passar benino la loro giornata senza starsene a dirittura con le mani in mano. Era però nelle ore della sera che il Paone offriva tali divertimenti da far sì che i due amici potessero anche resistere agli inviti del dotto, benchè verbosissimo Pott. Era la sera che nella sala commerciale si riuniva una brigata amichevole, della quale il signor Tupman si compiaceva di osservare i caratteri e i modi, e il signor Snodgrass di registrare i detti e le azioni. Si sa bene che cosa siano questa sorta di luoghi. Il camerone del Paone non differiva punto all'aspetto dagli altri soliti; era cioè una gran sala nuda, la cui mobilia era stata certamente migliore quand'era più nuova, con un tavolone nel mezzo, una collezione svariata di tavolini negli angoli, uno strano assortimento di seggiole spaiate, ed un vecchio tappeto turco sull'impiantito che faceva, in proporzione della camera, quella stessa figura che avrebbe fatto il fazzoletto di una signora posto per tappeto nel casotto d'una sentinella. Le pareti erano ornate di una o due grandi carte geografiche; e vari rozzi pastrani, sciupati dal mal tempo e con baveroni molto intricati, pendevano da una lunga fila di pioli in un angolo. Sulla mensola del caminetto si vedevano un calamaio di legno con entro un tronco di penna ed una mezza ostia, una Guida pei viaggiatori, una storia della Contea meno la copertina, e gli avanzi mortali di una trota in un feretro di vetro. L'atmosfera era impregnata dal fumo di tabacco, che avea già comunicato una certa tinta grigiastra a tutta la camera, e più specialmente alle tende rosse e polverose che pendevano alle finestre. Sulla credenza, un miscuglio di articoli di varia natura, fra i quali i più cospicui erano alcuni vasetti di salsa di pesce, due o tre fruste, altrettanti scialli da viaggio, una collezione di coltelli e di forchette, e la mostarda. Qui appunto i signori Tupman e Snodgrass stavano seduti la sera dopo l'elezione, in compagnia di altri passeggieri, fumando e bevendo. - Ebbene, signori miei, - disse un uomo sui quaranta, robusto, bruciato dal sole e con un occhio solo, - un occhio lucido e nero, che brillava con un'espressione maliziosa di canzonatura e di buon umore, - alla salute delle nostre eccellenze, signori. Io propongo sempre questo brindisi alla compagnia, e bevo alla salute di Marietta. Eh, Marietta? - Via di qua, birbone, - disse la fantesca, non affatto scontenta però, a quanto si vedeva chiaro, del complimento. - Non ve n'andate, Marietta, - disse l'uomo dall'occhio nero. - Lasciatemi stare, noioso, - disse la giovane. - Va bene, va bene, - disse il guercio alla ragazza che usciva dalla camera. - Vengo subito, Marietta, non dubitate. State allegra. E così dicendo, compiè l'operazione punto difficile di strizzare il suo unico occhio alla compagnia con indicibile diletto di un vecchiotto dal viso sudicio e con una pipa di gesso fra i denti. - Curiose creature le donne, - disse, dopo un momento, l'uomo dal viso sudicio. - Ah sì! non c'è che dire, - esclamò di dietro al suo sigaro un uomo molto rosso in viso. Dopo questo piccolo saggio di filosofia, vi fu un'altra pausa - Badiamo però, ch'ei si danno a questo mondo dell'altre cose molto più curiose delle donne, - disse il corriere, l'uomo dall'occhio nero, caricando lentamente una grossa pipa olandese. - Siete ammogliato? - domandò quell'altro. - Non posso dire di sì. - L'avevo indovinato. E l'uomo dal viso sudicio, tutto lieto della sua bella risposta, si abbandonò ad una rumorosa ilarità, alla quale si unì un signore dalla voce blanda e dalla fisonomia pacifica, che avea per massima di trovarsi sempre d'accordo con tutti. - Checchè se ne dica, signori, - venne su l'entusiastico Snodgrass, - le donne sono il sostegno e la poesia della nostra esistenza. - Precisamente, - disse il signore tranquillo. - Quando però sono di buon umore, - osservò l'uomo dal viso sudicio. - E questo è verissimo, - approvò la voce blanda. - Respingo questa restrizione! - riprese il signor Snodgrass che tornava col pensiero ad Emilia Wardle; - la respingo con indignazione. Mostratemi l'uomo che sparla delle donne, come donne, ed io dichiaro francamente ch'egli non è un uomo. E il signor Snodgrass, togliendosi il sigaro dalla bocca, diè un gran pugno sulla tavola. - Ecco un argomento solido, - disse il signore pacifico. - Contenente un'asserzione che io nego, - interruppe quegli dal viso sudicio. - E c'è anche una gran parte di verità in quel che voi osservate, signore, - disse il signore pacifico. - Alla vostra salute, signore, - riprese il guercio, volgendo un'occhiata di approvazione al signor Snodgrass. Il signor Snodgrass ringraziò. - A me mi piace sempre di sentire di questi discorsi, - proseguì il corriere; - un argomento interessante, capite. Ci s'impara sempre qualche cosa. Giusto questa discussioncella sulle donne mi ha fatto venire in mente una certa storia che contava un mio zio, epperò ho detto poco fa che si danno al mondo delle cose molto più curiose delle donne. - Vorrei sentirla cotesta storia, - disse l'uomo rosso dal sigaro. - Davvero? - replicò il guercio, continuando a tirare delle gran boccate di fumo. - Ed anch'io, - disse il signor Tupman, parlando per la prima volta. Egli mirava sempre ad accrescere la sua dose di esperienza. - Davvero, davvero? Ebbene, ve la dirò. No, no. Son sicuro che non ci crederete, - disse l'uomo dall'occhio malizioso, volgendosi al signor Tupman e rendendo quell'organo più malizioso che mai. - Se voi dite ch'è vera, ci crederò di certo, - disse il signor Tupman. - Bene, quando è così ve la dico. Avete mai inteso a parlare della casa Bilson e Slum? Una gran casa. Ma non importa che ne abbiate o non ne abbiate inteso a parlare, perchè gli è un gran pezzo che si son ritirati dal commercio. Fanno ormai ottant'anni che il fatto accadde ad un commesso viaggiatore della casa; ma questi era tutt'una cosa con mio zio, e mio zio ha poi contato la storia a me. Si chiamava Tom Smart, un nome curioso, ed egli la diceva press'a poco come ve la dico io, e la chiamava La storia del corriere. "Una sera d'inverno, verso le cinque, proprio nel punto che cominciava ad imbrunire, si sarebbe potuto vedere, sulla strada che attraversa il piano di Marlborough, un biroccino con dentro un uomo che correva in direzione di Bristol e dava sodo con la frusta al cavallo affaticato. Dico che si sarebbe potuto vedere, e certamente sarebbe stato veduto, se si fosse trovato a passar qualcuno che avesse avuto gli occhi in fronte; ma il tempo era così cattivo, e la sera così umida e fredda, che non c'era da trovar fuori altro che acqua. Sicchè il viaggiatore andava avanti nel mezzo della via solitaria e malinconica, e nessuno lo vedeva. Se un qualunque corriere di allora avesse visto un momento quel rompicollo di biroccino, con la cassa color creta e le ruote rosse, con quella giumenta baia, lunga, ossuta e viziosa, che andava di buon passo e pareva una specie d'incrociatura tra un cavallo di beccaio e una rozza della piccola posta, avrebbe capito subito che il viaggiatore non poteva essere altri che Tom Smart, della gran casa Bilson e Slum, Cateaton street, City. Però, siccome di corrieri che guardassero non ce n'era, nessuno sapeva niente della cosa; e così Tom Smart e il suo biroccino grigio e rosso e la giumenta capricciosa se n'andavano avanti, tenendosi il segreto fra loro, e nessuno ne sapeva un tanto di più. "Vi sono molti posti, anche in questo mondaccio, più piacevoli del piano di Marlborough quando il vento tira forte; e se ci mettete per giunta una serataccia d'inverno, una strada rotta e pantanosa, una pioggia fitta che non vi dico, e vi ci provate da voi stesso, tanto per far la prova, allora capirete tutta la forza della mia osservazione. "IL vento soffiava, non già di dietro o di faccia, che già non è mica una bella cosa, ma proprio di traverso, mandando giù la pioggia come le righe che ci tiravano nei quaderni di scuola per le aste. Per un po' si chetava; e il viaggiatore incominciava a lusingarsi che per la gran furia di prima se ne fosse andato a letto. Ma sul più bello, ecco che lo sentiva sibilare e urlare di lontano, e da capo se ne veniva a precipizio scavalcando le colline, spazzando la pianura, fischiando e soffiando più forte quanto più s'avvicinava, fino a che veniva a sbattere contro l'uomo e il cavallo, spingendo loro la pioggia nelle orecchie e soffiando il suo alito guaccio e umido nell'ossa loro; e poi passava oltre e se ne andava mugolando e rumoreggiando, come se li volesse canzonare, come se ridesse della loro debolezza e fosse tutto tronfio della sua forza e del suo potere. "La giumenta baia, con le orecchie basse, sguazzava nella mota e nell'acqua, e di tanto in tanto scrollava la testa come per esprimere il suo disgusto a questa condotta sconvenientissima degli elementi. Andava però sempre di buon passo, quando una ventata più furiosa delle altre la fece fermare di botto. Si puntò sulle quattro zampe per non esser portata via. E fu una grazia di Dio che facesse così, perchè se il vento l'avesse portata via, era così leggiera la giumenta, e così leggiero il biroccino, e Tom Smart anche lui così leggiero, che sarebbero volati tutti come una piuma fino ai confini della terra o fino a che il vento non dava giù; e nell'uno o nell'altro caso è probabile che nè la giumenta, nè il biroccino grigio e rosso, nè Tom Smart, sarebbero mai più stati buoni a nulla. "- Accidenti alle mie staffe e ai miei baffi! - gridò Tom Smart, che aveva qualche volta la brutta abitudine di attaccare i suoi bravi moccoli, - accidenti alle mie staffe e ai miei baffi! -dice Tom, - se non gli è un bel tempo questo, voglio essere soffiato a morte. "Voi forse mi domanderete com'è che Tom Smart dopo tanto vento che gli soffiava da tutte le parti, volesse proprio sottomettersi allo stesso processo di ventilazione. Per me, non lo so; quello che so io è questo che Tom Smart disse così, - o almeno così diceva sempre a mio zio di aver detto, il che torna precisamente lo stesso. "A morte, - dice dunque Tom Smart; e la giumenta nitrì come se fosse della stessa opinione del padrone. " - Sta su, zitellona, - disse Tom accarezzando la giumenta baia sul collo col manico della frusta. - Non serve andare avanti con una notte come questa; tiriamo alla prima casa che si trova, sicchè più corri e più presto ci siamo. Da brava, così, da brava, zitellona mia! "Sia che la giumenta fosse così pratica dei vari toni della voce di Tom da capire quel che voleva dire, sia che sentisse più freddo a star ferma che a muoversi, questo poi non ve lo so dire. Certo è che Tom aveva appena finito di parlare, che la bestia rizzò le orecchie e pigliò una scappata che facea ballare e scricchiolare il biroccino come se ad ogni momento tutti i raggi rossi delle ruote avessero a schizzare qua e là per la pianura di Marlborough; e lo stesso Tom, per bravo cocchiere che fosse, non potette nè fermarla nè farla andar piano, fino a che non si fu fermata, di capo suo e senza che nessuno gliel'avesse detto, davanti ad un'osteria a dritta della strada, all'incirca un mezzo quarto di miglio passata la pianura. "Tom dette una mezza guardata di sopra in sotto alla casa, gettando le redini al garzone di stalla e la frusta nel biroccino. Era una curiosa stamberga, vecchia, impastata come a dire di ciottoli, e con certe travi incrociate, con gli sporti di su le finestre che facevano come tante tettoie sulla strada, ed una porticina bassa sotto un'arcata scura, e un par di scalini dirupati che scendevano nella casa invece di quella mezza dozzina di scalini che usa ora e che vanno in su anzi che in giù. L'aspetto non era poi tanto birbone, perchè si vedeva dalla finestra della sala una bella luce allegra che illuminava la strada e arrivava fino alla siepe di faccia; e poi da un'altra finestra si vedeva un chiarore tremolante, un po' debole, un po' che parea volesse bruciar le tendine abbassate, e che facea capire di un gran fuoco che ardeva dentro. Notando questi piccoli segni con l'occhio di un consumato viaggiatore, Tom smontò alla svelta, per intirizzite che avesse le gambe, ed entrò nella casa. "In meno di cinque minuti Tom s'era situato nella sala di faccia al banco - proprio la sala dove s'era figurato che ci avesse ad essere il fuoco - davanti a un bel fuoco scoppiettante, composto di una buona misura di carboni e di tanta legna e fascinotti da farne una mezza dozzina di fratte decenti, ammontati nel caminetto e che facevano un cigolio e uno scoppiettio da scaldare il cuore di qualunque persona ragionevole. E questa era una bella cosa, ma non era mica tutto; perchè c'era poi una ragazzotta azzimata, con un par d'occhi lucenti e un piedino da farne un boccone, che stendeva una tovaglia di bucato sulla tavola; e siccome Tom s'era messo a sedere coi piedi nelle pantofole e le pantofole sugli alari e con le spalle alla porta aperta, vedeva nello specchio del caminetto una bella prospettiva del banco dell'ostessa, con tante file di bottiglie verdi con le scritte dorate, e vasetti di sottaceto e di conserve, e formaggi e prosciutti, e manzo affumicato, aggiustati sulle scansie che era una vera delizia e una tentazione. E anche questa era una bella cosa; ma nemmeno questo era tutto; perchè, dietro il banco, se ne stava a prendere il suo tè, seduta davanti ad un amore di tavolinetto e vicino ad una vera grazia di fuocherello, una vedovella appetitosa che poteva avere i suoi quarantotto anni o giù di lì, con una faccia allegra come era allegro il banco, e che era senza dubbio la padrona della casa e l'assoluta governatrice di tutte quelle belle possessioni. C'era soltanto un fondo scuro, una brutta ombra che sciupava la bellezza di tutto il quadro; ed era un uomo lungo e grosso, - un omaccio, - con un soprabito scuro a bottoni di metallo, baffi neri e capelli neri e ricciuti, che teneva compagnia alla vedova, e che si vedeva chiaro l'andava persuadendo a non esser più vedova e a dare a lui il privilegio di sedere a quel banco, vita natural durante. "Tom Smart non era mica invidioso e nemmeno bilioso; ma in un modo o nell'altro, l'uomo lungo dal soprabito nero coi bottoni di metallo gli mosse dentro quel po' di fiele che si trovava di avere, e lo fece arrabbiare sul serio, tanto più che gli veniva fatto di vedere di tanto in tanto, dal suo posto davanti allo specchio, certe piccole familiarità affettuose tra l'uomo lungo e la vedova, le quali mostravano chiaro che l'uomo lungo pigliava tanto posto nelle buone grazie della vedova per quanto posto pigliava quel suo corpaccione. Tom gli piaceva il ponce caldo, - posso anche dire il ponce caldo; gli piaceva assai, - sicchè, dopo ch'ebbe dato un occhio alla giumenta e visto che avea mangiato bene e s'era coricata meglio, e dopo aver sparecchiato fino all'ultima briciola il pranzetto squisito che la vedova stessa gli avea preparato con le proprie mani, Tom ordinò un bicchiere di ponce, tanto per provare. Ora, se c'era cosa in tutta l'arte casalinga che la vedova sapesse manipolare meglio d'un'altra, era precisamente quest'articolo, e il primo bicchiere andò così a genio di Tom, che egli ne ordinò subito subito un secondo. IL ponce caldo signori miei è una bella cosa, - una cosa eccellente in qualunque circostanza, - ma in quel salottino, davanti a quella fiammata, col vento che soffiava di fuori e faceva scricchiolare l'ossatura stessa della vecchia baracca, Tom Smart lo trovò a dirittura delizioso. Ne ordinò un altro bicchiere, e poi un altro - non son proprio certo che non ne ordinasse dopo anche un altro - ma il certo è che più ponce beveva e più gli stava davanti agli occhi l'uomo lungo. "- Sfacciato maledetto! - diceva da sè a sè Tom Smart; - che ci ha egli da vedere dietro a quel banco? È brutto come la peste, anche! Se la vedova avesse un briciolo di gusto, potrebbe raccattare un fusto un po' meglio fatto di quell'animale. "Qui gli occhi di Tom passarono dallo specchio del camino al bicchiere sulla tavola, e siccome si sentiva venir dentro il sentimento, vuotò il quarto bicchiere di ponce e ne ordinò un quinto. "Tom Smart, signori, era sempre stato molto portato alla vita pubblica. Avea sognato per tanto tempo di stare dietro un banco di sua proprietà, vestito di un bel soprabito verde, calzoni di velluto e stivali a tromba. Aveva una grande idea di stare a capo tavola in qualche desinare di gala, e spesso aveva pensato come avrebbe parlato bene in una sala propria e che esempio avrebbe potuto dare ai suoi avventori quando si trattasse di alzare il gomito. Tutte queste cose gli passavano e ripassavano nella testa, mentre se ne stava a bere il suo ponce davanti al fuoco, e naturalmente si sentiva montar la mosca al naso che l'omaccio lungo si trovasse lì lì per essere il padrone di una casa di quella fatta, mentre egli, Tom Smart, se ne trovava più lontano che mai. Sicchè, dopo avere un po' deliberato sopra gli ultimi due bicchieri per vedere se non aveva tutte le ragioni del mondo di attaccar briga con l'omaccio lungo per la birbonata di aver carpito le buone grazie di quel bocconcino di vedova, Tom Smart arrivò finalmente a questa conclusione soddisfacente ch'egli era un uomo molto perseguitato e maltrattato dalla sorte e che valeva meglio andarsene a letto. "La vispa ragazzotta accompagnò Tom su per una scala larga ed antica, facendo da paralume con la mano alla candela per difenderla dalle correnti d'aria, le quali in una baracca sgangherata come quella avrebbero avuto tutto il posto per darsi bel tempo, senza spegnere la candela; ma che nondimeno la spensero; dando così buono in mano ai nemici di Tom per asserire che era stato lui, e non il vento che avea spento la candela, e che mentre egli pretendeva di riaccenderla, non faceva in effetto che accoccare un bacio alla ragazza. Comunque stesse la cosa, la candela fu riaccesa, e Tom fu menato, per un arruffio di camere e di corridoi, alla camera preparata per lui, dove la ragazzotta gli diè la buonanotte e lo lasciò solo. "Era un camerone dalle porte massiccie, con un letto da poter servire a tutta una camerata di scolari, per non dir nulla d'un par di stiponi che avrebbero potuto contenere il bagaglio di un piccolo esercito; ma quel che più colpì la fantasia di Tom fu un certo seggiolone a bracciuoli, dalla spalliera alta, vecchio e ingrognato, con certi intagli stravaganti, coperto di damasco fiorato, e coi piedi avvolti ben bene di pezze rosse, come se avesse la gotta. Di qualunque altra seggiola stravagante, Tom avrebbe pensato soltanto che era una seggiola stravagante e buona notte; ma in quella seggiola, c'era una qualche cosa, ch'ei non sapeva dire che fosse, così curiosa e così diversa da ogni altro capo di mobiglia che avesse mai visto, che sembrava quasi affascinarlo. Si mise a sedere davanti al fuoco e stette per una mezz'ora buona a guardar fiso il seggiolone. Maledetto seggiolone, gli era una certa anticaglia così bisbetica, che non ne poteva proprio staccare gli occhi. "- Bè, - disse Tom, spogliandosi lentamente e guardando sempre al seggiolone che se ne stava tutto misterioso accanto al letto, - in vita mia non ho mai provato niente di così curioso. Molto strano, - disse Tom, che il ponce aveva reso un po' meditativo, - molto strano. "E Tom crollò il capo con un'aria di profonda saggezza, e guardò di nuovo al seggiolone. Non ne cavava nulla però, sicchè entrò subito a letto, si tirò su le coperte e pigliò sonno. "In capo a mezz'ora, Tom si svegliò di botto da un suo sognaccio di uomini lunghi e bicchieri di ponce, e la prima cosa che gli venne davanti fu il seggiolone. "- Non lo voglio guardare più, - disse Tom a se stesso, e serrò forte gli occhi, e cercò di persuadersi che stava ripigliando sonno. Ma niente; non poteva vedere altro; gli ballavano davanti una folla di seggioloni, intrecciando ed alzando le gambe, urtandosi con le spalliere, e facendo ogni sorta di sgambetti e capitomboli. "Tant'è che veda un seggiolone vero, che tre o quattro dozzine di seggioloni falsi - disse Tom, cacciando il capo di sotto le lenzuola. E il seggiolone era sempre lì, rischiarato dalla luce del fuoco, e più provocante che mai. "Tom guardò al seggiolone; ed ecco che tutto ad un tratto, te lo vede mutarsi in un modo straordinario. L'intaglio della spalliera prese a poco a poco i tratti e l'espressione di una faccia umana vecchia e grinzosa; il cuscino di damasco divenne una sottoveste all'antica floscia e sbiadita; i piedi tondi si mutarono in due piedi per davvero ficcati in due pantofole di lana rossa, e tutta quanta la seggiola pigliò l'aspetto di un vecchio decrepito, del secolo passato, con le braccia sui fianchi. Tom si alzò a sedere nel mezzo del letto e si strofinò gli occhi per cacciar via l'illusione. Signor no. Il seggiolone era proprio un signore brutto e decrepito; e quel ch'è peggio, sbirciava Tom Smart. "Tom era, naturalmente una malacarne, che niente ci poteva e per giunta aveva nello stomaco cinque bicchieri di ponce; sicchè a malgrado che sulle prime fosse un po' spaurito, incominciò ad aversela a male quando vide il vecchio che strizzava l'occhio e gli faceva un suo ghigno pieno d'impudenza. Risolvette alla fine di non volerlo soffrire; e siccome quella faccia grinzosa seguitava più che mai a ghignare, Tom disse con un tono di voce molto irritato: "- O che diascolo avete a strizzarmi l'occhio? "- Ho che così mi piace, Tom Smart, - rispose il seggiolone, o il vecchio, come vi torna meglio. Però smesse di far l'occhiolino e incominciò invece a mostrare i denti come un vecchio scimmione. "- Com'è che sapete il mio nome, faccia di cartapecora? - domandò Tom Smart, un po' titubante, benchè volesse parere di fare il bravaccio. "- Via, via, Tom, - disse il vecchio, - cotesta non è la maniera di parlare al mogano massiccio. Non mi trattereste con meno rispetto, perdincibacco, se fossi dell'impiallacciatura. "Dicendo queste parole, il vecchio signore aveva la faccia così scura che Tom si sentì dentro un certo che di tremarella. "- Non ho mica avuto intenzione di mancarvi di rispetto, signore, - rispose Tom in un tono molto più umile di prima. "- Bene, bene, - riprese il vecchio, - forse no, forse no. Tom. "- Signore... "- Io so tutto sul conto vostro, Tom, tutto. Voi siete molto povero, Tom. "- Questo è vero, - disse Tom Smart. - Ma come avete fatto a saperlo? "- Cotesto non monta, - disse il vecchio; - a voi, Tom, vi piace troppo il ponce. "Tom Smart stava lì lì per sacramentare che non ne aveva mai assaggiato un gocciolo da che era venuto al mondo; ma s'incontrò con gli occhi del vecchio e li trovò così astuti, che si fece rosso e non aprì bocca. "- Tom, - riprese a dire il vecchio, - la vedova è una bella donnetta, una donnetta aggraziata, eh, Tom? E il vecchio voltò gli occhi in su, alzò una delle sue gambe magre, e pigliò nel tutt'assieme un aspetto così sdilinquito e stomachevole, che Tom si sentì proprio disgustato della leggerezza della sua condotta; - e a quell'età poi! "- Io sono il suo tutore, Tom, - disse il vecchio. "- Davvero? - domandò Tom Smart. "- Ho conosciuto sua madre, Tom, e anche sua nonna. Mi voleva un gran bene, e fu lei, Tom, che mi fece questa sottoveste. "- Proprio? - fece Tom Smart. "- E queste scarpe anche, - aggiunse il vecchio alzando una delle pantofole di lana rossa; - ma lasciamo star questo, Tom. Non vorrei si sapesse che m'era tanto affezionata. Ne potrebbe nascere qualche disturbo in famiglia. E nel dir questo il vecchio furfante faceva una faccia così impertinente, che Tom Smart, come ebbe a dire in seguito, gli si sarebbe seduto addosso senza rimorso. "- A tempo mio, Tom, sono stato il cucco delle donne io, - disse il vecchio libertino; - delle centinaia di belle donnette sono state qui, per ore ed ore, a sedere sulle mie ginocchia. Che ne dite, eh, bricconaccio? "E il vecchio stava per dar fuori qualcuna delle sue storielle di gioventù, quando fu pigliato da un accesso così violento di scricchiolii della gola che non potette andare avanti. "- Ti sta il dovere, scimunito scostumataccio! - pensò Tom Smart; ma non disse niente. "- Ah! - sospirò il vecchio, - mi dà ora una gran noia questa tosse. Mi fo vecchio, Tom, e vado perdendo a poco a poco tutti i miei piuoli. Ho dovuto anche subire un'operazione, - una bietta ficcata nella spalliera, - e l'ho trovata dolorosa, Tom, molto dolorosa. "- Lo credo io, - disse Tom Smart. "- Del resto, - riprese il vecchio signore, - non si tratta mica di questo. Tom, io desidero che voi sposiate la vedova. "- Io, signore! - fece Tom. "- Voi, proprio voi, - rispose il vecchio. "- Che il cielo benedica i vostri capelli bianchi, - esclamò Tom (gli rimanevano qua e là dei ciuffi di crini) - ma la non mi piglierebbe di sicuro per marito. "E Tom pensava al banco e sospirò involontariamente. "Non vi piglierebbe? - domandò con tono imperioso il vecchio signore. "- No, no, - disse Tom; - c'è qualcun altro per aria. Un uomo lungo, un maledetto omaccione coi baffi neri. "- Tom, - disse il vecchio, - quello lì la vedova non lo sposerà. "- No, eh? - fece Tom. - Se foste stato giù anche voi al banco, non direste così. "- Poh, poh! - disse il vecchio signore. - So tutto, so tutto. "- Tutto che? - domandò Tom. "- I baci dietro l'uscio e cose simili, Tom, - disse il vecchio con un'altra occhiataccia impudente, che fece montare a Tom la mostarda al naso, perchè come tutti sapete, signori miei, un vecchio, che dovrebbe dar lui il buon esempio, e che vi discorre di queste faccende, vi par sempre una brutta cosa, una cosa stomachevole. "- So tutto, - disse il vecchio, - so tutto. Al tempo mio, Tom, di queste cose ne ho viste fare molto spesso fra tante persone che non serve nominarvi; ma non si venne mai ad alcuna conclusione. "- Avete dovuto vedere delle cose molto strane. - disse Tom con un'occhiata di curiosità. "- Eh, eh, non dico di no, Tom, - rispose il vecchio strizzando l'occhio. - Io sono l'ultimo della mia famiglia, Tom. "E mise un sospirone di malinconia. "- Una famiglia lunga? - domandò Tom Smart. "- Eravamo in dodici, - rispose il vecchio; - belli, forti, diritti di spalliera. Niente di cotesti aborti moderni; tutti a bracciuoli e tirati a pulitura, Tom, che solo a guardarci non fo per dire, era una consolazione. "- E che n'è stato degli altri? - domandò Tom Smart. "Il vecchio signore si asciugò gli occhi col gomito e rispose: "- Morti, Tom, morti. Si lavorava sodo, Tom, e non tutti avevano la mia costituzione. Pigliarono dei reumatismi nelle gambe e nelle braccia, e furono mandati nelle cucine e in altri ospedali; ed uno poi, che avea fatto un lungo servizio ed era stato usato assai, perdette a dirittura i sensi; divenne così grasso che si dovette bruciarlo. Una cosa molto dolorosa, Tom. "-Terribile! - disse Tom Smart. "Il vecchio tacque per qualche minuto, oppresso forse dalla sua emozione, e poi ripigliò. "- Del, resto, Tom, noi usciamo dal seminato. Cotest'uomo lungo, Tom, è un furfante d'avventuriero. Il giorno stesso che sposasse la vedova, venderebbe tutta la mobilia e se la batterebbe. E quale ne sarebbe la conseguenza? La povera donna sarebbe abbandonata e rovinata, ed io andrei a morire di freddo in qualche magazzino di rigattiere! "- Sì, ma... "- Non m'interrompete. Di voi, Tom, io ho tutt'altra opinione; perchè so bene che, una volta costituitovi in un'osteria, non la lascerete mai più fino a che ci sarà un gocciolo da bere. "- Vi sono obbligatissimo della vostra buona opinione, signore, - disse Tom Smart. "- Dunque, - conchiuse il vecchio in tono da dittatore, - voi ve la sposerete e lui no. "- E che cosa lo impedirà? - domandò ansiosamente Tom Smart. "- Questa rivelazione, - rispose il vecchio; - egli è ammogliato. "- E come posso provarlo? - domandò Tom, balzando mezzo fuori del letto. "Il vecchio signore spiegò il bracciolo destro, e dopo avere accennato ad uno stipone di quercia, lo rimise subito nella prima posizione. "- Ei non sospetta mica, - disse poi, - che nella tasca dritta di un par di calzoni chiusi là dentro, ha lasciato una lettera, che lo scongiura di tornare dalla moglie desolata con sei.... badate bene, Tom.... sei bambini, e tutti piccini. "Pronunciando solennemente queste parole, i lineamenti del vecchio signore s'andarono confondendo e tutta la sua persona divenne più vaporosa. Una specie di pellicola calò sugli occhi di Tom. Pareva che il vecchio si sprofondasse nella seggiola; la sottoveste di damasco si risolveva in un cuscino, le pantofole rosse si mutavano in pezze di lana legate insieme. Il chiarore del fuoco a poco a poco si spense, e Tom Smart ricadde sul cuscino e si addormentò come un ceppo. "La luce del giorno lo destò dal sonno letargico che lo avea preso alla sparizione del vecchio. Si pose a sedere sul letto, e per qualche minuto si sforzò inutilmente di raccapezzarsi su quello ch'era avvenuto la notte. Di botto se ne ricordò. Guardò al seggiolone: era certamente un mobile bieco e fantastico, ma ci voleva proprio una fantasia vivace e ingegnosa per scoprirvi una qualunque somiglianza con un vecchio. "Come ti va, vecchietto? - domandò Tom. "Si sentiva più coraggio di giorno, come succede a tanti. "Il seggiolone non si mosse e non fiatò. "- Brutta giornata, - disse Tom. "Niente. IL seggiolone non voleva appiccar discorso. "- Che stipone m'avete indicato? cotesto poi me lo potete dire. "Peggio di peggio, signori miei. Sempre muto come un pesce. "- Del resto, non ci vuole molto ad aprirlo; - disse Tom, balzando giù dal letto. Si accostò ad uno degli stiponi. La chiave era nella toppa; la girò, aprì la porta. C'era proprio un par di calzoni. Cacciò la mano nella tasca dritta e ne cavò fuori la lettera precisa che il vecchio aveva detto! "- Curiosa davvero! - disse Tom Smart guardando prima al seggiolone e poi allo stipone, e poi alla lettera, e poi da capo al seggiolone. - Curiosa davvero! "- Ma siccome a guardare non ne cavava nulla, pensò bene di vestirsi e di aggiustare a primo appetito la faccenda dell'uomo lungo, tanto per non farlo aspettare. "Tom esaminò con occhio da padrone tutte le camere che dovette attraversare scendendo a terreno, pensando che di lì a poco non era mica impossibile che divenissero sua proprietà con tutto quel che c'era dentro. L'uomo lungo se ne stava al banco, con le mani dietro, come se fosse a casa sua. Accolse Tom con un sorriso astratto. Qualcuno avrebbe forse detto ch'ei lo facesse per mostrare i suoi denti bianchi; ma Tom Smart pensò che un sentimento di trionfo si mostrasse in quel punto dove l'uomo lungo doveva avere il cervello, se pur ne aveva. Tom gli rise in faccia e chiamò l'ostessa. "- Buon giorno, signora, - disse Tom Smart, chiudendo la porta della camera quando la vedova fu entrata. "- Buon giorno, signore, - rispose la vedova. - Che desiderate per colazione, signore? "Tom pensava al modo di attaccare il suo discorso particolare, sicchè non rispose. "- C'è del prosciutto squisito, - disse la vedova. - e un bel pollo rifreddo. Volete che ve li faccia servire, signore? "Queste parole destarono Tom dalle sue riflessioni ed accrebbero la sua ammirazione per la vedova. Che donna attenta! che buone maniere! che previdenza! "- Chi è quel signore al banco, signora? - domandò Tom. "- Si chiama Jinkins, signore - rispose la vedova facendosi un po' rossa. "- È un uomo molto lungo, - disse Tom. "- È un bell'uomo, signore, - rispose la vedova, - una persona molto per bene. "- Ah! - fece Tom. "- Volete altro, signore? - domandò la vedova, un po' imbarazzata dal contegno di Tom. "- Ma.... sì, - disse Tom. - Signora mia cara, volete avere la bontà di accomodarvi un momentino? "La vedova si mostrò molto sorpresa, ma si mise a sedere, e Tom sedette anche lui proprio accanto a lei. Io non so come la cosa accadesse, signori miei - veramente mio zio doleva dirmi che Tom Smart diceva di non saperlo nemmeno lui - ma in un modo o nell'altro la mano di Tom cadde sulla mano della vedova e rimase lì tutto il tempo ch'egli stette a parlare. "- Mia cara signora, - disse Tom Smart, il quale se la sapea sempre cavar per benino quando si trattava di fare il galante, - mia cara signora, voi vi meritate un marito eccellente ve lo meritate davvero. "- Gesù mio, signore! - disse la vedova, e non potette dire altro perchè il modo di intavolare la conversazione era un po' insolito, per non dire stravagante, pigliando in considerazione il fatto che Tom la sera innanzi non le avea messo gli occhi addosso. - Gesù mio, signore! "- A me non mi piace grattar la gente, signora, - disse Tom Smart. - Voi vi meritate una perla di marito e chiunque egli sia sarà un uomo felicissimo. "E dicendo questo, gli occhi di Tom giravano da per loro dalla vedova alle belle comodità che gli stavano intorno. "La vedova si mostrava più impacciata che mai, e fece per alzarsi. Tom le strinse dolcemente la mano come per trattenerla, ed ella si stette a sedere. Le vedove, signori miei, non son solite ad aver paura, come diceva sempre mio zio. "- Io vi sono tanto tanto obbligata, signore, per la vostra buona opinione, - disse la bella ostessa con un mezzo sorriso; - e se mai ripiglio marito... "- Se? - fece Tom Smart sbirciando maliziosamente con la coda dell'occhio sinistro - Se? "- Ebbene, - disse la vedova ridendo stavolta addirittura; - quando lo ripiglierò spero di averne uno così buono come lo descrivete voi "- Jinkins, per esempio, - disse Tom. "- Gesù mio, signore! - esclamò la vedova. "- Oh, non me ne parlate, - disse Tom, - io lo conosco. "- È certo che chiunque lo conosce non può dire un tanto contro di lui, - disse la vedova, mettendosi un po' sulla sua a quell'aria misteriosa di Tom. "- Eh, eh! - fece Tom Smart. "La vedova cominciò a pensare ch'era tempo di piangere sicchè tirò fuori il fazzoletto, e domandò se Tom la voleva insultare e se gli pareva questa un'azione pulita di sparlare di un altro uomo alle spalle sue, e perchè mai, se aveva da dirgli qualche cosa, non la diceva proprio a lui, faccia a faccia, come un uomo, invece di spaventare a quel modo una povera donna; e via di questo passo. "- Glielo dirò sul muso, non dubitate, - disse Tom; - soltanto voglio che lo sappiate voi prima. "- Di che si tratta? - domandò la vedova guardando negli occhi a Tom. "- Io vi farò cascar dalle nuvole, - disse Tom, cacciandosi una mano in tasca. "- Se gli è che non ha danaro, - disse la vedova, - lo so da un pezzo, e non c'è bisogno che ve ne diate pensiero. "- Poh, sciocchezze! - fece Tom; - nemmeno io ne ho. Non è mica questo. "- Gesù mio, e che può essere? - esclamò la povera vedova. "- Non vi spaventate, - disse Tom Smart. E cavò la lettera e la spiegò. - Non griderete? - disse poi un po' dubbioso. "- No, no, - rispose la vedova; - lasciatemi vedere. "- Non vi farete venire gli attacchi o altre scioccherie simili? - disse Tom. "- No, no, - replicò la vedova tutta affannosa. " - E non scapperete fuori per accopparlo, - disse Tom, - perchè ci penserò io per voi a tutto questo; meglio è che non vi scalmaniate, insomma. "- Bene, bene, - disse la vedova, - date qua, date qua. "- Ecco, - rispose Tom Smart; e mise la lettera in mano alla vedova. "Signori, mio zio mi diceva che Tom Smart gli giurava, che i lamenti della vedova a quella terribile rivelazione avrebbero trapassato un cuore di pietra. Il cuore di Tom era tenero assai e si fece a dirittura in due parti. La vedova si dibatteva di qua e di là e si torceva le mani. "- Ah, cane traditore! - gridava la vedova. "- Orribile, mia cara signora, orribile! ma calmatevi, vi prego! - disse Tom Smart. "- Oh no, non mi parlate di calmarmi! Io non troverò mai nessuno cui vorrò tanto bene quanto ne ho voluto a lui. "- Oh sì, che lo troverete, anima mia, - disse Tom Smart, lasciandosi scorrere dagli occhi, dalla gran passione per le sventure della vedova, un torrente di lagrime tanto fatte. Tom Smart, nello slancio della sua pietà, avea posto un braccio intorno alla vita della vedova; e la vedova, in un accesso di dolore, aveva stretto la mano di Tom. Poi guardò in viso a Tom e sorrise fra le lagrime. E Tom guardò lei e sorrise fra le sue. "Io non ho mai potuto appurare, signori miei, se in questo momento preciso, Tom avesse o non avesse dato un bacio alla vedova. Egli soleva dire a mio zio che non gliel'avea dato, ma io ci ho i miei bravi dubbi. In confidenza, signori, io credo che glielo dette. "In tutti i modi, mezz'ora dopo Tom mise bravamente a calci fuori della porta l'uomo lungo, e un mese appresso sposò la vedova. E soleva poi girare pel paese col suo biroccino grigio e rosso, con la giumenta viziosa e camminatora, fino a che chiuse bottega molti anni dopo e se n'andò in Francia con la moglie; e allora la vecchia osteria fu diroccata." - E che ne fu del seggiolone? - domandò il vecchio signore curioso. - Fu osservato, - rispose il guercio, - che il giorno delle nozze scricchiolò come se si volesse rompere; ma Tom Smart non era sicuro se scricchiolasse per il piacere o per gli acciacchi. Credeva però che fosse per questo, perchè in seguito non ci fu più caso di sentirlo a discorrere. - E tutti credettero alla storia? - domandò l'uomo dal viso sudicio, ricaricando la pipa. - Meno i nemici di Tom, s'intende. Alcuni dicevano che era tutta da cima a fondo una invenzione di Tom; altri che Tom era brillo e che avea sognato, e che andando a letto s'avea pigliato per isbaglio i calzoni di quell'altro. Ma nessuno ci badò mai a tutte coteste maldicenze. - Tom Smart diceva ch'era vera? - Arciverissima. - E vostro zio? - Ci giurava sopra. - Bei figuri che dovevano essere tutti e due, - disse l'uomo dal viso sudicio. - Proprio così, - rispose il guercio; - più belli di quanto vi possiate figurare. XV. Nel quale si dà un fedelissimo ritratto di due persone di qualità, ed una accurata descrizione di un pubblico asciolvere in casa loro e sulle loro terre; il quale asciolvere mena al riconoscimento di un'antica conoscenza ed al principio del capitolo appresso. Al signor Pickwick rimordeva un po' la coscienza per aver trascurato più del dovere i suoi amici del Paone; ed ei si disponeva appunto ad andar da loro il terzo giorno dopo l'elezione, quando il suo fedele domestico gli pose in mano un biglietto di visita, sul quale era stampato SIGNORA LEO HUNTER Caverna, Eatanswill - La persona aspetta, - disse Sam laconicamente. - Vuol me cotesta persona? - domandò il signor Pickwick. - Voi proprio; e nessun altro mi cava la sete, come disse il segretario particolare del diavolo, quando si portò via il dottor Fausto. - È un signore? - Se non lo è, gli somiglia, - rispose Sam. - Ma questo biglietto è di una signora, - disse il signor Pickwick. - Che però mi è stato dato da un signore, - rispose Sam, - e ora aspetta in salotto e dice che vi vuol vedere, dovesse anche aspettare tutto il giorno. Il signor Pickwick, udendo questa determinazione, discese subito in salotto, dove trovò un uomo dall'aspetto grave, che si levò in piedi di scatto in vederlo entrare, e disse col più profondo rispetto: - Il signor Pickwick, suppongo? - Precisamente. - Concedetemi, signore, l'alto onore di stringervi la mano; permettetemi, signore, che io la stringa, - disse l'uomo grave. - Volentieri, - disse il signor Pickwick. Il forestiero strinse la mano che gli veniva porta e continuò: - La vostra fama, signore, è giunta fino a noi. Il rumore della vostra discussione archeologica è pervenuto all'orecchio della signora Leo Hunter, - mia moglie, signore; io sono il signor Leo Hunter. E si fermò, quasi aspettando che il signor Pickwick fosse sopraffatto da questa rivelazione; ma, vedendolo che rimaneva perfettamente calmo, proseguì: - Mia moglie, signore, la signora Leo Hunter, va superba di potere annoverare fra le sue conoscenze tutti coloro che per le loro opere e pel loro ingegno hanno conquistata la celebrità. Permettetemi, signore, di porre nella parte più cospicua di questa lista il nome del signor Pickwick e quelli dei suoi soci, membri del Circolo che s'intitola da lui. - Sarò lietissimo, - rispose il signor Pickwick, - di far la conoscenza di questa signora. - E voi la farete, signore, - disse l'uomo grave, - Domani mattina, signore, noi diamo un pubblico asciolvere - una festa campestre - a un gran numero di celebrità. Spero bene, signore, che la signora Leo Hunter avrà il piacere di vedervi alla Caverna. - Obbligatissimo. Tutto mio il piacere, - rispose il signor Pickwick. - La signora Leo Hunter ne dà spesso di queste feste. "Feste dell'ingegno e sbocchi delle anime" come con molto sentimento ed originalità scrisse un poeta in un sonetto sui banchetti della signora Leo Hunter. - Era anche questi un uomo celebre per le sue opere e il suo ingegno? - domandò il signor Pickwick. - Tal era, signore, - rispose l'uomo grave; - tali sono tutte le conoscenze della signora Leo Hunter; è la sua ambizione, signore, di non averne altre delle conoscenze. - È un'ambizione nobilissima, - disse il signor Pickwick. - Quando comunicherò alla signora Leo Hunter che questa osservazione è sfuggita dalle vostre labbra, ella, o signore, ne sarà orgogliosa. Voi, se non erro, avete un compagno vostro, che ha dato alla luce dei graziosissimi versi. - Il mio amico Snodgrass ha una grande inclinazione per la poesia, - rispose il signor Pickwick. - Anche la signora Leo Hunter, signore. Ella adora la poesia, la idolatra; potrei anzi affermare che tutta l'anima sua vi è abbarbicata. Ha pubblicato anche lei delle composizioni pregevolissime. Vi sarà forse accaduto di leggere la sua Ode alla rana morente, signore. - Ma.... non mi pare, - disse il signor Pickwick. - Ciò mi sorprende, signore, - esclamò il signor Leo Hunter. - Produsse una immensa sensazione. Era firmata con un L e otto asterischi, e comparve la prima volta in un giornale di mode. Cominciava così: Poss'io mirarti asmatica e giacente A pancia sotto, o povera innocente, Senza un sospir dolente ? Poss'io mirarti, e non soffrir, morente Tu testè così sana, O rana, o rana! - Bellissimo! - disse il signor Pickwick. - Che grazia! - esclamò il signor Leo Hunter, - che semplicità! - Certamente, - disse il signor Pickwick. - La strofa seguente è anche più commovente. Volete che ve la dica? - Volentieri. - Suona così, - disse l'uomo grave, sempre più gravemente: Dimmi, quai fieri demoni sfrenati In forma di monelli scostumati Con grida ed ululati Gli stagnanti piacer t'hanno furati? Qual turba insana? O rana, o rana! - Molto bene espresso, - disse il signor Pickwick. - Splendido, signore, splendido. Ma voi la sentirete dalla stessa signora Leo Hunter. Non c'è che lei per farne valere tutte le bellezze. Domani mattina la declamerà in costume. - In costume! - Da Minerva. Ma appunto dimenticavo.... è una colazione in costume. - Ah, perbacco, - esclamò il signor Pickwick, dando un'occhiata alla propria persona, - ma non mi par possibile.... - Non vi pare, non vi pare! - interruppe il signor Leo Hunter. - Salomone Lucas, l'ebreo in Via Grande, ne ha delle migliaia di costumi. Pensate, signore, quanti caratteri adattati voi potete scegliere: Platone, Zenone, Epicuro, Pitagora, tutti fondatori di circoli. - Cotesto lo so, - disse il signor Pickwick, - ma siccome io non posso venire a competenza con questi grandi uomini, non oserei indossare i loro costumi. L'uomo grave si raccolse tutto pensieroso per qualche istante. - Riflettendovi meglio, - disse poi, - io non so se alla signora Leo Hunter non farebbe più piacere che i suoi ospiti vedano un uomo della vostra fama nel costume che gli è proprio anzi che in quello di un altro. Oserei quasi garentirvi una eccezione in favor vostro, signore; sì, sono anzi certo di poterlo garentire da parte della signora Leo Hunter. - In tal caso, - disse il signor Pickwick, - sarò lietissimo di accettare il grazioso invito. - Ma io abuso del vostro tempo, o signore, - disse ad un tratto l'uomo grave. - Io so quanto esso è prezioso. Non vi tratterrò più oltre. Posso dunque dire alla signora Leo Hunter ch'ella può aspettare con fiducia voi e i vostri egregi amici? Buon giorno, signore; io sono orgoglioso di aver fatto la conoscenza di un personaggio così eminente - prego, signore, non vi scomodate; non un passo, non una parola. E senza dar tempo al signor Pickwick di negare o affermare o ringraziare, il signor Leo Hunter gravemente si allontanò. Il signor Pickwick prese il cappello e si recò al Paone; ma il signor Winkle l'avea prevenuto ed avea già comunicata la notizia della festa in costume. - Ci va anche la signora Pott, - furono le prime parole con le quali egli salutò il suo condottiero. - Davvero? - disse il signor Pickwick. - In costume di Apollo, - rispose il signor Winkle. Soltanto Pott fa qualche obbiezione per la tunica. - Ha ragione, ha pienamente ragione, - esclamò con enfasi il signor Pickwick. - Senza dubbio; si metterà invece una sottana di raso bianco con lustrini dorati. - Sarà un po' difficile in tal caso di capire che costume sia il suo, non vi pare? - domandò il signor Snodgrass. - Ma no, ma no, - rispose sdegnosamente il signor Winkle. - E la lira non la contate per niente? - È vero, non ci pensavo, - disse il signor Snodgrass. - Io mi vestirò da brigante, - venne su il signor Tupman. - Come! - esclamò il signor Pickwick trasalendo. - Da brigante, - ripetette tranquillamente il signor Tupman. - Voi non volete mica intendere, - disse il signor Pickwick fissando l'amico con una occhiata di solenne severità, - voi non volete mica intendere, signor Tupman che sia vostra intenzione di mettervi una giacca di velluto verde con dietro una faldettina di due pollici? - Tale è appunto la mia intenzione, signore, - rispose con calore il signor Tupman. - E perchè no, di grazia? - Perchè, signore, - disse il signor Pickwick abbastanza eccitato, - perchè voi, signore, siete troppo vecchio. - Troppo vecchio! - esclamò il signor Tupman. - E se questo non bastasse, signore, - proseguì il signor Pickwick, - siete anche troppo grasso. - Signore, - disse il signor Tupman rosso come un tacchino, - signore, voi m'insultate! - Signore, - rispose il signor Pickwick nello stesso tono, - sarebbe doppio insulto il vostro a mio riguardo il solo mostrarvi in mia presenza vestito di una giacca di velluto verde con una coda di due pollici. - Signore, - disse il signor Tupman, - voi siete un insolente! - Signore, - rispose il signor Pickwick, - e voi pure. Il signor Tupman si avanzò di uno o due passi e gettò al signor Pickwick un'occhiata fulminea. Il signor Pickwick ricambiò l'occhiata, concentrata nel fuoco delle sue lenti, e gli uscì calda dalla bocca una violenta parola di sfida. I signori Snodgrass e Winkle stavano a guardare, pietrificati davanti a una tale scena tra due uomini di quella fatta. - Signore, - disse il signor Tupman dopo una breve pausa e parlando con voce bassa e cupa, - voi mi avete chiamato vecchio. - È vero, - disse il signor Pickwick. - E grasso. - Ve lo ripeto. - Ed insolente. - Tal siete! Vi fu una pausa spaventevole. - Il mio attaccamento alla vostra persona, signore, - disse il signor Tupman con voce tremante dall'emozione e rimboccandosi con mano febbrile i polsini della camicia, - è grande.... molto grande... ma su cotesta persona io debbo prendere sommaria vendetta. - Avanti, signore! - rispose il signor Pickwick. - Stimolato dal calore stesso del dialogo, l'uomo eroico si pose subito in una certa guardia da paralitico, che i due astanti presero in buona fede per atteggiamento di difesa. - E che! - esclamò il signor Snodgrass, ricuperando ad un tratto la facoltà della parola, di cui l'intensità dello stupore l'aveva privato, e cacciandosi tra i due contendenti a rischio di toccarne per conto proprio da destra e da sinistra. - E che! voi, signor Pickwick, con gli occhi del mondo sopra di voi! voi, signor Tupman, che con noi tutti partecipate al lustro del suo nome immortale! Via, signori, vergognatevi! Le insolite rughe che uno sdegno momentaneo aveva solcato sulla fronte chiara ed aperta del signor Pickwick si spianarono a poco a poco alle parole dell'amico, come le linee tracciate dalla matita si dileguano sotto l'azione carezzevole della gomma. Tutta la sua fisonomia avea ripreso la benigna espressione che l'era propria, prima ancora che il signor Snodgrass conchiudesse la sua apostrofe. - Sono stato vivace, - disse il signor Pickwick, - troppo vivace, Tupman, qua la mano. Il signor Tupman strinse la mano dell'amico e si rischiarò in volto subitamente. - Anch'io sono stato vivace, - disse. - No, no, - interruppe il signor Pickwick; - la colpa è stata tutta mia. Vi metterete la giacca di velluto verde? - No, no, - rispose il signor Tupman. - Sì, ve la metterete per amor mio, - insistette il signor Pickwick. - Bene, bene, me la metterò, - disse il signor Tupman. Fu stabilito in conseguenza che i signori Tupman, Winkle e Snodgrass avrebbero tutti e tre indossato dei costumi di fantasia. E così il signor Pickwick dallo stesso calore dei suoi buoni sentimenti fu trascinato a dare il suo consenso ad una cosa contro la quale protestava il suo sano criterio; nè si sarebbe potuto escogitare una prova più efficace della dolcezza del suo carattere, quand'anche gli eventi ricordati in queste pagine fossero stati del tutto immaginari. Il signor Leo Hunter non avea mica esagerato le risorse del signor Salomone Lucas. La sua guardaroba era largamente fornita - molto largamente; - non era forse classica a stretto rigore, nè affatto nuova, nè conteneva un qualunque costume fatto precisamente secondo la foggia di un'epoca determinata. Ogni cosa però era più o meno ornata di lustrini; e che di più grazioso dei lustrini? Si potrebbe osservare ch'essi non sono fatti per figurare alla luce del giorno, ma nessuno ignora che luccicherebbero di sicuro, quando vi fossero dei lumi; e nulla vi può essere più chiaro di questo, che se la gente che dà dei balli in costume li dà di giorno, e gli abiti non figurano come figurerebbero di sera, la colpa è tutta della gente che dà il ballo, e non punto da attribuirsi ai lustrini. Tale fu lo stringato raziocinio del signor Salomone Lucas; e persuasi da siffatti argomenti, i signori Tupman, Winkle e Snodgrass si impegnarono a mettersi indosso dei costumi che il gusto e la esperienza di lui raccomandava loro come adattatissimi all'occasione. Una carrozza, presa a nolo all'albergo, avrebbe portato i Pickwickiani, mentre un calesse ordinato per la medesima destinazione avrebbe contenuto la coppia Pott trasportandola sulle terre della signora Leo Hunter; le quali, secondo il signor Pott, quasi per delicata riconoscenza dell'invito ricevuto, avea con piena fiducia profetizzato nella Gazzetta d'Eatanswill "avrebbero presentato una scena incantevole e svariata, un bagliore di beltà e d'ingegni, una splendida e profusa ospitalità, e soprattutto, temperato dal gusto più squisito e sapientemente armonizzato, lo sfoggio più ricco, al cui paragone le favoleggiate ricchezze della Terra Incantata d'Oriente sarebbero sembrate avvolte in tanti colori tristi ed oscuri, come doveva esser l'animo di quell'essere splenetico ed anormale che andava spargendo la sozza bava della sua invidia sui preparativi fatti dalla virtuosa e distintissima signora, davanti al cui altare quest'umile tributo di ammirazione veniva offerto." Quest'ultima frase conteneva un sarcasmo pungentissimo contro l'Indipendente, il quale non avendo ricevuto alcuno invito al ballo, avea per quattro numeri di fila messo in canzonatura tutta la faccenda, servendosi dei suoi caratteri più grossi e con tutti gli aggettivi in lettere maiuscole. Venne il mattino. Era un ameno spettacolo contemplare il signor Tupman in pieno costume di brigante, con una giacchetta strettissima che gli si stirava sulle spalle e sul torso facendolo somigliare ad un guancialetto per gli spilli; la parte superiore delle gambe coperta di calzoni di velluto, e l'inferiore avvolta in quelle intricate fasciature a cui tutti i briganti sono peculiarmente attaccati. Era un vero piacere veder la sua faccia ingenua ed aperta spuntar fuori dal largo colletto della camicia con una incredibile terribilità di baffi posticci e arricciati, ed ammirare il suo cappello a cono, ornato di nastri d'ogni colore, ch'egli era costretto a portar sul ginocchio, visto che non era possibile trovare una carrozza che potesse permettere ad un uomo di portare quel cappello tra la propria testa ed il fondo dell'imperiale. Non meno gioviale e simpatico era l'aspetto del signor Snodgrass in tunica e mantello di raso azzurro con calzoni e scarpe di seta, ed in capo un elmetto greco: il qual costume, come tutti sanno (e se non lo sanno tutti, lo sapeva egregiamente il signor Salomone Lucas), è stato sempre il costume regolare, autentico ordinario dei Trovatori dai più remoti tempi fino alla loro finale scomparsa dalla faccia della terra. Tutto ciò era grazioso, ma era poi men che nulla paragonato allo schiamazzo del popolino quando la carrozza si avanzò dietro il calesse del signor Pott, il qual calesse si arrestò alla porta del signor Pott, la quale porta si aprì, e scoprì al pubblico il signor Pott vestito da ufficiale di giustizia russo, con un tremendo knout nella destra, come per significare con sottile allegoria l'autorità rigorosa e potente della Gazzetta d'Eatanswill, e le terribili scudisciate che essa somministrava ai nemici della pubblica cosa. - Bravo! - gridarono insieme i signori Tupman e Snodgrass dal corridoio, quando videro passare quell'allegoria vivente. - Bravo! - fece eco la voce del signor Pickwick. - Oh, oooh! viva Pott! - gridò il popolino. E in mezzo a questi saluti, il signor Pott, sorridendo con quella specie di blanda dignità che dimostrava abbastanza com'egli avesse coscienza del suo potere e sapesse come esercitarlo, montò nel calesse. Emerse allora dalla casa la signora Pott, la quale sarebbe sembrata molto somigliante ad Apollo se non fosse stata in gonnellino, accompagnata dal signor Winkle, il quale col suo giubbettino rosso non poteva essere preso che per un cacciatore, se non avesse avuto una egual somiglianza con un postiglione. Ultimo di tutti, venne il signor Pickwick, che i monelli applaudirono con lo stesso entusiasmo, figurandosi forse che i suoi calzoni e le uosa fossero degli avanzi di una remota età; e poi le due carrozze si mossero verso le terre della signora Leo Hunter, col signor Sam Weller appollaiato in serpe di quella che conteneva il suo illustre padrone. Le grida di gioia degli uomini, delle donne, dei ragazzi, delle fanciulle e dei bambini, che stavano raccolti per assistere all'entrata degli invitati coi loro travestimenti, raggiunsero il delirio, quando comparve il signor Pickwick portando a braccetto da una parte il Brigante e dall'altra il Trovatore. Nè mai s'udirono così alte acclamazioni come quelle che salutarono gli sforzi del signor Tupman per fissarsi in capo il suo cappellone a pan di zucchero, affine di entrare in giardino in pieno carattere. I preparativi erano tanto larghi e splendidi da rispondere trionfalmente così alle profezie dell'illuminato Pott intorno alla Terra Incantata come alle maligne insinuazioni del rettile Indipendente. Le terre misuravano più che una moggiata e mezza ed erano tutte piene di gente! Non s'era mai visto tanto abbagliamento di bellezza, di eleganza e di letteratura. C'era la signorina che faceva la poesia nella Gazzetta d'Eatanswill, vestita da sultana e appoggiata al braccio di un giovane che faceva le riviste critiche del giornale e che era molto acconciamente vestito da feldmaresciallo, meno gli stivali. C'erano a stormi di questi genii, e qualunque persona ragionevole si sarebbe recato a grande onore l'incontrarli. Ma c'era anche di meglio; cioè una mezza dozzina di eleganti venuti da Londra - autori, veri autori che avevano scritto dei libri e poi gli aveano fatti stampare - ed erano visibili, e andavano attorno, e si muovevano quasi che fossero degli uomini come tutti gli altri e sorridevano e dicevano anche parecchie scioccherie, certo con la delicata intenzione di rendersi intelligibili alla gente comune che li circondava. C'era inoltre una banda musicale in cappelloni di carta dorata; quattro cantanti più o meno italiani nel costume del loro paese, e una dozzina di camerieri presi a nolo, anch'essi nel Costume dei loro paesi - un costume abbastanza sudicio. E soprattutto e finalmente c'era la signora Leo Hunter in costume di Minerva, che riceveva gli invitati, traboccante di orgoglio e di soddisfazione per aver fatto incontrare e messo insieme in sua presenza tante distinte individualità. - Il signor Pickwick, signora, - annunziò un domestico, mentre l'uomo insigne si avvicinava alla dea, tenendo il cappello in mano e il Brigante e il Trovatore a braccetto. - Chi? dove? - esclamò la signora Leo Hunter trasalendo con un atto drammatico di grata sorpresa. - Qui - disse il signor Pickwick. - Ed è possibile ch'io abbia la fortuna di vedere il signor Pickwick in persona! - balbettò commossa la signora Leo Hunter. - Lui stesso, signora, - rispose il signor Pickwick, inchinandosi profondamente. - Chiedo licenza di presentare i miei amici, - il signor Tupman - il signor Winkle - il signor Snodgrass - all'autrice della Rana spirante. Pochi sanno, meno quelli che l'hanno provato, quanto sia difficile impresa inchinarsi in calzoni di velluto verde, giacca stretta e cappello a cono, o in mantelletta di raso azzurro e calze di seta bianca o in giubbettino rosso e stivaloni a tromba, tutta roba che non fu mai fatta per chi la indossa e che gli è stata adattata senza il più lontano riguardo alle dimensioni relative della sua persona e del costume. Non si videro mai dei contorcimenti simili a quelli di cui di cui diè spettacolo il signor Tupman sforzandosi di parer disinvolto e grazioso, nè più ingegnosi atteggiamenti di quelli dei suoi travestiti amici. - Signor Pickwick, - disse la signora Leo Hunter, - esigo da voi la promessa che non vi muoverete dal mio fianco per tutto il giorno. Vi sono qui centinaia di persone ch'io debbo assolutamente presentarvi. - Sono confuso della vostra gentilezza, o signora, - rispose il signor Pickwick. - Prima di tutto, ecco le mie bambine; le avevo quasi dimenticate, - disse Minerva additando astrattamente una coppia di ragazze, delle quali l'una poteva avere un venti anni e l'altra qualche cosa di più, e che portavano dei costumi molto giovanili, sia per parer più giovani, sia per far parere più giovane la mamma; del che il signor Pickwick non c'informa precisamente. - Sono bellissime, - disse il signor Pickwick, mentre le due bambine si allontanavano dopo la fatta presentazione. - Somigliano moltissimo alla mamma, signore, - disse il signor Pott maestosamente. - Ah, cattivo che siete! - esclamò la signora Leo Hunter, dando un colpettino scherzoso col ventaglio sul braccio del direttore. (Minerva con un ventaglio!) - Ma in effetto, mia cara signora Hunter, - disse il signor Pott, - voi sapete benissimo che quando il vostro ritratto fu esposto alla Mostra della R. Accademia, l'anno passato, tutti domandarono se era il vostro o quello della vostra seconda figliuola; perchè vi somigliavate tanto che non c'era modo di distinguervi. - Ebbene, posto che sia così, che bisogno avete voi di ripeterlo davanti alle persone? - domandò la signora Leo Hunter, somministrando un secondo colpettino al leone dormiente della Gazzetta d'Eatanswill. - Conte, conte! - chiamò forte la signora Leo Hunter verso un signore dalle larghe fedine e in uniforme straniera, che appunto si trovava a passare. - Ah! folere me? - disse il conte voltandosi. - Voglio presentare l'una all'altra due persone distintissime, - disse la signora Leo Hunter. - Signor Pickwick, son lietissima di presentarvi al conte Smorltork. Ed aggiunse in fretta ed a bassa voce: - Sapete, il famoso straniero, che va raccogliendo materiali per la sua grande opera sull'Inghilterra - hem! - conte Smorltork, il signor Pickwick. Il signor Pickwick salutò il conte con tutta la reverenza dovuta a un così grand'uomo, e il conte cavò di tasca il suo portafogli. - Che dire foi, signora Hunter? - domandò il conte, sorridendo graziosamente a Minerva tutta compiaciuta; - Pig Vig o Big Vig, come voi chiamare? avvocato, eh? penissimo, fedo, fedo. Big Wig - e il conte stava appunto registrando nel suo portafogli il signor Pickwick come un membro del foro, che derivasse il nome dalla professione esercitata, quando la signora Leo Hunter lo fermò. - No, conte, no. Pick-wick. - Ah, ah, fedo, fedo. Peek, nome, Weeks, cognome; pene penissimo. Peek Weeks. Come star foi, Weeks? - Benissimo, grazie, - rispose il signor Pickwick con l'usata affabilità. - È molto che vi trovate in Inghilterra? - Molto, molto lungo, quindici ciorni, più assai. - E vi trattenete qui? - Un settimana. - Avrete molto da fare, - disse sorridendo il signor Pickwick, - per raccogliere in così breve tempo tutti i materiali di cui abbisognate. - Ah, ah, - fece il conte, - io già afer tutti raccolti. - Davvero! - esclamò il signor Pickwick. - Feteteli qui, tutti, - rispose il conte battendosi con la mano la fronte. - Grande folume a casa, pieno di appuntamenti, musica, pittura, scienza, poesia, politica, tutto, fi tico, tutto. - La parola politica, signore, - disse il signor Pickwick, - comprende in se stessa uno studio difficilissimo di notevole estensione. - Ah! - esclamò il conte, ricorrendo di nuovo al suo portafogli, - pelle parole per cominciare capitolo. Capitolo quarantasette, Politica. La parola politica sorprende da se stessa.... E l'osservazione del signor Pickwick fu subito registrata con quelle maggiori variazioni ed aggiunte che erano suggerite al conte Smorltork dalla esuberanza della sua fantasia e dalla imperfetta conoscenza della lingua. - Conte, - disse la signora Leo Hunter. - Signora Hunter, - rispose il conte. - Vi presento anche il signor Snodgrass, amico del signor Pickwick, e poeta. - Un momento, - esclamò il conte, tirando fuori il portafogli. - Parte, Poesia, capitolo, Amici letterari, signor Snowgrass. Penissimo. Presentato a Snowgrass, gran poeta, amico di Peek Weeks, dalla signora Leo Hunter, il quale afere scritto altri pei versi, come chiamare? Rana, ah sì, Rana cospirante, penissimo, molto pene. E il conte intascò il portafogli, e con una serie di profondi inchini si allontanò, pienamente soddisfatto di aver aggiunto così importanti informazioni alla raccolta delle sue note. - Uomo maraviglioso questo conte Smorltork, - disse la signora Leo Hunter. - Filosofo profondo, - disse Pott. - Un ingegno limpido e forte, - soggiunse il signor Snodgrass. Un coro di astanti fece eco alle lodi prodigate al conte Smorltork, e, con un sapiente crollar di capi gridò unanimamente: "È vero, è vero! " Siccome l'entusiasmo pel conte Smorltork saliva sempre più alto, quel coro di ammiratori avrebbe potuto intuonar le sue lodi fino al termine della festa, se i quattro cantanti non si fossero messi in fila davanti a un piccolo melo, per darsi aria pittoresca, e non avessero cominciato a cantare le loro canzoni nazionali, la cui esecuzione non pareva presentare grandi difficoltà, visto che tutto il segreto stava in questo che tre dei cantanti grugnivano mentre il quarto miagolava. Compiuta questa parte interessantissima del trattenimento fra le acclamazioni generali, si fece avanti un ragazzo e si diè a intrecciarsi coi piuoli di una seggiola, a saltarvi di sopra, a passarvi di sotto, a ruzzolare con essa o intorno ad essa, ed in somma a fare ogni cosa meno che sedervisi sopra; e poi si fece cravatta delle gambe avvolgendosele al collo, e poi mostrò all'evidenza quanto sia facile ad un essere umano rassomigliare ad un rospo gigantesco, tutte le quali gesta riempirono di diletto e di ammirazione i numerosi spettatori. Dopo di ciò, fu udita la voce della signora Pott cinguettare una romanza, il che era molto classico e caratteristico perchè Apollo era egli stesso un compositore, e i compositori sono raramente in grado di cantare in modo intelligibile la musica propria o quella di qualunque altro. Seguì al canto la recitazione declamata da parte della signora Leo Hunter della sua famosa ode sulla Rana spirante, della quale fu chiesto il bis, e si sarebbe anche chiesto il ter, se la maggior parte dei convitati, che pensavano esser tempo oramai di mangiar qualche cosa, non avessero osservato la sconvenienza enorme di abusare siffattarnente della cortesia della signora Hunter. E così, quantunque la signora Leo Hunter si dichiarasse dispostissima a recitar di nuovo la sua ode, non ci fu modo che gli amici cortesi e solleciti la volessero sentire; ed aperte che furono le porte della sala dei rinfreschi, tutta la gente pratica della cosa e della casa, vi si precipitarono dentro; essendo abitudine della signora Leo Hunter di spiccare dei biglietti d'invito per cento e preparare la colazione per cinquanta, o in altri termini, di dare il pasto ai suoi leoni particolari, lasciando che gli animali inferiori pensassero da sè a provvedersi. - Dov'è Pott? - domandò la signora Leo Hunter, ricordandosi appunto dei suddetti lioncini. - Eccomi, - rispose il direttore dall'altro capo della sala, - lontano da ogni speranza di pasto, a meno che non facesse qualche cosa per lui l'ospite Minerva. - Non volete venir qui? - Oh, vi prego, non badate a lui, - disse la signora Pott con la sua voce più carezzevole, - voi vi date un gran fastidio inutile, signora Hunter. State benissimo costì, non è così, caro? - Sì, amore, - rispose lo sciagurato Pott con un tetro sorriso. Povero knout! La mano muscolosa che lo brandiva con forza gigantesca contro i nemici della cosa pubblica era paralizzata sotto lo sguardo della imperiosa signora Pott. La signora Leo Hunter volse intorno un'occhiata di trionfo. Il conte Smorltork era tutto assorto nel prendere i suoi appunti sul contenuto dei piatti; il signor Tupman faceva gli onori dell'insalata a varie leonesse, con una grazia squisita di cui nessun brigante ha mai dato l'esempio; il signor Snodgrass essendo riuscito a tagliar fuori il giovane articolista che tagliava libri ed autori per la Gazzetta d'Eatanswill, era tutto accalorato in una conversazione sentimentale con la signorina che faceva la poesia; e il signor Pickwick per conto suo si andava guadagnando le simpatie di tutti. Nulla pareva mancare a render completa l'eletta brigata, quando il signor Leo Hunter - il cui ufficio in queste occasioni era di dare un occhio alla gente che andava e veniva e di parlare ai personaggi spiccioli - annunziò ad un tratto: - Mia cara, c'è qui il signor Fitz-Marshall. - Oh finalmente! - esclamò la signora Leo Hunter, - quanto s'è fatto desiderare. Fate posto, prego, per lasciar passare il signor Fitz-Marshall. Dite al signor Fitz-Marshall, mio caro, di venire subito qui perchè io lo sgridi del suo ritardo. - Vengo, mia cara signora, vengo, - gridò una voce,- all'istante - gran folla - sala piena - molto piena - impresa faticosa. Al signor Pickwick caddero di mano il coltello e la forchetta. Saettò un'occhiata attraverso la tavola al signor Tupman, che s'era anch'egli lasciato scappar di mano forchetta e coltello, e pareva che stesse lì lì per sprofondarsi nel pavimento. - Ah, ah! - gridava la voce, mentre l'individuo che la possedeva s'apriva un passaggio attraverso gli ultimi venticinque Turchi, Ufficiali, Cavalieri, e Luigi XIV, che lo dividevano ancora dalla tavola, - stiratura perfetta - patentata - nemmeno una grinza nel soprabito dopo tanto spremere - buona occasione per farmi stirare la biancheria - ah, ah! non è cattiva l'idea - curiosa però farsela stirare addosso - curiosa e faticosa anche - molto faticosa. Con queste frasi a sbalzi, un giovane vestito da ufficiale di marina si accostò alla tavola e presentò agli attoniti Pickwickiani l'identico aspetto e le fattezze del signor Alfredo Jingle. - Oh, oh! - esclamò Jingle. - Smemorato - il postiglione che aspetta i miei ordini - chi non ha giudizio abbia gambe - vado e vengo. - Mandiamo subito il domestico, signor Fitz-Marshall, o anche ci va mio marito! - disse la signora Leo Hunter. - No, no - fo da me - torno subito - due soli minuti, - rispose Jingle, e disparve così dicendo fra la folla. - Permettete, signora, ch'io vi domandi, - disse il signor Pickwick alzandosi tutto conturbato, - chi è questo giovane e dove dimora? - È un signore molto ricco, - rispose la signora Leo Hunter, - del quale voglio assolutamente che facciate la conoscenza. Anche il conte sarà lietissimo di essergli presentato. - Va bene, va bene, - disse in fretta il signor Pickwick; - ma la sua residenza.... - Alloggia all'Albergo dell'Angelo a Bury. - A Bury? - Sì, a Bury Saint-Edmunds, a qualche miglio di qua. Ma voi non ci lasciate mica, signor Pickwick, voglio sperarlo; non posso ammettere, signor Pickwick, che vogliate andar via così presto. Ma prima ancora che la signora Leo Hunter finisse di parlare, il signor Pickwick s'era tuffato nella folla ed era uscito in giardino, dove di lì a poco fu raggiunto dal signor Tupman che avea tenuto dietro all'amico suo. - Non ne faremo nulla, - disse il signor Tupman. - Egli è partito. - Lo so, - disse il signor Pickwick, - ed io lo seguirò. - Seguirlo! e dove? - All'Albergo dell'Angelo a Bury, - rispose in tono concitato il signor Pickwick. - Che possiamo noi sapere se egli non ha qui trovato qualche nuova vittima dei suoi inganni? Già una volta egli ha ingannato un uomo egregio, e ne fummo noi stessi causa innocente. No, Tupman, egli non lo farà più, per quanto è da me. Lo smaschererò, non dubitate. Sam, dov'è il mio domestico Sam? - Presente, signore, - rispose il signor Weller sbucando da un cantuccio isolato, dove s'era trattenuto in animata discussione con una bottiglia di Madera, sottratta un paio d'ore prima alla tavola imbandita. - Il domestico è qui. Superbo del titolo, come disse lo Scheletro Vivente, quando lo facevano vedere nella baracca. - Seguitemi all'istante, - disse il signor Pickwick. - Tupman, se mi fermo a Bury, potete raggiungermi. Ve ne scriverò due righe. Addio per ora. Ogni rimostranza fu vana. Il signor Pickwick era nervoso ed esaltato, e il suo proposito era incrollabile. Il signor Tupman fece ritorno ai suoi compagni; e di lì ad un'ora aveva affogato ogni memoria recente del signor Alfredo Jingle, o Fitz-Marshall che fosse, in una contradanza inebbriante e in una bottiglia di sciampagna. Il signor Pickwick, in questo mentre, seduto col suo fedele domestico sull'imperiale di una diligenza, andava accorciando di minuto in minuto la distanza che lo separava dalla buona ed antica città di Bury Saint-Edmunds. XVI. Avventura troppo lunga per essere brevemente narrata. Non c'è un mese in tutto l'anno in cui la natura si adorni di più bella veste come nel mese di Agosto. La primavera ha molte bellezze, ed è pure un fresco e florido mese il Maggio, ma le bellezze di questa stagione dell'anno sono tanto più appariscenti per l'immediato contrasto con l'inverno. Non ha questo vantaggio il mese di Agosto. Arriva quando non abbiamo in mente altro che limpidezza di cielo, campi verdeggianti, fiori profumati - quando i ricordi della neve e del ghiaccio e dei venti freddi e desolati sono scomparsi dalla nostra mente come dalla terra. Eppure che amena stagione e com'è ridente! Gli orti ed i campi risuonano dell'allegro tramestio del lavoro; gli alberi sopportano il peso dei frutti maturi che ne piegano i rami fino a terra; e il grano, ammontato in bei covoni o lievemente ondeggiando ad ogni aura di vento, quasi allettasse la falce, colora di una tinta bionda tutto il paesaggio. Una mollezza dolcissima invade ogni cosa; e l'influenza della stagione pare che si estenda perfino a quel carro pesante, il cui lento procedere attraverso il campo ben mietuto è appena percettibile all'occhio ma non ferisce l'orecchio di alcun suono ingrato. Mentre la diligenza si lascia dietro rapidamente i campi e i frutteti che costeggiano la strada, dei gruppi di donne e di bambini, empiendo di frutta le canestre o raccogliendo le spighe disperse del grano, sospendono un tratto la fatica, e facendo solecchio della mano abbronzata ad un viso anche più abbronzato della mano, guardano con occhio curioso i passeggieri. Qualche monelluccio ben forte e pasciuto, troppo piccolo per lavorare, ma troppo cattivo per esser lasciato a casa, sporge le gambe dall'orlo della cesta dove è stato depositato per sicurezza, e tira calci all'aria e strilla allegramente. IL falciatore si rizza, piega le braccia, e segue con l'occhio la carrozza che passa; e i grossi cavalli delle carrette volgono allo svelto veicolo un'occhiata sonnolenta, la quale dice chiaramente, come può dirlo un'occhiata di cavallo: "Sarà una bellissima cosa a vedere, ma in somma l'andar lenti e riposati per un campo come questo val meglio che correre a cotesto modo sopra una via polverosa." Voi vi voltate a guardare indietro, quando siete ad un gomito della via. Le donne e i bambini si son rimessi al lavoro, il falciatore si è di nuovo curvato sulla sua falce, i cavalli delle carrette vanno avanti per conto loro, e tutto è da capo in movimento. Non si poteva sottrarre all'influenza di una scena cosiffatta l'animo del signor Pickwick. Pensando alla presa risoluzione di strappar la maschera a quello sciagurato di Jingle, qualunque angolo della terra avesse scelto per compiere i suoi fraudolenti disegni, ei stette sulle prime taciturno e meditabondo, escogitando i mezzi più acconci a raggiungere il suo scopo. A grado a grado fu chiamata la sua attenzione dagli oggetti che lo circondavano; e finalmente prese a godere del viaggio come se l'avesse intrapreso per la più piacevole ragione di questo mondo. - Bellissimo paesaggio, Sam, - disse il signor Pickwick. - Altro che tetti e comignoli, signore, - rispose il signor Weller, toccandosi il cappello. - Mi figuro, Sam, - riprese il signor Pickwick sorridendo, - che in vita vostra non abbiate veduto altro che comignoli e tetti, calce e mattoni. - Non sono sempre stato lustrastivali, - disse Sam scrollando il capo. - Sono anche stato con un carrettiere. - E quando ciò? - Quando fui scaraventato la prima volta nel mondo per giocare a tira e molla coi suoi guai. Cominciai dal fare il garzone di carradore, poi di carrettiere, e poi feci il facchino e alla fine il lustrastivali. Adesso sono il domestico di un signore. Forse diventerò anch'io un signore, uno di questi giorni, con una pipa in bocca e un villino. Chi lo sa? non mi farebbe nessuna maraviglia. - Siete un vero filosofo, Sam, - disse il signor Pickwick. - Credo ch'è un po' male di famiglia, signore. Pigliate mio padre, per esempio. La mia madrigna lo secca, egli si mette a fischiare. Essa monta in bestia e gli rompe la pipa; lui infila la porta e se ne va a comprarne un'altra. Essa allora strilla come un'oca e le vengono le convulsioni; e lui se la fuma comodamente aspettando che la torni in sè. Questa è filosofia, non vi pare, signore? - O almeno ne fa molto bene le veci, - rispose ridendo il signor Pickwick. - Deve esservi servita molto, Sam, nel corso della vostra vita vagabonda. - Servita? Altro che! Quando scappai dal carradore e prima di mettermi con quell'altro, abitai per quindici giorni in un quartiere non mobiliato. - Non mobiliato? - Già - gli archi a secco del Ponte di Waterloo. Bel posto per dormire; dieci soli minuti distanti da tutti gli ufficii pubblici; soltanto che la posizione è piuttosto ventilata, vedete. Ho visto lì delle cose curiose di molto. - Ah, lo credo! - disse il signor Pickwick in aria di vivo interesse. - Di quelle cose, signore, - riprese Sam, - che vi avrebbero passato il cuore da parte a parte. Non ci trovate lì i soliti mendicanti; state pur sicuro, che lo sanno meglio il fatto loro. Di quelli giovani, maschi e femmine, che non sono ancora venuti su nella professione, vengono a star lì sotto qualche volta come se quella fosse la casa loro; ma in generale sono delle povere creature consumate, affamate, scasate, che le vedete rannicchiarsi negli angoli oscuri di quei luoghi solitari: dei disgraziati che non arrivano nemmeno alla corda da due soldi. - E che è cotesta corda, Sam? - domandò il signor Pickwick. - La corda da due soldi, signore, - rispose il signor Weller, - è proprio una specie di locanda a buon mercato, dove un letto si paga due soldi per una notte. - E perchè mo un letto si chiama una corda? - Benedetto voi, signore, non è mica cotesto che dite voi. Quando il signore e la signora che tengono la locanda aprirono bottega la prima volta, usavano fare i letti per terra; ma poi non c'era il tornaconto a nessun prezzo, vedete, perchè invece di farsi un sonnellino da due soldi, figuratevi che i passeggieri se ne stavano lì coricati per mezza giornata. Sicchè ora hanno messo invece due corde, un sei palmi distanti, e tre palmi da terra, che pigliano la camera da una parete all'altra; e i letti son fatti di tela grossa da sacchi stirata tra le due corde. - Benissimo, - disse il signor Pickwick. - Benissimo, - riprese Sam. - Ora il vantaggio di questo piano vi salta agli occhi. Tutte le mattine alle sei precise, si spuntano le funi da uno dei capi, e tutti i passeggieri ruzzolano dal letto. La conseguenza poi è, che essendo completamente svegliati, si rimettono in piedi e vanno via tranquilli come se niente fosse.... Ma scusate, signore, - disse Sam ad un tratto interrompendosi, - è questo Bury Saint-Edmunds. - Precisamente, - rispose il signor Pickwick. Le ruote della carrozza suonarono sulle vie ben lastricate di una graziosa cittadina dall'aspetto pulito ed elegante, e si fermarono davanti a una grande locanda situata in un'ampia strada, quasi di faccia alla vecchia abbazia. - E questo, - disse il signor Pickwick alzando gli occhi, - e l'Angelo. Smontiamo qui, Sam. Ma bisogna esser cauti. Ordinate una camera particolare, e non date il mio nome. Voi mi capite. - Altro che! - rispose Sam con una strizzatina d'occhio; e dopo aver tratta la valigia del padrone dalla cassa di dietro, dove era stata gettata in fretta quando aveano raggiunto la diligenza ad Eatanswill, il signor Weller disparve per compiere il suo mandato. Fu subito fissata una camera privata, nella quale senz'altro indugio entrò il signor Pickwick. - Ed ora, Sam, - disse il signor Pickwick, - la prima cosa da fare.... - È di ordinare il pranzo, - interruppe Sam. - È già molto tardi, signore. - Ah, sicuro, sicuro, - disse il signor Pickwick guardando all'orologio. - Avete ragione, Sam. - E se mi è permesso di dare un consiglio, - aggiunse Sam, - io direi che si dovrebbe subito dopo andare a riposare tranquillamente, e non cominciare prima che faccia giorno ad informarsi di cotesto signore. Non c'è nulla di così rinfrescante come il sonno, come disse la fantesca prima di sorbirsi il guscio d'ovo pieno di laudano. - Credo che abbiate ragione, Sam, - disse il signor Pickwick. - Ma bisogna prima di tutto ch'io sappia di certo s'egli è qui e se non c'è pericolo che mi sfugga. - Per questo, ci penso io, - disse Sam. - Vi ordino un pranzettino a modo, e mentre che apparecchiano, fo attorno le mie domande; mi bastano cinque soli minuti per spremere qualunque segreto dal cuore del lustrastivali. - Bene, bene, fate così, - disse il signor Pickwick, e Sam uscì subito. Di lì a mezz'ora il signor Pickwick sedeva davanti ad un desinare eccellente; e di lì a tre quarti il signor Weller tornava ad informare il padrone che il signor Carlo Fitz-Marshall aveva ritenuto la sua camera particolare fino a nuovo ordine. Avrebbe passato la sera in qualche casa del vicinato, aveva ordinato al lustrastivali di non andare a letto e di aspettarlo, e avea menato con sè il domestico. - Ora, signore, - conchiuse il signor Weller alla fine della, sua relazione, - se mi vien fatto di averlo un po' a taglio cotesto domestico, ei mi spiffererà tutti i fatti del suo padrone. - E come lo sapete? - domandò il signor Pickwick. - Per bacco, signore, tutti i domestici fanno così. - Ah, ah, non ci pensavo! Benissimo. - Allora voi combinate quel che c'è di meglio a fare ed agiremo in conseguenza Essendo questo il miglior partito che si potesse prendere, si fermò finalmente che così si facesse. Il signor Weller, con licenza del suo padrone, si ritirò per passar la serata a modo suo; e di lì a poco fu acclamato ed eletto dai voti unanimi della compagnia al seggio presidenziale della camera di caffè, il quale onorevole ufficio disimpegnò così lodevolmente e con tanta soddisfazione dei gentiluomini frequentatori del luogo, che le loro rumorose approvazioni e gli scoppi di risa giunsero perfino alla camera da letto del signor Pickwick, ed abbreviarono di circa tre ore il sonno naturale di quell'uomo insigne. Il mattino appresso di buon'ora, il signor Weller era occupato a sedare gli ultimi avanzi della febbre presa nella buona compagnia della sera innanzi per mezzo di un bagno a doccia del valore di un mezzo penny (avendo indotto un giovane gentiluomo addetto al dipartimento della stalla, con l'offerta di quella moneta, a pompargli sul capo e sulla faccia, fino a che non fosse del tutto tornato in sè), quando la sua attenzione fu richiamata dall'aspetto di un giovane in livrea color violetto, il quale sedeva sopra una panca del cortile, e leggeva tutto assorto una specie di libro di inni, volgendo però di tanto in tanto un'occhiata all'individuo pompato, come se quell'operazione rinfrescante destasse in qualche modo il suo interesse. - Un bell'originale costui, - pensò il signor Weller la prima volta che i suoi occhi s'incontrarono nello sguardo del giovane violetto, il quale aveva una sua faccia larga, terrea, brutta, due occhi infossati e una testa gigantesca con capelli lisci e pendenti. - Un bell'originale costui, - pensò il signor Weller; e così pensando seguitò a farsi pompare e non vi badò più che tanto. L'uomo violetto però non ismise dal volgere gli occhi dal libro a Sam e da Sam al libro, come se avesse voglia di appiccar discorso. Sicchè alla fine Sam, per dargliene un appiglio, disse con un cenno familiare del capo: - Come si va, padron mio? - Piuttosto bene, grazie, - rispose subito e deliberatamente l'uomo violetto, chiudendo il libro. - Spero lo stesso anche di voi, signore? - Dirò, se mi sentissi un po' meno come una bottiglia ambulante di acquavite, - disse Sam, - mi sentirei anche meglio in gamba. State di casa qui voi? L'uomo violetto rispose affermativamente. - E come va che non siete stato dei nostri ieri sera? - domandò Sam, strofinandosi la faccia con la tovaglia. - Mi sembrate un allegro camerata voi - allegro come una trota in una secchia di calce, - aggiunse a mezza voce il signor Weller. - Ero fuori col mio padrone ier sera, - rispose il giovane in livrea. - E come si chiama il vostro padrone? - domandò Sam, facendosi rosso come un gambero sotto l'azione combinata della subita commozione e delle frizioni della tovaglia. - Fitz-Marshall, - rispose l'uomo violetto. - Qua la mano, - disse il signor Weller alzandosi; - avrei tanto piacere di conoscervi. Mi andate assai a genio, vedete. - To', quando si dice la combinazione! - esclamò ingenuamente l'uomo violetto; - anche voi mi andate tanto a genio che mi è venuta voglia di parlarvi dal primo momento che v'ho visto sotto la pompa. - Proprio? - Parola d'onore. Non vi par curiosa, eh? - Curiosissima, - disse Sam compiacendosi dentro di sè della mansuetudine del novello amico. - Come vi chiamate collega? - Job. - Bel nome davvero; il solo, mi pare, che non si possa abbreviare. E il cognome? - Trotter, - rispose quegli. - E voi come vi chiamate? - Mi chiamo Walker, e il mio padrone si chiama Wilkins. Volete accettare un sorso di qualche cosa, signor Trotter? Il signor Trotter accettò la graziosa offerta, e cacciatosi il libro nella tasca del soprabito, accompagnò il signor Weller nella sala del caffè, dove si trovarono subito ingolfati nella gustosa contemplazione di una bevanda esilarante, formata dalla sapiente mistione in un vaso di stagno di una certa quantità di ginepro inglese colla fragranza dei chiodi di garofano. - E che posto ci avete voi? - domandò Sam, empiendo per la seconda volta il bicchiere del compagno. - Cattivo, - rispose Job leccandosi le labbra, cattivissimo. - Voi non parlate mica sul serio? - Altro che serio. E quel ch'è peggio, il mio padrone, sta per ammogliarsi. - Davvero? - Davverissimo, e peggio ancora sta per rapire una ragazza ricca sfondolata da un Istituto. - Che dragone! - disse Sam, tornando a riempire il bicchiere del compagno. - Qualche Istituto di qua dev'essere, eh? Ora, benchè questa domanda venisse fatta con la più naturale noncuranza, il signor Job Trotter mostrò chiaramente agli atti di essersi accorto quanta voglia avesse l'amico suo di cavargli di corpo una risposta. Vuotò il bicchiere, diè un'occhiata misteriosa al compagno, strizzò l'uno e l'altro occhio, e finalmente fece un certo gesto col braccio come se lavorasse ad una pompa immaginaria; dando così ad intendere che egli, Job Trotter, si considerava come assoggettato a questo processo aspirante da parte del signor Walker. - No, no, - disse poi, - non è cosa che si può dire a tutti. È un segreto, un gran segreto, caro signor Walker. E così dicendo l'uomo violetto capovolse il bicchiere sulla tavola come per ricordare al suo compagno che non avanzava altro di che estinguere la sete. Sam notò il delicato accenno, e ordinò subito un secondo vaso di stagno, al che gli occhi piccini dell'uomo violetto luccicarono. - Sicchè è un segreto? - disse Sam. - Crederei più di sì che di no, - rispose l'uomo violetto sorseggiando il suo liquore con compiacenza. - Dev'essere molto ricco il vostro padrone? Il signor Trotter sorrise, e tenendo il bicchiere con la sinistra, diè quattro colpi ben distinti con la destra sulla tasca dei suoi calzoni violetti, come per significare che il padrone avrebbe potuto far lo stesso senza destare un grande allarme col rumore delle monete. - Ah! - fece Sam, - qui sta tutto il giuoco, eh? L'uomo violetto fece un cenno espressivo col capo. - Bè, e non vi pare, bambino mio, - notò il signor Weller, - che se voi lasciate che il vostro padrone metta in mezzo la ragazza e la rapisca come meglio gli piace, siete un furfante matricolato? - Lo so, - rispose Job Trotter, volgendosi al suo compagno con un viso tutto contrito e leggermente sospirando. - Lo so questo, ed è la cosa che più mi affligge. Ma che debbo fare? - Fare! - esclamò Sam; - spiattellare ogni cosa alla direttrice e piantare in asso il vostro padrone. - E chi mi crederebbe? - disse il signor Job Trotter. - La signorina è considerata come il vero ritratto dell'innocenza e della discrezione. Negherebbe tutto e il mio padrone farebbe lo stesso. Chi mi crederebbe? Perderei il mio posto, sarei accusato di calunnia o di qualche altra cosa, ed ecco quel che ci guadagnerei. - C'è qualche cosa in cotesto, - disse Sam ruminando, - c'è qualche cosa in cotesto. - Se conoscessi qualche degna persona che volesse pigliare la cosa a petto, - proseguì il signor Trotter, - avrei qualche speranza d'impedire il ratto; ma c'è qui la stessa difficoltà, caro signor Weller, proprio la stessa. Non conosco nessuno qui, essendo affatto nuovo del paese; e se ne conoscessi, è certo che non ne troverei mezzo sopra dieci che presterebbe fede alla mia storia. - Venite con me, - disse Sam balzando in piedi di scatto ed afferrando pel braccio l'uomo violetto. - Il mio padrone è la persona che fa al fatto vostro. E dopo una leggiera resistenza da parte del signor Job Trotter, Sam menò il suo nuovo amico in camera del signor Pickwick, al quale lo presentò insieme con un breve sommario del dialogo testè riferito. - Mi dispiace assai, signore, di tradire il mio padrone, - disse Job Trotter applicandosi agli occhi un fazzoletto rosso largo non più di tre pollici. - È un sentimento cotesto che vi fa molto onore, - osservò il signor Pickwick, - ma il dovere innanzi tutto. - Lo so che fo il mio dovere, - rispose Job molto commosso. - Tutti, o signore, dovremmo tentar di compiere il nostro dovere, ed io per mio conto tento umilmente di compiere il mio; ma è ben dura prova, signore, il tradire un padrone, di cui portate gli abiti e mangiate il pane, per furfante che possa essere. - Voi siete un vero galantuomo, - disse il signor Pickwick con vivo interesse, - una onesta persona. - Via, via, - interruppe Sam, - al quale le lagrime del signor Trotter davano un po' sui nervi, - non serve a nulla di nulla il vostro servizio d'inaffiamento. - Sam, - levò la voce il signor Pickwick, - mi dispiace di rilevare in voi così poco rispetto pei sentimenti di questo giovane. - Tutti i sentimenti che volete, signore, - rispose Sam, - e visto che sono tanto belli e che sarebbe peccato che li perdesse, io credo che farebbe meglio a tenerseli chiusi dentro che fargli svaporare in acqua calda, tanto più che non servono proprio a niente. Con le lagrime non s'è potuto mai caricare un orologio o far correre una macchina a vapore. La prima volta che vi trovate in conversazione, bambino mio, caricatevi la pipa con questa riflessione; e pel momento, fatemi la finezza di riporvi in tasca cotesta pezzuola rossa. Non è mica così bella che dobbiate sventolarla di qua e di là, come se fosse un ballerino da corda. - Il mio domestico ha ragione, - disse il signor Pickwick, - benchè abbia un modo troppo familiare e qualche volta poco intelligibile di esprimere la sua opinione. - Ha molta ragione, signore, - disse il signor Trotter, - ed io mi rimetto subito. - Benissimo, - approvò il signor Pickwick. Vediamo dunque, dov'è cotesto Istituto? - È un gran casamento antico fatto di mattoni rossi, appena fuori di città, - rispose Job Trotter. - E quand'è che il bravo disegno sarà recato in atto? quando avrà luogo il rapimento? - Stasera, signore. - Stasera! - Proprio stasera. E quest'è che mi tiene in tanta apprensione. - Bisogna prendere immediatamente delle misure, - esclamò il signor Pickwick; - andrò subito io stesso a vedere la direttrice dell'Istituto. - Domando scusa, signore, - osservò Job, - ma cotesto mezzo non servirà a nulla. - E perchè no? - Il mio padrone è un uomo molto astuto. - Lo so benissimo. - Sicchè ha saputo a tal punto abbindolare e tirar dalla sua la vecchia signora, che lei non crederebbe a niente che le poteste riferire contro di lui, quand'anche ci andaste in ginocchio e ci pigliaste un giuramento; tanto più che voi non avete altra prova che la parola di un domestico licenziato (come di certo direbbe il mio signor padrone), il quale si vendica a questo modo. - E che ci sarebbe a far di meglio? - domandò il signor Pickwick. - Per convincere la vecchia signora, non c'è altro che coglierlo sul fatto, - rispose Job. - Tutte coteste vecchie non vedono l'inciampo se non ci si rompono il muso, - osservò in parentesi il signor Weller. - Ma questo coglierlo sul fatto, mi pare una cosa molto difficile, - disse il signor Pickwick. - Non lo so, signore, - disse dopo un istante di riflessione Job Trotter. - E come? - Vedete, - rispose il signor Trotter, - il mio padrone ed io, essendoci intesi con le due fantesche della casa, staremo nascosti in cucina verso le dieci. Quando tutti saranno andati a letto, usciremo dalla cucina e la signorina uscirà intanto dalla sua camera da letto. Una carrozza di posta ci aspetta, e via subito. - Benissimo, - disse il signor Pickwick. - Benissimo, signore; ora io ho pensato che se voi vi troverete ad aspettar solo nel giardino.... - Solo! Perchè mo solo? - Mi sembra molto naturale, - rispose Job, - che alla vecchia signora non possa piacere che una scoperta di questa fatta venga fatta davanti a più persone che non sia strettamente necessario. Anche la signorina, signore.... considerate i suoi sentimenti. - Avete perfettamente ragione, - disse il signor Pickwick. - La vostra considerazione rivela una grande gentilezza di animo. Andate avanti; avete ragione. - Ebbene, signore, io pensavo che se voi vi trovaste solo nel giardino, ed io v'introducessi per la porticina in fondo al corridoio alle undici e mezzo precise, vi trovereste nel momento preciso per assistermi nello sventare i progetti di quest'uomo malvagio, nelle cui spire ha voluto la mia disgrazia che io capitassi. E qui il signor Trotter trasse un profondo sospiro. - Non vi affliggete per questo, - disse il signor Pickwick; - se egli avesse una sola stilla di quella delicatezza di sentimenti che vi distingue, per umile che sia la vostra condizione, non dispererei punto di lui. Job Trotter s'inchinò profondamente, e a dispetto delle prime rimostranze del signor Weller, da capo gli s'empirono gli occhi di lagrime. - Non ho mai veduto una fontana simile, - disse Sam. - Scommetto che ci ha un rubinetto sempre aperto nel cervello. - Sam, - ammonì il signor Pickwick severamente, - vi ho già pregato di tenere la lingua a posto. - Sissignore, - rispose Sam. - Non mi va a genio cotesto piano, - riprese il signor Pickwick dopo una profonda meditazione. - Non potrei piuttosto comunicare con gli amici della signorina? - Se non stessero un centinaio di miglia lontani! - rispose Job Trotter. - Non fa una grinza, - disse da sè a sè il signor Weller, - se stanno lontani vuol dire che non stanno vicini. - Sicchè, - conchiuse il signor Pickwick, - questo giardino.... Ma come debbo fare per introdurmi? - Il muro è molto basso, e il vostro domestico vi darà una mano per scavalcarlo. Il mio domestico mi darà una mano per scavalcarlo, - ripetette macchinalmente il signor Pickwick. - E voi vi troverete senza meno presso cotesta porta di cui parlate? - Non potete sbagliare, signore; è la sola porta che dà nel giardino. Bussate, quando sentirete battere l'orologio, ed io aprirò subito. - Non mi piace proprio il piano, - disse il signor Pickwick, - ma visto che non ce n'è uno migliore e che ne dipende la felicità di tutta la vita di codesta signorina, io lo adotto senz'altro. Sta bene, non mancherò. Così, per la seconda volta, dalla sua innata bontà il signor Pickwick si trovò trascinato in una impresa, nella quale molto volentieri non avrebbe messo le mani. - Come si chiama la casa? - domandò il signor Pickwick. - Westgate House. Voltate in po' a dritta, appena fuori di città; sta isolata, alquanto discosta dalla via maestra, e c'è scritto sulla porta il nome dell'Istituto sopra una piastra d'ottone. - La conosco, - disse il signor Pickwick. - L'ho già osservata, quando venni qui un'altra volta. Non dubitate. Il signor Trotter s'inchinò nuovamente e fece per ritirarsi, mentre il signor Pickwick gli metteva in mano una ghinea. - Siete un brav'uomo, - disse il signor Pickwick, - ed ammiro la bontà del vostro cuore. Basta, non voglio ringraziamenti. Ricordatevi, alle undici. - Non c'è pericolo che me ne scordi, - rispose Job Trotter. E ciò detto, uscì dalla camera seguito da Sam. - Dico eh? - notò questi, - non mi dispiace mica cotesto affare del piangere. A questi patti, caro mio, io piangerei come una grondaia. Com'è che fate? - È cosa che viene dal cuore, signor Weller, - rispose Job solennemente. - Buon giorno. - Bel figuro che sei - pensò Sam mentre Job s'allontanava; - ad ogni modo t'abbiamo cavato di corpo ogni cosa. Quali fossero precisamente i pensieri del signor Trotter non ci è dato qui riferire, per la semplice ragione che non sappiamo quali fossero. Passò il giorno, venne la sera, e poco prima delle dieci Sam Weller venne ad avvertire il padrone che il signor Jingle e Job erano usciti insieme, che il loro bagaglio era all'ordine, e che aveano ordinata una carrozza di posta. Evidentemente, come il signor Trotter avea presagito, si mandava ad effetto il malvagio disegno. Suonarono le dieci e mezzo, e il signor Pickwick pensò ch'era tempo di muoversi per la delicata intrapresa. Rifiutando il pastrano che Sam gli voleva mettere addosso, per non avere ingombri nello scalare il muro, uscì dall'albergo in compagnia del fedele domestico. C'era una splendida luna, ma le nuvole ne velavano la faccia. Era una bella notte, ma di una insolita oscurità. Un'ombra fitta avvolgeva tutt'insieme i sentieri, le siepi, i campi, le case, gli alberi. L'aria era calda e greve; di tratto in tratto dei lampi di estate illuminavano l'estremo lembo dell'orizzonte, unica luce che rompesse appena le tenebre profonde che avviluppavano ogni cosa; non s'udiva un suono, eccetto i latrati lontani di qualche cane di guardia. Trovarono la casa, lessero la scritta d'ottone, girarono intorno al muro, e si fermarono in quel punto preciso che chiudeva l'estremità del giardino. - Voi, Sam, - disse il signor Pickwick, - dopo che avrete aiutato a scalare il muro, tornerete all'albergo. - Signor sì. - E aspetterete che io torni. - Si capisce. - Prendetemi la gamba, così; e quando dirò Su, sollevatemi adagio e delicatamente. - Ho inteso. Fissati questi preliminari, il signor Pickwick si aggrappò alla cima del muro e diè l'ordine: Su!, il quale fu subito e letteralmente eseguito. Sia che il suo corpo partecipasse in qualche modo della elasticità della sua mente, sia che il signor Weller avesse di una spinta delicata un'idea alquanto più rozza di quella del signor Pickwick, certo è che l'effetto immediato del suo aiuto fu di scaraventare quell'uomo immortale a dirittura dall'altra parte del muro, dove, dopo aver schiacciato tre siepi di lamponi ed un arbusto di rose, ei riuscì finalmente a tenersi ritto in piedi. - Spero che non vi siate fatto male, signore? - disse Sam a bassa voce, subito che si fu rimesso dalla sorpresa per la misteriosa sparizione del suo padrone. - Non mi son fatto male, Sam, no, - rispose il signor Pickwick dall'altra parte del muro; - credo piuttosto che mi abbiate voi fatto male. - Spero di no, signore. - Non importa, - disse il signor Pickwick, alzandosi, - poca cosa, qualche semplice scorticatura. Andate via, altrimenti ci sentiranno. - Buona notte, signore. - Buona notte. Sam Weller si allontanò a passi cauti e furtivi, lasciando il signor Pickwick solo nel giardino. Si vedevano qua e là passar dei lumi dietro le finestre del caseggiato o mostrarsi e sparire su per le scale, come se gli abitanti se ne andassero a riposare. Non volendo avvicinarsi troppo alla porta prima dell'ora fissata, il signor Pickwick si rannicchiò in un angolo del muro e stette lì ad aspettare. Era senza dubbio una certa situazione che avrebbe fatto cader l'animo a più d'uno. Ma il signor Pickwick non provava nè abbattimento nè timore di alcuna sorta. Avea la coscienza della bontà del suo proposito, e riponeva intiera fiducia nella nobiltà dell'animo di Job. Era certamente una situazione non lieta, per non dir triste a dirittura; ma una persona contemplativa può, sempre che il voglia, abbandonarsi in braccio alla meditazione. E il signor Pickwick avea già meditato fino a cadere in un mezzo assopimento, quando fu destato dall'orologio della vicina chiesa che batteva le ore - le undici e mezzo. - Ecco il momento, - pensò il signor Pickwick, sorgendo cautamente in piedi. Alzò gli occhi verso la casa. I lumi erano scomparsi e le imposte chiuse; dovevano essere andati tutti a letto. Si accostò in punta di piedi alla porta e azzardò una bussatina. Passarono due o tre minuti senza alcuna risposta, e allora egli diè una bussatina più forte, e poi ancora un'altra più forte. Finalmente si udì per le scale un rumor di passi, e la luce di una candela si vide attraverso il buco della serratura. Vi fu un grande strepito di chiavi girate e di chiavistelli tirati e la porta fu aperta lentamente. Ora la porta si apriva in fuori; e quanto più si apriva tanto più il signor Pickwick dava indietro. Ma qual fu il suo stupore, quando avendo un po' sporto il capo con delicatissima precauzione, vide che chi l'aveva aperta non era già Job Trotter ma invece una fantesca con una candela in mano! Il signor Pickwick tornò a nascondersi con la medesima velocità di quel grande artista ch'è Pulcinella, quando invece della sua bella che gli ha data la posta vede arrivare il commissario. - Dev'essere stato il gatto, Sara, - disse la ragazza parlando a qualcuno nella casa. - Micia, micia, mici! Micino, micino! Ma poichè nessuna sorta d'animale si lasciava sedurre da questi allettamenti, la ragazza tornò adagino adagino a chiudere la porta e menò il chiavistello, lasciando il signor Pickwick attaccato al muro come un bassorilievo. - Curiosa davvero, - pensò il signor Pickwick. - Andranno forse a letto più tardi del solito. È un gran contrattempo però che dovessero scegliere per questo proprio stasera; un contrattempo molto spiacevole. E con questi pensieri il signor Pickwick si ritirò di nuovo, e quasi furtivamente, nello stesso angolo di muro dove prima s'era rannicchiato, aspettando di poter ripetere il segnale con una certa sicurezza. Non era stato così cinque minuti quando un vivissimo baleno fu seguito da uno scroscio di tuono che parve se ne schiantasse il cielo e che si allontanò terribilmente rumoreggiando; e poi un altro lampo più abbagliante del primo ed un secondo scroscio di tuono più forte e più vicino; e poi venne giù l'acqua a bigonce con una violenza e una furia da spazzar via ogni cosa. Il signor Pickwick non ignorava punto che un albero è un vicino molto pericoloso in tempo d'uragano. Aveva un albero a dritta, un albero a sinistra, un terzo albero da dietro, ed un quarto davanti. Rimanendo dove si trovava, poteva cader vittima di un accidente; uscendo nel mezzo del giardino, si esponeva al rischio di esser veduto ed arrestato per ladro. Una o due volte si provò a scalare il muro, ma non avendo ora altre gambe che quelle fornitegli dalla natura, non riuscì con tutti i suoi sforzi che a infliggersi una certa quantità di scorticature alle ginocchia e alle mani e a risolversi in un abbondantissimo sudore. - Che terribile situazione! - esclamò il signor Pickwick, asciugandosi la fronte dopo questo faticoso esercizio. Guardò alla casa. Tutto era buio. Dovevano essere andati a letto. Ebbene, avrebbe di nuovo tentato il segnale. Si avanzò in punta di piedi sulla ghiaia umida del viale e bussò alla porta. Trattenne il fiato e pose l'orecchio alla serratura. Nessuna risposta. Bussò di nuovo, tornò ad ascoltare. Si udì di dentro un certo susurro, e poi una voce che, gridava: - Chi è? - Non è mica Job, - pensò il signor Pickwick ritirandosi in fretta contro il muro. - È una donna. Aveva appena avuto il tempo di venire a questa conclusione, quando una finestra del primo piano si aprì, e tre o quattro voci femminili ripetettero la domanda: - Chi è? Il signor Pickwick non osava muover piede nè mano. Era chiaro che tutto lo stabilimento era in allarme. Deliberò di non scrollarsi di un pollice fino a che non fosse ogni cosa tornata in calma; e allora poi fare un ultimo sforzo soprannaturale e scavalcare il muro o morirvi. Come tutte le risoluzioni del signor Pickwick, era questa la migliore che si potesse prendere in un caso di quella fatta; ma, disgraziatamente, si fondava sulla ipotesi che la gente di casa non si fosse avventurata ad aprir di nuovo la porta. Quale fu dunque il suo terrore, quando udì tirar la catena e stridere la chiave, e vide la porta che a poco a poco s'apriva! Diè indietro, passo a passo, più che poteva; ma, per quanto cercasse di farsi sottile, il volume della propria persona impedì che quella venisse aperta tutta quanta. - Chi è là? - strillò dalle scale interne un coro numeroso di voci di soprano, consistente nella vecchia zitella direttrice dello stabilimento, in tre maestrine, cinque fantesche e trenta allieve, tutte a metà vestite o spogliate, sotto una foresta bianca e ricciuta di diavoletti di carta. Naturalmente il signor Pickwick non disse chi era là; e allora il coro delle voci esclamò invece: - Gesù mio, che paura! - Cuoca! - chiamò la direttrice che se ne stava, ultima del gruppo, in capo alla scala; - cuoca! perchè non scendete un po' a vedere in giardino? - Scusate, signora, - rispose la cuoca, - ma davvero che non me la sento. - Dio buono, che stupida creatura è cotesta cuoca! - esclamarono le trenta allieve. - Cuoca! - ripetette con grande dignità la signora direttrice, - non rispondete, vi prego. Io vi ordino di scendere nel giardino sul momento. Qui la cuoca si mise a piangere, e una delle fantesche disse ch'era una vergogna trattarla a quel modo; pel quale atto di ribellione ricevette sopra luogo il suo congedo per la fine del mese. - Avete inteso, cuoca? - disse la direttrice battendo il piede con impazienza. - Non avete inteso la vostra padrona, eh? - dissero le tre maestrine. - Che sfacciata impertinente cotesta cuoca! - esclamarono le trenta allieve. La sciagurata cuoca, non potendo altrimenti resistere a così strette ingiunzioni, si avanzò di uno o due passi, e tenendo la candela proprio in maniera da non veder nulla, dichiarò che nulla c'era e che avea dovuto essere il vento; e già la porta, dopo di questo, stava per esser richiusa, quando un'allieva più curiosa delle altre, che avea spinto lo sguardo fra i gangheri, mandò uno strillo acutissimo che fece di botto tornar indietro la cuoca, le fantesche e le più ardimentose fra le sue compagne. - Che cosa ha la signorina Smithers? - domandò la direttrice, mentre la detta signorina Smithers si faceva pigliare da isterismi della forza di quattro signorine. - Gesù mio, quella cara signorina Smithers! - esclamarono le altre ventinove allieve. - Oh, l'uomo.... l'uomo.... dietro la porta! - gridava la signorina Smithers. Non sì tosto ebbe udito questo grido d'allarme, la direttrice si ritirò correndo nella sua camera da letto, chiuse la porta a doppio giro di chiave e venne meno a suo bell'agio. Le allieve e le maestrine e le fantesche scapparono in fretta su per le scale, urtandosi, incespicando, gridando, gettandosi l'una sull'altra, disperandosi, come non avrebbero fatto se fosse stato il finimondo. In mezzo al qual tumulto, il signor Pickwick emerse dal suo nascondiglio e si presentò in mezzo a loro. - Signorine, care signorine, - disse il signor Pickwick. - Ah, ci chiama care l'infame! - esclamò la più brutta e vecchia delle tre maestrine. - Signorine! - riprese con voce più forte il signor Pickwick che il pericolo della situazione rendeva disperato. - Ascoltatemi, signorine. Io non sono un ladro. Voglio la direttrice. - Ah, mostro feroce! - gridò un'altra maestrina. - Egli vuole la signora Tomkins! Un urlo di orrore si levò a queste parole. - Suonate la campana d'allarme, - strillarono a coro una dozzina di voci. - No, no, per carità! - muggì il signor Pickwick con quanta n'aveva in gola. - Guardatemi. Vi pare ch'io somigli ad un ladro? Prego, care signorine, prego, potete anche se vi piace legarmi mani e piedi o chiudermi in un camerino. Fatemi dire però quel che ho da dire, ascoltatemi, non vi domando altro. - Come vi siete introdotto nel nostro giardino? - domandò tutta spaurita una delle fantesche. - Chiamatemi la direttrice, e dirò a lei ogni cosa, ogni cosa! - disse il signor Pickwick, spiegando tutta la forza dei suoi polmoni. - Chiamatela; state buone, vi prego, e chiamatela, e sentirete tutto e saprete tutto. Fosse per l'aspetto e pei modi del signor Pickwick, fosse la tentazione - così efficace negli animi femminili - di udir qualche cosa ancora avvolta nel mistero, fatto sta che la parte più ragionevole dello stabilimento (non più di quattro per verità) si mostrò alquanto rassicurata e relativamente tranquilla. Fu da loro proposto che il signor Pickwick, come prova della sua sincerità, si costituisse immediatamente in arresto; ed egli avendo consentito ad abboccarsi con la signorina Tomkins dall'interno di un gabinetto dove le allieve esterne appendevano i cappellini e le sacche della colazione, entrò subito in quello e vi fu bravamente rinserrato. Questo fatto rianimò tutte le altre; e dopo che la signorina Tomkins fu fatta prima tornare in sè e poi tornar giù, il colloquio incominciò. - Che facevate nel mio giardino? - domandò con debole voce la signorina Tomkins. - Venivo ad avvertire, che una delle vostre signorine sarebbe fuggita questa notte stessa, - rispose dall'interno del gabinetto il signor Pickwick. - Fuggita! - esclamarono ad una voce la signorina Tomkins, le tre maestrine, le trenta allieve e le cinque fantesche. - E con chi ? - Col vostro amico, il signor Carlo Fitz-Marshall. - Mio amico! Io non conosco cotesta persona. - Bene, il signor Jingle adunque. - Non ho mai udito questo nome. - Allora, sono stato tratto in inganno, messo in mezzo, - disse il signor Pickwick. - Sono stato vittima di una cospirazione, di una vilissima cospirazione. Mandate all'Angelo, cara signora, se non aggiustate fede alle mie parole. Mandate all'Angelo e fate domandare del domestico del signor Pickwick, ve ne prego, signora, ve ne scongiuro. - Dev'essere una persona rispettabile; mantiene un domestico, - disse la signorina Tomkins alla maestrina di calligrafia ed aritmetica. - Per conto mio, signorina Tomkins, - rispose la maestrina, - credo piuttosto che il suo domestico mantenga lui. Mi pare che sia matto e che l'altro gli debba far da guardiano. - Penso, signorina Gwyan, che abbiate ragione, - riprese la signorina Tomkins. Mandate subito due fantesche all'Angelo, e che le altre non si movano di qua per nostra sicurezza. Due fantesche furono subito spiccate per l'Angelo in cerca del signor Samuele Weller; e le altre tre rimasero per proteggere la signorina Tomkins, le tre maestrine e le trenta allieve. E il signor Pickwick si pose a sedere nel suo gabinetto, sotto un boschetto di sacche da colazione, ed aspettò il ritorno delle due messaggiere con tutta la filosofia e la forza d'animo che potette chiamare in suo soccorso. Trascorse un'ora e mezzo prima che quelle tornassero, e quando furono tornate, il signor Pickwick riconobbe, insieme con la voce del signor Samuele Weller, due altre voci che gli suonarono familiari all'orecchio; ma a chi appartenessero non gli riuscì in alcun modo d'indovinare. Seguì un brevissimo dialogo. La porta fu aperta. Il signor Pickwick uscì dal suo gabinetto e si trovò alla presenza di tutto lo stabilimento di Westgate House, del signor Samuele Weller.... e del vecchio Wardle col suo futuro genero signor Trundle! - Mio caro amico, - esclamò il signor Pickwick, andando incontro al signor Wardle e stringendogli la mano; - mio caro amico, vi prego, per amor del cielo, spiegate a questa signora la disgraziata e terribile situazione nella quale mi trovo. Il mio domestico vi avrà detto tutto; ad ogni modo, assicurate questa signora che io non sono nè un ladro nè un pazzo. - L'ho già detto questo, mio caro amico, l'ho già detto, - rispose il signor Wardle scuotendo la mano destra del signor Pickwick, mentre il signor Trundle scuoteva la sinistra. - E chiunque dice o ha detto ch'egli lo è, - venne su il signor Weller avanzandosi, - dice una cosa che non è la verità, ma invece al contrario perfettamente l'opposto. E se c'è qui qualcuno che l'ha detto, un uomo solo o dieci uomini, avrò molto piacere di farli capaci del loro errore, in questa medesima camera, se queste rispettabilissime signore vogliono farmi la finezza di ritirarsi e di farli venir su uno alla volta. - Scagliata così con grande volubilità questa sfida, il signor Weller si diè un pugno nella palma della mano sinistra e strizzò l'occhio piacevolmente all'indirizzo della signorina Tomkins, della quale sarebbe impossibile descrivere il profondo orrore alla sola idea che fosse nei limiti del possibile che degli uomini si trovassero nell'Istituto di Westgate House per nobili signorine. La spiegazione del signor Pickwick, accennata sulle prime, fu subito compiuta. Ma nè durante il ritorno a casa in compagnia degli amici, nè appresso, quando ei si fu seduto davanti a un buon fuoco per pigliare un boccone di cena, di cui aveva tanto bisogno, fu possibile di cavargli una sola osservazione. Sembrava stordito, pietrificato. Una volta, non più di una volta, si voltò al signor Wardle, e gli domandò: - Com'è che siete venuto qui? - Trundle ed io siamo venuti qua per una partita di caccia, - rispose Wardle. - Siamo arrivati ieri sera e fummo molto sorpresi udendo dal vostro domestico che eravate qui anche voi. Mi fa tanto piacere vedervi, - aggiunse il vecchio gioviale, battendogli sulla spalla, - tanto tanto piacere. Andremo a caccia il primo del mese e ci porteremo anche quel caro Winkle che ne farà delle sue, che vi pare? Il signor Pickwick non rispose verbo; non s'informò nemmeno dei suoi amici di Dingley Dell, e di lì a poco si ritirò nella sua camera da letto, avvertendo Sam che si venisse a prendere la candela quando avrebbe inteso suonare il campanello. Il campanello suonò e il signor Weller si presentò alla chiamata. - Sam, - disse il signor Pickwick, cacciando il capo fuori delle lenzuola. - Signore, - disse Sam. Il signor Pickwick tacque e Sam smoccolò la candela. - Sam, - ripetette il signor Pickwick quasi con uno sforzo disperato. - Signore, - ripetette Sam. - Dov'è quel Trotter? - Job, signore? - Partito, signore. - Col suo padrone, eh? - Amico o padrone o altro che sia, certo è che se ne sono andati in compagnia. Fanno un bel pajo, fanno. - Jingle aveva forse subodorato il mio proposito, e vi fece capitar fra i piedi quel furfante con quella sua storiella, non è così? - disse il signor Pickwick, quasi strozzato dalle sue stesse parole. - Proprio così, signore, - rispose il signor Weller. - Era tutto falso naturalmente? - Tutto, signore. Un tranello co' fiocchi, signore; una birba come se ne danno poche. - Non credo, Sam, che ci scapperà di mano così facilmente la prossima volta? - disse il signor Pickwick. - Non credo, signore. - Se mai lo incontro di nuovo quel Jingle e dovunque lo trovo, - disse il signor Pickwick, alzandosi a mezzo nel letto e scaraventando un pugno terribile sul suo guanciale, - non solo gli strapperò la maschera come ei si merita ma gli infliggerò un personale castigo, lo giuro, Sam. Lo giuro, o non mi chiamo più Pickwick. - E dovunque mi verrà fatto di acchiappare quel figuro piagnucoloso coi capelli unti, - disse Sam, - se non gli fo scorrere delle lagrime sul serio dagli occhi, non mi chiamate più Weller. Buona notte, signore. XVII. Dove si mostra che un attacco di reumatismo può, in alcuni casi, agire come uno stimolante sul genio inventivo. La costituzione del signor Pickwick, benchè atta a sostenere una somma considerevole di fatica e di strapazzi, non era in grado di resistere agli attacchi combinati cui era stato esposto l'insigne uomo nella notte memorabile ricordata nel capitolo precedente. Il processo di lavaggio all'aria aperta e del successivo prosciugamento in un gabinetto chiuso, è non meno pericoloso che singolare. Il signor Pickwick fu dunque confinato a letto con un attacco di reumatismo. Ma quantunque le facoltà corporee del grand'uomo fossero così disgraziatamente soggiogate, la sua energia mentale non era punto punto scemata. Gli tornò la prontezza dell'animo e il buon umore. Lo stesso dispiacere provato per la recente avventura gli s'era cancellato dall'animo, ed egli era in grado di fare eco, senza ira e senza imbarazzo, alle risa cordiali che eccitava nel signor Wardle ogni allusione che a quella si facesse. Vi era anzi di più. Durante i due giorni che il signor Pickwick fu costretto a guardare il letto, Sam gli tenne fedele compagnia. Il primo giorno, ei si sforzò di tenere allegro il padrone per via di aneddoti e di conversazione; il secondo, il signor Pickwick domandò il suo quaderno, il calamaio e la penna, e stette tutto il giorno occupato a scrivere. Il terzo giorno, essendo già in grado di starsene a sedere in poltrona nella sua camera da letto, ei spiccò il domestico ai signori Wardle e Trundle, mandando a dir loro che se per quella sera avessero voluto venir da lui a bere un bicchier di vino, gli avrebbero fatto grandissimo piacere. L'invito fu accettato molto volentieri; e quando si trovarono insieme e col vino sulla tavola, il signor Pickwick, con molti rossori, tirò fuori il racconto seguente composto da lui stesso nel corso della recente indisposizione sugli appunti presi dalla semplice narrazione del signor Samuele Weller. Il maestro |