Q di Luther Blissett Prologo Fuori dall'Europa, 1555 Sulla prima pagina è scritto: Nell'affresco sono una delle figure di sfondo. La grafia meticolosa, senza sbavature, minuta. Nomi, luoghi, date, riflessioni. Il taccuino degli ultimi giorni convulsi. Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di decenni trascorsi. La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l'eterna oscillazione delle fortune umane. Il libro, forse l'unica copia scampata, non è piú stato aperto. I nomi sono nomi di morti. I miei, e quelli di coloro che hanno percorso i tortuosi sentieri. Gli anni che abbiamo vissuto hanno seppellito per sempre l'innocenza del mondo. Vi ho promesso di non dimenticare. Vi ho portati in salvo nella memoria. Voglio tenere tutto stretto, fin dal principio, i dettagli, il caso, il fluire degli eventi. Prima che la distanza offuschi lo sguardo che si volge indietro, attutendo il frastuono delle voci, delle armi, degli eserciti, il riso, le grida. Eppure solo la distanza consente di risalire a un probabile inizio. 1514, Alberto di Hohenzollern diventa arcivescovo di Magdeburgo. A ventitre anni. Altro oro nelle casse del Papa: compra anche il vescovado di Halbertstadt. 1517, Magonza. Il piú vasto principato ecclesiastico di Germania attende la nomina di un nuovo vescovo. Se ottiene la nomina, Alberto mette le mani su un terzo dell'intero territorio tedesco. Fa la sua offerta: 14000 ducati per l'arcivescovado, piú 10000 per la dispensa papale che gli permetta di tenere tutte le cariche. L'affare viene trattato attraverso la banca Fugger di Augusta, che anticipa la somma. A operazione conclusa Alberto deve ai Fugger 30000 ducati. Sono i banchieri a indicare le modalità di pagamento. Alberto deve promuovere nelle sue terre la predicazione delle indulgenze di Papa Leone X. I fedeli verseranno un contributo per la costruzione della basilica di San Pietro, in cambio otterranno un certificato: il Papa li assolve dai peccati. Solo metà dell'incasso finanzierà i cantieri di Roma. Alberto userà il resto per pagare i Fugger. L'incarico è affidato a Johann Tetzel, il piú esperto predicatore sulla piazza. Tetzel batte i villaggi per tutta l'estate del '17. Si ferma al confine con la Turingia, che appartiene a Federico il Savio, duca di Sassonia. Non può mettervi piede. Federico riscuote in proprio le indulgenze, attraverso la vendita delle reliquie. Non tollera concorrenti nei suoi territori. Ma Tetzel è un figlio di puttana: sa che i sudditi di Federico faranno volentieri poche miglia oltre frontiera. Un nulla osta per il paradiso vale il tragitto. L'andirivieni di anime in cerca di rassicurazione indigna a morte un giovane frate agostiniano, dottore all'università di Wittenberg. Non può tollerare l'osceno mercato messo in piedi da Tetzel, con stemma e bolla papale in bella vista. 31 ottobre 1517, il frate affigge alla porta settentrionale della chiesa di Wittenberg novantacinque tesi contro il traffico delle indulgenze, scritte di suo pugno. Si chiama Martin Lutero. Con quel gesto ha inizio la Riforma. Un punto d'origine. Memorie che ricompongono i frammenti di un'epoca. La mia. E quella del mio nemico: Q. L'occhio di Carafa (1518) Lettera inviata a Roma dalla città sassone di Wittenberg, indirizzata a Gianpietro Carafa, membro della consulta teologica di Sua Santità Leone X, datata 17 maggio 1518. All'illustrissimo e reverendissimo signore e padrone osservandissimo Giovanni Pietro Carafa, presso la consulta teologica di Sua Santità Leone X, in Roma. Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio osservandissimo, il servitore piú fidato di Vostra Signoria si accinge a dare conto di quanto accade in questa sperduta landa, che da un anno a questa parte sembra esser divenuta il focolaio d'ogni diatriba. Da quando otto mesi fa il monaco agostiniano Martin Lutero ha affisso le sue famigerate tesi al portale della Cattedrale, il nome di Wittenberg ha viaggiato in lungo e in largo sulla bocca di tutti. Giovani studenti dagli stati limitrofi affluiscono in questa città per ascoltare dalla viva voce del predicatore quelle incredibili teorie. In particolare la predicazione contro la compravendita delle indulgenze sembra riscuotere il piú grande successo presso le giovani menti, aperte alla novità. Ciò che fino a ieri era pratica comune e indiscussa, il ricevere la remissione dei peccati in cambio di una pia donazione alla Chiesa, oggi sembra esser criticata da tutti come fosse uno scandalo innominabile. Una tale e tanto immediata fama ha reso Lutero tronfio e tracotante; egli si sente quasi investito di un compito ultraterreno, e ciò lo spinge ad azzardare ancora di piú, a spingersi oltre. E infatti ieri, come ogni domenica, predicando dal pulpito sull'evangelio del giorno (si trattava del testo di Giovanni 16, 2, «Vi espelleranno dalle sinagoghe»), ha associato allo «scandalo» del mercato delle indulgenze un'altra tesi, a mio avviso ancor piú pericolosa. Lutero ha affermato che non si devono paventare eccessivamente le conseguenze di una scomunica ingiusta, poiché essa riguarda soltanto la comunione esteriore con la Chiesa, e non quella interiore. Quest'ultima infatti riguarda solo il legame di Dio con il fedele, che nessun uomo può dichiarare sciolto, nemmeno il Papa. Tanto piú una scomunica ingiusta non può nuocere all'anima, e se è sopportata con rassegnazione filiale verso la Chiesa, può anche divenire un merito prezioso. Se dunque alcuno è scomunicato ingiustamente, non deve sconfessare con parole e azioni la causa per la quale è stato scomunicato e deve sopportare pazientemente la scomunica quand'anche dovesse morire scomunicato, e non essere sepolto nella terra consacrata, poiché queste cose sono di gran lunga meno importanti che la verità e la giustizia. Ha infine concluso con queste parole: «Beato e benedetto colui che muore in una scomunica ingiusta; poiché per il fatto che subisce questa aspra punizione per amore della giustizia, che egli non ha voluto tacere né abbandonare, riceverà per grazia l'eterna corona della salvezza». Unendo al desiderio di servirla la riconoscenza per la confidenza che Ella mostrò di avere, avrò ora l'ardire di scrivere quello che mi sembra circa le cose che ho esposto qui sopra. All'umile osservatore della Signoria Vostra Reverendissima è apparso chiaro come Lutero annusi nell'aria l'odore della scomunica per se stesso, cosí come la volpe fiuta l'odore dei segugi. Egli sta già affilando le sue armi dottrinali e cercando alleati per il prossimo futuro. In particolare credo cerchi l'appoggio del suo signore il Principe Elettore Federico di Sassonia, il quale non ha ancora palesato pubblicamente la propria disposizione d'animo nei confronti di frate Martino. Non per nulla egli viene detto il Savio. Il signore di Sassonia continua a servirsi di quell'abile intermediario che è Spalatino, il bibliotecario e consigliere di corte, per vagliare le intenzioni del monaco. Personaggio infido e scaltro questo Spalatino, di cui già ho fornito una sommaria descrizione nell'ultima missiva. La Signoria Vostra capirà meglio del suo servitore l'esiziale gravità della tesi sostenuta da Lutero: egli vorrebbe togliere alla Santa Sede il suo baluardo maggiore, l'arma della scomunica. È allo stesso modo evidente che Lutero non oserà mai mettere per iscritto questa sua tesi, consapevole dell'enormità che rappresenta e del pericolo che ne potrebbe derivare per la sua persona. Ho quindi ritenuto opportuno farlo io, affinché la Signoria Vostra possa prendere in tempo tutte le precauzioni che riterrà necessarie a fermare questo frate del diavolo. Baciando la mano di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima, di continuo in buona grazia mi raccomando. Di Wittenberg il giorno 17 maggio 1518 Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. Lettera inviata a Roma dalla città sassone di Wittenberg, indirizzata a Gianpietro Carafa, membro della consulta teologica di Sua Santità Leone X, datata 10 ottobre 1518. All'illustrissimo e reverendissimo signore e padrone osservandissimo Giovanni Pietro Carafa, presso la consulta teologica di Sua Santità Leone X, in Roma. Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio osservandissimo, quale servitore di Vostra Signoria sono stato immensamente lusingato dalla magnanimità di cui Ella ha voluto farmi oggetto; poiché il servirla è già per me un grande privilegio, l'esserle utile mi colma di vera gioia. L'accusa ufficiale di eresia rivolta contro il frate Martin Lutero, alla quale il Sermone sulla Scomunica ha offerto il definitivo sostegno, dovrebbe indurre il Principe Elettore Federico a prendere infine posizione nei confronti del monaco, cosí come la Signoria Vostra si augurava. I fatti di cui mi appresto a renderla edotta, sono forse già una prima reazione dell'Elettore al precipitare inaspettato degli eventi: egli infatti si appresta a rafforzare le fila dei teologi della sua università. Il 25 agosto è giunto a Wittenberg, come professore di greco, Filippo Melantone, provenendo dalla prestigiosa Università di Tubinga. Io credo che mai in un'università dell'Impero si sia visto un professore piú giovane di lui: ha soltanto ventuno anni e con il suo aspetto debole e scarno, appare averne ancora meno. Sebbene una certa fama lo avesse preceduto e accompagnato durante il viaggio, l'accoglienza iniziale dei dottori di Wittenberg non è stata entusiasta. Il loro atteggiamento e in particolar modo quello di Lutero, dovevano però cambiare di lí a poco, quando quel prodigio di scienza classica pronunciò il suo discorso inaugurale in cui illustrò la necessità di uno studio rigoroso delle Scritture nei testi originali. Con Martin Lutero, da allora, c'è stata un'intesa immediata e forte. Quei due professori sono sicuramente un'arma potente nelle mani dell'Elettore di Sassonia, dal momento che sono cosí solidali, per quanto cosí diversi. Ognuno dei due fornisce all'altro ciò che a quello mancava per divenire un vero pericolo per Roma: Lutero è ardito ed energico, per quanto rozzo e impulsivo, mentre Melantone è coltissimo e raffinato, ma piú giovane e delicato, adatto agli scontri dottrinali piuttosto che a quelli campali. Il primo parto pericoloso di questo connubio sarà certamente la Bibbia in tedesco, alla quale si dice stiano lavorando di concerto e per la quale le conoscenze di Melantone saranno come manna dal cielo. Poiché so che Vostra Signoria suole aver care le particolari informazioni sulle cose importanti, nel tempo a venire continuerò a seguire con attenzione i due dottori e a riferire ogni cosa alla Signoria Vostra, nell'unica speranza di poterle essere ancora utile. Bacio umilmente le mani di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima. Di Wittenberg al 10 di ottobre 1518 Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. PRIMA PARTE Il Coniatore Frankenhausen (1525) Capitolo 1 Frankenhausen, Turingia, 15 maggio 1525. Pomeriggio Quasi alla cieca. Quello che devo fare. Urla nelle orecchie già sfondate dai cannoni, corpi che mi urtano. Polvere di sangue e sudore chiude la gola, la tosse mi squarcia. Gli sguardi dei fuggiaschi: terrore. Teste fasciate, arti maciullati... Mi volto continuamente: Elias è dietro di me. Si fa largo tra la folla, enorme. Porta sulle spalle Magister Thomas, inerte. Dov'è Dio onnipresente? Il Suo gregge è al macello. Quello che devo fare. Le sacche, strette. Senza fermarsi. La daga batte sul fianco. Elias sempre dietro. Una sagoma confusa mi corre incontro. Mezza faccia coperta di bende, carne straziata. Una donna. Ci riconosce. Quello che devo fare: il Magister non deve essere scoperto. La afferro: non parlare. Grida alle mie spalle: - Soldati! Soldati! La allontano, via, mettersi in salvo. Un vicolo a destra. Di corsa, Elias dietro, a capofitto. Quello che devo fare: i portoni. Il primo, il secondo, il terzo, si apre. Dentro. Ci chiudiamo il portone alle spalle. Il rumore cala. La luce filtra debole da una finestra. La vecchia siede in un angolo in fondo alla stanza, su una sedia di paglia mezza sfondata. Poche povere cose: una panca malmessa, un tavolo, tizzoni che ricordano un fuoco recente in un camino annerito dalla fuliggine. Mi avvicino: - Sorella, portiamo un ferito. Ha bisogno di un letto e di acqua, in nome di Dio... Elias è fermo sulla porta, la occupa tutta. Sempre con il Magister sulle spalle. - Per qualche ora soltanto, sorella. I suoi occhi sono acquosi e non guardano niente. La testa dondola su e giú. Le orecchie fischiano ancora. La voce di Elias: - Cosa sta dicendo? Le vado piú vicino. In mezzo al ronzio del mondo, una nenia appena mormorata. Non afferro le parole. La vecchia non sa neanche che siamo qui. Quello che devo fare. Non perdere tempo. Una scala porta di sopra, un cenno a Elias, saliamo, finalmente un letto dove stendere Magister Thomas. Elias si toglie il sudore dagli occhi. Mi guarda: - Bisogna trovare Jacob e Mathias. Tocco la daga e faccio per andare. - No, vado io, tu resta col Magister. Non ho il tempo di rispondere, già scende le scale. Magister Thomas, immobile, fissa il soffitto. Lo sguardo vuoto, appena un battito di ciglia, pare quasi non respiri. Guardo fuori: uno scorcio di case dalla finestra. Dà sulla strada, il salto è troppo alto. Siamo al primo piano, c'è almeno un solaio. Osservo il soffitto e riesco a malapena a distinguere le fessure di una botola. Per terra c'è una scala. Un pasto di tarli, ma regge lo stesso. Mi infilo carponi, il tetto del solaio è bassissimo, il pavimento è coperto di paglia. Le travi scricchiolano a ogni movimento. Nessuna finestra, qualche raggio di luce si infila da sopra tra le assi: il sottotetto. Ancora assi, paglia. Devo stare quasi sdraiato. Un'apertura dà sui tetti: spioventi. Impossibile per Magister Thomas. Torno da lui. Ha labbra secche, la fronte brucia. Cerco dell'acqua. Al piano di sotto sul tavolo ci sono noci e una brocca. La cantilena prosegue incessante. Quando accosto l'acqua alle labbra del Magister vedo le sacche: meglio nasconderle. Siedo sullo sgabello. Le gambe mi fanno male. Tengo la testa tra le mani, solo un attimo, poi il ronzio diviene un fragore assordante di urla, cavalli e ferraglia. I bastardi al soldo dei principi entrano in città. Di corsa alla finestra. A destra, sulla strada principale: cavalieri, picche spianate, rastrellano la via. Infieriscono su tutto ciò che si muove. Dalla parte opposta: Elias sbuca nel vicolo. Scorge i cavalli: si ferma. Soldati a piedi compaiono dietro di lui. Non ha scampo. Si guarda intorno: dov'è Dio onnipresente? Lo puntano. Alza gli occhi. Mi vede. Quello che deve fare. Sguaina la spada, si lancia gridando contro i soldati a piedi. Ne ha sventrato uno, gettato a terra un altro con una testata. Gli sono addosso in tre. Non sente i colpi, afferra l'elsa con due mani come una falce, continua a menare fendenti. Si fanno da parte. Da dietro: un galoppo lento, pesante, il cavaliere carica alle spalle. Il colpo ribalta Elias. È finito. No, si rialza: maschera di sangue e furore. La spada ancora in mano. Nessuno si avvicina. Lo sento ansimare. Strattone alle redini, il cavallo si gira. La scure si alza. Di nuovo al galoppo. Elias allarga le gambe, due radici. Braccia e testa verso il cielo, lascia cadere la spada. L'ultimo colpo: - Omnia sunt communia, figli di cane! La testa vola nella polvere. *** Saccheggiano le case. Portoni giú a calci e colpi di scure. Tra poco tocca a noi. Non perdere tempo. Mi chino su di lui. - Magister, ascoltami, dobbiamo andare, stanno arrivando... Per Dio, Magister... - Gli afferro le spalle. Risposta: un sussurro. Non può muoversi. In trappola, siamo in trappola. Come Elias. La mano stringe la spada. Come Elias. Vorrei avere il suo coraggio. - Cosa credi di fare? Basta martirio. Vattene, pensa a salvarti. La voce. Come dalle viscere della terra. Non riesco a credere che abbia parlato. È piú immobile di prima. Colpi rimbombano di sotto. La testa mi gira. - Va'! Ancora la voce. Mi volto verso di lui. Immobile. Colpi. Il portone va giú. Va bene, le sacche, non devono trovarle, via, sulle spalle, su per la scala, i soldati insultano la vecchia, scivolo, non ho appigli, troppo peso, via, mi cade una sacca, merda!, salgono le scale, dentro, ritiro la scala, chiudo la botola, la porta si apre. Sono in due. Lanzichenecchi. Posso spiarli da una fessura tra le travi. Non devo muovermi, il minimo scricchiolio e sono fottuto. - Solo un'occhiata poi andiamo via, tanto qui non troviamo niente... Ah, ma c'è qualcun altro! Si avvicinano al letto, scrollano Magister Thomas: - Chi sei? È casa tua questa? - Nessuna risposta. - Bene, bene. Günther, guarda un po' cosa abbiamo qui! Hanno visto la sacca. Uno dei due la apre: - Merda, qui c'è solo carta, monete niente. Che roba è? Te sai leggere? - Io, no! - Io neanche. Forse è roba importante. Va' giú a chiamare il capitano. - Cos'è, mi dài degli ordini? Perché non ci vai te? - Perché 'sta borsa l'ho trovata io! Alla fine si decidono, quello che non si chiama Günther scende al piano di sotto. Spero che nemmeno il Capitano sappia leggere, altrimenti è finita. Passi pesanti, quello che dev'essere il capitano sale le scale. Non posso muovermi. Ho il palato riarso, la gola invasa dalla polvere del solaio. Per non tossire, mordo l'interno di una guancia e deglutisco il sangue. Il capitano inizia a leggere. Posso solo sperare che non capisca. Alla fine alza lo sguardo dai fogli: - È Thomas Müntzer, il Coniatore... anzi, la Monetina (Gioco di parole dal tedesco «müntzer» = coniatore, «müntzel» = monetina.). Il cuore mi va in testa. Sguardi compiaciuti: paga raddoppiata. Portano via di peso l'uomo che dichiarò guerra ai principi. Resto in silenzio, incapace di muovere un muscolo. Dio onnipresente non è qui né in nessun luogo. Capitolo 2 16 maggio 1525 Giunge il chiarore dell'alba. Mi accascio, esausto. Quando ho riaperto gli occhi, nel buio completo della notte e della mia esistenza, la prima sensazione è stata l'assoluto torpore delle membra. Da quanto tempo se n'erano andati? Dalla strada salivano imprecazioni di ubriachi, rumori di gozzoviglie, grida di donne sottoposte alla legge dei mercenari. A ricordarmi di essere vivo, un prurito d'inferno: sulla pelle una corazza di sudore, paglia e polvere. Vivo, libero di tossire e gemere. Soltanto rialzarmi e issarmi sul tetto con la sacca e la spada è stata una fatica improba. Ho atteso il tempo di abituarmi all'oscurità scrutando il volto della città della morte. Sotto, il bagliore dei falò sparsi ovunque illuminava le ghigne dei soldati in baldoria, intenti a bersi il compenso della vittoria piú facile. Di fronte, buio. Il buio totale della campagna. Sulla sinistra, a poche decine di passi, un tetto sporgeva piú degli altri, scavalcando il vicolo sottostante, fino al confine dell'oscurità assoluta. Strisciando sui tetti, ho trascinato la schiena spezzata fino a quel limite: le mura. Alte come tre uomini, nessuno di guardia. Le ho percorse. Dapprima non ne ho sentito l'odore: la bocca era una cloaca, il naso pregno del sudore e della sporcizia... Poi l'ho avvertito: letame. Letame proprio lí sotto. Mi sono lasciato cadere, cosí, nel buio, che importava. Un cumulo di letame. Di corsa, via, assetato, di corsa, poi ho camminato, inciampato, via, e camminato, via, via, affamato, piú veloce della morte che mi ha sfiorato e del puzzo di merda che mi inseguiva, finché le gambe reggevano. L'alba. Sdraiato in un fosso, bevo acqua fangosa. Sprofondo nell'oscurità mentre si leva il sole. *** Il cielo arde a ponente. Ogni anfratto del corpo brucia; incrostato di merda e fango: vivo. Campi, covoni, il margine di un bosco qualche miglio a sud. Riprendere a scappare. Devo aspettare il buio. Solo. I miei compagni, il maestro, Elias. Solo. I volti dei fratelli, cadaveri stesi nella piana. La sacca e la spada sembrano pesare il doppio. Sono debole: devo mangiare. A pochi passi spighe verdi di grano. Ne strappo a manciate. Mando giú a fatica. Mi chiedo che aspetto devo avere, osservo l'ombra lunghissima sul terreno. Alza una mano e se la porta al viso: gli occhi, la barba, non sono io. Non lo sarò mai piú. Pensare. Dimenticare l'orrore e pensare. Poi muoversi e dimenticare l'orrore. Poi ancora, distruggere l'orrore e vivere. Pensare, dunque. Cibo, soldi, vestiti. Un rifugio, lontano da qui, un posto sicuro, dove avere notizie e rintracciare i fratelli scampati. Pensare. Hans Hut, il libraio. Nella piana, la sua fuga alla vista delle corazze del duca Giorgio, prima del macello. Se qualcuno s'è salvato è Hut. La sua stamperia è a Bibra, vicino a Norimberga. Anni fa pullulava già di fratelli. Un approdo per molti. A piedi, di notte, senza usare le strade, per i boschi e al limitare dei campi, saranno almeno una dozzina di giorni. Capitolo 3 18 maggio 1525 È un bivacco di soldati. Ombre lunghe e rozzi accenti del Nord. Da due giorni e due notti cammino nella foresta, i sensi all'erta, trasalendo a ogni rumore: il battere d'ali degli uccelli, l'ululato lontano dei lupi che corre lungo la schiena e allenta le viscere. Là fuori, il mondo potrebbe essere finito, non esserci piú niente. Verso sud, finché le gambe non tenevano piú e mi lasciavo cadere. Ho inghiottito qualunque cosa potesse ingannare lo stomaco: ghiande, bacche selvatiche, perfino foglie e corteccia quando la fame azzannava piú a fondo... Stremato, l'umidità nelle ossa, e le membra sempre piú pesanti. Il sole era già calato quando nel nero della boscaglia sono apparsi i bagliori di un fuoco. Mi sono avvicinato, strisciando fin dietro questa quercia. Alla mia destra, un centinaio di passi, tre cavalli legati: l'odore potrebbe tradirmi. Resto immobile, indeciso, pensando a quanto tempo guadagnerei spostandomi su una di quelle bestie. Sbircio ancora oltre il tronco: stanno intorno al fuoco, avvolti in coperte, una borraccia passa di mano in mano, quasi sento l'acquavite nei loro aliti. - Oh! E quando abbiamo caricato e scappavano già come pecore? Io ne ho infilzati tre sulla stessa lancia! Allo spiedo! Risate ubriache. - Ho fatto di meglio, io. Me ne sono chiavate cinque mentre saccheggiavamo la città... e tra una e l'altra non ho mai smesso di ammazzarli, quei pezzenti... Una di quelle troie mi ha anche mezzo staccato un orecchio con un morso! Guardate qui... - E tu? - Le ho tagliato la gola, eccheccazzo! - Fatica sprecata, testa di merda. Aspettavi un giorno e te la dava per riavere il cadavere del marito, come tutte le altre... Altra bordata di risate. Uno caccia un altro legno sul fuoco. - Giuro che è stata la vittoria piú facile della mia carriera, c'era solo da sparargli nella schiena e infilzarli come piccioni. Però che spettacolo: teste che saltavano, gente che pregava in ginocchio... Mi son sentito un cardinale! Fa tintinnare una borsa piena e gli altri due gli fanno eco ridacchiando, uno si fa il segno della croce. - Parole sante. Amen. - Vado a pisciare. Lasciatemi un goccio di quella roba... - Ehi, Kurt, vedi di andarla a fare fuori portata, che non voglio dormire con la puzza del tuo piscio sotto il naso! - Sei cosí sbronzo che non ti accorgeresti neanche se ti cagassi sulla faccia... - Vaffanculo, stronzo! Un rutto di risposta. Kurt esce dal cerchio di luce e viene nella mia direzione. Caracolla a pochi passi da me e va oltre, nel fitto della boscaglia. Decidere, adesso. Vestiti. Vestiti meno luridi di questi e la borsa piena di soldi alla cintura. Striscio dietro di lui, rasente gli alberi, finché non sento lo scroscio sull'erba. Stringo la daga. Come mi ha insegnato Elias: una mano davanti alla bocca e non darsi mai il tempo di esitare. Gli taglio la gola prima che possa capire cosa succede. Prima che io stesso possa capirlo. Appena un gorgoglio soffocato e sputa il sangue e l'anima tra le mie dita. Freno la sua caduta. Non avevo mai ucciso un uomo. Slaccio la cintura e prendo la borsa, tolgo la giubba e le brache, faccio un fagotto di tutto nel suo mantello. Via adesso, senza correre, senza fare rumore, un braccio avanti per proteggermi la faccia dai cespugli e dai rami. L'odore del sangue sulle mani, come nella piana, come a Frankenhausen. Non avevo mai ucciso un uomo. Teste che saltano, gente che prega in ginocchio, Elias, Magister Thomas ridotto una larva... Non avevo mai ucciso un uomo. Mi fermo, nel buio piú totale, le voci si odono appena. La spada in pugno. Quello che devo fare. Spalancare la bocca dell'inferno per quei bastardi. Torno indietro, un passo dopo l'altro, le voci sempre piú forti, piú vicine, lascio cadere il fagotto e la sacca, due, a grandi passi, sono due, non darsi il tempo di esitare. - Kurt, dove cazzo... Entro nel cerchio di luce. - Cristo! Un colpo di netto sulla testa. - Merda santa! La lama nel petto, con tutta la forza, finché non vomita sangue. Una mano che si allunga verso l'arma troppo tardi: un colpo sulla spalla, poi alla schiena. Striscia sui gomiti verso la boscaglia, le urla di un porco al macello. Io: sempre piú lento, sopra di lui. Impugno la daga a due mani, l'affondo tra le scapole spaccando le ossa e il cuore. Distruggere l'orrore. Silenzio. Solo il mio ansimare caldo, visibile, nella notte, e il crepitare del fuoco. Mi guardo attorno: non un movimento. Non piú. Li ho fatti fuori tutti, per dio! Capitolo 4 19 maggio 1525 Cavalco, con addosso la divisa dell'infamia. È la divisa a proteggermi, ora. Forse è astuzia, devo abituarmi, forse. Maschera di mercenario dell'infamia, quando l'infamia trionfa, nient'altro. Devo abituarmi. Non avevo mai ucciso prima. Ancora un tramonto a screziare campi e colline di riflessi purpurei, rendere piú vaghi i contorni, dissolvere le certezze se mai ne erano rimaste. Molte miglia percorse, sempre a sud, verso Bibra, in sella a una tenue speranza. Le campagne attraversate portavano i segni del transito dell'orda assassina. Come i resti di una sciagura degli elementi: terreni mai piú fertili; ferraglie e ogni sorta di residui della truppa immonda; qualche cadavere a marcire, carcasse di disgraziati capitati sul cammino; manipoli di mercenari sguinzagliati da chissà quale massacro verso una nuova razzia. Da quando il buio ha inghiottito l'orizzonte e le ultime ombre proseguo a piedi nella boscaglia. Scorgo tra gli alberi bagliori in lontananza: forse altri bivacchi. Pochi passi ancora e un rumore sordo mi viene incontro. Cavalli, clangore di corazze, riflessi di torce sul metallo. L'animale scalpita, devo tenerlo a freno mentre cerco riparo dietro a un tronco. Resto in attesa, accarezzando il collo del cavallo per alleviargli la paura. Il rumore è un fiume in piena. Avanza. Zoccoli e armi scintillanti. Un'orda di fantasmi scorre a pochi metri da me. Finalmente il fragore si fa piú debole, ma la notte non torna a tacere. La luce oltre il bosco si è fatta piú intensa. L'aria è ferma, ma le cime degli alberi ondeggiano: è il fumo. Mi avvicino fino a sentire crepitio di legna bruciata. Gli alberi si aprono a un tratto sulla distruzione assoluta. Il villaggio è avvolto dalle fiamme. Il calore mi investe la faccia, piovono piccole braci e fuliggine. Una zaffata dolciastra, odore di carne bruciata, mi rovescia lo stomaco. Allora li vedo: corpi carbonizzati, sagome indistinte abbandonate al rogo, mentre il vomito sale in gola, taglia il respiro. Le mani avvinghiate alla sella, portami via, a capofitto nella notte, fuggi dall'orrore e dalla presa immonda dell'inferno. Capitolo 5 21 maggio 1525 Tutt'intorno alla stazione di cambio, un gran via vai di carri, carichi della razzia dei villaggi; capitani strillano ordini in dialetti diversi; drappelli di soldati partono in ogni direzione; baratti e compravendite di bottino in mezzo alla strada, tra mercenari piú sporchi di me, e vagabondi ad aspettare gli avanzi. L'altra faccia della devastazione incontrata lungo la strada: retrovie di una guerra senza fronti, la fossa di scolo per il grasso del massacro. Il cavallo ha bisogno di riposo, io di un pasto decente. Ma soprattutto devo orientarmi, trovare la strada piú breve per Norimberga e poi Bibra. - Non è conveniente lasciare incustodito un cavallo di questi tempi, soldato. Una voce sulla destra, oltre una colonna di fanti che riprende la marcia. Robusto, grembiule di cuoio e alti stivali coperti di merda. - Il tempo che entri nella locanda e te lo servono per cena... Nella stalla sarà piú sicuro. - Quanto? - Due scudi. - Troppo caro. - La carcassa del tuo cavallo varrà di meno... Il mercenario pagato e congedato che torna a casa: - D'accordo, ma devi dargli fieno e acqua. - Fallo entrare qui. Sorride: strade piene, affari d'oro. - Vieni da Fulda? Il soldato che torna dalla guerra: - No. Frankenhausen. - Sei il primo che passa... Di' un po', come è stata? Una gran battaglia... - La paga piú facile della mia carriera. Lo stalliere si gira e urla: - Ehi, Grosz, c'è uno che viene da Frankenhausen! In quattro escono dall'ombra, facce ruvide di mercenari. Grosz ha una cicatrice che solca la guancia sinistra e scende sul collo, la mascella incrinata dove la lama ha inciso l'osso. Occhi grigi inespressivi di chi ha visto molte battaglie, abituati al tanfo dei cadaveri. La voce esce da una caverna: - Li avete ammazzati tutti gli zappaterra? Un respiro profondo per deglutire il panico. Volti che scrutano. Il soldato che torna dalla guerra borbotta: - Tutti quanti. Lo sguardo di Grosz cade sulla borsa dei soldi appesa alla cintura: - Stavi col principe Filippo? Altro respiro. Non darsi mai il tempo di esitare. - No, col capitano Bamberg, nelle truppe del duca Giorgio. Gli occhi restano immobili, forse dubbiosi. La borsa. - Abbiamo provato a raggiungere Filippo per unirci ai suoi, ma siamo arrivati a Fulda troppo tardi. Erano già ripartiti: correva come un pazzo, quel rotto in culo! Si è fatto Smalcalda, Eisenach e Salza a marce forzate, neanche il tempo di fermarsi a pisciare... Un altro: - Ci sono toccate le briciole, qualche saccheggio in giro. Sicuro che non c'è piú nessun contadino da ammazzare? Gli occhi del soldato che ha sterminato i contadini nella piana: vetro, come quelli di Grosz. - No. Tutti morti. Facciastorta continua a fissare, riflette sull'affare del momento: quanto è rischioso prendersi la borsa. Sono quattro contro uno. Gli altri tre senza un suo gesto non si muovono. Parla lento: - Mühlhausen. I principi vanno ad assediarla. Lí sí che c'è da fare un gran bottino. Case di mercanti, non di zappaterra pezzenti... Banche, botteghe... - Femmine, - aggiunge ghignando quello piú basso alle sue spalle. Ma Grosz, l'orco, non ride. Nemmeno io, gola secca e fiato che non esce. Vàluta. La mia mano sull'impugnatura della spada, appesa alla cintura insieme alla borsa dei soldi. Ha capito: l'unico colpo sarebbe per lui. Gli squarcerei la gola: posso farlo. Sta scritto nello sguardo piantato sulla sua faccia. Un fremito appena, come verdetto un battito di ciglia. Non vale la pena rischiare. - Buona fortuna. Passano oltre, muti, il rumore degli stivali che affondano nel fango. *** Il grassone mi siede di fronte, stacca grossi bocconi da una coscia di capretto, lunghe sorsate da un gigantesco boccale di birra colano sulla barba unta che, con la benda sull'occhio sinistro, quasi nasconde la faccia. La giubba, consunta e lercia, copre a stento i troppi barili di decenni al soldo di tutti i signori. Durante una pausa il maiale mi interroga: - Cosa ci fa un signorino come te in questo letamaio? Bocca piena che cola, ci passa sopra la mano e poi rutta. Senza guardarlo: - Il cavallo deve riposare, io mangiare. - No, signorino. Cosa ci fai in questo buco di culo di guerra bastarda. - Difendo i principi dai rivoltosi... - non mi dà il tempo di continuare. - Ah... Ah, buona, buona... da quattro pidocchiosi, - mastica, - da una marmaglia di cenciosi, - deglutisce, - che tempi, ragazzini che difendono i signori dalla plebaglia contadina, - rutta di nuovo. - Te lo dico io, signorino, questa è stata la piú merdosa di tutte le guerre merdose che 'sto unico occhio buono ha visto. Soldi, compare, solo soldi e gli affari con quei porci di Roma. I vescovi con tutte quelle baldracche e figli da mantenere! Grana, te lo dico io, che i principi, i duchi, quei fottuti, non pensano ad altro. Prima gli tolgono tutto, ai bifolchi, e poi ci mandano noi, a bastonare quelli che si incazzano. Forse sono troppo vecchio per queste stronzate. Rotti in culo! Ma a 'sto giro c'erano da voltare i cannoni contro i principi e i leccamerda del Papa, avevano tirato fuori i coglioni, gli zappaterra: bruciavano i castelli con tutto quel ben di Dio, inculavano le contesse, sbudellavano i preti vaffanculo! Oh, parlavano sempre di Dio ma spaccavano tutto, quasi quasi ci stavo anch'io, ma poi lo sapevo come andava a finire, non c'è fortuna per i pezzenti. E a noi sempre i soliti quattro soldi di merda. Questa è tutta per loro, - scoreggia, sghignazza, tracanna. - Vaffanculo! Smetto di mangiare, tra sorpresa e disgusto. Il maiale è simpatico, parla come una fogna ma odia i signori. Mi dà coraggio: sono fatti di carne e sangue, non solo ferro affilato. - Te dov'è che stavi? - gli chiedo. - A Eisenach, poi a Salza, poi ero stufo di spaccarmi le braccia sulle schiene dei poveracci. Un vero schifo. Sono troppo vecchio per queste stronzate, ho quarant'anni, cazzo, e vent'anni di questa merda. E te, signorino? - Venticinque. - No, no: dov'eri? - Frankenhausen. - Puttana!!! In mezzo al Giudizio Universale?! Le voci corrono, non avevo mai sentito una roba cosí. - Proprio cosí, compare. - E dimmi un po'... Quel predicatore, quel profeta, uh, quello tosto, come si chiama...? Ah, sí: der Müntzer. Il Coniatore. Che fine ha fatto? Attento. - L'hanno preso. - Non è morto? - No. Ho visto che lo portavano via. Uno del drappello che lo ha catturato mi ha detto che ha lottato come un leone, che è stato difficile, i soldati erano intimoriti dal suo sguardo e dalle sue parole. Mentre lo portavano via sul carro ancora lo sentivo urlare «Omnia sunt communia!» - E che cazzo vuol dire? - «Tutto è di tutti». - Merda, un bel tipo. E te sai il latino? Sogghigna. Abbasso lo sguardo. Capitolo 6 24 maggio 1525 Poche ore di viaggio e le colline della Selva Turingia erano già uno sbiadito riflesso nel grigio cupo del cielo alle mie spalle. Avevo da poco superato la fortezza di Coburgo, diretto alla locanda del borgo di Ebern. Ancora due giorni di marcia, tre al massimo, lungo le valli boscose che l'Alta Franconia cominciava a spalancare di fronte a me. Una strada larga, normalmente affollata da carri di mercanti tra l'Itz e il Meno. Quella sera a Ebern, il giorno dopo a Forscheim, per evitare gli sguardi indiscreti di Bamberga, poi Norimberga e Bibra finalmente. Per la prima volta ho sentito di potercela fare. Questa fatica, che torna ad addentarmi, l'avevo scordata, annullata dalla forza di chi si arrampica oltre l'orlo della disfatta. *** Mi è venuta incontro da lontano, mentre il cielo si colmava di nubi: dolente, lacera, tragica. Una coltre sottile la precedeva, impasto di luce tenue e grigiastra, con la pioggia leggera che rende incerti vista e respiro, sulla spianata della valle stretta, che contavo di superare entro il tramonto. Procedeva lenta, forse qualche ora di cammino alle spalle dall'incedere del giorno, dopo una notte accampata chissà come, con davanti il buio insopportabile di un viaggio senza approdo. Non avevano carri, né buoi né cavalli. Sacchi sulle spalle. Fiumana di scampati, inondazione di miseria per le torri splendide di Coburgo. La colonna di umanità massacrata strisciava, inerme, schiacciata dall'orma gigantesca del Cielo. Trascinarsi spossato di masserizie, gemito di infermi sotto bende sudicie, anziani adagiati su lettighe di fortuna. Litanie incessanti e pianto di bambini a intonare lo strazio. Solo alcune donne provavano a dare una direzione ai corpi: risalivano piú volte quelle fila scomposte, dando conforto ai feriti o incoraggiando ad avanzare chi cedeva al peso della sciagura; sempre con piccoli avvinghiati alle spalle, alle braccia o in grembo, volti tragici e alteri. Quella forza impensabile, solenne, infondeva un alito di vita nella carne sventurata di chissà quale villaggio, lo stesso incontrato giorni fa, o un altro, o ancora. Esisterà un brandello di mondo sfuggito al cataclisma? Ne ho seguito la fatica dei passi, bordeggiando qualche decina di metri alla destra, per un tempo immobile, eterno. Ogni tanto uno sguardo, un lamento implorante mi attraversava da parte a parte. Centinaia di uomini sottomessi a un solo soldato: non un gesto di disprezzo, non un accenno di reazione. Sfiniti, tutti, attoniti davanti alla rovina. A me, fuggiasco sotto le spoglie dell'assassino, si rivolgeva la preghiera dei Senzaniente. Poi, un volto di donna, rompendo l'inerzia, mi è venuto incontro. Vivo, nell'immane stanchezza, staccandosi dalla colonna piangente, dopo aver affidato ad altre braccia i due cuccioli affamati che portava con sé. - Non abbiamo piú nulla, soldato. Solo le ferite degli storpi e le lacrime dei nostri bambini. Cos'altro ancora? Non ho trovato parole, a lenire il rimorso per l'impotenza e la colpa di essere vivo, di fronte a quegli occhi fieri, chiodi conficcati nella carne. Dovevo scendere da cavallo, raccogliere i suoi figli, darle denaro e aiuto. Soccorrere la mia gente, la schiera degli eletti rovinata nel fango da cui voleva affrancarsi. Scendere e rimanere. Ho colpito con forza i fianchi del cavallo. Quasi alla cieca. Capitolo 7 Eltersdorf, Franconia, 10 giugno 1525 Guadagnarsi il pane è davvero faticoso e triste. L'uomo si inventa pietose bugie a proposito del lavoro. Ecco un'altra e abominevole idolatria, il cane che lecca il bastone: il lavoro. Ceppo e ascia dal sorgere del sole. Faccio legna nel cortile che separa l'orto e la stalla dalla casa di Vogel. Wolfgang Vogel: per tutti pastore di Eltersdorf, seguace di Lutero; per Hut un ottimo aiuto nel diffondere libri, opuscoli, manifesti; per i contadini insorti «Leggilabibbia», dal suo ritornello: «Ora che Dio parla nella vostra lingua, dovete imparare a leggere la Bibbia da soli. Non avete piú bisogno di dottori». «Allora neanche di te c'è bisogno», era la risposta piú frequente, che comunque non lo scoraggiava mai. E bravo Leggilabibbia: accoglienza calorosa, pacca sulla spalla, informarsi su chi è vivo e chi è morto, e mi ritrovo con una scure in mano davanti a una catasta di legna. Sono qui solo da due giorni e devo guadagnarmi l'ospitalità. A Bibra Hut non c'era, la stamperia chiusa. Mi hanno detto che era passato di là una settimana prima, ma era subito ripartito per la Franconia settentrionale, a battezzare quanta piú gente poteva. Come un viandante che arrivi a un ostello in fiamme e chieda cosa c'è per cena. Quando ho saputo che Vogel era di nuovo a Eltersdorf, il tempo di cambiare cavallo, fare provviste e sono ripartito. Eltersdorf. Ho una stanza, un piatto di minestra e un nuovo nome: Gustav Metzger. Sono ancora vivo e non so come. Di rimettersi in strada, per ora non se ne parla. *** Eltersdorf, estate 1525 Giornate lunghe, insopportabili. Pulire la stalla, spaccare legna, riempire la mangiatoia dei porci, in attesa che la scrofa figli. Raccogliere i frutti del piccolo orto, aggiustare gli arnesi sempre in procinto di tirare le cuoia. Mansioni ripetitive, pura coazione degli arti, svolte ogni giorno per avere diritto a una ciotola da cane di cortile. Intanto le notizie che giungono da fuori parlano di massacri ovunque: la rappresaglia dei principi si è rivelata all'altezza della sfida che avevamo lanciato. Le teste dei contadini restano basse sull'aratro: non sono piú quelli che hanno impugnato le falci come spade. In tutto il paese non c'è quasi nessuno con cui riesca a scambiare due parole. Vado fino al mulino a far macinare il grano di Vogel e incontro qualcuno per strada, poche battute sul pastore Wolfgang, l'unico del villaggio ad avere frumento per il mugnaio. Una delle poche cose piacevoli della giornata sono le discussioni con Hermann, un contadino rincoglionito che tiene dietro all'orto di Vogel. Per la verità parla quasi solo lui, mentre vibra colpi con l'ascia sui ciocchi di legno, perché ognuno, dice, ha le mani che si merita, e lui è nato che aveva già i calli, e i dottorini come me è meglio che tocchino soltanto libri. Sorride, bocca mezza sdentata, e giura che questa guerra l'hanno vinta i poveracci come lui. Racconta di quando hanno preso il castello del conte e per dieci giorni si sono fatti servire da lui e dai suoi uomini, mentre la notte si scopavano la signora e le figlie. Quella è stata la loro grande vittoria: nessuno può pensare di rovesciare i potenti per molto tempo, anche perché se governassero i contadini e i signori lavorassero la terra si morirebbe presto tutti quanti di fame, ché ognuno ha le mani che si merita... Eppure, per un signore, leccare i piedi di un servo e dover rimettere il coso dove l'ha messo un bifolco, è la piú accecante delle sconfitte. Per quelli come Hermann, il piú sacro dei godimenti. Ride come uno scemo, sputacchiando tutt'intorno, e per fargli ancor piú piacere, gli dico che, forse, il prossimo conte sarà proprio figlio suo e che quello è un bel modo di abbattere i potenti: inquinargli la prole. Con Vogel invece c'è poco da discutere. È un brav'uomo, ma non mi piace: dice che il fato e la suprema volontà divina hanno voluto che le cose andassero cosí, che l'orribile massacro di inermi avesse luogo, che l'insondabile, suprema potenza ci esorta a comprendere attraverso i suoi segni, anche quelli tragici o funesti, che non è la volontà degli uomini, anche quelli giusti e meritevoli del regno, sufficiente a realizzare la sua promessa in terra. Che si fotta, Vogel e con lui le promesse e tutto il resto. *** Adesso mi volto quando mi chiamano Gustav, mi sono abituato a un nome che non è piú mio di qualunque altro. *** La sera, la luce delle candele basta appena per leggere qualche pagina della Bibbia. La mia stanza: pareti di legno, una branda, uno sgabello e un tavolo. Sopra il tavolo, la sacca del Magister, un grumo informe di fango incrostato. Nessuno l'ha piú spostata da lí. Non c'è piú niente, niente oltre quella sacca portata fin qui da Frankenhausen, a ricordarmi le promesse mancate e il passato. Niente che valga il rischio di essere conservato. Avrei dovuto bruciarla subito, ma ogni volta, avvicinarsi per afferrarla era come ritrovarsi in cima a quella scala e sentire il peso che tirava giú, mentre abbandonavo il Magister al suo destino. Per la prima volta la apro. Quasi si sbriciola tra le mani. Le lettere ci sono ancora tutte, ma l'umidità le ha mangiate e imputridite. I fogli si tengono insieme a fatica. Al magnifico maestro nostro messer Thomas Müntzer de Quedliburck, il saluto dei contadini della Foresta Nera e di Hans Müller von Bulgenbach, ribellatisi all'unisono e con la forza al turpissimo signore Sigmund von Lupfen, colpevole di aver affamato e vessato i suoi servi e le loro famiglie inverno dopo inverno, riducendoli alla disperazione. Maestro nostro, scrivo per informarVi che una settimana è trascorsa da quando i nostri dodici articoli sono stati presentati al Consiglio della città di Villingen, il quale ha risposto prontamente accogliendo solo alcune delle richieste in essi contenute. Una parte dei contadini ha quindi ritenuto di non poter ottenere di piú e ha scelto di ritornare alle proprie case. Ma una parte non esigua di essi ha invece deciso di proseguire la protesta. Io stesso sto cercando di raggiungere i contadini dei territori vicini per trovare rinforzi in questa giusta lotta e Vi scrivo con la fretta di chi ha già un piede nella staffa, certo che non vive altro uomo in tutta la Germania piú pronto di Voi a giustificare la mia concisione e sperando di cuore che questa missiva possa raggiungerVi. Che Dio Vi accompagni sempre, l'amico dei contadini, Hans Müller von Bulgenbach Di Villingen, il giorno 25 di novembre dell'anno 1524 Müller, probabilmente morto. Avrei voluto conoscerlo allora. E non è passato un anno. Un anno che adesso sembra dall'altra parte del mondo, come le sue parole. L'anno in cui tutto è stato possibile, se mai davvero lo è stato. Pesco ancora nella sacca. Un foglio giallo e sbrindellato. Al Maestro dei contadini, signor Thomas Müntzer, difensore della fede contro gli empi, presso la chiesa di Nostra Signora in Mühlhausen. Maestro nostro, il giorno della santa Pasqua, approfittando dell'assenza del conte Ludwig, i contadini hanno dato l'assalto al castello di Helfenstein, e dopo averlo depredato e aver catturato la contessa e i figli si sono diretti verso le mura della città dove il conte e i suoi nobili si erano rifugiati. Grazie all'appoggio dei cittadini hanno fatto irruzione all'interno e li hanno catturati. Quindi, hanno condotto il conte e altri tredici nobili in aperta campagna e li hanno costretti a passare sotto il giogo. Nonostante in cambio della vita il conte avesse offerto molto denaro, lo hanno ucciso insieme ai suoi cavalieri, lo hanno spogliato e lasciato in mezzo al bosco con le spalle allacciate al giogo. Tornati al castello, gli hanno appiccato fuoco. La notizia di questi avvenimenti non ha tardato a raggiungere le contee vicine, seminando il panico tra i nobili che ora sanno di poter subire la stessa sorte del conte Ludwig. Sono certo che questi accadimenti saranno un viatico di primaria importanza per il riconoscimento dei dodici articoli in tutte le città. In questo giorno di Pasqua, il Cristo resuscita dai morti per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi (Is 57, 15). Che la grazia di Dio non vi abbandoni, il capitano delle schiere contadine del Neckar e dell'Odenwald, Jäklein Rohrbach Di Weinsberg, il giorno 18 aprile dell'anno 1525 Stringo il foglio ammuffito. Conosco questa lettera, Magister Thomas la lesse ad alta voce per ricordare a tutti che il momento del riscatto era vicino. La sua voce: il fuoco che ha incendiato la Germania. La dottrina, il pantano (1519-1522) Capitolo 8 Wittenberg, Sassonia, aprile 1519 Città di merda, Wittenberg. Miserabile, povera, fangosa. Un clima insalubre e aspro, senza vigneti né frutteti, una birreria fumosa e gelata. Che cosa c'è a Wittenberg, se togli il castello, la chiesa e l'università? Vicoli sudici, strade piene di mota, una popolazione barbara di commercianti di birra e di rigattieri. Siedo nel cortile dell'università con questi pensieri che affollano la testa, mangiando un bretzel appena sfornato. Lo rigiro tra le mani per raffreddarlo mentre osservo il bivacco studentesco che connota quest'ora della giornata. Focacce e zuppe, i colleghi approfittano del sole tiepido e pranzano all'aperto in attesa della prossima lezione. Accenti diversi, molti di noi vengono dai principati vicini, ma anche dall'Olanda, dalla Danimarca, dalla Svezia: rampolli di mezzo mondo accorrono qui per ascoltare la viva voce del Maestro. Martin Lutero, la sua fama è volata sulle ali del vento, anzi sui torchi degli stampatori che hanno reso famoso questo posto, fino a un paio d'anni fa dimenticato da Dio e dagli uomini. Gli eventi... gli eventi precipitano. Nessuno aveva mai sentito nominare Wittenberg e adesso arrivano sempre piú numerosi, sempre piú giovani, perché chi vuole partecipare all'impresa deve stare qui, nel pantano piú importante di tutta la Cristianità. E forse è vero: qui si sta sfornando il pane che impegnerà i denti del Papa. Una nuova generazione di dottori e teologi che libereranno il mondo dagli artigli corrotti di Roma. Eccolo che avanza, pochi anni piú di me, la barba appuntita, magro e scavato come solo i profeti possono essere: Melantone, la colonna di sapienza classica che il principe Federico ha voluto affiancare a Lutero per dare prestigio all'università. Le sue lezioni sono brillanti, alterna citazioni da Aristotele a passi delle Scritture che può leggere in ebraico, come attingesse da un pozzo inesauribile di conoscenza. Al suo fianco il rettore, Carlostadio, l'Integerrimo, parco nel vestire, qualche anno ben portato in piú. Dietro, Amsdorf e il fido Franz Günther, come cuccioli legati a un guinzaglio invisibile. Annuiscono e basta. Carlostadio e Melantone discutono passeggiando. Negli ultimi tempi accade spesso. Si coglie qualche frase, brandelli di latino a volte, ma l'argomento resta oscuro. Lungo i muri dell'università la curiosità cresce come un rampicante: le menti giovani bramano nuove questioni su cui saggiare zanne da latte. Si siedono su un gradino proprio di fronte a me, dall'altra parte del cortile. Con finta indifferenza capannelli di studenti prendono forma tutt'intorno. La voce efebica di Melantone mi raggiunge. Cosí accattivante in aula quanto stridula qui fuori. - ... e dovresti convincertene una volta per tutte, mio buon Carlostadio, non ci sono parole piú limpide di quelle dell'apostolo: «Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite, perché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio, quindi chi si oppone all'autorità si oppone all'ordine stabilito da Dio». Questo scrive San Paolo nella Lettera ai Romani. Decido di alzarmi e di unirmi agli altri spettatori, proprio mentre Carlostadio ribatte. - È ridicolo pensare che quel cristiano per il quale, secondo la parola dello stesso San Paolo, «la legge è morta», la legge morale data da Dio agli uomini debba obbedire ciecamente alle leggi spesso ingiuste fatte dagli uomini! Cristo dice: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». I Giudei usavano la moneta di Cesare riconoscendo l'autorità romana. Quindi era giusto che accettassero anche tutti quegli obblighi civili che non pregiudicavano quelli religiosi. In questo modo Cristo con le sue parole distingue il campo politico da quello religioso e accetta la funzione dell'autorità civile, ma solo a condizione che non si sovrapponga a Dio, che non si mescoli a Lui. Quando infatti si sostituisce a Dio non promuove piú il bene comune, ma rende schiavo l'uomo. Ricorda il Vangelo di Luca: «Adorerai il Signore Dio tuo, e servirai lui solo»... L'aria si è fatta piú pesante, orecchie tese e sguardi che saltano da una parte all'altra. Si è formata un'arena, un semicerchio perfetto di studenti, come se qualcuno avesse delimitato col gesso il campo dello scontro. Günther sta in piedi, zitto, valutando da che parte converrà schierarsi. Amsdorf ha già scelto la sua: nel mezzo. Melantone scuote la testa e strizza gli occhi accennando un sorriso magnanimo. Mostra sempre l'atteggiamento di un padre che spiega al figlio come stanno le cose. Come se la sua mente comprendesse la tua, racchiudendola, avendo già capito tutto quello che tu capirai da qui alla fine dei tuoi giorni. Guarda compiaciuto il pubblico, ha di fronte a sé la Nuova Cristianità. Misura le parole, le pesa sulla stadera, prima di ribattere. - Devi scavare piú a fondo, Carlostadio, non fermarti alla superficie. Il senso del «date a Cesare» è ben diverso... Cristo distingue tra i due ambiti, quello dell'autorità civile e quello di Dio, è vero. Ma lo fa perché, appunto, a ciascuna delle due venga dato ciò che le spetta, giacché le due forme di autorità sono speculari. Questa è la volontà del Signore. San Paolo stesso ci ha spiegato questo concetto. Egli dice: «dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto». Inoltre, mio buon amico, se i fedeli si comportano onestamente non hanno nulla da temere dalle autorità, anzi, ne saranno lodati. Chi invece compie azioni malvagie, deve temere, perché se il sovrano porta la spada c'è un motivo: egli è al servizio di Dio per punire giustamente chi opera il male. Carlostadio, lento, corrucciato: - Ma chi punirà il sovrano che non opera onestamente? Melantone, sicuro: - «Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina». Il Signore dice: «A me la vendetta, sono io che ricambierò». L'autorità ingiusta è punita da Dio, Carlostadio. Dio l'ha posta sulla terra, Dio può distruggerla. Non spetta a noi contrapporci a essa. E del resto, quali parole piú limpide di quelle dell'apostolo: «Benedite coloro che vi perseguitano»? Carlostadio: - Certo, Melantone, certo. Non dico che non dobbiamo amare anche i nostri nemici, ma converrai con me che dobbiamo almeno guardarci da coloro che, seduti sulla cattedra di Mosè, serrano il regno dei cieli in faccia agli uomini... Padrebuono Melantone: - I falsi profeti, mio buon Carlostadio, quelli sono i falsi profeti... E il mondo ne è pieno. Perfino qui, in questo luogo di studio graziato dal Signore... Perché è tra i sapienti che si annida l'alterigia, la presunzione di mettere in bocca le parole al Signore per innalzare la propria fama personale. Ma Egli ci ha detto: «Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti». Noi serviamo Dio e combattiamo per la vera fede contro la corruzione secolare. Non dimenticarlo, Carlostadio. Un colpo basso, sleale. Un velo di debolezza, l'ombra del conflitto che lo rode, si posa sulla figura del rettore. Sembra confuso, poco convinto, ma accusa la ferita. Melantone è in piedi: ha insinuato il dubbio, non resta che dare il colpo di grazia. In quel momento una voce si alza dalla platea. Una voce ferma, chiara, che non può appartenere a uno studente. - «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe e sarete condotti davanti ai loro governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani...» Forse che il nostro Maestro Lutero ha timore di presentarsi al cospetto dell'autorità per essere giudicato dai tribunali? Non vi basta la sua testimonianza per capire? Quello di Lutero è il grido che si alza dai campi e dalle miniere, contro chi ha fatto scempio della vera fede: «Colui che viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra». Lutero ci ha indicato la via: quando l'autorità degli uomini si oppone alla testimonianza il vero cristiano ha il dovere di affrontarla. Guardiamo il volto di chi ha appena parlato. Lo sguardo è ancor piú duro e deciso delle parole. Non si distoglie mai da Melantone. Melantone. Strizza gli occhi deglutendo la rabbia, stupito. Qualcuno gli ha rubato la parola. Due rintocchi. Chiamano alla lezione di Lutero. Si deve andare. Silenzio e tensione si sciolgono nel brusio degli studenti, impressionati dalla disputa, e nelle frasi di circostanza di Amsdorf. Tutti fluiscono verso il fondo del cortile. Melantone non si muove, gli occhi, piantati su chi gli ha strappato una vittoria certa. Si fronteggiano a distanza, finché qualcuno non prende il professore sotto braccio per accompagnarlo all'aula. Prima di andare, il tono della voce è una promessa: - Avremo occasione di parlare ancora. Sicuramente. Nel corridoio affollato che precede l'aula dove ci attende il sommo Lutero, affianco il mio amico Martin Borrhaus, che tutti chiamiamo Cellario, anche lui eccitato dall'evento. A voce bassa: - Hai visto la faccia di Melantone? Messer Linguatagliente lo ha toccato. Sai chi è? - Si chiama Müntzer. Thomas Müntzer. Viene da Stolberg. L'occhio di Carafa (1521) Lettera inviata a Roma dalla città di Worms, sede della Dieta imperiale, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 14 maggio 1521 All'illustrissimo e reverendissimo signore e padrone onorandissimo Giovanni Pietro Carafa, in Roma. Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio onorandissimo, scrivo a Vostra Signoria a proposito di un avvenimento gravissimo e misterioso: Martin Lutero è stato rapito due giorni fa mentre faceva ritorno a Wittenberg con il salvacondotto imperiale. Quando Ella mi ha commissionato di seguire il monaco alla Dieta imperiale di Worms non mi ha fatto parola di alcun disegno di tal genere; se c'è qualcosa che si è sottratto alla mia attenzione e che dovrei sapere, attendo con ansia che la Signoria Vostra voglia metterne a conoscenza il suo servitore. Se, come credo, le mie informazioni non erano manchevoli, allora posso affermare che una minaccia oscura e gravissima incombe sulla Germania. Pertanto ritengo essenziale comunicare a V.S. quali sono stati i movimenti di Lutero e intorno a lui nei giorni della Dieta e quale è stato il comportamento del suo signore, il Principe Elettore di Sassonia Federico. Il martedí 16 di aprile all'ora del pranzo la guardia di città posta sulla torre del duomo ha dato a suono di tromba il segnale consueto per l'arrivo di un ospite di riguardo. La notizia dell'arrivo del monaco si era già diffusa in mattinata e molte persone gli erano andate incontro. La sua modesta vettura, preceduta dall'araldo imperiale, era seguita da un centinaio di persone a cavallo. Una grande folla ingombrava la strada, cosí da impedire al corteo di procedere speditamente. Prima di entrare all'albergo Johanniterhof tra le ali di folla, Lutero ha guardato intorno con occhi di indemoniato gridando «Dio sarà per me». A poca distanza, all'albergo del Cigno, aveva preso stanza il Principe Elettore di Sassonia col suo seguito. Fin dalle prime ore della sua residenza, cominciò un andare e venire di piccola nobiltà, borghigiani e magistrati, ma nessuno dei personaggi piú importanti della Dieta ha inteso compromettersi visibilmente con il monaco. Eccetto il giovanissimo langravio Filippo d'Assia, che ha sottoposto a Lutero sottili questioni riguardanti i costumi sessuali nella Babilonica, ricevendo da questi un severo rabbuffo. Lo stesso principe Federico lo vide soltanto nelle sedute pubbliche. Del resto non nelle sedute pubbliche del 17 e 18 di aprile si sono svolti i veri negozi, quanto nelle conversazioni private e in alcuni avvenimenti che sono accaduti durante la permanenza di Lutero a Worms. Come la Signoria Vostra già saprà, nonostante l'avversione nutrita dal giovane Imperatore Carlo nei confronti del monaco e delle sue tesi, la Dieta non è riuscita a farlo ritrattare, né a prendere i giusti provvedimenti prima che gli avvenimenti precipitassero. Questo a causa delle manovre abilmente orchestrate da alcuni misteriosi sostenitori di Lutero, tra i quali credo di poter annoverare l'Elettore di Sassonia, anche se non è possibile affermarlo con certezza assoluta, per via del carattere sotterraneo e oscuro di tali manovre. - La mattina del 19 di aprile l'Imperatore Carlo V ha convocato gli elettori e i principi per chiedere di prendere una posizione decisa su Lutero, manifestando a essi il proprio rammarico per non aver proceduto energicamente contro il monaco ribelle fin da subito. L'Imperatore ha confermato il salvacondotto imperiale di ventun giorni a patto che il frate non predicasse durante il viaggio di ritorno a Wittenberg. Nel pomeriggio di quello stesso giorno i principi e gli elettori si sono convocati per deliberare sulla richiesta imperiale. La condanna per Lutero è stata approvato con quattro voti su sei. L'Elettore di Sassonia certamente ha votato contro, e questa è stata la sua prima e unica manifestazione aperta in favore di Lutero. - La notte del 20 «sono stati però affissi da ignoti in Worms due manifesti: il primo conteneva minacce contro Lutero; il secondo dichiarava che 400 nobili si erano impegnati con giuramento a non abbandonare il «giusto Lutero» e a dichiarare la loro inimicizia ai principi e ai romanisti e anzitutto all'arcivescovo di Magonza. Questo accadimento ha gettato sulla Dieta l'ombra di una guerra di religione e di un partito luterano pronto a insorgere. L'arcivescovo di Magonza, spaventato, ha chiesto e ottenuto dall'Imperatore che si riesaminasse tutta la questione, per non correre il pericolo di spaccare in due la Germania e prestare il fianco a una rivolta. Chiunque abbia affisso quei manifesti ha ottenuto quindi lo scopo di far concedere alla causa una proroga di alcuni giorni e di diffondere timore e circospezione riguardo all'eventuale condanna di Lutero. - Il 23 e 24, dunque, Lutero è stato esaminato da una commissione nominata dall'Imperatore per l'occasione e, come forse la S.V. già saprà, ha continuato a rifiutare la proposta di una ritrattazione. Ciononostante il suo collega di Wittenberg che lo aveva accompagnato alla Dieta, Amsdorf, ha sparso la voce che si era vicini a un accordo conciliatorio tra Lutero, la Santa Sede e l'Imperatore. Perché, Signore mio illustrissimo? Io credo, ancora dietro suggerimento dell'Elettore Federico, per guadagnare altro tempo. - Di conseguenza, tra il 23 e il 24 si è avuta una grande alternanza di mediatori per ricomporre la rottura tra Lutero e la Santa Sede, rappresentata qui a Worms dall'arcivescovo di Treviri. - Il 25 si è tenuto un incontro privato, senza testimoni, tra Lutero e l'arcivescovo di Treviri che, come era prevedibile, ha vanificata tutta la diplomazia dei due giorni precedenti. Privatamente Lutero, come già aveva palesato durante le sedute della Dieta al cospetto dell'Imperatore, ha rifiutato «per coscienza» di ritrattare le sue tesi. Si è sancita quindi una rottura incolmabile e definitiva. In quelle ore per le strade della città correvano voci di un imminente arresto di Lutero. - La sera dello stesso giorno, sono state notate due figure avvolte nei mantelli recarsi nella stanza di Lutero. L'albergatore li ha riconosciuti come Feilitzsch e Thun, i consiglieri del Principe Elettore Federico. Cosa è stato approntato durante quell'incontro notturno? La S.V. potrà forse trovare risposta negli avvenimenti dei giorni successivi. - La mattina del giorno seguente, il 26, Lutero ha lasciato senza rumore la città di Worms, con una piccola scorta di nobili suoi simpatizzanti. L'indomani era a Francoforte; il 28 a Friedberg. Qui egli ha indotto l'araldo imperiale a lasciarlo proseguire da solo. Il 3 maggio Lutero ha abbandonato la strada maestra e ha proseguito il viaggio per vie secondarie, adducendo come motivazione al mutamento di itinerario una visita ai suoi parenti, presso la città di Möhra. Ha anche indotto i suoi compagni di viaggio a proseguire direttamente in un'altra carrozza. I testimoni dicono che quando ha ripreso il viaggio da Möhra era solo nella vettura, con Amsdorf e il collega Petzensteiner. Dopo qualche ora la carrozza è stata fermata da alcuni uomini a cavallo i quali hanno domandato al conducente chi fosse Lutero e, riconosciutolo, lo hanno preso con la forza e trascinato via con loro nella macchia. Alla Signoria Vostra risulterà evidente come non sia possibile non vedere Federico, l'Elettore di Sassonia, dietro a tutto questo macchinare. Ma nel caso che Ella abbia scrupolo di correre a una troppo affrettata conclusione, mi sia consentito dunque di mettere davanti agli occhi di V.S. alcuni quesiti. Chi aveva interesse a ritardare la condanna di Lutero, tenendo aperta la diatriba? E conseguentemente chi, per rallentare la sentenza, aveva interesse a paventare la minaccia di un partito dei cavalieri pronto a difendere il monaco con la spada contro l'Imperatore e il Papa? Infine, chi aveva interesse a mettere al sicuro Lutero inscenando un rapimento, senza rivelarsi apertamente e senza compromettersi agli occhi dell'Imperatore stesso? Ho l'audacia di credere che anche la S.V. giungerà alla conclusione del suo servitore. Si respira l'aria della battaglia, mio Signore, e la fama di Lutero cresce ogni giorno di piú. La notizia del suo rapimento ha scatenato panico e agitazione indicibili. Anche chi non condivide le sue tesi, riconosce ormai in lui una voce autorevole della riforma della Chiesa. Una grande guerra religiosa è in procinto di scatenarsi. I semi che Lutero ha sparsi, rapito dall'impeto della convinzione, stanno per dare i loro frutti. Discepoli ansiosi di passare all'azione si preparano a trarre, con intrepida logica, le conseguenze dei suoi pensieri. Se la sincerità è una virtú, la Signoria Vostra mi consentirà forse di affermare che i protettori di Lutero hanno già raggiunto l'obiettivo di trasformare il monaco in un ariete contro la Santa Sede, organizzando intorno a costui un ampio seguito di popolo. E adesso, essi stanno soltanto aspettando il momento piú opportuno per dar battaglia in campo aperto. Non mi occorre a dire altro se non che bacio le mani a V.S. e a quella con tutto il cuore mi raccomando. Di Worms, il giorno 14 di maggio 1521 il fedele osservatore di Vostra Signoria Illustrissima Q. Lettera inviata a Roma dalla città sassone di Wittenberg, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 27 ottobre 1521. All'illustrissimo e reverendissimo signore e padrone onorandissimo Giovanni Pietro Carafa, in Roma. Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio onorandissimo, scrivo a Vostra Signoria per informarla che non v'è ormai dubbio sulla responsabilità del Principe Federico nel sequestro di Lutero. Qui a Wittenberg le voci riferiscono di una prigionia volontaria del monaco in uno dei castelli dell'Elettore, nel nord della Turingia. Se non bastassero le voci, che di giorno in giorno si aggiungono a confermare questa verità, sarebbe sufficiente a fugare ogni residuo infingimento leggere nel volto sereno del dottissimo ed effeminato Melantone, oppure nello scorrere quotidiano senza angoscia delle attività di insegnamento e formazione dei discepoli, o ancora di piú nella frenesia del rettore Carlostadio. Lutero dunque non è stato rapito, bensí messo in salvo dal suo protettore. Ma vengo subito a rispondere al quesito che Vostra Signoria poneva nella sua ultima missiva. È pure vero che ora l'attenzione e le forze dell'Imperatore sono rivolte alla guerra contro la Francia e per il partito dei seguaci di Lutero potrebbe essere il momento propizio per palesarsi. Io però non credo che ciò avverrà in breve tempo. Se questi occhi sono buoni a qualcosa, posso affermare che il Principe Federico e i suoi alleati temporeggeranno. Egli non ha alcun interesse a fomentare la rivolta contro il Papa, perché sa che potrebbe perderne il controllo e che potrebbe essere sconfitto. L'Imperatore infatti accorrerebbe in difesa della cattolicità, ed egli è ancora troppo forte per essere sfidato in campo aperto. Ma vi è anche un altro fondamento alla prudenza dell'Elettore di Sassonia. La piccola nobiltà senza terra si è raccolta intorno a due nobili decaduti, simpatizzanti di Lutero, certi Hutten e Sickingen, i quali nel prossimo anno potrebbero tentare un'insurrezione. Credo quindi che i principi, Federico in testa a tutti, non vorranno lasciare aperto un varco a questi tumultuosi subalterni e che saranno uniti nell'abbatterli, per mantenere essi soli il controllo di ogni riforma. Ma ancora un'altra ragione spinge l'Elettore a prendere tempo. Ciò di cui infatti non ho ancora riferito alla S.V. è l'umore popolare che si coglie nell'aria da qualche mese a questa parte. In particolare gli avvenimenti di Wittenberg, nell'assenza di Lutero, incalzano da vicino l'Elettore. Il rettore dell'università, Andrea Carlostadio, guida infatti una riforma che trova largo seguito tra la popolazione. Egli ha abolito i voti monastici e il celibato per gli uomini di Chiesa. La confessione auricolare, il canone della messa e le immagini sacre hanno subito la stessa sorte. Ha scatenato la ferocia popolare contro le immagini dei santi, e si sono avuti episodi di violenza che hanno portato alla deturpazione di chiese e cappelle. Egli stesso si è prontamente sposato con una giovane donna di appena quindici anni. Veste di sacco e predica in tedesco per le strade, parlando di umiltà e abolizione di tutti i privilegi ecclesiastici. Non si fa scrupolo di sostenere che le Scritture devono essere lasciate al popolo, libero di appropriarsene e di interpretarle come meglio crede. Neanche Lutero avrebbe mai osato tanto. Riguardo all'amministrazione civica poi, Carlostadio ha instaurato un consiglio municipale elettivo che regga la città al pari del Principe e questo spaventa non poco Federico. Ciò che infatti egli pensava di volgere a proprio favore rischia di rivolgersi contro lui stesso: la riforma della Chiesa e l'indipendenza da Roma potrebbero mutarsi in riforma dell'autorità e indipendenza dai Principi. Per questo motivo credo che l'Elettore non tarderà a far uscire Lutero dalla tana in cui lo tiene nascosto, affinché scacci questo Carlostadio. Posso assicurare inoltre a Vostra Signoria che qualora Lutero dovesse tornare a Wittenberg, Carlostadio sarebbe costretto ad andarsene. Egli infatti non è in grado di sostenere lo scontro con il profeta della riforma tedesca: resta sempre un piccolo rettore di università, mentre, dopo Worms, Lutero è ormai per tutti i tedeschi l'Ercole Germanico. Ebbene, mio signore, io sono certo che questo Ercole abbatterà la sua clava su Carlostadio e su chiunque minacci di oscurare la sua fama, se soltanto l'Elettore glielo consentirà. Federico dal canto suo sa bene che soltanto Lutero è in grado di guidare la riforma nella direzione che gli sia piú utile; essi hanno bisogno l'uno dell'altro come il nocchiero e il vogatore per governare una nave. Sono certo che Lutero non tarderà molto a tornare a Wittenberg; e pulirà il campo da tutti gli usurpatori del suo scranno. Dunque, per tutte queste ragioni il principe Federico e i suoi alleati non hanno ancora affrontato apertamente la Chiesa e l'Imperatore. Ora, se mai fosse concesso al servo il dare consigli al proprio signore, sono sicuro che egli parlerebbe cosí: «Quello che sembra, mio signore, è che per colpire a un tempo l'Elettore e tutti i principi che intendono ribellarsi all'autorità della Chiesa romana, occorra colpire proprio l'Ercole Germanico di cui costoro si fanno scudo. Il popolo, i villici e i contadini, sono scontenti e tumultuosi, vorrebbero riforme ben piú ardite di quelle che il principe Federico e forse lo stesso Lutero sono disposti a concedere. La verità è che il portale che Lutero ha aperto, adesso lo si vorrebbe ben chiuso. Ora, questo Carlostadio non vale molto, avrà vita breve. Ma il fatto che tante persone qui a Wittenberg l'abbiano seguito, è un segno chiaro del sentimento che anima il popolo. Se dunque dalle onde di questo burrascoso oceano tedesco emergesse un Altro Lutero, piú diavolo del frate del diavolo, qualcuno che ne offuscasse la fama e desse voce alle richieste del volgo... qualcuno che mettesse a ferro e fuoco la Germania con le sue parole costringendo Federico e tutti i principi alla guerra, costringendoli a chiedere l'appoggio dell'Imperatore e di Roma per sedare la ribellione... Qualcuno, mio signore, che impugnasse il martello e colpisse la Germania con tale forza da farla tremare dalle Alpi al Mare Nordico. Se un uomo di tal genere esistesse da qualche parte, lo si dovrebbe tenere piú prezioso dell'oro, poiché sarebbe l'arma piú potente contro Federico di Sassonia e Martin Lutero». Se Dio, nella Sua infinita provvidenza ci inviasse un profeta come questo, non sarebbe che per ricordarci che le Sue vie sono infinite, come infinita è la Sua gloria, per la quale questi umili occhi si adoperano e continueranno a servire sempre la Signoria Vostra, alla cui bontà mi rimetto baciando le mani. Di Wittenberg al 27 ottobre 1521 Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. Capitolo 9 Wittenberg, gennaio 1522 La porta si regge appena sui cardini. La spingo e scivolo dentro. Piú buio che fuori e lo stesso freddo infame. Delle vetrate restano solo schegge, le statue sono mutilate in piú punti. La rabbia iconoclasta non ha risparmiato la chiesa. Non capisco perché Cellario mi abbia dato appuntamento qui, ha detto soltanto che doveva parlarmi. Da un po' di tempo è molto agitato. Da un po' di tempo tutti sono agitati, qui a Wittenberg. Ci sono in giro dei predicatori, vengono da Zwickau e si fanno chiamare profeti. Uno lo conosciamo: Stübner, studiava qui qualche anno fa. I loro sermoni fanno scalpore, fruttandogli le simpatie di molti. Idee nuove ed estreme: una miscela a cui Cellario non sa resistere. Lo scricchiolio della vecchia panca su cui mi siedo si unisce a quello della porta alle mie spalle. Cellario, andatura trafelata tra le colonne della navata. Mi raggiunge scrollandosi il fango dai calzari. Un'occhiata intorno: siamo soli. - Stanno succedendo grandi cose. La disputa con Melantone è stata uno spettacolo. Ci sono andati giú pesante: cose come che battezzare un bambino è come lavare un cane, per dirne una. Figurati Melantone! Era viola! È riuscito a ribattere, ma un attacco cosí non se lo aspettava di sicuro. Adesso sperano che torni Lutero per affrontare anche lui... - Uh, aspetteranno un bel po'. Lutero non si farà vivo per un pezzo, è bello che imboscato. L'Elettore lo tiene col culo al caldo in qualche suo castello. A me tutta la storia di Worms e del rapimento sembra una commedia del signor Spalatino. Lutero, l'Ercole Germanico... un mastino al guinzaglio dell'Elettore. Ringhia e sorride: - Non faranno fatica ad allungarglielo il guinzaglio, vedrai. Quanto basta ad arrivare fin qui ad abbaiare contro il buon Carlostadio e rimetterlo al suo posto. - Puoi giurarci. Carlostadio ha già tirato fin troppo la corda. Annuisce: - Ma adesso non è piú isolato. Ci sono questi profeti. Poi Stübner mi ha parlato di quel Müntzer, te lo ricordi? È stato da loro a Zwickau e in Boemia. Pare che abbia infiammato il popolo e provocato tumulti solo con la forza delle sue parole. Non è detto che quello che è stato fatto da Carlostadio sia perduto... - Sul matrimonio dei preti, la predicazione in tedesco, e questo genere di cose non si torna piú indietro, ma l'ordinamento municipale della città non passa. Carlostadio non è il tipo che apprezza lo scontro. Vedrai: piuttosto che opporsi duramente a Lutero farà fagotto. Uno come Müntzer ci vorrebbe. Quando era qui era piú Lutero di Lutero stesso e ora che Lutero è finito potrebbe essere la speranza. Bisognerebbe rintracciarlo. - Dobbiamo chiedere a Stübner. Lui sicuramente sa qualcosa di piú. *** La neve e il fango arrivano sopra la caviglia. Il freddo fin dentro le ossa. Cellario dice che Stübner è quasi sempre ospite del birraio Klaus Schacht: il santuario ideale per un Isaia tedesco. L'incenso è un vapore denso che sa di cucine e di birra, i salmi sono i canti strascicati e le imprecazioni degli avventori. Attorno a un tavolo, una dozzina di persone, tre o quattro studenti in un gruppo di artigiani malconci. Il centro dell'attenzione di tutti: un tipo grosso con la barba rossa e i capelli folti. Parla senza interruzione, schiaffeggiando l'aria con la mano. - Non digiunate piú come fate oggi, per fare udite in alto il vostro chiasso. È forse questo il digiuno che brama il Signore, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo chiamerete digiuno e giorno gradito al Signore? Dio vuole un altro digiuno: sciogliere le catene inique, spezzare i legami del giogo e rimandare liberi gli oppressi. Ecco il vero digiuno: dividere il pane con l'affamato, accogliere in casa i miseri, i senzatetto, vestire chi è nudo, senza distogliere gli occhi dal popolo. Ditelo a quel servo di Melantone... È visibilmente sbronzo. Un'omelia rivolta a tutti e a nessuno, ma applaudita dagli avventori, ubriachi forse piú del profeta. Quando l'oratore si risiede il chiacchiericcio riprende piú tranquillo. Mi avvicino. Il tavolo è inciso di scritte. L'immagine piú nitida: il Papa che incula un bambino. Mi presento come un amico di Cellario. Senza guardarmi in faccia ordina un'altra birra. - Cellario mi ha detto che tu puoi darmi notizie di quello che è successo a Zwickau... Afferra il boccale, tira due sorsate che gli imbrattano i baffi di spuma. - Perché ti interessa? - Perché Wittenberg mi ha stancato. I suoi occhi mi fissano per la prima volta, improvvisamente lucidi: non sto scherzando. - Il fratello Storch è insorto insieme ai tessitori contro il consiglio cittadino. Abbiamo attaccato una congrega di francescani, preso a sassate un cattolico insolente e fatto sloggiare un predicatore... Lo interrompo: - Dimmi di Müntzer. Annuisce: - Ah, Müntzer, dillo piano quel nome che Melantone potrebbe cagarsi addosso! - ride. - I suoi sermoni incendiano gli animi di tutti. L'eco delle sue parole è arrivata fino in Boemia, è stato chiamato dal consiglio cittadino di Praga per predicare là contro i falsi profeti. - Con chi ce l'ha? Punta il pollice alle sue spalle, là fuori. - Con tutti quelli che negano che lo spirito di Dio possa parlare direttamente agli uomini, alla gente come me e te o questi artigiani. Con tutti quelli che usurpano la parola di Dio con i loro discorsi privi di fede. Con tutti quelli che vogliono un Dio muto e non parlante. Con tutti quelli che professano di voler portare al popolo il cibo dell'anima, lasciandogli la pancia vuota. Con le lingue al soldo dei principi. Leggero, un peso che svanisce. Le cose che ho sempre pensato diventano chiare. Ti abbraccerei, Profeta. - E di Wittenberg, Müntzer cosa ne pensa?, - Qui non si fa altro che parlare. La verità è che Lutero ormai è nelle mani dell'Elettore. Il popolo è in piedi, ma dov'è il suo pastore. All'ingrasso in qualche lussuoso castello! Credimi, tutto quello per cui si è lottato è in pericolo. Siamo venuti apposta per affrontare pubblicamente Lutero e smascherarlo, sempre che abbia il coraggio di uscire dalla tana. Intanto abbiamo sfidato Melantone. Per Müntzer invece sono già morti tutti e due. Le sue parole sono solo per i contadini, che hanno sete di vita. Abbandonare i morti: raggiungere la vita. Togliersi da questo pantano. - Dov'è Müntzer adesso? - In giro per la Turingia, a predicare, - gli basta il mio sguardo per capire. - Non è difficile rintracciarlo. Il suo passaggio lascia il segno. Mi alzo e pago le sue birre. - Grazie. Le tue parole sono state preziose. Prima che lo lasci, dritta negli occhi, quasi una consegna: - Trovalo, ragazzo... Trova il Coniatore. Capitolo 10 Wittenberg, marzo 1522 Cammino in fretta, quasi scivolo nel fango, il fiato mi precede tagliando il gelo del mattino. Nel cortile dell'università Cellario sta parlando con alcuni amici. Lo raggiungo e lo trascino in un angolo, lasciando ammutoliti gli altri. - Carlostadio è finito. Cupo quanto me: - Te l'avevo detto. Hanno allungato il guinzaglio a Lutero. Il buon rettore sarà scacciato. - Già. Troppo buono. Ha i giorni contati. - Il tempo che legga nel mio sguardo la determinazione, poi: - Ho deciso, Cellario. Lascio Wittenberg. Qui non c'è piú niente per cui valga la pena restare. Un attimo di panico sul suo volto. - Sei sicuro che sia la cosa giusta da fare? - No, ma sono certo che la cosa giusta non è rimanere qui... Hai sentito cosa sostiene quell'infame di Lutero da quando è tornato?! Annuisce abbassando gli occhi, ma io continuo: - Dice che è dovere del cristiano obbedire ciecamente all'autorità, senza alzare mai la testa... Che nessuno può osare dire no... Lui ha disobbedito al Papa, Cellario, al Papa, alla Chiesa romana! Ma adesso è lui il Papa e nessuno deve fiatare! È sempre piú scuro e avvilito sotto i colpi delle mie parole. - Sarei dovuto partire due mesi fa insieme a Stübner e agli altri. Ho aspettato anche troppo... Ma volevo sentirlo parlare Lutero, volevo sentire quello che ho sentito dalla sua stessa voce. Dammi retta, l'unica speranza è fuori di qui. - Una mano a spaziare verso la campagna che si stende oltre i muri. - Colui che viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra... Ricordi? - Sí, le parole di Müntzer... - Lo troverò, Cellario. Dicono che sia dalle parti di Halle adesso. Mi sorride zitto, ha gli occhi lucidi. Sappiamo tutti e due che vorremmo partire insieme. E sappiamo anche che Martin Borrhaus detto Cellario non è il tipo da gettarsi in un'impresa del genere. Mi stringe forte la mano, quasi un abbraccio. - Allora buona fortuna, amico mio. E che Dio sia con te. - Arrivederci. In un posto e in un tempo migliori. Capitolo 11 Halle, Turingia, 30 aprile 1522 L'uomo che mi porta dal Coniatore è una montagna: nuvola nera di chioma e barba che cingono la testa di un toro, mani enormi di minatore. Si chiama Elias, ha seguito Müntzer da Zwickau, senza lasciarlo mai, come una grande ombra protettiva. Uno sguardo a pesare ciò che ha di fronte: pochi chili di carne cruda, per uno spaccapietre dell'Erz. Uno studentello con la testa piena di congetture in latino, che chiede di poter parlare con Magister Thomas, come lo chiama lui. - Perché cerchi il Magister? - mi ha chiesto subito. Ho detto di quando la voce di Müntzer ha impietrito Melantone e dell'incontro con il profeta Stübner. - Se fratello Stübner è un profeta io sono l'arcivescovo di Magonza! - ha esclamato con una risata. - La voce del Magister, quella sí che ti strizza le palle! È una casa di artigiani. Tre colpi sulla porta e l'uscio si apre. Una giovane donna con un bambino al seno, la mole di Elias mi fa strada nell'unica stanza. Nell'angolo, un uomo si rade dandoci le spalle, intona un canto popolare che ho già sentito in un'osteria. - Magister, c'è qui uno che è venuto da Wittenberg per parlarti. Lama in mano, si volta: - Bene. Qualcuno mi spiegherà cosa succede in quella fogna! Una testa tonda, un grosso naso, occhi fiammeggianti che turbano un volto bonario. Senza esitare: - Nulla può accadere, ormai. Carlostadio è stato esiliato. Annuisce tra sé, una conferma: - Con chi credeva di avere a che fare? Dietro fra' Martino c'è Federico - agita il coltello con rabbia: - Il buon Carlostadio... Pensava di fare le riforme in casa dell'Elettore! E col permesso di frate Menzogna in persona! In un serraglio di borghigiani e dottorini che pensano alla sorte degli uomini come un frutto dei loro calamai... Non saranno le penne a scrivere le riforme che attendiamo. Per la prima volta sembra rivolgersi a me: - Lutero e Melantone hanno esiliato anche te? - No. Me ne sono andato io. - E perché sei venuto qui? Il gigante Elias mi porge uno sgabello, siedo e comincio la parabola del Buoncarlostadio, la farsa del rapimento di Lutero, l'arrivo dei Profeti di Zwickau. Ascoltano con attenzione e capiscono la mia frustrazione, la delusione per la riforma di Lutero, l'odio per vescovi e principi maturato negli anni. Le parole sono quelle giuste e vengono alle labbra con facilità. Annuiscono gravi, Müntzer ripone il coltello sulla mensola e comincia a vestirsi. Il gigante non mi guarda piú con malcelata derisione. Poi, il maestro degli umili agguanta il mantello ed è già sulla porta. - Una giornata piena di cose da fare! - sorride. - Continuerai il tuo racconto per strada. Mentre parlo so che non ci separeremo. La sacca, i ricordi Capitolo 12 Eltersdorf, autunno 1525 I muscoli indolenziti dal lavoro. Il freddo, ogni giorno piú intenso, torna a gelare le dita, ancora su carta gialla e stropicciata: una calligrafia elegante, che si legge senza sforzi, nonostante la luce fioca della candela e le macchie del tempo. A messer Thomas Müntzer de Quedlinburg, dottore eminentissimo, pastore della città di Allstedt. La benedizione di Dio innanzi tutto, a colui che porta la parola del Signore agli umili e impugna la spada di Gedeone contro l'empietà che ci circonda. Quindi il saluto di un fratello che ha potuto ascoltare dalla viva voce l'orazione del Maestro, senza poter abbandonare la prigione di codici e pergamene in cui la sorte lo ha confinato. L'uomo che ha percorso il labirinto di questi corridoi alla ricerca del senso ultimo della Scrittura, sa quanto cupo e triste esso possa essere, quando tale senso ci abbandona. Ed ecco che i giorni muoiono uno in fila all'altro, insieme alla conoscenza, riservata a pochi, insieme alla limpidezza della Parola, oscurata dai mille Spalatini che di questi meandri fanno roccaforte e di questi libri mura del privilegio dei principi. Se per un qualche incantesimo le nostre vite fossero scambiate e io mi trovassi ad Allstedt coi contadini e i minatori e Voi con l'orecchio accostato a queste porte che lasciano trapelare i molti intrighi spacciati per carità e amore di Dio, allora sono certo che non tardereste a scrivere per incitarmi a impugnare la frusta contro questi mercanti di fede. Pertanto non dubito che capirete il motivo che mi spinge a prendere in mano la penna. Le parole dell'apostolo trovano conferma: «il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene» (2 Ts 2, 7). La sacrilega alleanza tra gli empi governanti e i falsi profeti appronta le sue schiere, l'incalzare di grandi eventi sprona gli eletti a tener salda la fede e a prepararsi a difenderla con ogni mezzo. L'uomo iniquo, l'apostata, siede nel tempio di Dio e da lí diffonde la falsa dottrina. Cosí, uno di quei Medici di Fiorenza, Giulio, s'è assiso sul trono di Roma, come Clemente. Non mancherà di continuare lo scempio di Cristo in Suo nome, come e piú di chi lo precedette. Roma scruta dentro il proprio ombelico, e non vede piú oltre, sorda alle trombe che tutt'intorno ne annunciano l'assedio. Sprofondata nel peccato che ne ottenebra i sensi, sarà incapace di opporsi a chi saprà dare nuovo impulso e luce dello Spirito Santo alla via della riforma della Chiesa. E proprio questo è il grande cruccio, messer Thomas: chi porterà su di sé il fardello della spada per trafiggere gli empi? Frate Martino ha mostrato il volto suo vero di soldato dei principi, miserabile compito lungamente celato. Non sarà dunque Lutero a portare il Vangelo all'uomo comune, non colui che ha scacciato Carlostadio e riceve ogni giorno l'omaggio dei grandi della terra. Il fine dei regnanti tedeschi è manifesto. Non è la fede a riempire i loro cuori e a guidare le loro azioni, ma l'avidità di guadagno. Dell'Altissimo essi si arrogano la gloria e l'adorazione, trasformando cosí i sudditi in miserabili idolatri. Solo le parole che ebbi il privilegio di udire dalla Vostra voce hanno rinfuso la speranza in questo cuore, insieme alle notizie che giungono da Allstedt. La nuova liturgia che per merito Vostro e dei Vostri dottissimi scritti viene ora inaugurata è l'inizio del risveglio. La parola di Dio può finalmente raggiungere i suoi eletti e recuperare tutto il suo splendore. Quale miglior segno che Voi siate l'interprete della Sua volontà? Cosa piú del seguito spontaneo che ottenete? Degli umili che sollevano la testa e inseguono il riscatto promesso dal Signore? Ecco, per ciò che Vi riguarda dico di star saldo e non perderVi mai d'animo; quanto a me, da questo mio avamposto, nei tempi a venire avrò cura di trasmetterVi ogni notizia che possa tornare a maggior gloria di Dio. Certo che la protezione del Signore vi accompagnerà sempre, Qoèlet il giorno 5 di novembre dell'anno 1523 Ripiego il foglio e soffio sulla candela. Sdraiato a occhi aperti nel buio riaccendo il fuoco della cappella di Mallerbach. Eravamo ad Allstedt da un anno, Magister Thomas era stato chiamato lí dal consiglio cittadino. Ogni domenica i suoi sermoni innalzavano il cuore di tutti e in quei giorni avremmo potuto fare qualunque cosa: soprattutto farla pagare ai francescani di Neudorf, lerci usurai che strozzavano i contadini. Avremmo fatto giustizia di tutti gli anni di abbuffate alle spalle dei poveracci. Prima la saccheggiamo, poi due fascine, un po' di pece e la loro chiesetta è già mangiata dalle fiamme. Mentre ce ne stiamo lí a vederla venir giú arrivano due tirapiedi di Zeiss, l'esattore, avvertiti dai frati. Subito si precipitano al pozzo, due secchi a testa: il padrone ha schioccato le dita e si caccerebbero dentro le fiamme dell'inferno. Prima che una goccia sia versata, usciamo dall'ombra, neri di fuliggine, spranghe in mano: - Fossi in voi mi preoccuperei del bosco... Qui ormai non c'è piú niente da fare. Dieci contro due. Ci guardano. Si guardano. Posano i secchi e se ne vanno. Le fiamme si dileguano, mi rigiro nel letto. La faccia da porco di Zeiss affiora dall'oscurità. Il riscuotitore di censo per conto del Principe Elettore. Quelle fiamme gli avevano scottato tanto il culo da chiamare gente da fuori per scovare gli incendiari. E bravo Zeiss! La città invasa da stranieri in armi? Niente di meglio per aizzare il popolo contro di te. Basta pronunciare il nome di Müntzer Una sola volta per far accorrere i suoi angeli custodi: un centinaio di minatori con pale e picconi che emergono dalle viscere della terra e ti trascinano sotto. Le donne della città che ti vogliono castrare. Le cose ti sfuggivano di mano: come un bimbo impaurito ti sei attaccato alle gonne della mamma e sei andato a piangere dall'Elettore. Immagino la scena: tu che strisci e cerchi di spiegare come hai perso il controllo della città e Federico il Savio che ti redarguisce. ZEISS: Vostra Grazia, con la sua ben nota lungimiranza, avrà già intuito il motivo della visita del suo servitore... FEDERICO: Ho intuito, Zeiss, ho intuito. Ma la mia lungimiranza non ha ragione di essere scomodata. È da qualche, tempo che dal conte di Mansfeld non fanno che arrivarmi lamentele sul vostro villaggetto di Allstedt. Pare che il nuovo predicatore vi stia dando dei seri problemi. Del resto foste proprio voi a non avvertirmi del suo insediamento nella vostra parrocchia e i guai che ne sono derivati spero vi insegneranno una maggiore accortezza. ZEISS: Vostra Grazia sa che non fu mia la responsabilità: il consiglio della città decise di non comunicarvi la scelta di messer Thomas Müntzer. Sapete bene che, dal canto mio... FEDERICO: Non cercate di scusarvi, Zeiss! Sappiate che di fronte a questo trono finisce lo scaricabarile. In fondo, quel Müntzer, a me personalmente, non ha dato alcun fastidio. Il fatto è che in Turingia ci sono un po' troppe persone piene di sé. Prima Lutero fa una sfuriata a Spalatino perché metta in riga questo predicatore che non gli porta abbastanza rispetto, poi il conte di Mansfeld mi scrive che il vostro consiglio difende un sobillatore che lo ha apertamente insultato. Poi, che altro? ZEISS: Be', c'è il fatto di cui sono venuto a parlarvi, per l'appunto. Ma già qualcosa vi sarà noto, per quanto le vicende della nostra città non siano certo cosí rilevanti. FEDERICO: E allora? Mi dicono che è bruciata una cappelletta di campagna. ZEISS: Si trattava, per la precisione, della cappella della Santa Vergine di Mallerbach, sulla strada tra Allstedt e Querfurt, di proprietà dei francescani del convento di Neudorf. Durante la funzione domenicale è stata rubata la campana e il giorno dopo le è stato dato fuoco. Ho inviato due uomini fidati a spegnere l'incendio, ma quelli sono stati lí a guardare e hanno poi dichiarato che si sono tenuti a distanza per salvaguardare il bosco dalle fiamme, visto che la cappella era ormai perduta. FEDERICO: Fin qui, niente di nuovo. I frati di Neudorf sono stati particolarmente pedanti nel descrivere la situazione quando hanno richiesto il mio intervento. Se non ricordo male vi scrissi di non far precipitare le cose, di trovare un responsabile qualsiasi, di tenerlo in prigione un giorno e di pagare voi una cifra simbolica come risarcimento. Che quei frati capissero che sono sí un difensore della fede, ma non ho troppo in simpatia chi mi fa la cresta sulle tasse! ZEISS: Ma tutti in città sapevano che gli incendiari erano gli accoliti del predicatore. Vostra Grazia si immagini che hanno fondato una lega, la Lega degli eletti la chiamano, e hanno le armi. Era difficile evitare lo scontro diretto senza perdere la faccia... FEDERICO: Quindi la responsabilità di tutto ciò è da ascrivere a questo Müntzer? ZEISS: Certo... e a sua moglie, quella Ottilie von Gersen! Quando cercavo un colpevole, è stata soprattutto quella strega a scatenarmi contro la popolazione intera. FEDERICO: Ci si mettono anche le donne adesso... ZEISS: Per quanto ho visto è una pazza scatenata degna di suo marito. E suscita l'ammirazione piú viva nelle altre donne e negli uomini. FEDERICO: Stringete Zeiss, come si è conclusa la faccenda? ZEISS: Ho dovuto chiamare rinforzi dall'esterno e la moglie del predicatore ha cominciato a strillare che gli stranieri volevano invadere Allstedt, che io mi ero venduto... Volevano linciarmi! FEDERICO: Non c'è da darle torto: è stata una mossa da cazzone, la vostra. ZEISS: Ma cosa potevo fare! I francescani non mi davano pace. Alla fine mi si è presentato un manipolo di minatori della contea di Mansfeld, una cinquantina, a chiedermi se Magister Thomas stava bene, se tutto era tranquillo o se c'era bisogno del loro aiuto, che se qualcuno gli avesse torto un capello avrebbe dovuto vedersela con loro... Dopo quella visita ho rinunciato a qualsiasi azione di forza. Non voglio essere il responsabile dello scoppio di una rivolta nei possedimenti di Vostra Grazia. FEDERICO: Bene, Zeiss. E ora vi dirò cosa ne penso di tutta questa faccenda. Volevate un predicatore focoso e innovatore che desse lustro alla vostra cittadina di campagna. Ma questo tipo si è rivelato difficile da manovrare, ha portato dalla sua il consiglio cittadino, ha messo in mano al popolino qualche sasso e qualche forcone e voi e il conte di Mansfeld vi siete cagati addosso. E ora venite a chiedere aiuto. ZEISS: Ma Vostra Grazia... FEDERICO: Silenzio! Penso che tutto questo vi calzi come un abito nuovo. Tuttavia, da qualche tempo, fatti di questo genere si ripetono un po' ovunque. Si inizia col saccheggiare le chiese e si finisce con il chiedere un ordinamento municipale per qualsiasi paesuncolo. I contadini sono in subbuglio in tutta la Germania e non è il caso di lasciare a piede libero le teste calde. Tra un paio di settimane riceverete la visita di mio fratello il duca Giovanni e di mio nipote Giovanni Federico. Preparerete un'accoglienza degna; farete capire che il Principe Elettore non gradisce tanta agitazione e che se il popolo ha delle rimostranze contro i francescani di Neudorf, deve rivolgersi direttamente ai suoi inviati, per bocca del borgomastro o del suo predicatore. In tutti i casi organizzate un incontro con questo Thomas Müntzer. Ditegli pure che lo abbiamo richiesto noi, espressamente, e che prepari un sermone in cui espone le sue idee. In fondo è ancora in prova, deve ottenere la nostra approvazione per diventare pastore della vostra chiesa. ZEISS: Vostra Grazia ha sempre la soluzione migliore per tutto. FEDERICO: Già, ma troppo spesso i subalterni che devono attuarla si rivelano delle emerite teste di cazzo. Ghigno da solo, il buio inghiotte le loro sagome restituendomi quella di Magister Thomas all'alba di quel gran giorno d'estate... Capitolo 13 Allstedt, Turingia, 13 luglio 1524 - Apri la Bibbia, amico mio. La voce mi coglie all'improvviso dal tavolo al quale deve aver lavorato tutta la notte. Appena sveglio, la bocca impastata, mi volto in un mugugno: - Come? Gli occhi gonfi di chi ha scritto a una luce troppo scarsa, indica il libro sul tavolo. - La Prima lettera ai Corinzi: 7, 11-13. Leggi, ti prego. - No Magister, dovete dormire almeno un poco o non avrete nemmeno la forza di parlare... Riponete la penna e sdraiatevi sulla branda, Sorride: - Ho ancora tempo... Leggimi quel passo: 7, 11-13. Scuoto la testa mentre apro la Bibbia e mi metto a cercare. La sua resistenza al sonno non smette ancora di impressionarmi. - «Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è impudico o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro. Con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Togliete il malvagio di mezzo a voi!» Mentre leggo annuisce in silenzio. Sembra riflettere sulle parole, ripassarle a memoria. All'improvviso alza gli occhi, miracolosamente ancora svegli: - Tu cosa credi che intenda l'apostolo? - Io, Magister...? - Già. Cosa pensi che significhi? Rileggo rapidamente le parole di San Paolo e la risposta mi esce dal cuore: - Che abbiamo fatto bene a incendiare il tempio dell'idolatria. Che i francescani di Neudorf si dicono fratelli, ma vivono nell'avarizia e spingono il popolo ad adorare le immagini e le statue. - Voi lo avete fatto per zelo. Ma non credi ci sia qualcuno che ha ricevuto da Dio la spada proprio a questo scopo? Chi è «al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male»? - Paolo afferma che l'autorità è preposta a questo scopo. Ma se non era per noi nessuno avrebbe castigato quella banda di idolatri usurai! Si illumina: - Proprio cosí. Lo zelo degli eletti ha dovuto strappare la spada ai potenti per fare quello che essi non facevano: difendere il popolo e la fede cristiana. E questo non ci insegna forse che quando i governanti permettono che l'empietà si diffonda, allora tradiscono il loro compito e diventano complici della malvagità? Dunque, come i malvagi, secondo le parole dell'apostolo, vanno tolti di mezzo. L'enormità di quelle parole mi colpisce come un pugno, mentre lui comincia a leggere dal suo manoscritto: - «Io affermo con Cristo e con Paolo, e in conformità all'insegnamento di tutta la legge divina, che si devono uccidere i governanti empi, particolarmente i preti e i monaci che rampognano di eresia il Santo Evangelo e non di meno pretendono di essere i migliori cristiani». Non è possibile, deglutisco: - Magister, questo... è questo che predicherete oggi al cospetto dei duchi di Sassonia?! Un ghigno, un lampo negli occhi, adesso piú svegli che mai. - No, amico mio, non solo. Se non sbaglio ci saranno anche il cancelliere di corte Brück, il consigliere von Grefendorf, il nostro Zeiss, il borgomastro e tutto il consiglio cittadino di Allstedt. Rimango impietrito, mentre lui si alza stirandosi le braccia. - Grazie per l'aiuto a fugare ogni dubbio. Adesso credo che accetterò il tuo consiglio e mi sdraierò un poco. Ti prego di chiamarmi al rintocco della campana. Capitolo 14 Eltersdorf, Natale 1525 Oggi il pastore Vogel non ha parlato per me, non a fratello Gustav. La sua voce era come un tuono sordo, lontano. Sono solo. Nessuna parola che riesca a convincermi. Non dopo l'olocausto degli inermi, non dopo quel grido caduto nel vuoto. Può tenerselo il conforto della Parola, sono stato tra quelli che credevano nella sua forza. La sera, nella mia stanza, assalito dal gelo, leggo le lettere. E sento che qualcosa d'indefinito si fa strada e si avvicina sempre piú ogni giorno che passa: qualcosa che lotta per emergere, ma lo ricacciò giú, in fondo allo stomaco, con tutte le forze. E ogni notte è piú difficile. All'illustrissimo Magister Thomas Müntzer pastore predicatore della città di Allstedt. Illustrissimo Maestro, Lo Spirito di Dio, che infonde sapienza e coraggio, sia su di Voi in queste ore di tormento. Vi scrivo con la fretta e l'agitazione di chi vede il pericolo strisciare in silenzio e saettare rapido alle spalle dell'uomo nel quale ha riposto le sue speranze. Già ho avuto modo di illustrarVi come le mie orecchie avrebbero potuto aiutarVi, data la loro prossimità a certe porte che celano intrighi. Ebbene non so dire cosa sia piú forte in me, se la gioia di poterVi essere finalmente utile, dopo molti mesi dalla mia prima missiva, oppure l'ansia e lo sdegno per ciò che contro di Voi si sta macchinando. Al Principe Elettore, che finora aveva mantenuto una posizione di attesa, la vostra Lega degli eletti non è piaciuta affatto. Allo stesso modo il sermone che avete tenuto al cospetto di suo fratello. Soprattutto lo allarma il fatto che possiate disporre di una stamperia e che le vostre parole possano raggiungere i focolai di rivolta che pian piano si accendono in tutto il suo territorio e oltre. Non ha intenzione di attaccarvi direttamente: credo che tema le possibili ripercussioni di un gesto avventato. Vuole però allontanarvi da Allstedt, dal vostro torchio e dalla sua Sassonia. Un certo Hans Zeiss è stato in visita qui alcuni giorni fa e si è trattenuto a lungo con messer Spalatino, il consigliere di corte. Vogliono isolarvi. Zeiss fingerà di stare dalla vostra parte ma, nel frattempo, con le dovute promesse, Vi rivolterà contro se non tutto il consiglio cittadino, almeno il vostro borgomastro. Si è detto sicuro di riuscirvi, e non sembrava una semplice promessa. Dal canto suo, Spalatino vi scriverà una lettera da parte del Principe Elettore Federico per invitarvi a Weimar, dove vi sarà data l'opportunità di esporre in maniera estesa, e davanti ad alcuni importanti teologi, le vostre tesi. Non afferrate la mano che sembrano tendervi! Non pensate di poter far la parte del leone. Non contate sull'appoggio di Zeiss e compagni: una volta lontani dai vostri Vi abbandoneranno, giurando e spergiurando che il vostro arrivo ha causato solo confusione nella loro città, che le vostre teorie sono pericolose, che mancate completamente di quella sottomissione all'autorità che Martin Lutero ha predicato. Voi avete una grande forza: la forza della parola di Dio che incontra il Suo popolo attraverso le Vostre labbra. Tra quelle mura, lontano dai contadini e dai minatori, la forza Vi sarà succhiata via come a un nuovo Sansone. Zeiss sarà la Vostra Dalila, e stringe già le forbici tra le mani. Lo ripeto: non lasciate Allstedt. È lí che Vi temono, per le vostre prediche e il vostro torchio da stampa, temono la reazione del popolo a una qualunque azione violenta contro di Voi. Non si azzarderanno a toccarVi. Non partite per Weimar. Che il Signore Iddio Vi illumini e Vi sostenga. Qoèlet il giorno 27 di luglio dell'anno 1524 Questa lettera fu certamente consegnata al Magister troppo tardi, dopo il suo rientro da Weimar, quando ormai i giochi erano fatti. In quei giorni difficili forse non ebbe nemmeno il tempo per valutarne l'importanza e comunque non ne fece menzione. Certo è che questa missiva rivelava in anticipo ciò che sarebbe successo. Colui che vergava queste righe era davvero vicino alle stanze dei principi. Fu la lucidità di Ottilie a salvarci in quei giorni. Avremmo potuto perderci definitivamente, ma quella donna ci risollevò e ci guidò fuori dalla palude nera di una folle disperazione. Ottilie... non ci sarai adesso a portarmi via da qui. Non so quale è stata la tua fine: pasto di mercenari o di corvi. Il cuore, arido, mi spinge quasi a sperare che tu non sia sopravvissuta a questo niente, alla fredda solitudine che marchia la Natività di quest'anno di morte. Capitolo 15 Allstedt, 6 agosto 1524 Ottilie è forte, risoluta e ha un seno superbo. Magister, quando quei distillati d'erbe e vitigni gli sciolgono la lingua, facendola scivolare allegramente verso le parti basse sia del corpo che dello spirito, dice che quelle mammelle grandi e sode contengono il segreto e la forza della creazione, e proprio da lí derivano l'impeto e le rivelazioni di questi ultimi frenetici mesi, poi aggiunge - sghignazzando - che di tutto ciò i nuovi fedeli potranno averne, ahiloro, solo notizia riferita. Mai però simili affermazioni o vanterie pronuncia in sua presenza, giacché ella esercita su quell'ammasso tonante di carne, spirito e intuizione, un'aura che nessuno, principe, vescovo o autorità costituita, ha potuto imporre. Certi lampi negli occhi di questa femmina, non di rado superano in fiammeggiante intensità quelli che insieme alle parole il Magister usa per accendere vaste platee. La forza di un maschio umano, per quanto grande sia, e per Dio, in Thomas Müntzer de Quedlinburg ve ne alberga una montagna, trova spesso origine e disciplina in donne che ne guidano e accompagnano il flusso. La forza del Magister a volte muta in cupa disperazione, scatti d'ira, impennate di orgoglio e acuti risentimenti di un uomo sottoposto al feroce carico di un'impresa forse non da uomini. In tali occasioni Ottilie, sola, può placarne gli eccessi, indurre la ragione e l'ingegno che portino quel vigore a riemergere, per irrorare i cuori del popolo dei comuni uomini della Germania intera. Torrida notte sotto la prima luna d'agosto, affido a te e alla donna che mi siede di fronte, la speranza e quel poco d'intelletto per cavare noi tutti da una situazione fattasi, nel volgere di poche settimane, densa di insidie e soffocante come un laccio alla gola. Mentre ci fissiamo nei volti preoccupati e tesi e accaldati, seduti al tavolo quotidiano dove il pastore di Allstedt redige i propri sermoni, il Magister vaga, alla mercè di un'ira fitta di tenebre, per le strade e i vicoli di questo borgo, in armi e paramenti guerrieri, incitando i fedeli a seguirlo, come il lupo che proprio in notti come queste innalza il solitario richiamo alla luna in richiesta di soccorso. Veglia la marcia e l'incolumità l'inesauribile Elias, che lo segue da presso, pochi passi di buio piú indietro, pronto a travolgere chi volesse attaccarlo. Tutto ribolle di eventi, difficili da interpretare, se non quello, unico netto e distinguibile che qui, adesso, in Allstedt, un cappio si vada stringendo, una trappola stia per serrarsi sulle sorti nostre e dei contadini insorti. Non c'è tempo, il Magister ha bisogno di aiuto. - I serpenti che governano questa città non ci colpiranno oltre. Andiamo via. La voce è ferma, di una solidità che contrasta con il viso giovane. - Che cosa? - le parole di Ottilie rimuovono improvvisamente il peso dalle palpebre - Ma... e il Magister? - Non tarderà, vedrai. Ma occorre far lavorare la testa, prima che ci schiaccino come insetti. Certo, Ottilie, la testa. Questo vespaio di inquietudine che non smette di ronzare. Mi volto verso la finestra. In silenzio cerco di ascoltare le urla lontane del Magister. Non so se le avverto o immagino soltanto di comprenderle. Grida che Davide è qui tra noi, con la fionda in mano. Le parole del suo ultimo sermone alla Lega degli eletti, quando la gente quasi si voltava a cercarlo, il piccolo re Davide con il sasso nella fionda, tanto le frasi del Magister avevano il tono di una vera evocazione, e non di un semplice artificio retorico. Se dovessimo lodarti come meriti, Signore, le nostre labbra brucerebbero per l'ardore della tua Parola. Invece la paura spegne quel fuoco. - Immagino che il Magister avesse già qualche idea in proposito -. Le mie parole suonano di speranza. Sorride. - Idee... Hai visto i suoi occhi quando è uscito di qua!? Certo, mille idee e mille contatti, dal Mare del Nord alla Selva Nera. Ma la decisione, adesso, spetta a noi... - Perché non aspettiamo ancora un po'? È cosí necessario partire? Senza esitare, le labbra che si fanno sottili: - Sí, fratello, dopo Weimar, sí. - Davvero sono bastati tre giorni... tre giorni senza il Magister per perdere tutto... - Quello è stato il colpo di grazia. Le cose avevano già preso ad andar male. - Finché il Magister è stato qui con noi, no. Una marea di disperati ha gonfiato questa palude, ricordi? Sono affluiti qui da tutte le città limitrofe, scacciati dai signori... L'ondata avrebbe potuto sommergere persino il duca Giovanni! Mentre ritorno verso la seggiola, per un attimo sembra tendere l'orecchio anche lei. Poi passa una mano sulla tavola, piena delle briciole della cena. - Vedi? - dice raccogliendole tutte al centro e stringendole nel pugno. - Cosí hanno fatto, - apre il palmo e ci soffia sopra. - Ora stanno per spazzarci via. Le parole escono a fatica dalla gola serrata: - Però una cosa è certa, Ottilie. Temono Magister Thomas come le bestie il fuoco. Hanno dovuto allontanarlo dalla città, per cominciare le intimidazioni e i pestaggi. Nessuno si sarebbe azzardato a scacciare il nostro Wychart e a metter le spranghe alla stamperia se il Magister fosse rimasto. - E nemmeno stasera si proveranno a toccarlo. Certo, certo... nessuno ha detto che dobbiamo fuggire nelle Indie. Solo pensare a un altro posto dove continuare quello che è stato fatto qui. Scuoto la testa: - Che aiuto posso dare? So giusto che in Baviera i contadini stanno cercando di imporre le loro ragioni. Ma mi pare che là non abbiano bisogno di noi. - Vero. Al Sud le cose filano già da sole -. Scruta il buio oltre la finestra: - Thomas ti ha mai parlato di Mühlhausen? - La città imperiale? - Esatto. Un anno fa la popolazione ha fatto approvare al consiglio ben cinquantatre articoli. Oggi il potere è nelle mani di rappresentanti scelti dagli abitanti della città. Una smorfia: - Vogliamo ancora avere a che fare con un consiglio cittadino nemico dei papisti per puro interesse? Faremmo meglio a cercare alleati nelle fattorie e nei campi. Sono quelli gli umili della terra. Annuisce, guardandomi fisso negli occhi. Una cosa rimuginata da tempo: - Già. Ma una volta che si ha in mano una città non è cosí difficile rivolgersi al contado. È stato cosí anche con i minatori della contea di Mansfeld, no? Invece partendo da fuori bisogna fare i conti con le mura e coi cannoni. Mando giú l'ultimo goccio schiumoso di birra: - ...Mentre stando in città, i cannoni sono già dalla tua parte. - Sí, e contro i principi, altro che cannoni! - Mmh. Questi borghigiani sono tutta gente molto manovrabile. Il Magister mi ha detto che anche a Mühlhausen uno dei capi della rivolta ha strani contatti con il duca Giovanni. Mi allunga il bicchiere nuovamente pieno, dopo aver dato un primo sorso: - Stai parlando di Heinrich Pfeiffer, immagino. Sí, ci hanno detto dei suoi rapporti col duca. Dicono che Giovanni di Sassonia abbia delle mire sulla città e veda molto di buon occhio la confusione che sta regnando laggiú: è quello che gli serve per presentarsi come garante della pace e assumere il controllo. Allargo le braccia, a indicare la logica conclusione: - E cosí pensi che dovremmo intervenire e sfruttare il disordine per la nostra causa e far in modo che questo Pfeiffer lavori con noi. - L'hai detto tu che è gente manovrabile. Ridiamo. Lampi di calore incidono l'umidità della notte, Ottilie toglie una ciocca bionda di capelli dalla fronte e la blocca dietro l'orecchio. Per un attimo, è poco piú che una bambina. - Abbiamo lasciato indietro un problema non indifferente: come andarcene da qua. - Non dovrebbe essere difficile: credo davvero che l'ultima cosa che Zeiss vuole sia trattenerci qui e tirare la corda con i minatori incarcerando il loro predicatore. Fidati, non vedono l'ora di sbarazzarsi di noi. - Non si sa mai... potrebbe anche prender male la provocazione di questa sera, o usarla come pretesto, o decidere di umiliare Thomas Müntzer per renderlo inoffensivo. È meglio non correre rischi. Un morso al labbro inferiore per raccogliere i pensieri: - In tal caso, ce ne andremo di notte. Capitolo 16 Eltersdorf, gennaio 1526 La vacca di Vogel è morta di febbre. Sono rimasto a guardarla crepare, il respiro sempre piú lento, un rantolo soffocato, gli occhi vitrei che si riempivano d'indifferenza per il mondo, per la vita. Dicono che Magister Thomas, prima di essere giustiziato, abbia scritto una lettera ai cittadini di Mühlhausen. Dicono che li abbia invitati a deporre le armi, perché tutto ormai era perduto. Penso all'uomo, che cerca di spiegarsi perché. Perché il Signore ha abbandonato i suoi eletti e ha lasciato che perdessero tutto. Ti vedo, Magister, mentre giaci nel buio della cella, coi segni della tortura che piagano il corpo, in attesa del boia che metta fine al cammino. Ma è la piaga che avevi nel cuore che ti deve aver spinto all'ultimo messaggio. Non i loro ferri... non avrebbero mai potuto... è stato forse perché abbiamo pensato troppo a noi stessi!? Forse perché siamo stati impudenti fino a scandalizzare il Signore!? Perché abbiamo preteso di interpretare il Suo volere? Forse perché abbiamo ucciso, perché la rabbia degli umili non ha avuto pietà degli empi affamatori!? È questo che hai scritto, Magister? È questo che pensavi in quegli ultimi istanti, mentre l'esercito dei principi marciava all'assedio dell'eroica Mühlhausen? Un motivo. Un qualunque motivo, perfino l'insondabile volontà del Signore Iddio, non può bastare a scongiurare la disperazione. Perché è ancora un grido di disperazione, quello lanciato dal profondo di una cella oscura. È ancora la cupa angoscia della sconfitta a incatenarmi a questo letto. Mi appare nitido come una delle incisioni di quel grande artista delle nostre regioni, per sorte non sempre rozze nei gusti, a volte addirittura intrise di soavi abilità. Sembrava scoppiare dentro la stretta delle mura. Le case e le guglie delle chiese si ergevano una sull'altra come grappoli di funghi su un tronco d'albero. Certo, cosí potrei dire del ricordo del primo ingresso a Mühlhausen: quattro cavalli lanciati dalle nostre urla di stupida celia, sul sentiero a un paio di miglia dalle mura del borgo imperiale, la risata tonante di Elias e i rimbrotti al vento di Ottilie. Poi al passo, quasi marziali, in prossimità del gigantesco portale, a darsi un contegno di autorità non investite, ma non meno importanti, con lo sguardo fiero, diritto, in quella mattina rovente di mezzo agosto. Già si intravedeva il fitto brulicare di umanità assortita, come un serraglio che volesse, uno dopo l'altro, contenere ciascun esemplare per specie, tipo, forme o deformità tra coloro che portano, appunto, il nome di umani; bestie e carretti e brusio, grida scomposte, eco di bestemmie e trivio. Il puzzo di luppolo e il chiasso vitale dello Steinweg, sul quale si aprono le botteghe e le rivendite di birra. La birra che ha arricchito i mercanti di Mühlhausen come in nessun'altra città tedesca. La parola di Dio pronunciata a ogni angolo di strada; l'ala nera dei Cavalieri Teutonici che copre i palazzi; la corruzione dei monaci che attira le bestemmie per le strade, a confermare la norma e la regola del mondo: dove c'è lucro ci sono sempre preti in quantità. Nel dedalo di viottoli secchi e polverosi da settimane di siccità, costeggiati da muri di abitazioni e botteghe, locande e opifici, fitti di iscrizioni e graffiature, simboli d'ogni tipo, piú volte però quelli inneggianti all'Ercole di Germania - Luther - , proprio cosí, LUTHER campeggiava su ogni muro del nostro primo tragitto verso la chiesa di San Giacomo, ci precedeva e accompagnava con il suo disprezzo, per altro ossequiosamente ricambiato. Mi investe, netto e fragoroso il ricordo, il puzzo di sudore e bestiame del mercato nella grande piazza, che ben altri eventi avrebbe veduto in poche settimane, facendoci fremere, palpitare, mentre «i giusti invocavano il martello di Dio» che ricadesse implacabile sopra le teste degli usurpatori della sua parola. Una tensione che si respirava nei vicoli, odore intenso di un'ingiustizia che si voleva far pagare, e ribolliva inquieta sotto i pinnacoli della Cattedrale di Nostra Signora e nel grande mercato. Come in attesa di una scintilla. Il grande Elias a solcare la folla da battistrada: - Sono già stato in questo buco di culo di straccioni e messi imperiali! - Io dietro, a perdere il passo, distratto da urla di liti di bottegai e dall'offerta procace di dame che avevano conosciuto i soldati prezzolati del duca Giovanni meglio dei loro stessi capitani. Non riuscivo a tirar via diritto, che settimane di sogni di lussuria mi stavano consumando d'ansia di godimento, e il sorriso caustico di Ottilie che mi seguiva da presso a scoraggiare le offerte e rendere il mio volto un tizzone ardente. - Benvenuti nella polveriera! Ricordo ancora distintamente il primo sorriso e la frase con cui ci accolse. Heinrich Pfeiffer, nella chiesa di San Giacomo, presso la porta Felchta, punto di ritrovo per gli abitanti del sobborgo di San Nicola. Quest'ambiguo predicatore, figlio di una lattaia, ex cuoco, ex confessore, ex amico del duca di Sassonia, scaltro sostenitore della causa degli umili. Il suo legame con il duca gli era servito per far eleggere ben cinquantasei rappresentanti del popolo nel Consiglio. I suoi sermoni avevano spinto al saccheggio dei beni della Chiesa e alla distruzione delle immagini sacre. Senza l'appoggio del duca non avrebbe mai resistito a lungo in città. Ammirammo la sua astuzia e l'intelligenza: non era difficile capire che insieme, lui e il Magister, avrebbero potuto fare grandi cose. E infatti, eccoli già indaffarati in discussione serrata su cose da fare e sermoni incendiari da pronunciare per i borghigiani e gli straccioni, i diseredati, la gente del contado e anche i notabili, che «hanno subito da provare la voglia di mettere quelle facce da porci all'ingrasso in un piatto fumante di escrementi». Adesso, dal mio angolo nascosto, Mühlhausen sembra una città di sogno, uno spettro che il visita di notte e ti racconta la sua storia, ma come se non fossi tu ad averla vissuta, quadro di pennello e bulino, cosí io la ricordo, come di quel genio di pittore nostro, messer Albrecht Dürer. Capitolo 17 Mühlhausen, Turingia, 20 settembre 1524 Articolo primo: [...] Avanziamo umilmente la richiesta che d'ora in poi l'intera comunità possa esercitare il diritto di scegliere e di nominare direttamente il suo parroco [...] Articolo secondo: [...] È nostra volontà che d'ora in poi la decima sul grano venga raccolta dai membri del presbiterio scelto dalla comunità e lasciata al parroco quanto basta per un adeguato sostentamento suo e dei suoi. Ciò che rimane deve essere diviso tra i poveri del paese a seconda dei loro bisogni [...] Articolo terzo: [...] Finora è stata consuetudine quella di considerarci proprietà personale del signore, cosa riprovevole, se si pensa che Cristo col suo sangue prezioso ci ha riscattato e redento tutti, senza eccezione [...] Non dubitiamo allora che voi, in quanto veri cristiani, ci libererete dalla servitú della gleba [...] Poco dopo il vespro una notizia si mescola all'odore della birra che comincia a riempire i boccali. Hanno messo dentro un tale, mezzo ubriaco, che ha insultato il borgomastro. In breve, non si parla d'altro. Chi era il tale? Che gli ha detto di preciso? Dov'è successo? Si viene a sapere che l'hanno rinchiuso nei sotterranei del Municipio e la cosa fa incazzare tutti. Molti si alzano in piedi nervosamente, battono i pugni sul tavolo, escono per avvertire quanta piú gente possibile. Questa volta ce la pagano, quei bastardi! Metto il naso fuori dall'osteria. Mezzo sobborgo di San Nicola è sceso in strada e le grida si ingrossano rotolando da un labbro all'altro. I piú eccitati, con ancora i boccali o i pettini da telaio stretti in mano, come sorpresi da un'imboscata nel cuore della notte, salgono a passi nervosi il selciato che conduce alla porta Felchta e alla chiesa di San Giacomo. Cercano il Magister. Scende, attorniato da un pulsare di voci impazienti di esporgli le proprie convinzioni sul da farsi. Poco sopra di noi, il gruppo rallenta e comincia a ingrossarsi naturalmente, in corrispondenza della locanda dell'Orsa, dove la strada si allarga in prossimità del lavatoio. In un mese da che siamo qui ho avuto modo di apprezzare come il fantasma dell'agitazione sia un abitante in piú di questa città. Tuttavia non capisco del tutto una simile reazione a un arresto che non ha niente di eccezionale. Non si sa nemmeno chi sia finito dentro. Solo un particolare fa da perno al correre delle voci: il malcapitato ingiuriatore è stato rinchiuso nei sotterranei del Municipio, mentre avrebbero dovuto utilizzare la torre dello stesso palazzo. - Cos'è questa storia della torre e dei sotterranei? - chiedo a un anziano che osserva la scena di fianco a me. - Ottavo articolo del nostro ordinamento municipale: mai piú incarcerazioni nei sotterranei, ma solo nella torre. Vedessi che fogna sono, quei sotterranei, capiresti che non è questione di codici! Alzo gli occhi sopra le teste: Magister Thomas è già in piedi sopra un paracarro. Urla contro il sopruso e lo sberleffo al popolo. Sotto di lui un via vai continuo di gente che corre a chiamarne altra e va a raccogliere attrezzi e pietre. In mezzo alla folla, Elias si fa strada verso di me. Quando mi vede, grida piú alto di tutti: - Va' a cercare Pfeiffer! Digli che tra non molto saremo sotto le finestre del Municipio e che porti quanta piú gente può. Di corsa fino alle mura. Mi faccio riconoscere dalla sentinella: nessun problema, evidentemente non si aspettano alcuna reazione. Sempre correndo imbocco la Kilansgasse. Un clamore al fondo della strada, verso la Chiesa di San Biagio, mi informa che Pfeiffer non ha perso tempo. Non appena giro l'angolo e gli compaio di fronte, anche lui in piedi su un pulpito improvvisato, interrompe a metà l'arringa e indicandomi si mette a gridare: - Ecco, ecco un messaggero dal sobborgo di San Nicola. Senz'altro viene a dirci che Thomas Müntzer e i suoi sono sconvolti dalla decisione di quel maiale del borgomastro... Non è vero, fratello? Le teste dell'uditorio ruotano verso di me come un campo di girasoli. - Certo, fratello Pfeiffer! Dalla porta Felchta quelli di San Nicola muovono già verso il Municipio. Mentre mi avvicino a quella piccola folla, Pfeiffer salta giú dal suo fittone e mi corre incontro. Mi getta un braccio intorno alle spalle e sussurra: - Di', fratello, in quanti sarete là da voi? Esagero: - Su duecento potete contare. Mi arpiona la clavicola: - Bene, questa è la volta che ce li fottiamo -. Poi, a voce piú alta: - Si pentiranno di questo affronto, parola mia. Al Municipio, fratelli, al Municipio! Le sue parole sono già grido di battaglia. Non so come siano spuntati i forconi, le torce e le spranghe. Semplicemente, a un certo punto svettano sulla foresta di teste, molto piú spaventosi delle alabarde degli sbirri che chiudono l'accesso al palazzo. Uno di loro si lancia su per le scale a chiedere istruzioni. Torna seguito da una quindicina di altri sgherri. La discussione si accende nelle prime file. Circola la notizia che l'insulto preciso rivolto da Willi Pustola al borgomastro Rodemann sia stato un «Baciami il culo», accompagnato da un'esibizione del posteriore. Per molti si tratta di un invito fin troppo esplicito a ripetere il gesto, e decine di culi prendono di mira il Municipio. Improvvisamente, là davanti, un boato. Spingo e mi aggrappo per vedere meglio, pregustando già la scena dell'umiliazione definitiva di Rodemann. Invece vedo Elias che solleva di peso, alto sopra le spalle, un piccoletto di mezza età, con la testa quasi pelata e il naso paonazzo pieno di bugni. Grida di gioia e mani tese lo accolgono e lo sbalzano sopra le teste: - È Willi! Evviva Willi! Rottinculodimerda! Viva Willi! Topidifogna! Grande Willi! La folla lo porta in trionfo attraverso la piazza; una ragazza sulle spalle di qualcuno gli scopre le tette davanti e Willi ci si butta a pesce come un miracolato. Gli tirano verdure e dolci che lo imbrattano dalla testa ai piedi. Ridendo gli grido: - Viva re Willi! Viva l'eroe della gente di Mühlhausen!!! E l'ubriacone, come se mi avesse sentito, si gira nella mia direzione e fa un segno di benedizione nell'aria, un attimo prima che un cavolfiore lo centri in piena faccia. Capitolo 18 Eltersdorf, Pasqua 1526 Ricordo che la notte dell'incoronazione di re Willi, pochi a Mühlhausen chiusero occhio. Di certo non ci riuscirono Rodemann e Kreuzberg, i due borgomastri, sotto le cui finestre si disputò uno straordinario torneo, a loro dedicato, di insulti, bestemmie e frasi cruente. Né tantomeno poterono riposare molto le schiere di vagabondi avide di possibili saccheggi, che fin dal mattino seguente riempivano le strade. Purtroppo, Morfeo strinse tra le braccia le due sentinelle appostate sul retro del Palazzo municipale, cosicché non fu difficile per i borgomastri fuggire in direzione di Salza, con il gonfalone della città arrotolato sotto il braccio. Al risveglio, quindi, nuovo diffondersi della notizia, nuovo scompiglio e nuovo assembramento sotto le finestre del Municipio, a chiedere l'intervento del Consiglio. Gli otto delegati del popolo, eletti già prima del nostro arrivo, cercarono di convincere il Capo delle guardie di quanto fosse grave il gesto dei due borgomastri e della necessità di cancellare al piú presto quell'onta. Ma quello rispose che non prendeva ordini da nessuno, lui, se non dai legittimi rappresentanti della cittadinanza. E mentre ce ne andavamo a riordinare le idee nel nostro sobborgo di San Nicola, riuscí a radunare attorno a sé buona parte della popolazione, mettendo tutti in guardia da chi avrebbe voluto approfittare della difficile situazione cittadina per disporre delle forze dell'ordine a suo piacimento. Non ci volle molto perché sulle pareti della città fiorissero commenti sul genere GLI SBIRRI NON CAMBIANO MAI. Frattanto, stanchi di aspettare l'esplodere degli eventi, molti maestri del saccheggio in viaggio d'affari intraprendevano senza ulteriori indugi la loro attività, seminando il terrore entro le mura e nelle file dei difensori del Palazzo. Noi, dal canto nostro, cercavamo di valutare con la massima precisione se ci fosse spazio per un'azione di forza. Un messaggero fu inviato a Salza per domandare ad alcuni seguaci di Magister Thomas se non fosse possibile, da parte nostra, intervenire direttamente laggiú, cosí da farla pagare ai due fuggitivi e creare in quella città una situazione favorevole alla rivolta. La risposta fu un cordiale invito a farci i fatti nostri. Mühlhausen si preparava per una seconda notte di veglia. Le ronde dei borghigiani perlustravano la città con le torce in mano mentre le guardie si schieravano all'ingresso della porta Felchta e del Palazzo. Precauzione inutile: da parte nostra non sarebbe stato difficile sfondare quel picchetto, ma una volta dentro, la città poteva trasformarsi in una trappola; da ogni finestra poteva cadere olio bollente, da ogni portone poteva uscire la morte. In piú, c'era da considerare che là dentro disponevano di almeno un centinaio di archibugi, mentre da noi se ne contavano al massimo cinque. Cosí aspettavamo. E l'alone del crepuscolo avvolgeva lentamente le figure di questo esercito degli umili, occupate a imparare l'arte di tirar pietre e bastoni, di stendere l'avversario, di dormire sui ciottoli mangiando pane di segale e grasso d'oca, con un orecchio all'ultimo sermone del Magister e l'altro alle imprese erotiche del vicino. Il giorno seguente, qualche ora dopo l'alba, Ottilie e il Magister, vedendo che il confronto a distanza stava fiaccando i piú, e che molti insistevano per tornare ai loro affari, cercarono aiuto nella Bibbia. «Quando Dio sosteneva il suo popolo, le mura della città crollavano al suono delle trombe. Ricordatevi la fine di Gerico. Anche a noi, che siamo suoi eletti, il Signore Dio concederà un'altrettanto facile vittoria. Ma occorre aver fede e credere che Dio non abbandonerà il suo esercito». Magister Thomas sapeva come essere convincente, e questo discorso fu accolto alla lettera da una cinquantina di confratelli. Armati di sette imponenti corni da caccia, di quelli con l'ancia in metallo, si incamminarono lungo il sentiero che costeggiava i bastioni, cantando e suonando con quanta forza gli permettevano i polmoni. La scena, se non altro, entusiasmò tutti e, sicuramente, impressionò parecchio i ricchi birrai asserragliati sulla Piazza municipale. Quei cinquanta soldati di Giosuè non arrivarono mai al settimo giro di mura. Stavano appena terminando il quinto, e urlavano a squarciagola «Servi mangiamerda!» all'indirizzo delle guardie allineate sotto l'arco della porta Felchta, quando in lontananza apparve ciò che avrebbe definitivamente dissolto la tensione di quei giorni. Un gruppo molto numeroso di uomini, sul quale cresceva fitta una foresta di lunghi bastoni, avanzava spedito in direzione della città. Fossero stati i rinforzi provenienti da Salza, Mühlhausen sarebbe caduta nelle nostre mani entro sera. Ma il fratello Leonard, che avevamo inviato loro incontro, tornò con la notizia che si trattava degli abitanti del contado, che venivano in soccorso al Consiglio della città. Nel giro di poco tempo la notizia raggiunse anche l'interno delle mura, e ci trovammo presto stretti tra due fuochi: da una parte i contadini che già salivano per il selciato e dall'altra i borghigiani, che si godevano la scena occhieggiando dietro la prima fila di sentinelle. Insomma, troppi. Ecco che succede a lasciar da parte i contadini, per conquistare i cannoni della città! Gli promettono una riduzione sulle tasse di ingresso delle derrate e te li ritrovi contro in un baleno. In una giornata come quella, con i contadini dalla nostra... Invece l'esercito degli umili si disperse rapidamente, senza spargimenti di sangue, come burro in un forno. I contadini strinsero la mano ai borghigiani, mandando in frantumi i nostri corni da caccia, e tornarono a casa per l'ora di cena. Cosí la risoluzione del Consiglio di eleggere due nuovi borgomastri ebbe il tono di una concessione, un modo semplice per eliminare due imbecilli e rafforzare il controllo sulla città. La mattina dopo, la Piazza municipale si riempí nuovamente di una grande folla di persone in attesa di conoscere i nomi dei nuovi borgomastri. Uno degli eletti, il produttore della miglior birra della città, festeggiò subito regalando alla popolazione due botti enormi, Poi prese la parola il secondo, che aveva una bottega di tessuti. Disse che grazie alla lungimiranza del Consiglio, una situazione di grave scompiglio era stata risolta; che Rodemann e Kreuzberg avevano giustamente pagato il loro gesto e nor sarebbero tornati in città. Tuttavia non erano gli unici ad aver agito contro gli interessi della cittadinanza; come c'era da aspettarsi da uno straniero, messer Thomas Müntzer aveva fatto il possibile per gettare il borgo nel caos e messer Heinrich Pfeiffer lo aveva ciecamente seguito in quel suo disegno sobillatore. Mühlhausen non aveva bisogno di gente simile per migliorare il proprio ordinamento. Thomas Müntzer e Heinrich Pfeiffer erano pertanto invitati ad abbandonare la città entro due giorni. Se si fossero trattenuti oltre avrebbero meritato l'incarcerazione nella torre del palazzo. Mi chiedo ancora quali strane alchimie si fossero prodotte nel corso della notte precedente e quale fluido paralizzante scorresse in quel momento sul pavimento della piazza. Certo, la venuta dei contadini fu un duro colpo, e quel sentirsi accerchiati, pure. Tuttavia, deve esserci dell'altro a spiegare il silenzio che spazzò quella distesa di corpi, cosí forte da cancellarne per un attimo il fetore. Qualcosa che Magister Thomas doveva aver intuito prima di me, perché quella mattina rimase a San Giacomo e quando lo raggiunsi stava raccogliendo la sua roba. Fuori dalle mura di Mühlhausen, capimmo di aver commesso l'errore piú grave. Un errore irripetibile. Con la città alle spalle, fu a me che Ottilie mormorò quella lezione: - Avevi ragione tu. Senza i contadini non possiamo niente. Capitolo 19 Norimberga, Franconia, 10 ottobre 1524 Articolo quarto: [...] Perciò noi avanziamo questa richiesta: se uno ha un ruscello e, con sufficiente documentazione, può dimostrarne la proprietà, avendo comprato il corso d'acqua in buona fede, allora non vogliamo espropriarlo con la violenza, ma addivenire a un accordo fraterno con lui. Chi però non può dimostrare adeguatamente tutto questo, deve restituirlo alla comunità, come è giusto. Articolo quinto: [...] che una comunità abbia la libertà di permettere che ognuno possa raccogliere e portarsi a casa, senza pagare, la legna che gli è necessaria per il fuoco e anche quella che gli serve per costruire [...] Articolo sesto: Siamo enormemente gravati dal servigio che dobbiamo prestare al signore e che viene continuamente aumentato [...] Facciamo richiesta che venga ammesso, come è giusto, di non gravarci piú in questo modo, ma di permetterci [...] di prestare il servigio allo stesso modo dei nostri genitori e soltanto secondo la parola di Dio. Entriamo a Norimberga dalla porta piú a nord. Sulla sinistra, le torri imponenti della Fortezza imperiale ci ricordano quello che già sappiamo: questa città è una delle piú grandi, piú belle e piú ricche di tutta Europa. Davanti a noi si arrampicano fino al cielo le sagome slanciate dei campanili di San Sebaldo, e ai due lati della strada pittori e scultori seguono il lavoro nelle loro botteghe. Ottilie giura che la casa del grande Albrecht Dürer è a pochi passi da qui. Quella di Johannes Denck, con il quale dovremmo incontrarci già questa mattina, è invece dalle parti della Königstrasse, all'angolo sud del rombo che delimita il cuore della città. Passiamo dalla Piazza del Mercato, inebriata dall'odore di incensi, profumi e spezie delle Indie, i colori delle sete cinesi che fluttuano al sole, i sette Elettori che si inchinano all'Imperatore proprio sopra le nostre teste, sull'orologio della Chiesa di Nostra Signora. Hans Hut, il libraio, da quando siamo entrati in città, si attarda con il Magister subito dietro di noi, a passo volutamente piú lento. Motivo: sostiene che a Norimberga, da qualunque porta entri, chiunque segua istintivamente il fluire della folla si troverà presto o tardi adagiato da una corrente invisibile sulla Piazza di San Lorenzo. Cosí, per non influenzare il risultato dell'esperimento, si mantiene a distanza, dato che queste strade non hanno per lui alcun segreto. Nonostante questa precauzione, la dimostrazione viene ugualmente falsata, poiché le torri di San Lorenzo appaiono in tutta la loro imponenza non appena attraversiamo il ponte sul fiume che taglia la città. *** C'è un via vai frenetico nella stamperia. Giornata di incontri importanti: un ribollire di contatti, dialoghi, progetti che preannunciano nuove settimane di terremoto e rivolgimenti. I contadini sono scatenati: non passa giorno senza che arrivino notizie di saccheggi, insurrezioni, banali risse che si trasformano in tumulti, di regione in regione. La rete di contatti che il Magister va coltivando con ossessiva precisione da anni, è estesa e ramificata e non cessa mai di allargarsi e fornire notizie. In piú c'è la stampa, appunto; questa tecnica stupefacente, che come un incendio d'estate secca e ventosa, si sviluppa giorno dopo giorno, ci dà idee in quantità per inviare lontano e piú velocemente i messaggi e gli incitamenti che raggiungono i fratelli, spuntati come funghi in ogni anfratto del paese. I due apprendisti sono furiosamente al lavoro, nella grande stamperia di messer Hergott in Norimberga. Le mani trasformano l'inchiostro sulla semplice carta in caratteri di piombo che moltiplicano le parole. Rapide occhiate e dita agili che ricompongono gli scritti del Magister: proiettili che verranno scagliati in tutte le direzioni dal piú potente dei cannoni. Il torchio, nell'angolo, sembra dormire in attesa di imprimere il suggello finale. Non è stato difficile convincerli. Hergott è fuori città per una settimana e la presenza contemporanea di Hut, Pfeiffer, Denck e Magister Thomas avrebbe convinto chiunque: il turbinio dei discorsi, la passione e la fede di questi uomini, persuaderebbero i morti a tornare al lavoro. Sorrido trasognato, comunque attento al dialogo che si svolge (attorno al tavolo, sul retro della stamperia. Discutono fitti. Hans Hut è di queste parti, dimora a Bibra, poche miglia da qui, eccellente diffusore di stampe già da qualche anno. Stampò le prime parti del Vangelo tradotto da Lutero, e ciò gli valse molto credito, che però non riscosse ai banchi dei principi. Data l'ingente mole di lavoro sta cercando di aprire una stamperia propria, a Bibra: iniziativa importante, che forse vedrà la luce in queste settimane. In ogni caso, conosce tutte le tecniche correnti di stampa e il suo parere è imprescindibile. Johannes Denck dimostra i miei anni, scaltro come una faina, anch'egli di queste parti, ben conosciuto dalle autorità locali, ma già da parecchio tempo in giro per contrade e paesi fino alle regioni del Mare del Nord. Provocatore, agitatore di mestiere, bisogna averlo amico per evitare che il suo spirito libero ti si rivolti contro. Un'intelligenza brillante mostra anche per le Scritture: la città è in subbuglio per una sua orazione dove elencava quaranta paradossi riscontrati nei Vangeli. Dice che per il fedele «non c'è altra guida» nella lettura «che il mondo interiore di Dio, che proviene dallo Spirito Santo». Il Magister ne apprezza l'acume, la scaltrezza e il bagaglio di notizie che ha riportato dai suoi viaggi. Il testo che ha scritto a Mühlhausen e che abbiamo portato qui parla anche di queste cose. - Quell'ammasso di carne flaccida che risiede a Wittenberg, fra' Soppiattone, vuole tenere la Scrittura ben lontana dagli occhi dei contadini. Ha paura di essere sbalzato dal trono su cui poggia il culo! I contadini dovrebbero tenere la testa bassa sull'aratro mentre lui fa il nuovo Papa! Quest'infamia non deve durare oltre, va smascherato! La parola del Signore deve essere accessibile a tutti, soprattutto gli umili devono poterla incontrare direttamente e meditarla in coscienza, senza per forza passare dalla bocca bavosa degli scribi. È il Magister che parla. Denck annuisce e interviene: - Questo è senz'altro vero. Ma bisogna fare i conti anche con altri problemi. I contadini non sono tutto. Ci sono anche le città: avete visto a Mühlhausen. Come ti dicevo, ho trascorso mesi incredibili in questo porto del Mare del Nord, Anversa. Lí i mercanti sono ricchi e forti, il traffico delle navi aumenta di ora in ora e la città ribolle di animi inquieti. C'è un fratello lí, un copritetti d'ardesia, per molti rozzo e ignorante, che predica e incita alla ribellione degli spiriti liberi contro gli empi. Vedessi chi riesce a tirarsi dietro: pellicciai, armatori, mercanti di pietre con le loro famiglie illustri, assieme a birrai, carpentieri e vagabondi. C'è la grana insomma, e la grana serve a sostenere tutte le cause. I fottuti borghigiani delle nostre città sono bigotti e inclini a barattare piccoli vantaggi con la sottomissione dei contadini e la conservazione dei principi. Sono i loro culi che vanno presi a calci! - Se riusciamo a impadronirci delle loro botteghe per stampare i nostri scritti non c'è poi cosí bisogno di grana! - se la ride Hut. - Ma sta' zitto, che sono mesi che fai progetti per la tua nuova stamperia e intanto ci costringi a fare i saltimbanchi! - lo sfotte Pfeiffer. - No, no, stavolta si fa! In meno d'un mese sarà pronta. Mi hanno assicurato che il torchio è già in viaggio e se non ci fosse tanta confusione in giro sarebbe già pronta da settimane. Denck gli dà di gomito: - Eh già che a te cuor di leone la confusione non piace... Scoppiamo a ridere. Nel frattempo gli apprendisti di Hergott non hanno mai alzato la testa dal tavolo di composizione: ne avranno ancora per un pezzo. Da un po' di tempo osservo una cesta ricolma di strisce di carta di varie dimensioni. La indico a Hut: - A cosa serve? - A niente. Sono gli scarti: questo torchio imprime quattro pagine su ogni foglio grande. Quando le tagli ne rimane sempre d'avanzo. - Si possono stringere i caratteri e ottenere un margine d'avanzo piú grande? - Sí, ma perché? Non ti basta tutta questa carta sprecata? - Forse è una sciocchezza, ma pensavo che oltre allo scritto del Magister, da ogni imprimatur si potrebbero ottenere dei fogli sfusi, dove esprimere in poche righe efficaci il nostro messaggio, cosí da portarceli dietro agevolmente, e poterli distribuire a mano nelle campagne, in giro. Potremmo farli circolare attraverso i fratelli sparsi ovunque, potremmo raggiungere tutti, non so, è un'idea... Silenzio. Pfeiffer dà una manata sul tavolo: - Potremmo stamparne centinaia! Migliaia! Gli occhi del Magister lampeggiano come quando si accinge a uno dei suoi sermoni, il suo sorriso mi fa avvampare. - Sei diventato grande, ragazzo: dovrai solo imparare a sostenerle con piú forza le tue idee. Hut afferra una striscia di carta dal cesto, prende penna e calamaio e inizia a far di conto. Borbotta tra sé: - Può funzionare, può funzionare... Quasi si ribalta dalla sedia per girarsi e gridare agli stampatori: - Fermi voi due! Fermate tutto! Capitolo 20 Eltersdorf, autunno 1526 Riparo le stie per i polli, in previsione dell'inverno, inchiodo le assi perché le bestie non soffrano troppo il freddo. La sera mi reimmergo nelle memorie. Ricordo che venne il tempo del Föhn, lo stesso che spira ora su un mondo diverso. Il Föhn: vento caldo, denso d'umido e secrezioni che spira da meridione, si insinua per la catena alpina e sfocia nei campi e le vallate, risalendo col suo carico d'umori folli e violente passioni, per cui va famoso. Si impadroní di noi e di quell'inverno di febbre e delirio, avvinghiò i nostri corpi in un fremito privo di controllo, prima di scagliarli in una danza di morte che incide ancora tutti quei nomi sulla mia carne. Nomi. Dei luoghi, dei volti. Nomi di morti. Li leggevo nelle Scritture, prima, e saettavano fuori dai fogli racchiusi nei tomi, unendosi indissolubilmente alla gioia degli occhi delle sorelle, assumendo le espressioni luminose dei loro bambini, i profili affilati, ruvidi, di contadini e minatori liberi nello Spirito di Dio. Jacob, Matthias, Johannes, Elias, Gudrun, Ottilie, Hansi. Nomi di morti, adesso. Non avrò piú nomi, mai piú. Non legherò la vita al cadavere di un nome. Cosí li avrò tutti. Oggi sono vivo per ricordarli, e posso ascoltare la pioggia battere sul tetto, mentre un altro autunno si consuma sotto l'incalzare del tempo ed Eltersdorf si prepara a ricevere la prossima neve, il gelo dopo quest'ultimo alito caldo. L'ottobre del '24 finí con un'altra espulsione extra muros. Stavolta si trattava di Norimberga. Da circa una settimana i due addetti della stamperia di Hergott ci avevano consegnato il frutto di notti senza sonno e giornate di lavoro furibondo; i due scritti che il Magister aveva portato con sé da Mühlhausen: cinquecento esemplari della Esplicita messa a nudo, piú altrettanti della Confutazione. Inoltre le modifiche apportate al metodo di composizione dei quarti di pagina, ci avevano fatto ricavare diverse migliaia di fogli separati, di piccole dimensioni, sui quali era riprodotta una versione brevissima del nostro programma, insieme a incitamenti, rivolti soprattutto alle donne, e alla benedizione del Signore che ci avrebbe protetto anche con la spada, se necessario. Avremmo potuto distribuirli liberamente, durante gli spostamenti tra campagne, borghi, contadi. Dopo una discussione non priva di momenti di ilarità, decidemmo di chiamarli flugblatt («foglio volante») proprio per via di quella caratteristica di fogli singoli dalla forma ridotta, che potevano passare agevolmente di mano in mano, adatti alla gente umile, in una lingua semplice che molti avrebbero compreso direttamente o facendosene dare lettura da qualcuno. Quella settimana era trascorsa tra il via vai di emissari e corrieri che garantivano il primo giro di distribuzione dei testi del Magister in varie regioni: cento copie erano già state spedite ad Augusta. Ma il clima cittadino non era molto rassicurante. Grande scalpore aveva suscitato, ad esempio, l'ennesima impresa di Denck, che il 24 o 25 di ottobre aveva arringato oltre ogni misura gli studenti di San Sebaldo, con aperti inviti a far strage di chi si arrogava il diritto esclusivo d'interpretare la parola di Dio. Discorso al termine del quale, Johannes la volpe, con una tipica improvvisazione, si era autoproclamato rettore della scuola stessa, acclamato dagli studenti entusiasti. Tutto ciò era piaciuto molto poco alle autorità locali, pressate anche dalle notizie incessanti sul dilagare di rivolte nella Selva e in tutte le regioni circostanti, per cui fin dal giorno successivo si era sparsa la voce di un'imminente cacciata di Denck dalle mura cittadine. E cosí fu. Il 27 ottobre il carico di libri di fratello Höltzel venne fermato alla Porta Spitfler, mentre usciva dalla città per dirigersi a Magonza. Tra i volumi le guardie del Consiglio cittadino, evidentemente già messe in preallarme, trovarono venti copie dell'Esplicita messa a nudo, sequestrarono tutta la partita e scacciarono in malo modo Höltzel, che aveva ricevuto dal Magister il compito di diffondere e ristampare lo scritto. Nell'arco della stessa giornata la voce sull'imminente espulsione di Denck divenne certezza. All'alba del 28 ottobre eravamo già tutti in arresto. Agli sbirri sarebbe occorso ancora un giorno intero per rintracciare il nostro deposito: Hergott era tornato, non aveva esitato a denunciarci e a permettere alle guardie di interrogare a lungo i due apprendisti. L'intera tiratura venne sequestrata. Solo Hut il giorno prima era riuscito a far trasferire a Bibra i fogli volanti, insieme ad alcune copie degli scritti del Magister. Il Consiglio non voleva guai. Due borgomastri ci fecero visita a tarda sera nella cella e ci comunicarono che la decisione era stata presa: prima dell'alba ci avrebbero condotto fuori città senza dare notizia dell'arresto e dell'espulsione. Magister Thomas, Ottilie, Pfeiffer, Denck, Hut, Elias e me. Ci ritrovammo di nuovo sulla strada, a contemplare lo spettacolo incredibile dell'alba che spuntava timidamente dietro i pinnacoli di Norimberga, tingendoli di rosa. Questa volta il Magister non sembrava affatto turbato dagli eventi: Hut ci condusse a casa sua, a Bibra, a poche miglia di cammino, un posto sicuro in cui decidere il da farsi. Lí il Magister ci disse che era necessario separarsi e questo ci inquietò non poco: l'aver condiviso le disavventure degli ultimi mesi ci aveva affiatato molto e sembrava assurdo sciogliere la compagnia. Ricordo la determinazione nei suoi occhi: - Lo so, ma noi sette dobbiamo fare il lavoro di cento - disse - e se resteremo tutti uniti non ci riusciremo mai. Ci sono compiti che hanno la priorità assoluta e che dobbiamo suddividerci. Il tempo è maturo, gli empi possono essere messi alle strette, mezza Germania è in rivolta, non c'è un attimo da perdere. Si voltò verso Hut: - Innanzi tutto è necessario assicurarsi che almeno i libri spediti ad Augusta siano giunti a destinazione, e cercare di diffonderli il piú rapidamente possibile... Hut annuí senza aggiungere nulla. La missione era sua. Il Magister continuò: - Per quanto riguarda me, è di vitale importanza che raggiunga Basilea. Devo incontrare Ecolampadio e verificare se davvero la situazione è cosí fervida come mi hanno scritto i fratelli di laggiú. Se la piú importante città della Confederazione Elvetica passasse dalla nostra parte i principi avrebbero vita dura... - il suo sguardo cadde su Denck. - Credo che tu Johannes dovresti venire con me. Hai già operato in una grande città e il tuo consiglio sarebbe di grande aiuto. - E noi altri? - Pfeiffer sembrò preoccupato. - Dove ci andremo a ficcare? Magister Thomas raccolse un pesante sacco di iuta e lo aprí sul tavolo, quanto bastò per rovesciare parte del contenuto davanti ai nostri occhi. I fogli volanti scivolarono sulle assi come se una mano invisibile li muovesse. - Ecco i semi. Le campagne saranno il vostro campo. Il mio sguardo disorientato incontrò quelli di Pfeiffer e di Elias. Ottilie raccolse alcuni fogli: - Certo, i contadini... i contadini, - guardò me. - Devono poter sapere, bisogna fargli sapere che i loro fratelli in tutta la Germania si stanno sollevando. E per chi non sa leggere, leggeremo noi... - Poi, rivolta a Pfeiffer: - Un esercito, Heinrich, un'armata di contadini che liberi palmo a palmo questa terra dall'empietà... - cerca l'approvazione del Magister. - Marceremo coi contadini su Mühlhausen, là c'è ancora molta gente che vuole spezzare il giogo dei tiranni e dei falsi profeti! Sentii il calore del coraggio che mi gonfiava il cuore e i muscoli, gli occhi e le parole di quella donna accesero un fuoco che pensai niente e nessuno avrebbe mai piú potuto estinguere. Indicandoci, Magister Thomas si rivolse a lei con un sorriso e disse: - Moglie, affido a te questi tre uomini. Fa che li ritrovi sani e salvi al mio ritorno. Dovrete essere prudenti, gli sgherri dei principi sono sguinzagliati per il contado, non fermatevi mai, non dormite mai due notti consecutive nello stesso posto, non fidatevi di nessuno il cui cuore non sia per voi come un libro aperto. E confidate in Dio, ogni momento. Sua è la luce che illumina il nostro cammino. Badate di non perderla mai. Confido che in capo al nuovo anno ci ritroveremo tutti alla chiesa di Nostra Signora in Mühlhausen. Buona fortuna, e che il Signore sia con ognuno di voi. Capitolo 21 Eltersdorf, capodanno 1527 Il vento picchia contro le assi della porta come un cane impazzito. Le candele sembrano vacillare anche qui dentro, come se potessero essere raggiunte dal soffio gelido dell'inverno. Cosí i ricordi si mescolano e tremano, percorsi ancora dai brividi di quella rabbia: furono i giorni della tempesta. Giacigli al cui confronto questa branda è un letto principesco; bambini magri e sporchi, volti dignitosi incapaci di un lamento che si riempivano della voglia di riscatto; sempre in strada, attraverso cascine, borghi, villaggi. Eravamo seminatori solerti, che accendevano la scintilla della guerra contro gli usurpatori della gloria di Dio, i vessatori del Suo popolo. Vidi falci trasformarsi in spade, zappe divenire lance e uomini semplici lasciare l'aratro per mutarsi nei piú impavidi guerrieri. Vidi un piccolo falegname incidere un grande crocifisso e guidare le schiere di Cristo come il capitano del piú invincibile esercito. Vidi tutto questo e vidi quegli uomini e quelle donne raccogliere la propria fede e farne bandiera di rivincita. L'amore stringeva i cuori in quell'unico fuoco che avvampava dentro di noi: eravamo liberi ed eguali nel nome di Dio e avremmo spaccato le montagne, fermato i venti, ucciso tutti i nostri tiranni per realizzare il Suo regno di pace e fratellanza. Potevamo farlo, finalmente potevamo farlo: la vita ci apparteneva. Themar, Unterhof, Regendorf, Swartzfeld, Ohrdruf, mai due giorni nello stesso posto. A metà novembre decidemmo di fermarci in un minuscolo paesino di nome Grünbach, poco piú di una giornata di cammino da Mühlhausen. Il villaggio era abitato esclusivamente da contadini al servizio del cavaliere di Entzenberger, presso il quale anni prima il poliedrico Pfeiffer aveva svolto funzioni di cuoco e di confessore. Ci assicurò che il cavaliere era un nemico giurato della città imperiale e che non avrebbe certo impedito la nostra azione di evangelizzazione nei suoi possedimenti. In cambio di un aiuto nei lavori piú pesanti, trovammo sistemazione in una vecchia stalla in disuso, accanto alla casupola di una vedova di nome Frida. Come letto paglia e coperte di lana grezza. La donna si dimostrò, fin dal mattino del nostro arrivo, molto lieta di ospitarci, sostenendo che per tutta la settimana precedente aveva avuto presagi di ogni tipo sull'arrivo nella sua casa di persone di grande riguardo. Per la prima volta provai la strana sensazione di ascoltare una persona parlare la mia lingua senza capire alcunché di quello che stesse dicendo. Escluso Pfeiffer, che era nato da queste parti, l'unica ad afferrare qualcosa di quello che disse l'anziana contadina fu Ottilie, che nel suo girovagare insieme al marito aveva cominciato a fare l'orecchio ai mille modi in cui può essere storpiato lo stesso vernacolo. La vedova Frenner aveva una figlia, di circa sedici anni, che si occupava delle mucche del padrone e le mungeva tutte le mattine. La ragazza era la piú piccola di sei fratelli, finiti tutti al seguito di un valoroso capitano al soldo del conte di Mansfeld. Fin dal giorno successivo al nostro arrivo a Grünbach, di buon mattino, cominciammo a visitare campi, orti e stalle e a prendere contatto con la gente, distribuendo i fogli volanti e annunciando l'imminente caduta dei potenti. La concorrenza fu molto agguerrita: nella stessa giornata incontrammo un predicatore luterano, due vagabondi che cercavano di ottenere ospitalità e cibo spiegando la Bibbia e predicendo il futuro; e da ultimo un reclutatore di truppe mercenarie che magnificava la vita nel suo esercito, la paga generosa, i facili guadagni, la gloria. La gran parte dei contadini che incontrammo ci ascoltò con una certa attenzione, fece domande molto puntigliose riguardo alla fine del mondo, si inorgoglí nel sentirsi chiamare popolo eletto e mostrò un certo spavento di fronte all'idea che per cambiare la loro situazione non sarebbe sceso Dio in persona a rovesciare i potenti, ma avrebbero dovuto farlo loro con falci e forconi. Alcuni di loro, grazie ai fogli che gli mettemmo in mano, fecero conoscenza con la stampa, mentre altri dimostrarono di essere in grado di leggere qualcosa e ci spiegarono di aver imparato grazie a un venditore ambulante di almanacchi e profezie. Grande successo riscuoteva la stampa dell'immagine di Martin Lutero che randella vescovi e papisti. Decidemmo cosí che nei prossimi fogli volanti avremmo stampato piú che altro immagini: sovrani costretti a zappare la terra, contadini in rivolta sotto lo sguardo protettore dell'Onnipotente e via discorrendo. La sera, a Grünbach, fummo invitati nella bottega di un certo Lambert, che faceva il fabbro e accomodava gli attrezzi. La fornace spenta da poco diffondeva nella stanza il suo calore. Ci venne offerto pane condito con cumino e coriandolo ed Elias, senza dare troppo nell'occhio, convinse anche Ottilie, che odiava quei sapori, a mangiarne almeno un poco. Piú tardi, mentre ci avvolgevamo nelle coperte ruvide, ci spiegò che soltanto streghe e stregoni rifiutano di mangiare il cumino, perché si dice che annulli ogni loro potere. Il fabbro Lambert lanciò una sfida di canzoni al contrario e cominciò a proporre la sua: Sono uscito stamattina che faceva già buio, con la falce per andare a zappare, per la strada son salito su una quercia, e ho mangiato tutte le ciliegie, è arrivato il padrone di quel melo, mi ha detto di pagargli la sua uva. Altri rilanciarono con filastrocche che raccontavano di lupi che belano, di gusci che trascinano lumache, di pulcini che si trasformano in uova. Ma il premio finale se lo aggiudicò Elias, con la sua voce da orco: Conosco una canzone al contrario, presto al dritto la dovrò cantare, ho spiegato il Vangelo al parroco, che s'ostinava a parlare in latino, gli ho detto il grano lo devi pagare, quel che avanza è di chi non l'ha. Son salito da solo a palazzo, col mio amico siamo andati dal signore, in cinque gli abbiam detto che la terra è nostra, in dieci gliel'abbiamo spiegato, in venti lo abbiamo fatto scappare, in cinquanta ci siam presi il castello, in cento lo abbiamo bruciato, in mille abbiam passato il fiume, in diecimila andiamo alla battaglia finale! Grazie a quella canzone, che presto diventò un vero e proprio inno, ci conquistammo da subito la simpatia dei contadini di Grünbach. Elias preparava la battaglia finale: veri e propri addestramenti, tutti i giorni al tramonto, insegnando a usare la spada e il coltello, a disarmare l'avversario, ad atterrarlo e a conciarlo per le feste a mani nude. Prima di allora non avevo mai maneggiato nessun tipo di arma, e devo ammettere che i contadini si dimostrarono allievi ben piú abili di me. E poiché la gente delle campagne non ama le cose astratte, dopo qualche giorno mettemmo alla prova il nostro piccolo esercito. Tuttavia non ci fu molto da combattere; il parroco si diede alla fuga non appena scorse i forconi alti sopra le teste, e non fu difficile requisire il grano dell'ultima decima per ridistribuirlo tra la gente dei villaggi circostanti. Qualche giorno dopo organizzammo una grande festa a Sneedorf, nel corso della quale venne eletto il nuovo parroco della comunità e per la prima volta dopo molti anni venne concesso dall'autorità religiosa di ballare la danza del Gallo, che era stata fino ad allora proibita, per via di certe piroette molto lascive, che lasciavano scoprire le gambe delle donne. Prima di ubriacarmi come poche volte mi era successo, finché le gambe mi sorressero, accompagnai nelle danze Dana, la giovane figlia della vedova Frenner. Nei giorni successivi, la notizia di un parroco eletto dai fedeli raggiunse anche le comunità vicine, che inviarono messaggeri a Grünbach per chiederci di intervenire a loro sostegno, ora contro il parroco, ora contro il signore. Senza esitazioni i nostri confratelli lasciavano i loro lavori e accorrevano dove c'era bisogno, fino a quando tre giorni ininterrotti di neve bloccarono ogni possibile spostamento. Oltre al vento e al gelo un'altra tempesta raggiunse il nostro villaggio. Poco prima dell'alba venimmo svegliati dalle urla dei contadini che erano andati sui campi per controllare gli effetti della gelata. Quando uscimmo sull'aia, Frida correva impazzita da ogni parte e Dana piangeva inginocchiata nella neve. Pfeiffer bloccò la vedova per capire cosa stesse succedendo, ma nello stato in cui era, la sua parlata si faceva ancor piú incomprensibile. Allora mi avvicinai a Dana e piegandomi su di lei chiesi lentamente: - Cosa sta succedendo, sorella? Dicci qualcosa... Singhiozzando: - I lanzichenecchi, sono di nuovo qui... Hanno ucciso mio padre, portato via i miei fratelli, a me e a mia madre... - Non riuscí a continuare. Spuntati dal nulla, chiamati da chissà quale guerra, affamati dal freddo e stanchi, un manipolo di mercenari puntava dritto sul paesello, con la speranza di portar via un po' di cibo, e la minaccia di stupri, incendi e uccisioni se non ne avessero trovato. Elias fu il primo a cercare una soluzione. - Se non sbaglio qui in paese siamo trenta uomini e venti donne. Loro sono sicuramente molti di piú. Batterci non possiamo. Propongo di lasciargli le mucche del cavaliere: quattro vacche dovrebbero sfamarli -. Detto questo si allontanò per avvertire gli altri. Io gli andai dietro, mentre Pfeiffer restò con le donne. I contadini erano abituati a difendere i beni del loro signore a costo della vita, perché in alternativa avrebbero passato anni interi a cedere al padrone quasi tutta la loro parte del raccolto per ripagare il danno da lui subito. Per questo non fu facile convincerli che questa volta, quando il padrone fosse venuto a reclamare i suoi privilegi, gli avremmo risposto come meritava, mentre ora, isolati come eravamo, bisognava pensare soltanto a salvare la pelle. Accogliemmo i mercenari sulla strada del villaggio, con la neve alle ginocchia e ogni tipo di attrezzo stretto in pugno. Erano almeno un centinaio, ma ci accorgemmo subito che la marcia e il freddo li avevano stremati. Molti di loro non si reggevano sulle gambe a causa dei piedi congelati, altri non erano lontani dall'assideramento. Con loro anche parecchie donne, probabilmente prostitute, in condizioni miserevoli. - Abbiamo bisogno di cibo, di un fuoco e di qualche erba contro la febbre, - disse il capitano giunto a distanza di voce. - Li avrete, - fu la risposta del fabbro Lambert. - Però, - aggiunse Elias, che aveva intuito la situazione, - lascerete liberi tutti gli uomini e le donne che non voghono piú seguirvi. - Nessuno se ne vuole andare dal mio esercito! - rispose il capitano cercando di essere convincente, ma non aveva finito di dire quelle parole che almeno una trentina, tra uomini e donne, inciampando nella neve, vennero a nascondersi dietro di noi. Il capitano restò immobile, la mascella serrata. Poi disse di nuovo: - Avanti, allora, mostrateci il cibo, la legna. Consegnammo ai cuochi quattro mucche piuttosto in carne, che quelli cominciarono a sgozzare e a macellare immediatamente, e il sangue si mescolava alla neve sciolta. Quella notte Dana, intirizzita dal freddo e dalla paura, venne a trovarmi nel mio letto di paglia, pregandomi di farla restare lí e di proteggerla, perché temeva che i soldati potessero rifarle quello che lei e sua madre avevano dovuto subire due anni prima. Scivolò sotto di me, prima di emettere un fiato, ordinare un pensiero. Era magra, gomiti spigolosi, lunghe gambe diritte come i seni, piccoli, appuntiti contro di me, che già faticavo a trattenere il respiro piú intenso, proprio sulla sua faccia tutta grandi occhi neri. Si fece piú piccola, viso premuto contro il mio petto, piano una gamba avvolse il bacino. Nessuno ti farà del male. Sciolsi dentro di lei, senza irruenza, giorni, mesi di tensioni e desiderio, ansimando a ogni tocco e lieve movimento. I sottili gemiti di Dana non chiedevano parole né promesse: mi incurvai, la bocca cercava il suo seno, prima sfiorai, poi premetti le labbra su un capezzolo. Tenni il suo viso e i capelli, piú corti di quelli di un ragazzo di bottega, tra le mani, dentro di lei, a lungo, per un tempo che non ricordo, fin quando non si addormentò avvinghiata a me. Se ne andarono tre giorni dopo, abbandonando i resti delle carcasse accanto ai fori nerastri dei fuochi nella neve e quella trentina di disperati senza paga da mesi. I nuovi arrivi si dimostrarono utili: quasi tutta gente di campagna, ma sapeva usare le armi e schierarsi in battaglia. Il primo venerdí di ogni mese si teneva a Mühlhausen un grande mercato artigianale, al quale accorreva gente dai quattro angoli della Turingia, da Halle e da Fulda, da Allstedt e da Kassel. Secondo Pfeiffer quello era il giorno in cui avremmo dovuto tentare il rientro in città, nascosti dalla gran massa di persone che ne attraversava le porte. Dicembre si avvicinava. Cominciammo a prendere contatti dentro Mühlhausen, tra i minatori del conte di Mansfeld, tra gli abitanti di Salza e Sangerhausen. Il primo venerdí di dicembre la città dei birrai si sarebbe riempita di una folla interessata a ben altro che a qualche cesto di paglia. Capitolo 22 Mühlhausen, 1 dicembre 1524 Articolo settimo: D'ora in poi un signore non deve piú aumentare gli oneri a suo piacere. [...] Quando però il signore ha bisogno di un servigio, il contadino lo fornirà obbediente e volentieri; lo farà però nei giorni e nelle ore in cui non gliene può venire del danno, e in cambio di un adeguato compenso in denaro. Articolo ottavo: [...] Noi chiediamo che il signore faccia esaminare questi beni [dei quali usufruiamo] da gente fidata, per decidere qual è il giusto canone, affinché il contadino non faccia un lavoro senza mercede, poiché chi fa un lavoro ha diritto a essere ricompensato. Articolo nono: [...] È nostra convinzione che bisogna fare riferimento alle pene del vecchio ordinamento giuridico scritto, il quale prevede un giudizio obbiettivo e non uno dettato dall'arbitrio. L'odore pungente e disgustoso delle sostanze usate per conciare le pelli mette fretta alla guardia che presidia la porta. Il pellicciaio viene fatto passare dopo un controllo molto sbrigativo, e cosí il suo folto seguito, nel quale nessuno ha modo di individuare una vecchia conoscenza della città imperiale, un ex studente di Wittenberg, un colossale minatore e una giovane donna con occhi di giada. Le strade di Mühlhausen sono gonfie di carri, trascinati nel pantano di gente dalla fatica di buoi, cavalli, somari e, non raramente, umani. Enormi insaccati, stritolati da un groviglio di funi e cordelle, spesso cosí alti da oscurare le finestre delle case. Carichi di arnesi per ogni tipo di mestiere, mobili per ogni genere di abitazione, abiti per ogni sorta di individuo. Spuntano da ogni angolo, quando meno te l'aspetti, preceduti d'un soffio dalle grida del conducente che chiede strada, a una velocità sempre troppo elevata per non dar luogo a spinte, urti e calpestamenti. Nelle strade piú larghe, ai due lati, si sistemano i venditori meno attrezzati, con la merce adagiata per terra; mentre in piazza stanno quelli che hanno almeno due pali e un telo da riparo o carri lussuosi che con giochi di cerniere e incastri si trasformano in vere e proprie botteghe. C'è chi illustra urlando le qualità dei suoi prodotti e chi preferisce chiamarti con un bisbiglio, come se avesse intuito che proprio tu saprai apprezzare la sua incredibile offerta; altri ancora mandano in giro i garzoni ad abbordare i clienti e offrono birra a chi si trattiene per contrattare. Molte famiglie girano aggrappate a una corda, nel timore che il marasma trascini via qualcuno. Elias scruta la folla. Nella zona dei mercanti di stoviglie ha già riconosciuto quelli di Allstedt. Un'occhiata dalla parte dei vetrai conferma l'arrivo dei contadini dell'Hainich. Piú in là, quelli che salutano alzando la Bibbia dovrebbero essere di Salza. Ottilie alza gli occhi, in attesa del segnale. Ha già individuato il merlo, uno del Consiglio cittadino, indicatole da Pfeiffer. Bisogna aspettare i minatori di Mansfeld, che ancora non si sono fatti vedere. Senza di loro, non si fa niente. Un ragazzino si fa largo tra la folla: - Signore, vi serve un vestito nuovo! Venite a visitare la bottega di mio padre, vi ci porto io, signore... - Si aggrappa alla mia casacca. Mi giro infastidito, sussurra: - I fratelli minatori sono qui, dietro a un carro di mattoni. Strattono Elias: - Si comincia, ci siamo tutti. Lascio cadere una moneta sul palmo teso del piccolo messaggero, una carezza sulla fronte, e mi preparo a godermi la scena. Ottilie si avvicina al suo uomo, nel punto di maggior folla, di fronte a un liutaio. Gli si piazza dietro e preme leggermente il seno sulla schiena di lui, bisbiglia qualcosa accostando le labbra al suo orecchio e lasciando che i capelli biondi gli striscino sulla spalla. Poi, con una mano, comincia a lavorarlo in mezzo alle gambe. Vedo la nuca del povero coglione diventare color vermiglio. Si liscia la barba nervoso: non resiste. Restando voltato si piega leggermente e comincia a infilarle il braccio sotto la gonna. Quando ha ormai raggiunto le zone alte, Ottilie leva la mano tentatrice, si tira indietro e, bloccandogli il braccio in quella scandalosa postura, comincia a gridare, mentre con l'altra mano lo schiaffeggia a piú non posso. - Bastardo, verme, verme schifoso, Dio ti maledica! È il segnale. Intorno a Ottilie si accende la mischia, mentre dai quattro angoli della piazza cominciano ad avanzare compatti i nostri fratelli. Rovesciano la merce, malmenano i mercanti, calpestano i birrai. - Infilare le mani sotto le sottane, è questo che sanno fare i signori di Mühlhausen?! Il primo a raggiungerci è un contadino, che si è aperto un varco come un ariete, afferrando i borghigiani che gli capitavano a tiro per il bavero e spaccandogli la faccia a craniate. Subito dopo arriva uno dei minatori, con un fascio di archibugi, bastoni, e coltelli rubati a un armaiolo. - Queste per voi, - dice. - E ce ne sono ancora parecchie! - Maledetto birraio, - continua a urlare Ottilie. - Lo riconosco: è uno del Consiglio! Urlo a squarciagola: - Ci hanno venduti ai mercanti di birra! Le voci si moltiplicano e aumentano di volume: - Consiglieri bastardi, venduti, fuori da Mühlhausen! Molti di quelli che urlano non hanno nemmeno assistito alla messa in scena e pensano si tratti di un tumulto di piazza per soppiantare il Consiglio. E hanno ragione. Tutto avviene con la massima rapidità. La marea, come attratta da un misterioso magnete, comincia a inondare la Kilansgasse, che dalla piazza del mercato conduce fino al Municipio. Rivoli si disperdono qua e là: anime pie bisognose di far visita alle chiese. A un tratto mi guardo intorno e scopro di essere rimasto solo; Elias, Heinrich e Ottilie sono spariti. Un contadino di fianco a me atterra il suo avversario, vestito fin troppo bene, con una gomitata alla mascella e un pugno sotto le costole. - Sí, fratello, pestiamo gli empi come cani! - gli urlo esaltato. Le guardie stanno ben attente a non farsi vedere. La città è nostra. *** Suona la prima campana del coprifuoco. Ritrovo gli altri al Pozzo dell'Arcangelo, dove ci siamo dati appuntamento nel caso ci si fosse persi di vista. Ci sono altri due che non mi pare di conoscere. Pfeiffer fa gli onori di casa: - Oh, eccolo qua, il nostro studente ribelle! Questi sono Briegel e Hülm, due degli otto rappresentanti del popolo di Mühlhausen. - E queste, - mi fa uno dei due, agitando quello che sembra un grosso sonaglio - sono le chiavi della nostra città! - ...cioè, - completa l'altro, - il diritto di decidere chi deve star fuori e chi può entrare. - Ce l'abbiamo fatta. Thomas potrà tornare, - annuncia Ottilie con un sorriso. - Quanto a voi, - prosegue Briegel o Hülm, - la libera città imperiale di Mühlhausen vi dà il suo benvenuto. Capitolo 23 Mühlhausen, 15 febbraio 1525 Articolo decimo: Siamo gravati dal fatto che alcuni si siano appropriati di pascoli e campi, che in passato appartenevano alla comunità. Questi noi ce li riprendiamo, rimettendoli nelle mani della comunità, a meno che non siano stati acquistati legittimamente. [...] Articolo undicesimo: Vogliamo abolire completamente l'usanza chiamata mortuario. Articolo dodicesimo: È nostra decisione e convinzione definitiva che, se uno o piú articoli di quelli elencati non dovessero essere conformi alla parola di Dio, allora è nostra opinione che essi non debbano valere piú. [...] Vogliamo pregare Dio perché solo Lui e nessun altro ci può dare tutto questo. La pace di Cristo sia con tutti noi. La notizia del suo arrivo vola di bocca in bocca, su per la strada principale. Due ali di folla si accalcano per poter salutare l'uomo che ha sfidato i principi, popolani e contadini accorsi dai borghi limitrofi. Quasi piango dall'emozione. Magister, devo raccontarti tutto, di come abbiamo lottato e di come siamo riusciti a essere qui, oggi, ad accoglierti, senza che ci sia uno sbirro in giro. Hanno una gran paura, se la fanno sotto, se provano a farsi vedere rischiano grosso. Siamo qui, Magister, e con te possiamo rivoltare questa città da capo a piedi e stanare il Consiglio. Ottilie è accanto a me, gli occhi lucidi, un vestito lindo, di un bianco che la fa spiccare nella massa dei rozzi borghigiani. Eccolo! Sbuca dalla curva su un cavallo nero, al suo fianco Pfeiffer, che gli è andato incontro sulla strada. Due braccia d'acciaio mi stringono da dietro e mi sollevano a mezz'aria. - Elias! - Amico, ora che c'è lui, quelli del Consiglio si cagheranno addosso, vedrai! Una risata sguaiata, anche il rude minatore dell'Erz non riesce a contenere l'entusiasmo. Magister Thomas si avvicina, mentre la folla si richiude dietro di lui e lo segue. Scorge il segno di saluto di sua moglie e si abbassa sul cavallo. Un abbraccio forte e una parola sussurrata che non posso cogliere. Poi si rivolge a me: - Salute, amico mio, sono contento di trovarti sano e salvo in un giorno come questo. - Non sarei mancato neanche se avessi perso le gambe, Magister. Il Signore è stato con noi. - E con loro... - un gesto a indicare la folla. Pfeiffer sorride: - Andiamo, devi parlare in chiesa adesso, loro vogliono sentire le tue parole. Un gesto: - Muoviti, non vorrai rimanere indietro!? Tende la mano a Ottilie e l'aiuta a salire sul cavallo. Corro verso il portale di Nostra Signora. La navata è gremita, la gente si accalca fin sul piazzale antistante la chiesa. Dal pulpito, il Magister spazia con lo sguardo su quel mare di occhi, e ne trae la forza della parola. Il silenzio si diffonde rapidamente. - La benedizione di Dio scenda su di voi, fratelli e sorelle, e vi conceda di ascoltare queste parole con cuore saldo e aperto. Non un respiro. - Il digrignar di denti che oggi si alza, dai palazzi e dai conventi contro di voi, gli insulti e le bestemmie che i nobili e i monaci scagliano contro questa città, non scuotano le vostre menti. Io, Thomas Müntzer, saluto in voi, in questa folla qui riunita, la gloriosa, finalmente desta, Mühlhausen! Un'ovazione si alza sulle teste, il saluto ricambiato del popolo. - Ascoltate. Ora sentite tutt'intorno a voi il vociare confuso, stizzito, rabbioso, di coloro che da sempre ci opprimono: i principi, i grassi abati, i vescovi, i notabili delle città. Sentite il loro sbraitare, là fuori, sotto le mura!? È l'abbaiare dei cani a cui sono state strappate le zanne, fratelli e sorelle. Sí, i cani che con le orde dei loro soldati, dei loro esattori, ci hanno insegnato cos'è la paura, ci hanno insegnato a ubbidire sempre, a chinare la testa in loro presenza, a ossequiarli come schiavi davanti ai padroni. Coloro che ci hanno regalato l'incertezza, la fame, le tasse, le corvée... Costoro, oggi, fratelli miei, piangono di rabbia perché il popolo di Mühlhausen si è alzato in piedi. Quando uno solo di voi rifiutava di pagar loro i tributi, o di riverirli a dovere, potevano farlo fustigare dai loro mercenari, potevano imprigionarlo e ucciderlo. Ma voi oggi, qui, siete migliaia. E non potranno piú frustarvi, perché ora voi avete in mano la frusta, non potranno piú imprigionarvi, perché voi avete preso le prigioni e ne avete divelto le porte, non potranno piú uccidervi né rubare al Signore la devozione del Suo popolo, perché il Suo popolo è in piedi e volge lo sguardo verso il Regno. Nessuno potrà piú dirvi fai questo, fai quello, perché da oggi vivrete in fratellanza e comunione, secondo l'ordine gradito al Signore, e non ci sarà piú chi lavora la terra e chi ne gode i frutti, poiché tutti lavoreranno la terra e ne godranno i frutti in comunità, da fratelli. E il Signore sarà onorato, poiché non ci saranno piú padroni! Un altro boato d'entusiasmo risuona nella grancassa dell'abside e sembra il grido di diecimila. - Mühlhausen è pietra di scandalo per gli empi della terra, è la premonizione dell'ira di Dio che sta per travolgerli ed è per questo che essi tremano come cani. Ma questa città non è sola. Nella strada che ho percorso per giungere qui da Basilea, dovunque, in ogni borgo, dalla Foresta Nera alla Turingia, ho visto i contadini insorgere armati della loro fede. Dietro di voi si sta formando l'esercito degli umili che vogliono spezzare le catene della schiavitú. Essi hanno bisogno di un segnale. Voi dovete essere i primi. Fare ciò che tanti, altrove, per paura stentano ancora a fare. Ma siate certi che il vostro esempio sarà seguito da altre città, vicine o cosí distanti che ne ignoriamo perfino il nome. Voi dovete aprire la strada del Signore. Nessuno mai potrà sottrarvi l'orgoglio di questa impresa. Io saluto in voi la libera Mühlhausen, la città su cui Dio ha posato il Suo sguardo e la Sua benedizione, la città della rivincita degli umili sugli empi della terra! La speranza del mondo comincia da qui, fratelli, comincia da voi! Le ultime parole vengono coperte dal frastuono, Magister Thomas deve urlarle a squarciagola. Salto anch'io in mezzo a quella gioia: non ci scacceranno mai piú da nessuna città. Capitolo 24 Mühlhausen, 10 marzo 1525 La riunione è a casa del pannaiolo Briegel. Pfeiffer e il Magister dovranno discutere con i rappresentanti del popolo quali rivendicazioni presentare in Consiglio municipale. Hanno invitato anche me, mentre Ottilie andrà a parlare alle donne della città. Briegel è un piccolo commerciante e cosí Hülm, fabbricante di vasellame e intagliatore. Portavoce dei contadini è il piccolo e irsuto Peter, faccia ruvida e occhi neri, spalle smisuratamente larghe, tornite dal lavoro nei campi. Una casa umile, ma solida e pulita, ben diversa dalle stamberghe che abbiamo visto a Grünbach. Briegel parla per primo e fa il punto della situazione. - Dunque le cose stanno cosí. Possiamo mettere in minoranza i rappresentanti delle corporazioni. Noi proporremo l'allargamento del voto anche ai cittadini che non fanno parte dei mestieri, purché abitino entro le mura o nelle borgate a ridosso delle mura. Qualcuno di quei grassoni potrà anche fare un po' di chiasso, ma sanno bene che il popolo è tutto dalla nostra parte e penso che pur di evitare la rivolta accetteranno il nuovo ordinamento. Lascia la parola a Hülm: - Sí. Penso anch'io che sia possibile imporre il nostro programma, non vorranno certo rischiare i loro patrimoni. In fondo chiediamo soltanto che la cittadinanza possa decidere per se stessa, senza dover piú sottostare alle loro regole. C'è un attimo di silenzio, un rapido sguardo tra Pfeiffer e il Magister. Sotto il tavolo, un grosso cane grigio si accoccola sui miei calzari: gli accarezzo un orecchio mentre Pfeiffer prende la parola. - Amici, lasciate che vi chieda perché dovremmo scendere a patti con un nemico che abbiamo già battuto. Come avete detto, la popolazione è dalla nostra parte, la città può essere difesa senza bisogno della sbirraglia municipale, possiamo farlo noi, senza difficoltà. Che interesse abbiamo a mantenere in Consiglio dei grassi mercanti? Aspetta che le parole vadano a segno, poi riprende. - Thomas Müntzer ha una proposta che mi sento di appoggiare di cuore. Buttiamo fuori le corporazioni e i birrai e diamo vita a un nuovo Consiglio. Il Magister interviene d'impeto: - Un Consiglio Perpetuo, eletto da tutta la cittadinanza senza alcuna distinzione. Che ogni rappresentante e magistrato pubblico possa essere destituito in ogni momento, se gli elettori riterranno di non essere adeguatamente rappresentati e amministrati da lui. Il popolo potrebbe poi organizzarsi in assemblee periodiche per giudicare complessivamente dell'operato del Consiglio. Hülm, perplesso, si liscia la barba con nervosismo: - È un'idea ardita, ma potreste anche avere ragione. E come proponete che si organizzi la tassazione? È Pfeiffer a rispondergli: - Che ognuno versi nelle casse municipali in base a quello che ha. Deve essere consentito a tutti di sfamare e vestire la propria famiglia. Per questo una parte delle tasse verrà destinata all'aiuto dei poveri e dei nullatenenti, una sorta di cassa di mutuo soccorso per l'acquisto del pane, del latte per i bambini, e tutto il necessario. Silenzio. Poi un mugugno dal profondo del torace di Peter, il contadino scrolla la testa. - Tutto questo va bene per la città, - le parole sdentate escono male, - ma cosa cambia per noi? Briegel: - Non vorrete che Mühlhausen si faccia carico di tutti i casolari della regione, spero! Il cane si è stancato di me e rotola piú in là, un calcio del padrone di casa lo fa allontanare svogliato. Si accuccia in un angolo e si mette a rosicchiare un osso polveroso. Peter ricomincia: - I contadini lottano. I contadini devono sapere per cosa lo fanno. Noi vogliamo che questa città e cosí anche tutte le altre che decidono di appoggiarci sostengano le nostre richieste ai signori. Non sta guardando Hülm né Briegel, ma Pfeiffer, dritto negli occhi. - Noi vogliamo che i dodici articoli siano approvati da tutti. Rido tra me, pensando che sono stato io a leggerglieli, proprio ieri, quando il testo è arrivato in città fresco di stampa. Pfeiffer: - Mi sembra una proposta ragionevole - guarda Hülm e Briegel, zitti. - Amici, la città e la campagna non sono niente l'una senza l'altra. Il fronte deve rimanere unito, i nostri interessi sono comuni: una volta scacciati i grandi faccendieri saranno i principi a pagare! Il suo incitamento rimane per un attimo sospeso sulla tavola, poi: - E sia - sbotta Hülm. - Che i dodici articoli siano approvati dalla città e inclusi nel nostro programma. Ma prima di tutto risolviamo le questioni qui, altrimenti finisce tutto in merda. Capitolo 25 Eltersdorf, fine gennaio 1527 Questa notte ho sognato Elias. Camminavo di notte a piedi nudi per un sentiero tortuoso, lui era al mio fianco. D'improvviso, davanti a noi si alzava una parete di roccia bianca con una stretta fessura sopra le nostre teste. Elias mi sollevava di peso e riuscivo a infilare la testa nel buco. Mi facevo passare la torcia per guardare meglio: una specie di lunga galleria umidiccia. Una volta dentro capivo che lui non avrebbe mai potuto raggiungermi, la parete non aveva appigli. Allora tornavo indietro, ma era già sparito. Con la fiaccola in mano, a fatica, cominciavo a strisciare in quell'angusto passaggio. Mi sono svegliato e ho atteso che il gallo di Vogel scandisse l'inizio di un altro giorno di fatica. Il fantasma di Elias non mi ha abbandonato fino a sera. Quella immensa forza, quella voce, è ancora con me. *** Il giorno 16 di marzo la cittadinanza fu radunata presso la chiesa di Nostra Signora per eleggere il nuovo Consiglio. Da quel momento la città fu nostra. Il compito che mi venne affidato, insieme a Elias, fu quello di organizzare la milizia cittadina. Nel caso di un attacco, i principi non ci avrebbero trovati impreparati. Elias insegnava ai popolani come schierarsi in falange, puntare le picche, affrontare un uomo corpo a corpo. Con l'aiuto del Magister li divise in manipoli di circa venti uomini, e a ognuno di essi assegnò una parte delle mura da difendere in caso di attacco. Chiunque avesse una minima esperienza militare fu scelto dalla stessa milizia come capitano. Io divenni il responsabile delle comunicazioni tra i manipoli e scelsi alcuni ragazzi svegli e fidati che potessero fungere da portaordini. Mi fu messa in mano una daga corta, la sera potevo esercitarmi a usarla con l'imbattibile Elias. Poi in aprile insorsero i cittadini di Salza. La proposta di andare in loro aiuto fu messa ai voti ed ebbe l'unanimità. Raccogliemmo quattrocento uomini, convinti che sarebbe stata l'occasione buona per mettere alla prova quei mesi di addestramento. Il Magister e Pfeiffer parlarono a lungo con i capi degli insorti, ma quelli sembravano piú preoccupati di strappare qualche minima concessione ai signori piuttosto che di sapere cosa stesse succedendo intorno a loro. Ci regalarono due tonnellate di birra per essere andati fino lí e questo fu il loro unico gesto di ringraziamento. Quella sera, mentre ci accampavamo sotto la luna, sentii il Magister discutere a lungo con Pfeiffer sui rischi di un'azione non concordata tra le città. Solo l'enorme stanchezza mise fine al loro animoso vociare. Sulla via del ritorno fummo raggiunti da un messaggero che veniva da Mühlhausen, lo mandava Ottilie. Hans Hut era giunto in città con notizie e lettere molto importanti. Il Magister ne lesse alcune alla truppa: la rivolta dilagava ormai per tutta la Turingia tra Erfurt e l'Harz, tra Naunburg e l'Assia. Altre città stavano seguendo l'esempio di Mühlhausen: Sangerhausen, Frankenhausen, Sonderhausen, Nebra, Stolberg... e ancora, nella regione mineraria di Mansfeld: Allstedt, Nordhausen, Halle. Quindi la stessa Salza, Eisenach e Bibra, i contadini della Foresta Nera. Quelle notizie innalzarono i nostri cuori, non ci saremmo piú fermati, l'ora era giunta. Mentre tornavamo verso Mühlhausen saccheggiammo un castello e un convento. Non ci furono morti, i proprietari si consegnarono a noi senza opporre resistenza, cercando di impietosirci affinché risparmiassimo i loro beni e le loro concubine. Riguardo alle donne, non una di esse fu toccata. Dell'oro, dell'argento e delle vettovaglie, non lasciammo nulla. Mühlhausen ci accolse da trionfatori e le due gigantesche botti di birra furono rapidamente svuotate dalla sete dei nostri concittadini. La festa durò un'intera notte, con canti e balli, nel nostro centro del mondo, nel luogo di sogno che fu, in quello scorcio di primavera, la libera e gloriosa Mühlhausen. Era come se tutte le forze della vita si fossero date convegno dentro quelle mura; per omaggiare la fede degli eletti. Nessuno avrebbe potuto portarci via quel momento. Non un esercito, non un colpo di cannone. Prima dell'alba trovai Elias seduto su una sedia, intento a ravvivare i guizzi morenti di un fuoco. La luce della brace disegnava strane sagome su quella faccia scura, su cui sembrava essersi posata un'ombra di stanchezza o di angoscia. Come se qualcosa di inaudito attraversasse i pensieri di Sansone. Si voltò quando fui vicino: - Gran festa, eh? - La migliore che abbia mai visto. Fratello, che succede? Senza guardarmi, con la rara sincerità di certi momenti: - Penso che... che non so se reggerebbero a una vera battaglia. - Li hai addestrati bene. E poi comunque lo sapremo presto, credo. - Già, è proprio questo. Tu non hai mai visto i soldati dei principi, la gente a cui i signori affidano la difesa dei loro forzieri... Lo sguardo perso tra i riflessi del fuoco. - Perché... tu sí? - Dove credi che abbia imparato a combattere? Un'occhiata appena, lesse la domanda sulla mia faccia. - Sí, ho fatto il mercenario. Cosí come ho fatto tanti altri mestieri di merda nella mia vita. Ho fatto il minatore e non credere che sia tanto meglio solo perché non si ammazza nessuno. Si ammazza eccome: si ammazza se stessi, sotto terra, sempre piú ciechi come talpe e con la paura di rimanere schiacciati, di restare là sotto per sempre. Ho fatto cose immonde e spero che il Signore Iddio nella sua misericordia infinita avrà pietà di me. Ma adesso penso a loro, a quei disgraziati che manderemo in battaglia contro eserciti veri. Una mano sulla spalla: - Il Signore ci assisterà, è stato con noi finora. Non ci abbandonerà, Elias, vedrai. - Prego per questo ogni giorno, ragazzo, ogni giorno... *** A messer Thomas Müntzer, fratello nella fede, pastore in Nostra Signora di Mühlhausen. Mio buon amico, un grazie a te per la lettera che ho ricevuto giusto ieri e un grazie al Signore Dio Nostro, per le notizie di cui era foriera. Speriamo che Egli abbia finalmente trovato in Thomas Müntzer de Quedlinburg il timoniere della nave che ricaccerà Leviathan nel suo abisso. Da quando ci siamo lasciati, non si può dire che le mie faccende private siano in sintonia con la grandiosità degli eventi che si preparano per gli afflitti di Germania; forse, il Signore desidera farmi rientrare in quest'ultima schiera per rendermi partecipe a pieno titolo della futura gloria. La mia famiglia è rimasta a Norimberga ed è vittima di continue angherie e soprusi. Proprio adesso che non sono piú a portata di mano e che mi hanno allontanato dalla città, cercano in tutti i modi di beccarmi, per mettermi a tacere senza causare sollevazioni. Fortunatamente le nostre sorelle di Norimberga sono vicine a mia moglie e la aiutano in questo momento di prova. Dal canto mio, faccio visita alle locande soltanto per dormire e le abbandono prima che spunti il sole. Non tarderò comunque ad accontentarmi del ciglio della strada: i soldi stanno finendo. Per questi motivi ti comunico la mia intenzione di raggiungerti a Mühlhausen: sono ansioso di portare il mio contributo all'impresa degli eletti e ho bisogno di tirare il fiato. Inoltre, in città, non dovrebbero mancarmi le occasioni per guadagnare qualcosa con le mie lezioni. Vedi cosa puoi fare, tra le mille preoccupazioni di queste ore. Possa la Luce del Signore rischiarare il tuo cammino. Con grande riconoscenza, Johannes Denck Di Tubinga, il giorno 25 di Marzo 1525 Hut ci portava le notizie dal Sud. Importanti, vitali. Frugo nella sacca del Magister cercando quella meravigliosa lettera, le parole di un uomo le cui gesta hanno trovato luogo nelle ballate dei cantastorie e sono giunte fin qui. Alla libera città di Mühlhausen, al Consiglio Perpetuo e al suo predicatore Thomas Müntzer, l'eco delle cui parole infonde speranza a tutta la valle del Tauber. Il tempo è prossimo. Le schiere illuminate hanno intrapreso la guerra per affermare la giustizia di Dio. I contadini hanno marciato al suono dei tamburi per le vie della città imperiale di Rothenburg e, nonostante le delibere del Consiglio municipale, nessuno ha levato il bastone su di loro. Alla luce dei fatti, i cittadini temono l'impeto del contado e le conseguenze che l'essergli nemico comporterebbe. Vengo dunque, cari fratelli, a esporre le richieste di riforma che le schiere illuminate avanzano sulla punta delle loro lance. Innanzi tutto essi espongono ai cittadini che la lega e l'accordo consistono nel predicare la parola di Dio, il Sacro Vangelo, in modo libero, chiaro e schietto e senza aggiunte di mano umana. Ma di molto importante, poiché la gente comune finora e da lungo tempo è stata oppressa e sottoposta dall'autorità al carico di insopportabili pesi, che venga la povera gente alleggerita da tali gravami e possa procurarsi il suo pezzo di pane senza essere costretta a mendicare. E che non venga a essere angariata da nessuna autorità, che non debba pagare il censo, il canone, le rendite, il laudemio, il mortuario, le decime, finché non si arrivi a una riforma generale basata sul Sacro Vangelo, la quale stabilisca ciò che è ingiusto e deve essere abolito e ciò che è giusto e deve rimanere. Mi sia ora concesso di parlare apertamente a coloro che hanno sollevato la speranza e il cuore della povera gente. Gli eventi che si susseguono in queste terre bagnate dal fiume Tauber, ci indicano i due precetti da seguire affinché la causa di Dio non vada perduta e tutto ciò che è stato fatto non abbia a svanire. Primamente è necessario che le schiere si ingrossino giorno dopo giorno, che come onda di mare in tempesta continuino a crescere fino a quando non raggiungano le risorse e il numero sufficiente a non temere la spada dei principi. Altrettanto importante è tenere da conto come le diverse richieste che scavano il solco tra città e campagna trovino in fondo alla loro strada il medesimo avversario: gli intollerabili privilegi della grande nobiltà e del clero corrotto. Non possiamo permettere che tali differenze ci pongano sui fronti opposti, a tutto vantaggio del comune nemico. Inoltre, siccome risponde al vero che le città come questa non possono mantenersi senza introiti di tasse, è indispensabile trovare accordi a tale riguardo tra i consigli, le giunte e le comunità contadine su ciò che sarebbe bene intraprendere per sostenere le città. Non si vogliono infatti abolire completamente tutti i gravami, bensí arrivare a un giusto accordo, dopo aver sentito il parere di persone dotte, timorate e amanti di Dio che si esprimeranno sulla questione. A tale scopo i beni ecclesiastici, senza alcuna esclusione, saranno presi in custodia alfine di utilizzarli come si conviene a vantaggio della comunità contadina e delle schiere illuminate. Saranno nominate persone che amministrino tali beni, li conservino e permettano che alla povera gente ne venga distribuita una parte. Inoltre ciò che verrà intrapreso, ordinato e deciso per il bene e per la pace, lo dovrà essere sia per l'abitante del borgo sia per quello della campagna e da ambedue essere rispettato, affinché tutti rimangano uniti, contro le falangi dell'Iniquità. Con l'auspicio che queste parole sollevino dentro di Voi luminose visioni, nella speranza di incontrarci presto nel giorno del trionfo del Signore, il saluto fraterno di chi combatte sotto il vostro medesimo vessillo e l'invocazione della grazia di Dio, il comandante delle schiere contadine di Franconia, Florian Geyer Di Rothenburg sul Tauber, nel quarto giorno dell'Aprile 1525 Geyer, la leggenda della Foresta Nera. La Schwarztruppe, da lui formata uomo per uomo, aveva seminato il panico tra le fila della Lega Sveva: imprendibili, audaci e fulminei, erano in brevissimo tempo diventati l'esempio per le schiere contadine. Florian Geyer. Nobile di basso rango, membro della cadetteria tedesca, fin dal '21 era entrato in rotta con lo strapotere dei principi, aveva abbandonato il proprio castello, dedicandosi al brigantaggio e alle scorrerie dentro e fuori dalla Selva, che conosceva palmo a palmo. Dotato di sorprendente intuizione e coraggio impareggiabile, già prima di abbracciare la causa degli umili, sceglieva gli uomini per il suo manipolo di banditi a uno a uno: niente ubriaconi, niente inutili tagliagole, niente stupratori di merda, solo gente decisa, sveglia e interessata al bottino per necessità o per l'ambizione di imprese degne della sua approvazione. Ricordo, nei giorni dell'euforia di Mühlhausen quale fosse il desiderio che avevo di incontrarlo, di poter vedere da vicino l'uomo il cui nome soltanto terrorizzava la grande nobiltà di Franconia. Diede l'assalto a decine di castelli e conventi, confiscava beni, armi e viveri e li distribuiva ai contadini e alla povera gente. Compariva all'improvviso nei villaggi, spargendo al vento dalla sua sacca di tela rossa le ceneri dell'ultimo castello bruciato. Il manipolo di cavalieri in pochi mesi crebbe a dismisura fino a poter contare su molte centinaia di reclute, bene armate, addestrate e leali. Non di rado, la sera intorno al fuoco i contadini intonano le ballate sulle sue gesta. Con la sola ascia e il coltello cacciava cervi e cinghiali; a Rothenburg, dal centro della piazza, decapitò con un colpo la statua dell'imperatore. Lo presero a Schwäbisch Hall, dopo averlo inseguito e braccato per tre giorni, appiccando fuoco a tre ettari di bosco dove l'avevano visto scomparire. Nascosero in fretta il suo cadavere, ma molti non sono affatto convinti che sia morto e giurano che si sia salvato tuffandosi nelle acque di un fiume sotterraneo. In ogni villaggio della Selva Nera c'è qualcuno che dice di averlo visto cavalcare al tramonto nel fitto della foresta, brandendo la spada, pronto a tornare per rendere giustizia agli umili. *** A messer Thomas Müntzer, maestro di tutti i giusti nella retta fede, predicatore illustrissimo presso la chiesa di Nostra Signora in Mühlhausen. Maestro nostro, le notizie che mi giungono riguardo a Voi e alla Vostra schiera di eletti, mi danno ormai certezza che la mano del Signore è sul Vostro capo, dopo le mille difficoltà e l'aspra umiliazione di Weimar, di cui mi rammarico non avervi avvisato in tempo. Proprio il Dio che ha in odio i potenti «ha innalzato gli umili» e si prepara a rimandare «i ricchi a mani vuote, soccorrendo Israele, suo servo, come aveva promesso». Non c'è da perdere tempo: i principi sono disorientati, poiché l'area colpita dalla rivolta è troppo vasta, e il fuoco della fede incendia ogni giorno i cuori e il territorio della Germania. Sebbene il reclutamento prosegua incessante, non pochi sono gli impedimenti che incontrano nel dare vita a una repentina manovra. Tra tutti, il giovane Filippo, langravio d'Assia, è il piú solerte, ma le sue truppe non sono compatte, si spostano lentamente e incontrano continue difficoltà, a causa di un susseguirsi di imboscate e assalti da parte dei contadini di ogni regione. Non tutti i governanti, poi, si rendono conto che la cosa riguarda ciascuno di loro, che verranno abbattuti uno dopo l'altro, e cosí chi crede di poter controllare la situazione a casa sua, concedendo qualche beneficio e facendo promesse, non accenna a voler rischiare la battaglia. Il dottor Lutero, dietro consiglio di messer Spalatino, è stato nella regione di Mansfeld, per placare l'ira dei contadini ma non è stato in grado di arrestare la rivolta, ottenendo soltanto lanci di pietre e insulti. L'Hercules Germanicus è finito. È tempo, Maestro: lasciate respiro ai principi e devasteranno le nostre campagne, a costo di perdere il raccolto dell'anno, fino a che l'ultimo germoglio di grano sarà cenere e la testa dell'ultimo contadino non sarà caduta. Chiamate dunque a raccolta gli eletti, affinché non si disperdano. A sud di Mühlhausen il Dio degli eserciti ha già vinto molte battaglie, mentre a nordest la situazione è piú incerta. Se muoverete compatti in quella direzione, i principi non potranno stare a riflettere, dovranno cercare di fermarvi a ogni costo, e il Signore, grazie alle vostre spade, farà giustizia una volta per tutte. Non temete lo scontro aperto: è proprio in quello che il Dio degli eletti mostrerà di esservi a fianco. Non indugiate: l'Onnipotente vuole trionfare grazie a Voi. State saldo, dunque, e il Signore Vi illumini: il Regno di Dio in terra è prossimo. Qoèlet il giorno primo del maggio 1525 Primo giorno di maggio. Le truppe di Filippo d'Assia erano già alle porte di Fulda, in forze, pronte a espugnarla. Si mossero rapide. Non incontrammo un esercito in difficoltà. Qoèlet. La terza missiva di un informatore prodigo di dettagli riservati a pochi, come per la vicenda di Weimar. Missive importanti, che avevano conquistato la fiducia del Magister. Mi riecheggia nella testa quella decisiva discussione, Magister Thomas che brandiva la lettera... questa lettera. Capitolo 26 Mühlhausen, 9 maggio 1525 - Allora Heinrich, su quanti credi che potremo contare? Il tono del Magister è pressante. Pfeiffer scuote la testa: - Hülm e Briegel non ci stanno. Non sono disposti a cacciare un solo barile di polvere per quelli di Frankenhausen. La gente di qui non verrà. Dall'orologio del municipio giunge l'eco dei tre colpi di martello dell'automa Hans sulla campana della torre. - Ma di che hanno paura!? Il Signore non ha dato abbastanza segnali? Ho almeno cinquanta lettere che lo testimoniano chiaramente: la schiera degli eletti ammonta a ventimila uomini. Magister Thomas fruga nella sacca di cuoio ed estrae una lettera, che brandisce come un'insegna: - Se non vogliono ascoltare la voce del Signore, di fronte ai fatti non potranno esitare. Un fratello che vive a stretto contatto con la cricca wittenberghese mi ha scritto pochi giorni fa confermandomi che i principi sono nella merda: il popolo li odia, le loro truppe sono fiacche e disorganizzate. È il momento di affrontarli, dirigendo verso il cuore della Sassonia, dove non possono permettersi di farci arrivare. Lascia che parli io alla cittadinanza. - Non servirà. Anche se lasciamo perdere i borgomastri, la gente di qui ha già ottenuto piú di quanto avesse mai osato sperare. Non metterà a rischio le proprie conquiste in una battaglia campale contro i principi. - Vuoi dire che Mühlhausen, il borgo che ha dato l'esempio a tutte le città della Turingia, nello scontro decisivo per liberare le terre dalle Alpi Bavaresi alla Sassonia, vuole stare a guardare? Pfeiffer, sempre piú scoraggiato: - Credi che le altre città appoggeranno questa pazzia? Non accadrà, te lo dico io. Se anche Mühlhausen offrisse tutti i suoi cannoni, la situazione non cambierebbe. Le città insorte hanno conquistato l'autonomia e imposto i dodici articoli: nessuno riterrà utile rischiare tutto in un unico scontro frontale. E se venissimo sconfitti? Ascolta. La strada che abbiamo seguito finora ha dato i risultati migliori: la ribellione delle campagne ha trovato nelle città il grimaldello per ottenere le riforme. Cosí deve continuare a essere, non ha senso mettere a repentaglio tutto. - Vaneggi! Sono le città che si sono giovate della rivolta contadina per strappare i municipi dalle mani dei signori! Ora devono accorrere al fianco delle schiere illuminate per spazzare via per sempre la malvagia tirannia dei principi! - Non accadrà. - E allora verranno travolte dal loro miserabile egoismo, nel giorno del trionfo del Signore. Per un attimo torna la calma. Denck, come me muto finora, riempie i bicchieri del vino sottratto in grande quantità a un convento di domenicani e stappato per l'occasione: - Avremmo bisogno di non meno di mille uomini e dieci cannoni. Il Magister non guarda neanche la coppa: - Quali cannoni? Sarà la spada di Gedeone a falciare gli eserciti. Esce, non ha sguardi per nessuno. Dopo un attimo Denck lancia un'occhiata a Pfeiffer, poi a me, e lo segue. Heinrich Pfeiffer mi parla con tono grave: - Almeno tu devi riuscire a farlo ragionare. È una follia. - Follia o no, tu credi che sia saggio abbandonare i contadini al loro destino? Se le città non scenderanno in campo, agli occhi dei contadini sembrerà un tradimento. E come dargli torto? Sarà la fine dell'alleanza che abbiamo faticosamente costruito. Se saremo sconfitti, Heinrich, i prossimi sarete voi. Un respiro profondo, la tristezza gli attanaglia il cuore: - Hai mai visto un esercito caricare? - No. Ma ho visto Thomas Müntzer sollevare gli umili con la sola forza delle parole. Non lo lascerò adesso. - Sàlvati. Non andare. - La salvezza, amico mio, è alzarsi e combattere al fianco del Signore, non restare a guardare. Silenzio. Ci abbracciamo forte, per l'ultima volta. I destini sono stati scelti. Capitolo 27 Mühlhausen, 10 maggio 1525 La notizia della partenza di Thomas Müntzer per Frankenhausen ha fatto il giro della città in neanche mezza giornata. La mattina, appena desti dopo una notte agitata, affacciandoci alla finestra troviamo il sagrato di Nostra Signora già piuttosto affollato. A volersi illudere si potrebbe concludere che la buona coscienza degli abitanti di Mühlhausen ha finito per prevalere sull'interesse. Ma ormai conosciamo come vanno queste cose: i discorsi di Magister Thomas, che uno li approvi o no, sono qualcosa cui è difficile rinunciare, anche a motivo del fatto che costituiscono, per molti giorni, uno degli argomenti fondamentali di discussione nelle piazze e nelle botteghe. Ed è chiaro a tutti, a chiunque lo conosca anche solo per fama, che Thomas Müntzer non lascerà la città imperiale senza rivolgere un ultimo, rabbioso saluto ai suoi borghigiani. - Magister, - grido per farmi sentire nell'altra stanza, - sono già qua sotto! Mi raggiunge e si affaccia leggermente al balcone, salutato da un'esclamazione della folla. - Lasciamo che la piazza si riempia, cosí che il Signore possa scegliere il suo esercito -. Il suo unico commento. Un rumore eccitato sale dal sagrato. Quattro colpi decisi sulla porta. Poi altri due. - Magister, Magister, aprite! - Chi siete? - chiedo piuttosto sorpreso dal timbro squillante delle voci. - Jacob e Mathias Ziegler, figli di Georg. Dobbiamo parlarvi. Apro con un sorriso ai due figli del sarto Ziegler, nostri fedeli seguaci nonostante l'opposizione del padre, che tempo fa minacciò pure il Magister e dovette desistere da ogni intenzione bellicosa su suggerimento di Elias. - Che ci fate qui? - chiedo stupito. - Non dovreste essere con i vostri genitori in bottega? - No, - risponde Jacob, che è il maggiore e ha quindici anni, - da oggi non piú. - Veniamo con voi, - continua entusiasta il fratello, di due anni piú giovane. - Piano, piano, - rispondo. - Venire con noi? Avete un'idea di quello che significa? - Sí, gli eletti sconfiggeranno i principi! Il Signore sarà dalla nostra parte. Il Magister sorride: - Lo vedi? Tutto si compie: Cristo mette il figlio contro il padre, e ci invita a ritornare come bambini. - Magister, non possono combattere con noi. Non mi lasciano parlare: - Abbiamo deciso e non cambiamo idea. Verremo comunque. State saldo, Magister, e a presto, qui non possiamo restare -. Detto questo, si chiudono la porta alle spalle lanciandosi giú per le scale. Magister Thomas intuisce l'effetto che il breve incontro ha prodotto su di me: - Non temere, - mi rassicura stringendomi le spalle, - il Signore difenderà il suo popolo, abbi fede! Coraggio ora, dobbiamo andare. Vado a chiamare Ottilie ed Elias. Johannes Denck non è piú con noi: è partito ieri sera, in direzione di Eisenach, in cerca di cannoni, armi e munizioni e ci raggiungerà sulla strada. Usciamo per il passaggio che porta direttamente in chiesa; Magister Thomas in testa, noi dietro, in silenzio. Attraversiamo le navate trafitte dai raggi di sole a passo lento. Elias apre il pesante portone e ci troviamo, ancora in penombra, sulle gradinate della Cattedrale. Gli sguardi della folla sono tutti rivolti verso le finestre della nostra stanza. Thomas Müntzer avanza un poco, al centro della scalinata. Nessuno lo nota. Il suo primo grido satura la piazza, già strabordante di almeno quattromila persone e viene subito sommerso da un'onda di voci sussultanti: - Popolo di Mühlhausen, ascolta, la battaglia finale è prossima! Il Signore presto metterà l'empio nelle nostre mani, come fece con i Madianiti e con i loro re, sconfitti dalla spada di Gedeone, figlio di Ioas. Come le genti di Succot, anche voi, dubitando della potenza del Dio d'Israele, rifiutate di portare aiuto alle schiere degli eletti, e riservate i cannoni e le armi alla difesa del vostro privilegio. Gedeone sconfisse le tribú di Madian con trecento uomini, di trentamila che ne aveva chiamati a raccolta. Fu il Signore ad assottigliare le sue fila, perché il popolo non credesse di aver trionfato grazie alle sue sole forze. Coloro che temevano furono cacciati indietro. Non diversamente oggi, la schiera degli eletti si assottiglia, per la defezione dei cittadini di Mühlhausen. Io dico che questo è bene: perché nessuno potrà dimenticare quel che il Signore ha fatto per il suo popolo e, se fosse necessario, sarei pronto a muovere da solo contro i mercenari dei principi. Nulla è impossibile a coloro che hanno fede. Ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo ascoltate, gente di Mühlhausen: il Signore ha scelto i suoi, gli eletti; chi non ha il cuore gonfio del coraggio della fede, non ostacoli i progetti di Dio: se ne vada, ora, verso il suo destino di cane. Via! Torni alla bottega, torni al suo letto. Vada via, scompaia per sempre. La gente comincia a urlare e a gridare, a spingersi e a ondeggiare e si accendono risse un po' dappertutto tra coloro che si ritengono degni e quelli che vogliono restare a casa e danno del pazzo a Magister Thomas, urlando a gran voce. Alla fine, rimangono proprio in trecento, per lo piú gente di fuori, vagabondi giunti in città per far razzia nelle chiese, poveracci e gente di San Nicola, che non abbandonerebbero Thomas Müntzer nemmeno se il sole si facesse nero. Il Magister, che non ha piú aperto bocca, fa per rivolgersi al suo piccolo esercito, quando quello si divide in due, per lasciar passare alcuni miliziani che trascinano tre cannoni. - E questi da dove saltano fuori? - chiede Elias con voce sprezzante. - Non ci servono, - taglia corto la guardia. - Potete prenderli. Heinrich Pfeiffer dice che il Signore può averne bisogno. Meno di due ore dopo la colonna dei prescelti esce dalla città in silenzio, dalla porta nord. Due carri carichi di vettovaglie, i cannoni, trainati da muli, a chiudere la fila. Un baco fora il bozzolo che da tempo lo proteggeva e comincia lentamente a strisciare verso nuova vita, la nuova età, incognita e rapace, che l'attesa di farfalla dona la forza di superare. Nero, lunga criniera dai riflessi argentati sopra due tizzoni e le froge dilatate, schiuma dal morso e scalpita l'animale che conduce la spada di Gedeone in battaglia. Dalla sella pendono le sacche gonfie delle missive degli insorti, che il Magister ha raccolto in mesi e mesi di furibondo errare: non le abbandona mai, contengono nomi, luoghi, notizie che farebbero la gioia di ogni sgherro dei principi. Mi volto, dietro i cannoni trascinati dai muli, una coltre di polvere rende opaca Mühlhausen. Incerte le mura, le torri sbiadiscono come una stampa sciolta dall'acqua, come la mia anima greve d'angoscia che mai avevo provato. Piú nulla dietro, rivolgo lo sguardo di fronte, di nuovo il Magister, fiero, trattiene il cavallo, fissa l'orizzonte, la resa dei conti, il castigo degli empi. Mi infonde forza, il tempo è giunto, si deve andare. Capitolo 28 Eltersdorf, febbraio 1527 Proprio cosí. Fu in quel modo che lasciammo Mühlhausen. I ricordi di quegli ultimi giorni sono nitidi come il profilo delle colline in questa giornata tersa. Ogni parola di Magister Thomas, ogni frase di Ottilie escono dalla mia memoria come le note di un orologio musicale olandese, il peso del passato trascina le funi e fa girare il meccanismo. Il rumore delle mote dei tre cannoni lungo la strada, il saluto delle donne sui campi, la felicità eccitata di Jacob e Mathias, che paiono passeri intorno a un carro di grano, l'incontro con i fratelli di Frankenhausen, la prima notte passata nella piana, poco fuori dalle mura, in attesa di muovere contro le armate del langravio d'Assia, venute a far giustizia dell'ennesima città insorta. Proprio cosí. Elias furibondo ripete che siamo soltanto ottomila, lui che a colpo d'occhio sa valutare la consistenza delle folle. L'eco dei suoi insulti ai minatori di Mansfeld che non sono arrivati, trattenuti dalla promessa di un aumento della paga giornaliera. La notizia che Fulda è stata espugnata da dieci giorni e cosí Eisenach, Salza e Sonderhausen. Tagliati fuori, isolati. Il langravio Filippo si è mosso in fretta e ci ha aggirati. Di Denck non si ha notizia, ma anche se avesse trovato uomini e armi, a quest'ora si troverebbe già dietro le linee del principe. - A maggior gloria di Dio, a maggior gloria Sua! - Il grido del Magister di fronte a quelle notizie. Volessi ripeterlo ora, quell'incitamento, qui, sull'ala della canonica di Vogel, in faccia a oche e galline, so che sarebbe precisamente lo stesso. Ma ho la forza soltanto di masticarlo un po' tra i denti, sottovoce. Il meccanismo gira. Ottilie che organizza la retroguardia a Frankenhausen: alloggi, difese, approvvigionamenti. Continua a girare. I volti di tanti, con la precisione del ritratto. Occhi azzurri e naso adunco di un maniscalco di Rottweil, mento carnoso e baffi biondi e ancora naso schiacciato e orecchie a sventola. Visi e voci, uno dopo l'altro. Hans Hut che stipa i libri sul carretto, il cavallo già pronto per essere attaccato: un piccolo libraio inadatto alla battaglia che vuole tornare alla sua stamperia. A un tratto, uno strappo, la fune s'inceppa e le note stonano, stridono, si fondono in un unico ronzare. I colori si mescolano sulla tavolozza della memoria. Il ricordo muore e lascia spazio all'orrore confuso. Capitolo 29 Frankenhausen, 15 maggio 1525, mattina Il segno. Striato, fiammeggiante, purpureo, improvviso sale l'arcobaleno dietro le alture e le schiere di Filippo, di fronte agli sguardi rapiti degli umili. Cancella la paura, un istante, non annunciato da pioggia, cielo terso, stemma del riscatto già dipinto sui nostri vessilli di tela bianca rimediati alla meglio, le insegne del popolo del Signore che si innalzano a salutare lo squillo di tromba celeste che prepara la resa dei conti. Fragore, trema la terra ovunque, le sue viscere si aprono per inghiottirli, trema la terra, si spacca, avvolge, tuona, erutta la potenza di Dio. Un pugno grande quanto un uomo mi ribalta a terra, stordito, la faccia nel fango. Mi giro di lato, guidato da un rantolo: un uomo con un grumo di sangue e ossa al posto della faccia. Altri scoppi, la polvere tappa gli occhi, uomini si riparano sotto i cavalli, sotto i carri, dentro le buche che si aprono nella piana. Mi rifugio dietro uno dei pochi alberi vicino a un ragazzo con una scheggia di legno conficcata tra le costole, verde di paura e dolore. I cannoni continuano a sparare. La testa del Magister conficcata su un palo. Chiedono. Cosí potrà esserci clemenza. Malvagio drappello di servi della merda. Luridi bastardi figli di cagna appestata. Non porrete condizioni all'esercito di Dio. Carcasse verminose seccate al sole. Infami falangi delle Tenebre. Sfonderemo i vostri culi con i manici dei picconi. Signore, non abbandonarci ora. Le madri immonde che vi partorirono fottevano con i caproni della foresta. Tornatevene a leccare il culo dei vostri padroni. Perdono, se abbiamo sbagliato. L'inferno aprirà le tremende fauci, le sue viscere vi inghiottiranno. Se abbiamo peccato, la Tua volontà, la Tua volontà sola sia fatta. Sputerà via le ossa, dopo averle spolpate a una a una. Solo l'amore e la parola del Redentore, nel Giorno della Resurrezione degli ultimi. Non avrà pietà delle vostre anime corrotte. Protegga noi la fede in Dio onnipotente. Magister! Magister! Urla impazzite. Le mie. Voragini di panico tutt'intorno, la fuga del gregge davanti all'orda di lupi. Lo scorgo davanti a me, inginocchiato, schiacciato a terra, inchiodato come una statua. Su di lui, sento la mia voce gridare sul fragore che si avvicina all'orizzonte: - Magister, Magister! Gli occhi vuoti, altrove, una preghiera biascicata tra le labbra. - Magister, per dio, alzati! Cerco di sollevarlo, ma è come voler sradicare un albero, resuscitare un morto. Mi inginocchio e riesco a rivoltargli le spalle: mi si accascia in grembo. Non c'è piú niente da fare. È finita. L'orizzonte precipita verso di noi sempre piú veloce. È finita. Gli reggo la testa, il petto squarciato dal pianto e dall'ultimo grido, che sputa la disperazione e il sangue al cielo. È giorno da poco quando cominciamo a prepararci per andare incontro ai principi. Dalle borracce la grappa fa il giro delle gole e cerca di sciacquarle dall'ansia e dalla paura. È giorno da poco, e nella luce incerta e pallida, sotto la nebbia fredda che s'alza piano, lentamente, come di fronte a un sipario, distinguiamo una frangia nera sull'orlo delle colline a settentrione. Nessuno ha dato l'allarme, ma loro sono già qui. Magister Thomas sprona il cavallo, di corsa, da una parte all'altra dell'accampamento, a ravvivare il fuoco della fede e della speranza. Qualcuno urla, alza i forconi, le zappe mutate in alabarde, spara in aria e vomita parole di scherno e di sfida. Qualcuno si inginocchia e prega. Qualcuno resta immobile, come colpito dallo sguardo del basilisco. Un tratto di carbone intenso si stende lungo la collina a ovest, traccia i contorni sinistri dell'aurora screziata di tenui bagliori. L'esercito di Giorgio di Sassonia si dispone in attesa sulla cresta occidentale. Sagome nere allungate si protendono verso la piana: i cannoni. Saetta dal nulla di polvere acre e sangue, la belva bardata piomba su un manipolo di sventurati, resi immobili dal terrore, accucciati in preghiera, o rigidi cadaveri in attesa della sentenza fatale. Picca spianata ad altezza di torace, zoccoli e zampe scartano da un corto fosso, trafigge un inerme in ginocchio da parte a parte, travolge un ammasso deforme di arti, ossa, pelle e tela di sacco. Sguaina un'elsa dalla lunga lama sottile, scalcia tra i corpi scuotendo l'armatura, l'abbatte su un cristo che gli si para a destra implorando pietà. Incurva il collo pesante, sbuffa, piega quasi a cadere, recide netto il braccio sinistro, rilancia la corsa verso nuove prede, sale il grido di feroce esultanza. La polvere scende. Uno squarcio di giorno sul massacro. Solo corpi e grida mutilate. Non un ruggito. Poi li vedo: le schiere si aprono, ferro, picche, stendardi al vento, e la foga trattenuta degli animali che scalpitano. Il galoppo scende dal fianco della collina, fragore di zoccoli e corazze; neri, pesanti e inesorabili come la morte. L'orizzonte ci corre incontro cancellando la piana. Non è l'urto dell'acciaio a travolgermi, è la presa di Sansone, che solleva il Magister in alto, verso le nuvole e mi trascina per un braccio. - Alzati, presto! Elias, un guerriero antico, la faccia nera di terra e sudore, quasi un sogno. Elias, la forza, a indicarmi la direzione, a urlarmi di correre con lui lontano dalla morte. - Fammi strada ragazzo, ho bisogno di te! Magister Thomas sulle spalle, e io che ritrovo le gambe. - Prendi quelle! Le sacche del Magister, le stringo forte e corro avanti, spingendo i corpi, a capofitto verso l'uscita dell'inferno. Correre. Fino alla città. Nient'altro. Non un pensiero. Non una parola. La speranza di quell'uomo è infranta, apro la via della sua salvezza. Quasi alla cieca. L'occhio di Carafa (1525-1529) Lettera inviata a Roma dalla città sassone di Wittenberg, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 28 maggio 1525. All'illustrissimo e reverendissimo signore Giovanni Pietro Carafa, in Roma. Signore mio onorandissimo, è con grande soddisfazione che scrivo per dare la lieta notizia: gli ordini di Vostra Signoria sono stati eseguiti il piú rapidamente possibile e hanno ottenuto il risultato sperato. Avrete forse già avuto nuove dalla terra di Germania e saprete che l'esercito dei contadini insorti è stato sconfitto. Mentre vergo queste righe i mercenari dei principi si accingono a debellare gli ultimi fuochi della piú grande rivolta che queste lande abbiano mai conosciuto. La città ribelle piú fortificata, che è stata l'epicentro dell'incendio, Mühlhausen, si è arresa già da alcuni giorni all'esercito dei principi e la testa del suo capopopolo Heinrich Pfeiffer è caduta ieri sulla piazza di Görmar, insieme a quella di Thomas Müntzer. Le voci riportano che nelle sue ultime ore il predicatore, sottoposto alla tortura, abbia taciuto senza un lamento in attesa del boia e che solo una volta, nell'ultimo istante di vita, abbia fatto risuonare la voce per la quale si è reso famoso presso il volgo: «Omnia sunt communia», dicono sia stato il suo unico grido, lo stesso motto che ha animato il furore popolare di questi mesi. Ora che il sangue dei due uomini piú pericolosi si è mescolato sul selciato, la Signoria Vostra può senza dubbio rallegrarsi per quella lungimiranza e saggezza in cui il Suo fedele osservatore confida ciecamente da sempre. Ma per non venire meno al voto di franchezza che avete richiesto da parte mia, confesserò di aver dovuto agire assai precipitosamente, rischiando finanche di mettere a repentaglio i mesi di lavoro e di sforzi concentrati nel tentativo di procurarmi la fiducia del focoso predicatore dei contadini. Solo grazie a tale precedente tessitura, per altro, è stato possibile accelerare la rovina di Müntzer. L'avergli offerto i miei servigi e informazioni sugli intrighi di Wittenberg ha consentito di guadagnarne la fede e di potergli passare le false notizie che lo hanno spronato allo scontro campale. A onor del vero devo dire che il nostro uomo ci ha messo bene del suo per far precipitare gli avvenimenti: la mia missiva non ha sortito che l'effetto di offuscare l'ultima luce di raziocinio. Un'armata di straccioni non poteva avere alcuna speranza di sconfiggere le schiere ben armate dei lanzichenecchi e la cavalleria dei principi. Orbene mio Signore, dato che con tanta magnanimità richiedete il mio parere su quanto è stato fatto finora, lasciate che il Vostro grato servitore liberi il cuore dal peso di tutte le impressioni e dai semplici giudizi che lo colmano. Quando il buon cuore di V.S. mi scelse per osservare da vicino gli affari dei principi tedeschi col monaco Martin Lutero, non era possibile immaginare ciò che il Signore Iddio avrebbe riservato a questa regione. Che l'apostasia e l'eresia avrebbero stretto un patto tanto forte con il potere secolare e si sarebbero a tal punto radicate negli animi, non era destino che intelletto umano potesse intravedere. Ciononostante, in quel tremendo frangente, la Vostra fermezza mi ordinò di cercare un antagonista al dannato Lutero, per fomentare lo spirito di ribellione del popolo contro i principi apostati e indebolirne la compagine. Quando non era nelle facoltà umane riconoscere il grave pericolo che sarebbe giunto da colui che si erge a paladino della cattolicità, l'Imperatore Carlo V, la Vostra saggezza è stata tale da indicare al Suo umile servitore la direzione giusta in cui indirizzare l'operato e subito, appena appresa la notizia della cattura del re di Francia sul campo di Pavia, ha saputo dare l'ordine piú appropriato: accelerare la fine della rivolta contadina, affinché i principi amici di Lutero potessero esser saldi rivali di Carlo. L'Imperatore infatti, avendo vinto e catturato il re dei francesi in Italia, si innalza ora come un'aquila rapace che, palesando di voler difendere il nido di Roma, può offuscarlo con la sua ala e il rostro acuminato. La vastità dei suoi possedimenti e il suo potere sono del resto tali da mettere a repentaglio l'autonomia della Santa Sede e l'autorità spirituale di Roma, tanto da spingere a preferire che in una regione dell'Impero come questa da cui scrivo, i principi eretici continuino a piantare la spada nel costato di Carlo, pur di non lasciarlo libero di fare il bello e il cattivo tempo in tutto il mondo. Ciò che il peccatore apprende è che Iddio misericordioso non manca mai di ricordarci quanto misterioso e insondabile sia il Suo disegno: colui che ci difendeva ora ci minaccia, coloro che ci attaccavano ora ci sono alleati. E allora, sia fatta la volontà di Dio. Amen. Ed ecco dunque che il servo risponde con la franchezza richiesta dal suo Signore: la valutazione della S.V. è sempre stata a mio umilissimo avviso quanto mai lungimirante e repentina. E lo è stata tanto piú in quest'ultimo frangente, a tal punto che questo Suo braccio è sommamente onorato di aver saputo agire quanto piú prontamente possibile per adempiere alla direttiva. Piú di quanto la S.V. non abbia intuito e previsto, non era dato intuire né prevedere. Oscure e tortuose sono le vie del Signore e solo alla Sua Volontà dobbiamo rimetterci. Non spetta a noi mortali giudicare l'operato dell'Altissimo: il nostro umile compito, come la Signoria Vostra non manca occasione di ricordarmi, può essere soltanto quello di difendere un barlume di fede e cristianità in un mondo che sembra andare perdendola di giorno in giorno. Per questo facciamo tutto ciò che facciamo, non curandoci di leggi umane o patimenti di cuore. Ebbene, sono certo che saprete indirizzarmi ancora una volta, nelle traversie e nelle insidie che questo tempo sembra riservare ai cristiani e che fanno tremare le vene. Il Signore ha voluto concedere a questo peccatore la valida guida della Signoria Vostra e ha concesso che questi occhi e questa mano potessero servire la Sua causa. Ciò mi fa star saldo nell'affrontare le sfide future, in impaziente attesa di una Vostra nuova parola. Baciando le mani di Vostra Signoria e raccomandandomi continuamente alla Sua grazia. Di Wittenberg il giorno 28 maggio 1525 Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. Lettera inviata a Roma dalla città imperiale di Augusta, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 22 giugno 1526. Al munificentissimo e onorandissimo signore Giovanni Pietro Carafa, in Roma. L'illustrissima Eccellenza Vostra ha voluto onorare di un complimento immeritato e di una grazia troppo grande chi aspira semplicemente e umilmente a servire Dio per Vostra mercede. Ma per non volere mancare agli ordini di Vostra Signoria e abbandonandomi del tutto alla Vostra saggezza, non appena ho ricevuto l'ultima missiva, ho intrapreso la strada di questo grande borgo imperiale per adempiere alla consegna del mio signore. A proposito di quest'ultima tengo a informare della liberalità con cui il giovane Fugger mi ha accolto in ordine alla Vostra raccomandazione. Egli è un uomo devoto e accorto, del saggio zio ha tutta la prudenza e l'abilità calcolatoria, unite al coraggio e all'intraprendenza che la giovane età gli concede. La scomparsa del vecchio Jacob Fugger, ormai due anni orsono, non ha nuociuto alle attività e agli sconfinati interessi della piú ricca e influente famiglia d'Europa: lo zelo con cui il nipote cura gli affari che furono dello zio è secondo soltanto alla sua cristianissima devozione e fedeltà alla Santa Sede. Salta agli occhi la semplicità e astinenza sincera in un giovane uomo quale Anton Fugger, quando la si paragoni alla vastità del suo credito in oro presso tutte le corti d'Europa. Riguardo alla ripresa della guerra e alla nuova alleanza contratta dalla Santa Sede con la Francia, egli, foraggiatore dell'Imperatore, si è dato pena, sperando forse in una mia intercessione presso la S.V., di ribadire la sua neutralità; la stessa neutralità, mi sia consentito aggiungere, che può emanare soltanto l'oro zecchino. L'impressione mia è che poco importi a questo pio banchiere chi contragga credito presso i suoi forzieri, sia esso imperiale o francese, cattolico o luterano, cristiano o musulmano; essenziali sono per lui il quanto e in quale forma. Che questa guerra venga vinta dagli uni o dagli altri, ai suoi occhi non fa grande differenza, ma a ben vedere la condizione ideale per questo giovane finanziatore non è altra che quella di stallo, ovvero di una guerra perenne che non veda mai vincitori né vinti e tenga legati ai cordoni della sua borsa le teste coronate di tutto il mondo. Ma non per dare giudizi sui banchieri sono stato inviato ad Augusta. Rispetto dunque al credito che la S.V. ha voluto aprire a mio nome, Fugger si è detto onorato di poter contare tra i suoi clienti una persona che tiene in tanta stima e che si duole di non poter incontrare direttamente, quale Vostra Signoria. Egli ha ritenuto necessario fornirmi d'un simbolo, che consenta ai suoi legati di riconoscermi in ogni città dell'Impero e a me di riscuotere presso tutte le sue filiali, garantendomi cosí la piú vasta libertà di movimento. Per ragioni che posso facilmente intuire non ha voluto mettermi a parte dell'entità del credito aperto, lasciando appena intuire che si tratti di un conto «illimitato». Dal canto mio, Dio non voglia ch'io manchi di rispetto alla S.V., non ho ritenuto giusto chiedere altro. Detto ciò mi premuro fin d'ora di informare la S.V. che cercherò d'amministrare il privilegio che ha voluto concedermi, con parsimonia e saggezza, per quanto sarà nelle mie facoltà, comunicando preventivamente al mio signore ogni utilizzo delle somme messe a mia disposizione. Non mi resta che ringraziare ancora la S.V. per l'infinita munificenza e raccomandarmi alla sua grazia in attesa di nuove. Che Iddio misericordioso voglia concedere salute al mio signore e il Suo sguardo magnanimo non abbandoni questo indegno servo della Sua Santa Chiesa. Di Augusta, il giorno 22 del mese di giugno dell'anno 1526 Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. Lettera inviata a Roma dalla città imperiale di Augusta, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 10 giugno 1527. All'onorandissimo signore mio, Giovanni Pietro Carafa, felicemente scampato alle schiere immonde dei barbari eretici. La notizia di sapere la Signoria Vostra sana e salva mi riempie il cuore di gioia e allevia finalmente la pena che in questi giorni terribili mi ha privato del sonno. Il solo pensiero del soglio di Pietro devastato dai nuovi Vandali mi gela il sangue nelle vene. Non oso immaginare quali tremende visioni e quali pensieri di morte debbano aver colpito la S.V. Eminentissima in quei momenti. Nessuno meglio di questo devoto servo può conoscere la brutalità e l'empietà dei tedeschi, soldati immondi gonfi di birra e irrispettosi d'ogni autorità, d'ogni luogo santo. So bene che lordare le chiese, decapitare le immagini sacre dei Santi e della Madonna è da loro ritenuto un merito di fede, oltreché un vero sollazzo. Ma, come la S.V. ha avuto modo di affermare nella Sua missiva, lo scandalo non potrà rimanere impunito; se Iddio onnipotente ha saputo castigare l'arroganza di queste bestie scagliando su di esse la pestilenza, non mancherà di punire chi a esse ha aperto la gabbia, lasciando che dilagassero per l'Italia: se non davanti al Santo Padre, l'Imperatore dovrà risponderne al cospetto di Dio. L'Asburgo infatti finge di non sapere che nel suo esercito e in quello dei suoi principi si annidano intere schiere di eretici: luterani che non hanno rispetto di niente e di nessuno. Ho infatti ragione di credere che non sia stato un caso che la conduzione della campagna d'Italia sia stata affidata a Georg Frundsberg e ai suoi lanzichenecchi. Quassú essi sono ben noti per l'efferatezza e l'empietà, oltreché per la simpatia che nutrono verso Lutero. Non mi meraviglierei affatto se quello che oggi sembra il risultato indesiderato di una scorribanda di barbari mercenari, domani si rivelasse il frutto di una decisione militare e interessata dell'Imperatore. Il sacco di Roma indebolisce il Santo Padre e lo lascia indifeso nelle mani dell'Asburgo. Quest'ultimo ha cosí trovato il modo di essere a un tempo paladino della fede cristiana e secondino della Santa Sede. Non posso dunque che condividere le durissime parole di condanna e disprezzo di Vostra Signoria, quando afferma che Carlo minaccia sempre piú da vicino e spudoratamente l'autonomia della Chiesa e che dovrà pagare per questo ultimo inaudito affronto. Prego dunque l'Altissimo affinché voglia assisterci nel grande mistero dell'iniquità che ci circonda e conceda a Vostra Signoria di resistere contro chi si dice difensore della Santa Chiesa di Roma, mentre non si fa scrupolo di concedere alla sua immonda soldataglia di devastarla. In fedeltà sinceramente mi raccomando baciando le mani, di Augusta, il giorno 10 di giugno dell'anno 1527 Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. Lettera spedita dalla città imperiale di Augusta, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 17 settembre 1527. All'eminentissimo e reverendissimo signore Giovanni Pietro Carafa, in Roma. Signore mio onorandissimo, In quest'ora grave di incertezza mi è concesso soltanto l'appello alla misericordia di Dio, consapevole che la Sua luce, attraverso la bontà che Vostra Signoria continua a manifestare verso di me, può indicare a questo indegno mortale la via da tenere nella tenebra che ci circonda. Ed è per questo che mi accingo a riferire su quanto accade quassú, nel cuore marcio dell'Impero, nella speranza che anche una sola delle mie parole possa essere d'aiuto ai disegni della Signoria Vostra. La Sassonia Elettorale si accinge a mutare il proprio ordinamento ecclesiastico: l'ultimo atto dell'opera incominciata ormai dieci anni orsono sta per compiersi. Fin dal momento della morte di Federico il Savio, due anni fa, è infatti apparsa chiara l'intenzione del fratello Giovanni di continuare là dove il suo predecessore aveva dovuto interrompere. Ebbene il nuovo ordinamento concede al principe stesso la scelta dei parroci, i quali ora possono prendere moglie; un Concistoro di dottori e Soprintendenti lo consigliano nella selezione; il patrimonio della Chiesa è posto sotto il controllo del principe, che presto o tardi procederà ad annetterselo completamente, cosiccome l'insegnamento della dottrina e la gestione delle scuole; la formazione delle nuove leve di teologi luterani è in questo modo garantita. A Marburgo è stata fondata la prima università eretica. Il modesto parere del servo di Vostra Signoria è che la peste luterana sia ormai invincibile dalle sole forze umane, e che sia possibile solamente tentare un suo contenimento entro i confini che ha finora guadagnato. Ma gli eventi degli ultimi anni hanno insegnato a questo povero soldato di Dio che spesso ciò che appare un male, nel grande disegno dell'Altissimo può trasformarsi in bene. Il matrimonio della fede eretica con i principi tedeschi fa sí che essa non possa piú svincolarsi da quest'ultimi e dalle alleanze che essi vorranno contrarre. Essi possono rivelarsi ottimi alleati contro l'Imperatore e già ora non è raro incontrare messi e ambasciatori francesi lungo le strade di queste lande germaniche. Certo è prematuro attendersi una imminente discesa in campo dei principi contro Carlo, ma non è da pazzi prospettarla per il futuro. Io credo, mio signore, che i nostri calcoli si riveleranno nel corso del tempo quanto mai acuti e premonitori. Se dunque le sorti della guerra in Italia versano a sfavore dei francesi, la S.V. si consoli pensando che di qui a pochi anni Carlo rischia di vedere i propri confini orientali schiacciati tra il Turco e i principi luterani. Allora il suo potere comincerebbe davvero a vacillare. Ma vi è un male sottile che striscia su questa terra sventurata e di cui mi accingo a darvi notizia. Le ultime settimane hanno visto questa città squassata dalla repressione contro i cosiddetti Anabattisti. Questi bestemmiatori portano alle estreme conseguenze le perfide dottrine di Lutero. Essi rifiutano il battesimo degli infanti, poiché ritengono che lo Spirito Santo possa essere accettato soltanto per volontà del fedele che lo riceve; rifiutano la gerarchia ecclesiastica e si uniscono in comunità, i cui pastori vengono eletti dai fedeli medesimi; misconoscono l'autorità dottrinale della Chiesa e considerano la Scrittura l'unica fonte di verità; ma, in questo peggiori di Lutero, rifiutano anche di obbedire alle autorità secolari e pretendono che siano le singole comunità cristiane ad adempiere all'amministrazione civica. Inoltre avversano la ricchezza e tutte le forme secolari del culto, le immagini, le chiese, i paramenti sacri, in nome dell'uguaglianza di tutti i discendenti di Adamo. Essi vorrebbero sovvertire il mondo da capo a piedi e non è un caso che molti reduci della guerra dei contadini abbiano simpatizzato con essi, sposandone la causa. Le autorità hanno un bel da fare per reprimere questi sedotti da Satana, che proprio il mese scorso si erano dati convegno qui ad Augusta per un sinodo generale. Fortunatamente in pochi giorni quasi tutti i loro capi sono stati imprigionati. Tra di essi non si possono annoverare uomini del peso di Thomas Müntzer, e tuttavia il pericolo rappresentato da costoro si prefigura piú grave di quanto il loro numero attuale non possa far pensare. Le loro eresie infatti sembrano diffondersi in tutta la Germania sud- occidentale con facilità e rapidità estrema. Esse prediligono i ceti minori, i lavoratori meccanici, che ne rimangono infettati per l'odio che covano nei confronti dei loro superiori. Le popolazioni delle campagne, ignoranti e scontente, partecipano spesso ai loro rituali nei boschi cedendo all'incanto di Satana. Proprio per il fatto di non essere vincolati a nessun ordinamento civile e religioso, questi Anabattisti, che tra loro si chiamano fratelli, propagano piú facilmente e rapidamente la propria peste di quanto lo stesso Lutero non riesca a fare negli ultimi tempi; è facile prevedere che il loro numero aumenterà e presto l'anabattismo varcherà i confini di queste città. Ovunque vi sia un contadino o un artigiano scontento, affamato, o maltrattato, vi è un eretico in potenza. Ecco perché non smetterò di raccogliere informazioni e di seguire quanto piú da vicino mi sarà possibile le sorti di questi miscredenti, per fornire a V.S. nuova materia di valutazione. Non occorre a dire altro se non che bacio le mani della Signoria Vostra, raccomandandomi alla benevolenza di cui è solita omaggiarmi, concedendomi di continuare a prestare questi poveri occhi alla causa di Dio. Di Augusta, il giorno 17 settembre dell'anno 1527 Il fedele osservatore di V.S. Q. Lettera inviata a Venezia dalla città imperiale di Augusta, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 1 ottobre 1529. All'eminentissimo signore mio Giovanni Pietro Carafa, in Venezia. Signore mio onorandissimo, l'animo di questo servo si riempie di gratitudine e commozione per la possibilità che gli si offre di comparire al Vostro cospetto. Non dubitate ch'io possa mancare all'appuntamento: la pace ha reso le strade della Lombardia piú sicure e questo fatto, unito alla premura che ho di incontrare il mio signore, mi farà bruciare le tappe fino a Bologna. Mi piange il cuore nell'apprendere come il Santo Padre Clemente abbia dovuto scendere a un cosí vile mercato con Carlo, concedendogli questa incoronazione ufficiale in Bologna; la vittoria sui francesi in Italia e ora questo riconoscimento pontificio innalzeranno Carlo V al rango dei piú grandi Cesari dell'antichità, senza ch'egli possegga una goccia della loro virtú e rettitudine. Egli comanderà l'Italia secondo il suo volere, e il mio parere è che questo congresso vedrà gli stati italiani, e quello Pontificio sopra tutti, spettatori impotenti delle decisioni dell'Imperatore. Ma tanto basta: Vae victis, non altro per ora, nella speranza che Iddio misericordioso conceda agli animi devotissimi come quello della Signoria Vostra la grazia di saper arginare l'arroganza di questo novello Cesare. Proprio a tale proposito mi permetto ancora di usare la franchezza alla quale la Signoria Vostra ha cosí magnanimamente voluto abituarmi, dato che il vagheggiare libero del pensiero, spregiudicato quanto certo di provocare il savio sorriso del mio signore, mi spinge a notare che oggi i nemici di Carlo sono tre: il re di Francia, cattolico; i principi tedeschi, di fede luterana; e il turco Solimano, infedele; e che se costoro fossero capaci di far prevalere il loro comune interesse anti-imperiale sulle diversità di fede, colpendo l'Impero all'unisono e concordemente, allora non vi sarebbe dubbio che esso vacillerebbe come una tenda scossa da un turbine di vento, e con esso anche il trono di Carlo. Ma questi occhi sono stati ordinati per guardare alle faccende di Germania e non al mondo intero, da cui il bisogno di tacere, nell'attesa impaziente di raggiungere la Signoria Vostra a Bologna, e poter riferire di persona della situazione tedesca e in particolare di quegli eretici Anabattisti che la S.V. ricorderà avermi sentito nominare già piú volte in precedenza. Nella speranza di non tardare d'un solo giorno all'appuntamento, bacio le mani di Vostra Signoria e mi rimetto alla sua grazia. Di Augusta, il giorno primo di ottobre 1529 Il fedele osservatore di V.S. Q. SECONDA PARTE Un Dio, una fede, un battesimo Eloi (1538) Addí 4 aprile 1538 Essendo costituto in carcere in Vilvoorde et condennato a morte per via di iustitia, Jan di Batenburg, il quale ostinatissimo nell'eresia non si poté mai ridurre a confessare la santa fede, ma vuolse morire nella perversità sua. Per li orribili massacri et omicidi di cui non ha mostrato pentimento alcuno et anzi soddisfatione et diabolica vanteria, è condennato a morte per il taglio della testa, per esser poi abbruciato et le ceneri lasciate al vento. Presenti li sottoscritti testimoni: Nicholas Buyssere, domenicanus Sebastien Van Runne, domenicanus Lieven de Backere Chrestien de Ridder Per Rijkard Niclaes, provveditore. Capitolo 1 Vilvoorde, Brabante, 5 aprile 1538 A te Jan. Al tuo scannamento senza misericordia alcuna. Alla folla berciante che defeca ogni sorta di umori, tra cui lento avanza il carro che ti conduce in catene verso il patibolo. Al vomito che sale in gola e alla febbre che arde le viscere. Alla Puttana Babilonese mentre annega il pazzo Davide che ha generato nel sangue suo e dei suoi fratelli. All'orrore incessante che ha inghiottito la nostra carne. All'oblio, che ha innalzato questa torre di morte oltre il cielo. Alla fine, una fine pietosa, efferata fine, una fine qualsiasi e ultima. Ho dimenticato. A te Jan, fratello, malvagio sanguinario, volto tumefatto che affronta l'odio e i colpi che giungono da ogni parte. A te, demonio cacato da innominabili anfratti, vesti lacere intrise di sangue, un grumo informe al posto di un orecchio. A te, maiale da scotennare nel giorno di festa, mi nascondo e ti vedo chinare il capo sui ceppi, gridando ancora una volta l'insulto: - LIBERTÀ! Ho colpito, depredato, ucciso. La folla squarterebbe con le proprie mani, il boia lo sa e rotea la scure in una danza, ne assaggia il filo, lascia tempo alla brama di sangue che monta di ricoprire tutto in un fragore che non pare terreno. Ho distrutto, saccheggiato, stuprato. Ognuno è carnefice qui, e dovunque. Ciascuno impreca un figlio o un fratello sgozzati dal diavolo di Batenburg e dai suoi Armati della Spada. Non è cosí eppure è la verità. Ho dimenticato. Alta la scure, silenzio improvviso, s'abbatte. Due, tre volte. Un fiotto di vomito lorda calzari e mantello nei quali mi trascino ricurvo, s'alza di nuovo il boato, il trofeo viene sollevato grondante, i peccati sono mondati, le nefandezze possono continuare. Mi ammazzeranno come un cane. A cosa è servito, a cosa, a cosa è servito? Freddo, dentro la bocca, freddo, freddo di abbandono. Devo andare via, sono già morto. Tosse, il braccio sinistro brucia impazzito sopra il polso, fino al gomito, sono già morto. Cosa dovevo fare. La calca si allenta, sottile pioggia, accucciato tra ceste impilate alte contro un muro. Culo sopra talloni malfermi. Cosa. Mi appenderanno a un palo, sono finito, tutti quelli che sono stato esigono la mia morte. Oppure massacrato a calci e lame corte in una buia strada di merda, via per dio, le forze lasciano. In Inghilterra, lontano da questa pozza di sangue, in Inghilterra forse, passando il mare, oppure al mare lasciare il destino di questo relitto. I miei nomi, le vite, Jan, bastardo, torna qui assassino. Riportale, o prenditi anche il poco che è rimasto. *** - Comincia a caricarle! Verso il tramonto, sono un mucchio di stracci bagnati, paralizzato dentro una cesta di stecche grosse con un poco di paglia addosso. - Sistemo i cavalli per la notte, poi torno. Non mi posso muovere, non posso pensare, il fuoco che ha estirpato il marchio brucia, brucia. È cosí la fine? - Uh, checcazzo, uhé straccione, cazzo, fai paura, esci da qua. Non rispondo. Non mi muovo. Apro gli occhi. - Oooh! Porca puttana, sembra morto questo... Vaffanculo, mi tocca sotterrarlo 'sto poveraccio... Cristo. Un ragazzone alto con la faccia imberbe di bambino, braccia potenti, un po' voltato per non guardarmi. Fermo. - Sto morendo. Non farmi morire qui. Sobbalza: - Porca... Checcazzo dici? Cosa? Non sei morto, allora, ma fai paura lo stesso, amico, paura. - Non farmi morire qui. - Sei pazzo, non ti posso caricare. Il padrone mi rompe il culo a scudisciate, ho quindici anni io, checcazzo, come faccio adesso... Mi fissa. - Aaron! Che cazzo fai, dormi!? Datti una mossa sí per favore o come cazzo te lo devo dire sí nel latinorum dei preti rottinculo sí forse è quella la lingua che ti piace. Aaaaron! Nel terrore dei miei occhi specchia il suo, esita un istante, balbetta sconnesso, sí sí padrone... Certo un istante solo, padrone.... mi copre con dell'altra paglia asciutta, eccomi, un attimo e il carico è completo, mi carica Aaron, è a posto, lega la cesta salda insieme alle altre. - Muoviti allora! Che devo ancora mangiare, cacare e riposare, testone, che all'alba saremo già in piedi da un pezzo, in marcia per Anversa, a farci rompere i coglioni dalle teste d'uovo e dagli scaricatori di porto. Muoviti Aaron! Capitolo 2 Anversa, 20 aprile 1538 - Qui ad Anversa si sta bene, ti lasciano vivere, qui comandano le gilde e chi fa la grana, altro che quei figaioli pettinati degli hidalgos e degli ufficiali dell'Impero, i mercanti fiamminghi sí che sanno qual è il prezzo delle cose, potrebbero stimarti in fiorini anche il Catai, o anche il mondo intero, sanno farli i conti quelli, hanno certe teste, mica come quei cazzofacenti degli spagnoli, che sanno soltanto inventare nuove tasse e mettere incinta ogni figa a portata d'uccello. Ci siamo incontrati per caso, al bordo di una strada, fuori da un'osteria. Si chiama Philipp. Ridotto peggio di me: la gamba se l'è giocata, dice, quando è stato reclutato per la guerra dagli spagnoli, che odia piú del demonio. Philipp è un soliloquio interrotto da violente scariche di tosse e scatarrate macchiate di sangue. Percorriamo il molo, sospinti dal traffico dei marinai e degli scaricatori, un crocevia di idiomi e accenti diversi. Incrociamo un drappello di spagnoli, elmetti lucidi e ovali che gli valgono il soprannome di «uova di ferro». Philipp bestemmia e sputa. - L'altra sera una puttana ha accoltellato uno di loro e se la sono legata al dito. I gran figli di buona donna faranno la voce grossa per qualche giorno e poi torneranno a farsi impestare dalle nostre figliole. E ben gli sta! Che la rogna se li portasse tutti quanti! Bastimenti carichi di ogni ben di Dio, rotoli di stoffe, sacchi di spezie, granaglie. Un ragazzino ci corre incontro, lo zoppo lo afferra per la collottola e gli mormora qualcosa. Quello annuisce, si libera dalla presa e corre nella direzione opposta. - Sei fortunato, l'inglese sta alla mescita di birra. Un banchetto all'aperto, fitto di marinai, capitani di vascello in trattative accese, qualche armatore locale, riconoscibile per la palandrana nera, priva di ninnoli e di taglio elegante. Lo zoppo dice di aspettarlo, si avvicina a un tipo grosso che ci dà le spalle e mi indica, fa cenno di raggiungerli. - Questo è il signor Price, nostromo del St George. Un lieve inchino reciproco. - Philipp dice che vuoi un passaggio per l'Inghilterra. - Posso pagare lavorando a bordo. - Sono due giorni di nave fino a Plymouth. - Non era Londra? - Il St George va a Plymouth. Non c'è né il tempo né un motivo per pensarci: - D'accordo. - Dovrai darti da fare in cambusa. Fatti trovare all'imbarco domattina alle cinque. *** La branda malconcia di un ostello indicatomi da Philipp, in attesa che passino le ore. Piazze, vie, ponti, palazzi, mercati. Genti, dialetti e confessioni diverse. Il percorso dei ricordi è accidentato e pericoloso: sempre pronto a tradirti. Le regge dei banchieri di Augusta, le vie luminose di Strasburgo, le mura inespugnabili di Münster... tutto torna alla mente confuso, sparso. Non ero nemmeno io, erano altri, con nomi diversi e un altro fuoco nelle vene. Il fuoco che è bruciato fino in fondo. Una candela spenta. Troppa devastazione alle spalle, in questa terra che vorrei il mare seppellisse una volta per tutte. L'Inghilterra. Gran tipo quell'Enrico VIII. Scioglie gli ordini monastici e incamera tutti i beni dei conventi. Mangia e scopa dalla mattina alla sera e intanto si proclama capo della Chiesa d'Inghilterra... Un paese senza papisti e senza luterani. Ma sí, e poi forse il Nuovo Mondo. Alla fine non importa dove, ma via da qui, da un'altra sconfitta, dal regno perduto di Batenburg. Dall'orrore. L'immagine della testa di Jan Batenburg che rotola mi assale di notte impedendomi di dormire e forse nemmeno la distanza potrà allontanarne lo spettro. Ho visto cose che forse soltanto io posso ancora raccontare. Ma non voglio. Voglio allontanarle per sempre e sparire in un buco nascosto, diventare invisibile, crepare in santa pace, se mai mi sarà concesso un istante di pace. Ho mille anni di guerra nel sacco, un pugnale, una camicia e i soldi che serviranno a levare quell'ancora. È quanto dovrà bastare. *** Poco prima dell'alba. È tempo di andare. Giú in strada non c'è un'anima, un cane mi lancia un'occhiata dubbiosa mentre spolpa degli avanzi. Percorro le vie deserte orientandomi grazie ai pennoni che svettano sui tetti delle case. Nel quartiere portuale incrocio un paio di ubriachi gonfi di birra. I loro rutti risuonano da lontano. Il St George deve essere la quinta nave. Un trambusto improvviso da un vicolo sulla destra. Con la coda dell'occhio vedo cinque tipi stretti intorno a un sesto, intenti a massacrarlo di botte. Non mi riguarda, affretto il passo, le urla del poveraccio vengono soffocate dai conati di vomito e dai cazzotti allo stomaco. Riconosco gli elmetti a uovo. Una ronda di spagnoli. Supero il vicolo e intravedo gli alberi del St George. Dalla passerella di una delle navi ormeggiate scende di corsa una mezza dozzina di uomini, arpioni e fiocine in mano, mi vengono incontro. Calma. Passano oltre e si infilano nel vicolo, urla spagnole, tonfi. Merda santa. Corro verso la mia nave, è lí, ci sono quasi, uno sgambetto da dietro, cado e mi scortico la faccia sull'acciottolato. - Rottinculo, pensavi di riuscirci, eh? Accento inconfondibile. Altre uova di ferro, spuntati da chissà dove. - Maccheccazzo... Un calcio nelle costole mi spezza il fiato in gola. Mi aggomitolo come un gatto, altri calci, la testa, proteggere la testa con le mani. Nel vicolo si danno battaglia. Sbircio tra le dita e vedo gli spagnoli estrarre le pistole. Forse ci sarà un colpo anche per me. No, si dirigono verso il vicolo. Spari. Passi di corsa che si allontanano, Quello che mi ha preso a calci mi punta la spada alla gola. - Alzati, miserabile. Deve essere l'unico che sa qualche parola di fiammingo. Mi metto in piedi e prendo fiato: - Io non c'entro... - tossisco, - ...devo salire sulla nave inglese. Ride: - No, devi ringraziare Dio che non ti posso ammazzare come un cane: il mio capitano ha ordinato di lisciarvi soltanto il pelo. Lo stivale mi colpisce in mezzo alle gambe. Mi accascio e per poco non svengo. Tutto gira intorno, i pennoni, le case, i baffi ridicoli del bastardo. Poi delle braccia nervose mi sollevano di peso e mi trascinano via. Il percorso è confuso, botte e insulti si sprecano. I sensi sono ormai attutiti, le membra non rispondono piú. Sento la strada strisciarmi sotto i piedi, mi trascinano in due. Urla dalle finestre, oggetti che cadono, ci muoviamo piú in fretta. Quello alla mia destra viene spintonato, cadiamo. La faccia in una pozza. Lasciatemi qui. Le urla aumentano, c'è gente in fondo alla strada, un carro messo di traverso per sbarrare il passo: forconi. Gli spagnoli si rimpallano urla incomprensibili. Sollevo la testa: siamo incastrati contro un palazzo, la strada è bloccata da una barricata dalla quale piovono insulti. Qualcuno dalle finestre lancia vasi e pentole sugli spagnoli. Uno di loro è a terra tramortito. L'altro che mi trascinava è in piedi di spalle, la picca spianata. Provo ad alzarmi, ma le gambe non reggono, gira tutto. È buio. Cristo... *** La testa sprofonda su una superficie morbida, devo essere legato, no, muovo una mano, le gambe non rispondono, un piede, è come se gli arti pesassero quintali. Scioglietemi. Le parole restano in testa, dalla bocca esce saliva e qualcosa di solido: un dente spezzato. Apro un occhio e qualcosa cola sullo zigomo. Un tampone mi pulisce la faccia. - Credevo che non ce l'avresti fatta. Ma la tua collezione di cicatrici dice che sei un buon incassatore. Una voce placida, con l'accento di qui, un'ombra sfocata contro una grande finestra. Sputo grumi di sangue rappreso e saliva. - Merda... L'ombra si avvicina: - Già. - Come ci sono arrivato? La mia voce suona cavernosa e stupida. - A braccia. Ti hanno portato questa mattina. Pare che ogni nemico degli spagnoli sia amico della gente di Anversa. È per questo che sei vivo. E che sei qui. - Qui dove? Ho un conato di nausea, ma lo trattengo. - Dove né gli spagnoli né gli sbirri vengono mai. Riesco a tirarmi su a sedere. - E perché? - La testa cade sul petto, la risollevo a fatica. - Perché qui ci vive la gente con i soldi. Anzi, diciamo pure che qui ci vive chi i soldi li fabbrica. E sono quelli che fanno la differenza, credimi. Mi porge una caraffa d'acqua e spinge un catino contro i miei piedi. La rovescio sulla testa, ingurgito, sputo, la lingua è gonfia e tagliata in piú punti. Riesco a vederlo. È magro, sui quarant'anni, tempie grigie e occhi svegli. Mi allunga uno straccio con cui mi asciugo la faccia. - È casa tua questa? - Mia e di chiunque si trovi nei guai, - indica fuori dalla finestra. - Ero in cima a un tetto e ho visto tutto. Per una volta gli imperiali se lo sono preso nel culo. Mi stringe la mano: - Sono Lodewijck Pruystinck, copritetti, ma i fratelli mi chiamano Eloi. E tu? - Ci sono finito per caso in mezzo a quel bordello e puoi chiamarmi come ti pare. - Chi non ha un nome deve averne avuti almeno cento, - un sorriso strano, - ...e una storia che vale la pena di essere ascoltata. - Chi ti dice che abbia voglia di raccontarla a qualcuno? Ride e annuisce: - Se tutto quello che hai sono gli stracci che porti, potresti accettare i miei soldi in cambio di una buona storia. - Vuoi buttare via il tuo denaro. - Oh no, al contrario. Vorrei investirlo. Non lo seguo piú. Con chi diavolo sto parlando? - Devi essere proprio uno stronzo ricco. - Per ora sono quello che ti ha medicato le ferite e che ti tiene fuori dalla merda. Restiamo in silenzio, mentre faccio l'appello di tutti i muscoli del corpo. La sera sta scendendo sui tetti, sono rimasto svenuto tutto il giorno. - Dovevo salire sulla nave. - Sí, Philipp mi ha detto. Mi ero dimenticato dello zoppo. - E sparire per sempre. Queste terre non sono un posto sicuro. I ricchi soprattutto hanno una memoria di ferro per chi gli ha fottuto figlie e gioielli. E in nome di Dio poi... Resto immobile, fulminato, troppo spossato per raccogliere le idee e capire cosa dire o fare. I suoi occhi restano fermi su di me. - Oggi Eloi Pruystinck ha salvato il culo a un Armato della Spada. Le vie del Signore sono davvero infinite! Muto. Cerco di leggere una minaccia nel tono della voce, ma c'è solo ironia. Indica l'avambraccio, dove fino a questa mattina la fasciatura nascondeva il marchio. La carne bruciata è sporca, il segno quasi indistinto. - L'occhio e la spada. Ho conosciuto un tale che si è tagliato il braccio per scampare al patibolo. Dicono che Batenburg mangiasse il cuore delle sue vittime. È vero? Ancora zitto, scrutando quel volto per capire dove vuole arrivare. - La fantasia della gente non ha limiti, - solleva il panno che ricopre un cesto di vimini. - Qui c'è qualcosa da mangiare. Cerca di riprendere le forze, o non riuscirai piú ad alzarti da quel letto. Fa per andarsene. - Ho visto saltare la sua testa. Ha gridato libertà prima di essere ammazzato. La voce trema, sono debolissimo. Si gira lento sulla soglia, un'occhiata decisa. - L'Apocalisse non è arrivata. A cosa è servito massacrare tutta quella gente? Mi accascio come un sacco vuoto, quasi troppo stanco per respirare. I suoi passi si allontanano dietro la porta. Capitolo 3 Anversa, 23 aprile 1538 È una grande casa. Due piani enormi, con stanze che si aprono su larghi corridoi. Bambini mezzi nudi si rincorrono su e giú per le scale, alcune donne preparano da mangiare in ampi calderoni in una cucina piena di ogni ben di Dio. Qualcuno mi saluta con un cenno del capo e un sorriso, senza interrompere il lavoro. Tutti sembrano rilassati, placidi, come se condividessero la medesima felicità. In quella che sembra essere la sala piú grande si stende una lunga tavolata, apparecchiata con stoviglie d'argento: nel camino arde un ceppo di faggio. Provo la stessa sensazione che danno certi sogni un attimo prima di essere interrotti da un brusco risveglio: la consapevolezza di stare percorrendo un sogno e la voglia di sapere cosa c'è dietro la prossima porta, di arrivare fino alla fine. Improvvisamente da una delle stanze mi raggiunge la sua voce: - Ah, ti sei deciso ad alzarti finalmente! Eloi sta tagliando un grosso trancio di manzo su un tavolo di marmo. - Giusto in tempo per mangiare con noi. Vieni, vieni, dammi una mano. Mi passa un forchettone. - Tienilo fermo, cosí. Taglia fette sottili e le dispone su un piatto sul cui bordo campeggia uno stemma d'argento. Con la coda dell'occhio scruta la mia espressione confusa. - Scommetto che ti stai chiedendo dove sei capitato. La bocca è troppo impastata per articolare una frase, rispondo con un mugugno. - La casa ci è stata messa a disposizione dal gentile messer Van Hove, commerciante di pesce e mio buon amico. Lo incontrerai al suo ritorno, forse. Tutto quello che vedi era suo. - Era? Sorride: - Adesso è di tutti e di nessuno. - Vuoi dire che tutto è di tutti? - Proprio cosí. Due bambine attraversano la stanza canticchiando una filastrocca di cui non afferro le parole. - Bette e Sarah: le figlie di Margarite. Non ricordo mai qual è l'una e quale l'altra. Solleva il piatto e urla: - In tavola! Una trentina di persone affluisce intorno al grande tavolo apparecchiato. Mi fanno sedere accanto a Eloi. Una ragazza alta e bionda mi serve un boccale di birra. - Ti presento Kathleen. È con noi da un anno. La ragazza sorride: è bellissima. Prima che il pranzo inizi, Eloi si alza in piedi e richiama l'attenzione del gruppo. - Fratelli e sorelle, ascoltate. È giunto tra noi un uomo senza nome. Un uomo che ha combattuto a lungo e ha visto versare molto sangue. Era sbandato e stanco, e ha ricevuto cure e riparo come è nostra consuetudine. Se deciderà di rimanere con noi, accetterà il nome che vorremo dargli. In fondo alla tavolata, un giovane rubicondo, con folti baffi biondi, urla: - Chiamiamolo Lot, come colui che non si volta indietro! Un'eco di assenso percorre la sala, Eloi mi guarda soddisfatto: - E sia. Ti chiameremo Lot. Comincio a mangiare con fatica: la lingua e i denti mi fanno male, ma la carne è tenera, di prima scelta. - Lo so cosa ti stai chiedendo. Si versa altra birra. - Cosa? - Ti chiedi come facciamo a permetterci tutto questo. - Immagino sia tutto fornito da messer Van Hove... - Non proprio. Non è il solo ad aver dato fondo ai forzieri per mettere in comune il patrimonio. - Vuoi dire che esistono altri ricchi che regalano tutto ai poveri? Ride: - Noi non siamo poveri, Lot. Siamo liberi. Con un gesto comprende tutta la tavolata: - Qui ci sono artigiani, carpentieri, copritetti, muratori. Ma anche bottegai e commercianti. La cosa che li accomuna non è nient'altro che lo Spirito di Dio. È la cosa che accomuna tutti gli uomini e le donne, del resto. Lo ascolto e non riesco a capire se è veramente pazzo. - I beni, Lot, i soldi, i gioielli, le mercanzie, servono al corpo affinché se ne giovi lo spirito. Guarda questa gente: è felice. Non deve uccidersi di fatica per vivere, non deve rubare a chi possiede di piú né lavorare per lui. E dal canto suo, chi ha di piú non ha nulla da temere, poiché ha scelto di vivere con loro. Ti sei mai chiesto quante famiglie si sfamerebbero con quello che Fugger ha nei suoi forzieri? Io credo che mezzo mondo potrebbe mangiare per un anno intero senza dover alzare un dito. Ti sei mai chiesto quanto tempo un mercante di Anversa spende per accumulare la sua fortuna? La risposta è semplice: tutta la vita. Tutta la vita per accumulare, per riempire casseforti, scrigni, fabbricare la prigione per sé e i propri figli maschi, e la dote per le femmine. Perché? Vuoto il bicchiere: il suo sogno è stato anche il mio: - E tu vorresti convincere i mercanti giú al porto che è meglio per il loro spirito dare tutto a voi altri...? - Nient'affatto. Voglio convincerli che è piú bella una vita libera dalla schiavitú del denaro e delle merci. - Scordatelo. Te lo dice uno che i ricchi li ha combattuti per tutta la vita. Stringe gli occhi e alza il bicchiere: - Noi non vogliamo combatterli, sono troppo forti -. Scola la birra. - Vogliamo sedurli. *** Le due poltrone di cuoio dello scrittoio sono comode, mi accascio piano, cercando di eludere le fitte al costato. Una penna d'oca lunghissima spunta da un calamaio nero sul tavolo. Eloi offre liquore in un piccolo bicchiere di vetro intagliato. - Anversa è ufficialmente fedele alla Chiesa di Roma. Il devotissimo Imperatore tiene i suoi ufficiali di guardia alla vera fede, cioè al suo potere. Ma molti qui, nascostamente, appoggiano le idee di Lutero. Soprattutto i ceti mercantili non ne possono piú dell'occupazione spagnola, né dei preti che accusano d'eresia chiunque apra bocca contro il Cattolicissimo o i suoi vescovi tirapiedi. I mercanti producono, i mercanti fanno i soldi, i mercanti costruiscono i palazzi e le strade. Gli imperiali tassano e inquisiscono. I conti non tornano. Lutero predica l'abolizione della gerarchia ecclesiastica e l'indipendenza da Roma, i suoi principi tedeschi si sono ribellati e hanno bastonato Carlo e il Papa con un atto formale di protesta. Conclusione: prima o poi anche le Fiandre e i Paesi Bassi salteranno in aria come una polveriera. Con la differenza che qui piú che principi ci sono grassi mercanti. L'unico motivo per cui non sono ancora arrivati allo scontro è che fino a pochi mesi fa c'eravate ancora di mezzo voi. - Cosa intendi? - Gli Anabattisti volevano tutto. Volevano il Regno: l'uguaglianza, la semplicità, la fratellanza. Né l'Imperatore né i mercanti luterani erano disposti a concederglieli. Il loro mondo si regge sulla competizione degli stati e delle compagnie commerciali, sul comando e sull'ubbidienza. Come ha detto Lutero, che ho avuto il dispiacere di incontrare ormai piú di dieci anni fa: puoi mettere in comune i tuoi beni se proprio ci tieni, ma non sognarti di farlo con quelli di Pilato o di Erode. Batenburg era scomodo tanto per i cattolici quanto per i luterani. Ora che gli Anabattisti sono stati sconfitti i due litiganti rimasti verranno presto ai ferri corti. Cerco di capire dove vuole arrivare: - Perché mi racconti queste cose? Ci pensa, come se non si aspettasse la domanda: - Per darti un'idea di qual è la situazione qui. - Perché le racconti a me? - Hai fatto la guerra. E l'hai perduta. Hai l'aria di uno che ha attraversato l'inferno uscendone vivo. Si alza e va alla finestra dopo essersi versato un secondo bicchiere. Non so se sei la persona giusta. Quella che cerco da tempo, intendo. Vorrei sentire la tua storia prima di giudicare. Eloi giocherella col bicchiere vuoto. Appoggio il mio sul tavolo: - Sei un uomo a cui è difficile togliere il sorriso dalla faccia. - È una qualità, non credi? - Come fa un copritetti a essere tanto informato e a parlare cosí forbito? Alza le spalle: - Basta frequentare le persone giuste. - Vale a dire i mercanti del porto. - Insieme alle merci circolano le notizie. Riguardo al saper parlare, le amicizie a cui devo la padronanza della lingua non mi hanno lasciato l'opportunità di imparare il latino, e la cosa mi dispiace parecchio. - Omnia sunt communia. Questa la conoscevi. Ha un attimo di esitazione, che maschera nel solito mezzo sorriso di chi è a parte di qualche trucco o di un segreto antico. - Era il motto dei ribelli del '25. In quell'anno sono andato a Wittenberg per incontrare Lutero e sottoporgli le mie idee, la Germania era nel caos. Io ero troppo giovane e pieno di belle speranze per un monaco che si ingrassava alla mangiatoia dei principi -. Una smorfia. Poi, incerto se chiedermelo: - Eri con i contadini? Mi alzo, già troppo stanco per continuare, ho bisogno di stendermi sul letto, le costole mi fanno male. Lo guardo e mi chiedo perché ho dovuto incontrare quest'uomo, senza essere abbastanza lucido per darmi una risposta, - Perché dovrei raccontarti la mia storia? E lascia perdere l'offerta che hai fatto. Non ho nessun posto dove andare, non saprei cosa farmene dei tuoi soldi. Voglio solo crepare in santa pace. Insiste: - E io sono curioso. Dammi almeno un inizio: quando è cominciato tutto, dove. Il pozzo è profondo: un tonfo sordo nell'acqua nera. Le parole: - L'ho dimenticato. L'inizio è sempre una fine: è l'ennesima Gerusalemme popolata ancora di fantasmi e profeti allucinati. Per un istante il suo sguardo si riempie d'orrore, ma non deve essere nulla paragonato al mio, davanti a quegli spettri. - Cristo Santo, eri a Münster...? Mi trascino stanco verso la porta, la voce è roca e impastata: - In questa vita ho imparato una cosa sola: che l'inferno e il paradiso non esistono. Ce li portiamo dentro dovunque andiamo. Mi lascio le sue domande alle spalle, barcollando nel corridoio per raggiungere la stanza. Capitolo 4 Anversa, 30 aprile 1538 Qualcosa brucia ancora dentro. La ragazza lava i panni nel cortile, un corpo giovane e bianco che si lascia intravedere sotto il vestito succinto. Non è la primavera, non piú, aprile mi costringe soltanto a grattare le cicatrici: la carta geografica delle battaglie perse. È Kathleen. Non è moglie di nessuno, cosí come tutti i figli Sembrano non avere una sola madre o un solo padre, ma molti genitori. Non c'è reverenza o timore verso gli adulti, che si lasciano prendere in giro e sorridono agli scherzi infantili. Donne col tempo di giocare, pance gravide, uomini che non alzano le mani, bambini sulle ginocchia. Eloi ha costruito l'Eden e lo sa. Tredici anni fa ha affrontato Filippo Melantone alla presenza di Lutero. Lo Smilzo e il Ciccione l'hanno preso per pazzo e hanno scritto alle autorità papiste di Anversa affinché lo arrestassero. Pochi mesi dopo fra' Porco all'ingrasso avrebbe incitato al nostro massacro, i diavoli incarnati che avevano osato sfidare i loro signori. Io ed Eloi abbiamo avuto gli stessi avversari e ci incontriamo solo ora. Ora che è finito tutto. Kathleen strizza il bucato: ancora quel bruciore, in fondo allo stomaco. Ho dimenticato. La guerra ha cancellato tutto, la gloria di Dio, la follia, la mattanza: ho dimenticato. Eppure è ancora tutto lí e non può essere cancellato, nebuloso e presente, in agguato dietro ogni anfratto della mente. Alza il viso e mi vede: un sorriso. È un posto in cui ci si potrebbe fermare, lontano dai guai, dall'ala nera dello Sbirro che mi insegue da sempre. Sei bella. Sei viva. Sei una vita scivolata nel fango che non ne vuole sapere di smettere e mi regala ancora una giornata di sole come questa e il bruciore giú in fondo. - Gerrit Boekbinder. Trasalisco e mi giro di scatto, il braccio contratto per sferrare il colpo. Un uomo basso e corpulento, barba spruzzata di grigio e sguardo fermo. Mi parla serio: - Il vecchio Gert dal Pozzo. La vita non la smette proprio di riservare sorprese. Tutto avrei immaginato, ma non certo di rincontrare te. E qui, poi... Scruto in quel volto anonimo: - Mi hai preso per un altro, compare. Adesso sorride: - Non credo. Ma non ha molta importanza: qui il passato non conta, anch'io quando sono arrivato ero ridotto come te e solo a sentire pronunciare il mio nome scattavo come un gatto selvatico. Sei stato con Van Geleen, vero? Mi hanno detto che ti avevano visto alla presa del Municipio di Amsterdam... Cerco di capire chi ho di fronte, ma i suoi tratti non mi dicono nulla. - Chi sei? - Balthasar Merck. Non mi meraviglio che non ti ricordi di me, ma a Münster c'ero anch'io. Deve averglielo detto Eloi. - Anch'io ci ho creduto davvero. Avevo una bottega ad Amsterdam: abbandonai tutto per unirmi ai fratelli battisti. Io ti ammiravo, Gert, e quando te ne sei andato è stato un duro colpo, non soltanto per me. Rothmann, Bockelson e Knipperdolling erano dei pazzi, ci hanno portati alla soglia della follia piú pura. Nomi che fanno male, ma Merck sembra sincero e disposto a comprendere. Lo guardo negli occhi: - Come sei uscito da là? - Con Krechting il giovane. Suo fratello l'hanno appeso nella gabbia insieme agli altri, ma lui no, è riuscito a guidarci fuori appena in tempo, quando i vescovili già entravano in città -. Un'ombra scura gli offusca lo sguardo. - A Münster ci ho lasciato mia moglie, era troppo debole per seguirmi, non ce l'ha fatta. - E sei finito qui? - Per mesi ho chiesto l'elemosina per strada, mi hanno anche preso una volta, i soldati sí, quando ero già tornato in Olanda. Mi hanno torturato, - mostra le dita tumefatte, - per farmi confessare di essere stato un battista. Ma io stavo zitto. Faceva male sí, altroché, urlavo come un pazzo mentre mi strappavano le unghie, ma non ho detto niente. Pensavo alla mia Ania, sepolta in qualche fossa. Zitto. Mi hanno lasciato quando credevano che fossi impazzito del tutto. Eloi mi ha preso con sé, mi ha salvato la vita .... Torno a gettare lo sguardo oltre la balaustra: Kathleen raccoglie i panni in un catino e li porta via. - È bella vero? Vorrei rispondergli che ora è certo piú importante dei nostri ricordi. Mi sfiora: - Qui non ci sono mariti né mogli. Una smorfia: - Sono vecchio. Ride, il suono di una risata, come se lo ascoltassi per la prima volta, dopo che aveva abbandonato la mia esistenza per anni: - Sei soltanto stanco, fratello. Sei morto: Gerrit Boekbinder è morto e sepolto sotto le mura di Münster. Qui sei Lot, quello che non si volta indietro. Ricordatelo. La mano sulla spalla. Osservo i bambini giú nel cortile, come se fossero creature di fiaba. I boia bambini di Münster sono lontani, i piccoli mostri di Bockelson, gli inquisitori fanciulli che portavano la morte sulle dita. - Chi è questa gente, Balthasar? - Spiriti liberi. Hanno conquistato la purezza, decretando la menzogna del peccato e la libertà dei loro desideri, la propria felicità. Dice queste cose con naturalezza, come stesse spiegando l'ordine del cosmo. Quel bruciore nello stomaco è mutato in pena, per me, per questo corpo spossato, e quella gioia semplice. La mano si stringe sulla spalla: - Lo Spirito Santo è in loro, come in ognuno. Vivono nel giorno di Dio, senza bisogno di impugnare la spada. Gli occhi si appannano, quasi si rifiutassero di Vedere: - Credi che sia cosí? Abbiamo perduto il Regno per ritrovarlo qui? Annuisce: - Eloi un giorno mi ha detto che il Regno di Dio non è qualcosa che si attende: non ha ieri o domani, e non giunge nemmeno tra mille anni. È l'esperienza di un cuore: esiste ovunque e in nessun luogo... È nel sorriso di Kathleen, nel calore del suo corpo, nella gioia di un bambino. Sento che vorrei piangere via l'odio, la paura, la disperazione, la sconfitta. Ma è difficile, doloroso. Devo appoggiarmi alla balaustra. - Per me è tardi. - Non lo è mai per nessuno. Stando qui imparerai anche questo, fratello. - Eloi vuole che gli racconti la mia storia. Perché? - Lui crede nei semplici, negli ultimi. Crede che Cristo possa risorgere in ognuno di noi, soprattutto in coloro che hanno conosciuto il fango della sconfitta. - Io vedo soltanto un mare d'orrore dietro di me. Sospira, come se capisse davvero: - I morti devono seppellire i morti affinché i vivi possano rinascere a nuova vita. La lezione del Salvatore. - Ti ha detto lui anche questo? - No. L'ho capito varcando la soglia su cui ti trovi adesso. *** Non so come sia successo, naturalmente, senza che nessuno mi dicesse nulla, mi sono scoperto ad affilare i paletti per la recinzione dell'orto. Ho cominciato a rispondere ai saluti di tutti, e un giovane cardatore mi ha perfino chiesto un consiglio sul modo migliore di aggiustare il telaio. Ammucchio i paletti acuminati in un angolo del giardino dietro la casa, la piccola accetta è precisa e leggera, mi consente di lavorare seduto e senza troppa fatica. Per un attimo rivedo un giovane che spacca legna nell'aia del pastore Vogel, mille anni fa, ma è un ricordo che scaccio subito. La bambina bionda si avvicina con un sorriso sdentato: - Tu sei Lot? Fa ancora fatica ad articolare le parole. Mi fermo, per non rischiare di ferirla con le schegge: - Sí. E tu chi sei? - Magda. Mi porge un sasso colorato. - L'ho dipinto per te. Ci giocherello un po'. - Grazie Magda, sei molto gentile. - Tu ce l'hai una bimba? - No. - E perché? Nessun bambino mi ha mai fatto domande. - Non lo so. Lei spunta all'improvviso, un sacchetto di semi in braccio. - Magda, vieni, dobbiamo seminare l'orto. Ancora quel bruciore antico. Le parole escono da sole: - È tua figlia? - Sí. Kathleen sorride, a illuminare la giornata, prende per mano la piccola e guarda i paletti. - Grazie per quello che stai facendo. Senza il recinto l'orto non vivrebbe un giorno. - Grazie a voi per avermi accolto. - Resterai con noi? - Non lo so, non ho un posto dove andare. La bambina prende il sacco dalle mani della madre e corre verso l'orto parlando da sola. L'azzurro di Kathleen non dà pace al mio stomaco. - Resta. Capitolo 5 Anversa, 4 maggio 1538 Eloi sta trattando con due tipi vestiti di nero, l'aria seria e sbrigativa è quella dei commercianti. Aspetto seduto in disparte: sembra trovarsi a suo agio con quella gente. Mi chiedo se sanno come la pensa realmente. Si salutano con grandi salamelecchi reciproci e finti sorrisi, quello di Eloi resta imbattuto. I due corvi escono senza degnarmi di uno sguardo. - Sono i proprietari di una stamperia. Ho contrattato una cifra per poterne usufruire. Ho promesso loro che non avranno guai con la censura, dovremo essere prudenti. Mi parla come se ormai fosse chiaro che sono dei loro. - Immagino che il denaro te lo forniscano sempre le tue «conoscenze»... - Dovunque c'è gente in grado di capire quello che diciamo. Bisogna contattarla, reperire altri soldi per stampare e diffondere il nostro messaggio. La libertà dello spirito non ha prezzo, ma questo mondo vuole imporne uno a ogni cosa. Dobbiamo tenere i piedi per terra: qui abbiamo tutto in comune, viviamo sereni e in semplicità, lavoriamo quel tanto che basta a sopravvivere e circuiamo i ricchi per farci finanziare. Ma là fuori impera la guerra degli stati, dei mercanti, della Chiesa. Alzo le spalle sconsolato: - È questo che cerchi? Una persona che sappia muoversi in quel mondo di tagliagole? Uno che ne sia uscito vivo? Il solito sorriso disarmante, ma con la sincerità che non ha riservato ai mercanti: - Ci vuole qualcuno in gamba, che sia capace di fingere e sussurrare le parole giuste alle giuste orecchie. Ci guardiamo. - La storia è lunga e impervia, la memoria a volte viene meno. Eloi è serio: - Non ho fretta e dai travagli si esce rafforzati. È come se ci fossimo intesi da sempre, come se mi stesse aspettando, come se... - So che hai incontrato Balthasar. È stato lui a farti cambiare idea? - No. È stata una bambina. *** Lo scrittoio è in penombra, spezzato a metà da una colonna di luce che filtra attraverso le imposte accostate. Eloi offre liquore e attenzione silenziosa. - Cosa sai della guerra dei contadini? Scuote la testa: - Non molto. Quando andai in Germania nel '25 incontrai un fratello con cui ero in contatto epistolare da qualche tempo: Johannes Denck si chiamava, un animo libero e pronto a sfidare l'arroganza dei papisti quanto quella di Lutero. Ma come ti ho detto, allora ero giovane e poco accorto. Il nome gela il sangue, fa affiorare ricordi, un volto, una famiglia. - Conoscevo bene Denck. Ho lottato con lui al fianco di uomini che hanno creduto davvero di porre fine all'ingiustizia e all'empietà sulla terra. Eravamo migliaia, eravamo un esercito. La speranza si infranse nella piana di Frankenhausen, il quindici di maggio del 1525. Allora abbandonai un uomo al suo destino, alle armi dei lanzichenecchi. Portai con me la sua sacca piena di lettere, di nomi e speranze. Oltre al sospetto di essere stati traditi, venduti alle schiere dei principi come un gregge al mercato -. È ancora difficile pronunciare quel nome. - Quell'uomo era Thomas Müntzer. Non lo vedo, ma percepisco lo stupore che lo assale, forse l'incredulità di chi pensa di avere davanti uno spettro. La sua voce è quasi un bisbiglio: - Davvero hai combattuto con Thomas Müntzer...? - Anch'io ero giovane allora, ma abbastanza sveglio per capire che Lutero aveva tradito la causa che ci aveva donato. Capimmo che noi avremmo dovuto proseguire là dove quel monaco aveva ceduto le armi. La storia avrebbe potuto finire cosí, su quella piana coperta di cadaveri. E invece sono sopravvissuto. - Denck morí lassú? - No. Il suo compito era quello di recuperare rinforzi per lo scontro, ma non arrivò mai in tempo. Ricordare costa una fatica immane: - A Frankenhausen sono morto per la prima volta. Non è stata l'ultima. Sorseggio il liquore per sciogliere la memoria: - Per due anni, due infiniti anni, rimasi nascosto presso un pastore luterano che segretamente simpatizzava per la nostra causa, mentre fuori i soldati setacciavano regione per regione alla ricerca dei superstiti, dei reduci. Ero finito, avevo un nome nuovo, gli amici erano morti, il mondo era popolato di fantasmi e gente pronta a tradirti per una parola di troppo. Un giorno, quando ormai il tempo del lavoro e della solitudine sembrava avermi aggiogato, ci scovarono, non so come, ma risalirono fino a noi. Dovetti riprendere a fuggire. Prendo fiato: - Ripensandoci ora, quella fuga improvvisa fu la mia fortuna, mi salvò da una morte piú lenta e atroce. Forse non capisce, non mi segue fino in fondo, ma non osa interrompermi, è realmente affascinato da quello che potrei dire nella prossima frase. - Presi il nome di un uomo capitato per caso sul mio cammino. Girovagai a lungo in cerca di non so cosa, di un posto dove sparire. Alla fine dell'estate del '27 arrivai ad Augusta e rincontrai Denck. - Il Sinodo dei Martiri... Parla adagio e a voce bassa: sa rispettare una storia. - Già. L'adunata dei superstiti. Stupidi e inutili superstiti. Capitolo 6 Augusta, Baviera, fine luglio 1527 Lucas Niemanson. Mercante di broccati a Bamberga. Borsa gonfia, abiti pregiati di tessuti resistenti, consistente carico di merce e ammennicoli personali, su un carro piuttosto nuovo, tirato da due cavalli un po' logori ma ancora giovani. Riposo i muscoli indolenziti da miglia di sobbalzi, urti e imprecazioni sui sentieri sconnessi di queste lande, sulla branda decente di un ostello appena dentro la porta ovest della città. Prima di tutto dormire alcune ore per alleggerire le ossa; all'indomani pensare al carico, al carro, al piú stanco dei quadrupedi. Dare un'occhiata in giro per le contrade di questo affollato borgo imperiale, dove le teste calde di ogni regione stanno affluendo per sfuggire alla nuova mattanza. Come Hans Hut, il profeta libraio, che deve aver fondato una comunità a ogni stazione di cambio e dispensato visioni apocalittiche non appena saltava un pasto. A quanto si dice questa città ospiterà presto un sinodo di tutti i rappresentanti delle comunità sorte negli ultimi anni, in quella morsa tra Lutero e il Papa che ora nuovamente si stringe. Cauto. Non infilarti nella grande bocca, non consegnarti all'occhio ubiquo del nemico. Osservare, cautela, mantenere se necessario le vie del caso. In fondo cosí sono giunto a queste mura. La tragedia, il fato, la sorte insondabile hanno fornito materia prima e spirito a questa condizione che non avrei mai immaginato si verificasse. Ero stato fermo troppo tempo. Il torpore dello spirito genera quello delle membra. Ho cominciato a vagare appena si sparse voce che cercavano Vogel. Era finita di nuovo. O meglio, ancora una volta si parte, verso non si sa cosa. Cercano i reduci. Annientarli, spingerli a confessare ciò che non hanno nemmeno pensato. Cercano i reduci. Via, ventisei anni. L'esercito degli straccioni insorti. Annientarli. Allora via, senza dire niente. Ad anima viva. Accattone come tanti, con un fardello di lettere, ricordi e sospetti insopportabili. Il caso mi ha condotto le spoglie sfinite per sentieri e locande, villaggi e osterie, mercati e granai. Il caso ha congiunto la sorte amara e sconsiderata del mercante Niemanson alla mia, nel dí di giugno venti e sette, al termine di vagabondaggi infiniti e solitari. Si informava nervoso sulla sicurezza delle strade in direzione sud e sull'ora migliore per partire. Senza dubbio trasportava merce pregiata. Sotto il mantello l'affascinante gonfiore di una borsa di cuoio chiaro: un amore a prima vista. Un servo costretto a letto per alcuni giorni, impestato da una qualche troia, che lo obbliga a proseguire da solo, l'indomani all'alba. Lo seguo alla distanza, per quasi cinque miglia, fino a che la strada con un'ampia curva si addentra in una zona boscosa, di basse colline, completamente isolata. Affianco il carro e faccio cenno di fermarsi, con gesti concitati. - Signore, signore! - Che volete? - chiede aggrottando le sopracciglia e tirando le redini. - Il vostro servitore, signore... - Che ha, che vuole? - Non sembra cosí malato. Lo hanno pescato questa mattina che cercava di lasciare la locanda di nascosto. Aveva una grossa borsa piena di preziosi che credo appartengano al vostro carico, - e cosí dicendo mostro la sacca con la corrispondenza di Magister Thomas. - Quel figlio di puttana! Certo che non è roba sua, è un pezzente quello. Aspettate, vengo a vedere. Scende, si avvicina, stringo l'orlo della borsa con la sinistra, si china a guardare. Il bastone cala rapido sulla nuca. Cade come un albero secco. Gli blocco le braccia con le ginocchia, tre giri di fune e un nodo bello stretto. Libero la borsa dalla cintura e lo rotolo in un fosso. È fatta. Taglio l'intrico di corde che assicura il carico e salgo a dare un'occhiata: tessuti, rotoli di varia foggia e colore. Povero bastardo, i tuoi affari sono rimandati. E anche i vestiti non ti serviranno per ora. Tantomeno il nome che leggo inciso sul lato del carro: «Lucas Niemanson, tessitore in Bamberga». Capitolo 7 Augusta, 3 agosto 1527 Johannes Denck è ad Augusta. Lungo la strada ne ho avuto qualche notizia e ora so con esattezza dove cercarlo. Dietro la grande riunione dei pastori delle comunità, che si prepara per la metà del mese, c'è soprattutto la mano del giovane veterano della rivolta. La casa che mi è stata indicata è a ridosso di una strada di lanaioli. Mi apre la porta una donna slanciata, con un bimbo in grembo, seguita dalla corsa incerta di una bambina, che si nasconde subito tra le gambe della madre. Sono un vecchio amico del marito, non lo vedo da anni. Resto sulla porta, la bambina mi fissa con aria incuriosita. Johannes Denck è un abbraccio forte e occhi lucidi e increduli. Mi offre da bere da una fiaschetta che porta alla cintura e un sorriso sincero, senza parole. Mi tocca le braccia, le spalle, quasi a esser certo che non sia un fantasma riemerso dall'abisso dei suoi incubi peggiori. Sí, sono proprio io. Ma dimenticati il mio nome se non vuoi fare un favore agli sbirri. Ride felice. - Come devo chiamarti? Redivivo? Il Risorto? - Per due anni sono stato Gustav Metzger. Oggi sono Lucas Niemanson, mercante di tessuti. Domani, chissà... Continua a fissarmi esterrefatto. È difficile per tutti e due trovare le parole, scegliere un inizio. Allora rimaniamo cosí, in silenzio, per un tempo infinito, ripensando a tutto quanto. In questo pomeriggio Mühlhausen è un'isola lontana dal mondo e dalla vita, in cui forse un giorno siamo giunti cercando la via del Signore. Da luoghi lontani e alla volta di destini diversi. - Solo tu? La voce è greve e impastata di memorie. - Sí. Abbassa la testa, a ripescare un volto, una figura, un grido d'euforia e di speranza che riecheggia ormai lontanissimo. - Come? - Fortuna, amico mio, fortuna e forse un briciolo della bontà divina che ha voluto assistermi. E tu? Gli occhi sbarrati nel ricordo, come se facesse fatica, come se parlasse di quando era bambino: - Ci impantanammo dalle parti di Eisenach. Ero riuscito a reclutare un centinaio di uomini e a recuperare una spingarda. Ma ci imbattemmo in una colonna di soldati, che ci costrinse a riparare in un villaggio di cui non ricordo nemmeno il nome -. Solleva lo sguardo su di me. - Mi dispiace, non ce l'ho fatta. Non vi sono stato di alcun aiuto. Sembra piú amareggiato di me. Penso a quante volte in questi due anni deve essersi rimproverato l'impotenza di quel giorno. - Sareste stati solo altra carne da macello per i cannoni. Eravamo ottomila e non so di nessuno che si sia salvato. - Eccetto te. Sorrido storto e cerco l'ironia della sventura: - Qualcuno doveva pur raccontarlo. - Ce l'hai fatta. Questo è quello che conta. - Abbiamo perso tutto. I suoi occhi ridono, di una saggezza che non ricordavo: - Non conosci forse qualcosa per cui valga la pena perdere tutto? Una smorfia divertita è tutto quello che riesco a offrirgli. Ma so che ha ragione e che vorrei avere la stessa leggerezza, per soffiare sul passato. Si fa serio, il tempo di riflettere non gli è mancato: - Quando ho saputo che avevano giustiziato Magister Thomas e Pfeiffer, anch'io ho pensato che fosse finita. Dicono che nelle rappresaglie dopo Frankenhausen siano state uccise oltre centomila persone. Sono scappato, mi sono imboscato e ho cercato di mettere in salvo la pelle. Per mesi non ho dormito nello stesso letto due notti di fila. Ma non ero solo, no, la speranza di ricontattare i fratelli nelle altre città, tutti gli amici e i colleghi dell'università. Questo mi ha tenuto in vita, mi ha dato la forza di non sedermi per terra e aspettare l'ultimo colpo. Se mi fossi fermato, adesso non sarei qui ad accoglierti. Ci spostiamo fuori, nel cortile che è dietro la casa, dove razzolano alcuni polli spennacchiati e due pelli di cervo si seccano al sole come vecchie vele logore. Tocca a me raccontare: - Io mi sono seduto. E sono morto. Sono rimasto sottoterra due anni interi, a spaccare legna e ascoltare gli sproloqui dell'unico pazzo che mi ha dato ricovero: Wolfgang Vogel. - Vogel! Dio Santissimo, ho saputo che l'hanno giustiziato qualche mese fa. - Per poco non ho fatto la stessa fine. Sibila tra i denti preoccupato: - Come vi hanno rintracciato? - Hanno intercettato uno dei compagni di Hut mentre scendeva a sud per cercare qualche scampato. Immagino che lo abbiano torturato e costretto a fare tutti i nomi. Vogel doveva essere uno di quelli e se l'è dovuta dare a gambe. E io con lui. Dei segugi del cazzo. Ci hanno inseguito per due giorni interi, finché non abbiamo deciso che era meglio dividerci. Io ce l'ho fatta, lui no. Ed eccomi qui. Mi guarda storto: - Tu devi avere una buona stella, amico mio. - Mmh. Sono tempi in cui sarebbe meglio avere una buona spada. L'aria è fresca, i rumori della città ci raggiungono attutiti. Ci sediamo sul ceppo della legna. L'intimità di chi è sopravvissuto fonde i pensieri e le parole escono placide e quasi distanti, come il vociare della strada. Siamo vivi e questo miracolo è quello che ora ci basta, è quello che vorremmo dirci, senza aggiungere altro. Il liquore gli arrochisce la voce: - A giorni dovrebbe arrivare anche Hut. Si è messo in testa che l'Apocalisse è ormai prossima, se ne va in giro come un santo a battezzare la gente. È un caso che non l'abbiano ancora preso. Erra per le campagne e si ferma a parlare con i contadini, a chiedergli come interpretano i passi della Bibbia che gli legge. Ridacchio. - Guarda che riscuote un grande successo. - Hut! Un libraio fallito che diventa profeta! Per un attimo ci sbellichiamo in due, ripensando al pavido Hans che abbiamo conosciuto bene. - Mi è giunta voce che Störch e Metzler stanno cercando di riunire un esercito raccogliendo i superstiti della guerra. Sono due pazzi. Non hanno nessuna speranza. Qui invece arrivano fratelli fin dall'anno scorso. Dalla Svizzera e dalle città vicine. C'è un buon clima, almeno possiamo riunirci liberamente. È gente in gamba, devi conoscerli, vengono dalle università. Questo sinodo che stiamo organizzando sarà un nuovo inizio. Tutto ricomincerà da qui, sono ancora molti quelli che vogliono professare liberamente la propria fede. Ma dovremo essere prudenti. Forse si aspetta entusiasmo, ma questa volta ti deluderò, fratello. Resto in silenzio e lo lascio continuare. - C'è Jacob Gross, da Zurigo, lo abbiamo eletto ministro del culto, e Sigmund Salminger e Jacob Dachser come suoi assistenti: sono augustesi, conoscono bene la gente di qui. Ci sono anche i seguaci di Zwingli, Leupold e Langenmantel. Col loro aiuto abbiamo istituito un fondo per i poveri... Parla di eventi lontani, sta raccontando la saga di un popolo scomparso. Forse intuisce, si ferma, un sospiro. - Non tutto è perduto. Annuisco appena: - Infatti siamo vivi. - Lo sai cosa intendo. Abbiamo convocato qui tutti i fratelli. Ancora lo stesso sorriso storto: - Vuoi ricominciare, Johann? - Non voglio nuovi preti che mi dicano cosa devo credere e cosa devo leggere, che siano papisti o luterani. Siamo abbastanza per infiltrare le università e scalzare gli amici di Lutero e dei principi, perché è nelle università, nelle città, che si formano le menti e si diffondono le idee. Lo fisso negli occhi, ci crede davvero? - E pensi che vi lasceranno fare, che staranno a guardare mentre vi organizzate? Io li ho visti. Li ho visti caricare e massacrare gente inerme, ragazzini... - Lo so, ma ad Augusta è diverso, nelle città possiamo agire piú liberamente, sono convinto che se Müntzer adesso fosse qui sarebbe d'accordo con me. Il nome mi rimbalza nelle viscere e mi fa scattare: - Ma non c'è. E questo, che ci piaccia o no, significa qualcosa. - Fratello, nella sua grandezza, lui non era tutto. - Ma le migliaia che lo seguivano sí. Anni fa lasciai Wittenberg perché ero stufo di dispute teologiche e di dottori che mi spiegavano quello che leggevo, mentre fuori la Germania bruciava. Dopo tutto quello che è successo, la penso ancora cosí. Non saranno questi tuoi teologi a fermare la repressione. Camminiamo zitti lungo il margine del cortile, forse nemmeno lui crede fino in fondo alla propria fiducia. Si ferma e mi passa la fiasca. - Lascia almeno che ci provino. Capitolo 8 Augusta, 20 agosto 1527 La casa del patrizio Hans Langenmantel è grande, il salone ci contiene tutti. Una quarantina di persone, molte già battezzate da Hut, giunto in città proprio ieri. Quando mi ha abbracciato ripetendomi le parole del Magister, «il tempo è giunto», non ho saputo se ridergli in faccia o andarmene. Alla fine ho taciuto e basta, il nostro libraio non si è accorto che il tempo ha deciso di continuare nell'iniquità rinnovata. E come avrebbe potuto? Se la diede a gambe al primo colpo di cannone. Denck mi fa strada presentandomi ai fratelli col nome di Thomas Puel. Ci sottraiamo al chiacchiericcio diffuso, in attesa di Hut. - Ci sarà battaglia. - Che vuoi dire? - Hut è stato a Nicolsburg e si è scontrato con Hubmaier, un fratello di laggiú che non ne vuole sapere delle sue follie. Pare che il nostro Hans abbia proposto di non pagare piú le tasse e di rifiutarsi di prestare servizio nelle milizie. Alla fine le autorità l'hanno rinchiuso nel castello ed è riuscito a evadere da una finestra grazie all'aiuto di un amico. Immagino che sarà furente, adesso può fare anche il martire. Vorrà avanzare le stesse proposte anche qui. Volti sconosciuti, facce serie. Convinco Johann a sederci in disparte. - Dachser e gli altri sono tipi coi piedi per terra, dovrò cercare di limitare i danni che può fare Hut. Se entriamo subito in conflitto con le autorità non avremo il tempo di rafforzarci. Ma vaglielo a spiegare... Evocato dalle parole di Denck, appare al centro della sala, posa da profeta che invece di muovermi al riso riesce soltanto a farmi pena. *** Si riveste senza dire una parola. La luce filtra dalla finestra e lascia entrare la sera. Steso su un fianco, guardo i campanili contro il cielo, affollato di rondini. Un merlo salta sul davanzale e mi osserva incerto. Sento il peso del corpo, dei muscoli inerti, come sospesi sul vuoto. - Mi vuoi ancora? Non ho voglia di muovere la testa, di spostare lo sguardo, di parlare. Il merlo fischia e salta giú. La mano raggiunge la borsa sotto al letto. Le allungo le monete sulla coperta. - Con queste possiamo farlo ancora. La voce mormora qualcosa: - Sono ricco. E stanco. Dal silenzio assoluto mi accorgo che è uscita. Ancora non mi muovo. Penso a quei pazzi che litigano su quale sarà il Giorno del Giudizio. Penso che sono uscito troppo in fretta, offendendo tutti. Penso che Denck avrà sicuramente capito. E che l'aria della strada mi è piaciuta subito mentre camminavo senza meta per la città. Che lei ha seguito lo straniero giusto ed era giovane e miserabile, come Dana, ha offerto calore e un sorriso che poteva quasi sembrare sincero. Ho deciso di non pensare. Gli amici sono morti e per quelli che restano ho scoperto di essere sordo. Dio non c'entra piú; ci ha abbandonato in un giorno di primavera, sparendo dal mondo con tutte le sue promesse e lasciandoci in pegno la vita. La libertà di spenderla tra quelle cosce bianche. Il merlo torna sul davanzale lanciando richiami alle torri. Il sonno si insinua sotto gli occhi. *** Non riesco a darti un volto, sei come un'ombra, uno spettro che scivola al margine degli eventi e aspetta nel buio. Sei il mendicante che chiede l'elemosina nel vicolo e il grasso mercante che alloggia nella stanza accanto. Sei quella giovane puttana e lo sbirro che mi bracca dappresso. Tutti e nessuno; la tua razza è venuta al mondo con Adamo: sfortuna e Iddio avverso. L'esercito che ci aspettava dietro quelle colline. Qoèlet, l'Ecclesiaste. Il profeta di sventura. Tre lettere piene di parole d'oro per il Magister, di notizie e consigli importanti. A Frankenhausen non trovammo l'armata di sbandati che ci avevi promesso, ma un esercito forte e agguerrito. Scrivevi che li avremmo spazzati via. Volevi che scendessimo in quella piana, a farci macellare tutti quanti. Denck ha una bella famiglia, serena, ma non devono passarsela benissimo: i vestiti sono logori e rattoppati in piú punti, la casa è spoglia. Sua moglie Clara ha cucinato per me, la figlia maggiore si occupava del fratello, mentre la madre serviva la cena. - Non avresti dovuto andartene cosí. Non c'è risentimento, versa la grappa nei bicchieri e me ne passa uno. - Forse. Ma non ho piú lo stomaco per certe discussioni. Scuote la testa mentre cerca di rianimare il fuoco rivoltando la brace con l'attizzatoio: - Il fatto che Hut sia poco lucido non significa che... - Non è Hut il problema. Alza le spalle: - Non posso obbligarti a credere per forza in questo sinodo. Ti chiedo di essere solo un po' piú fiducioso nei nostri confronti. - In questi anni sono diventato diffidente, Johann. Pronuncio il nome a bassa voce, un'abitudine ormai: - Magister Thomas non ci condusse a Frankenhausen per farci massacrare: le informazioni che aveva erano sbagliate -. Guardo Denck negli occhi, per fargli cogliere il peso delle parole. - Qualcuno, qualcuno di cui il Magister si fidava, gli spedí una lettera piena di notizie false. - Thomas Müntzer tradito? Non è possibile... Infilo la mano sotto la camicia e tiro fuori i fogli ingialliti. - Leggi, se non mi credi. Gli occhi azzurri saettano rapidi sulle righe, mentre un'espressione tra l'incredulo e il disgustato gli si dipinge sulla faccia: - Dio onnipotente... - È datata il primo di maggio 1525. È stata scritta due settimane prima del massacro. Filippo d'Assia stava già tagliando fuori il Sud e marciava a tappe forzate verso Frankenhausen -. Lascio che le parole facciano il loro effetto. - Ho qui altre due lettere, vergate dalla stessa mano, che risalgono a due anni prima: piene di belle parole, nessuno potrebbe sospettare che non siano sincere. C'era chi corteggiava il Magister da tempo per conquistarne la fiducia. Gli passo le altre missive. La smorfia della bocca non lascia dubbi su quello che gli sta bruciando dentro. Scorre in fretta le parole scampate per miracolo alla distruzione, finché il volto si fa di pietra, gli occhi piccolissimi: - Hai conservato queste lettere per tutto il tempo. Ci guardiamo negli occhi, i riflessi del fuoco danzano il sabba sui nostri corpi: - Ero con lui, Johann, sono stato al suo fianco fino alla fine. Fu il Magister a ordinare di mettermi in salvo, a volere che lo abbandonassi al suo destino. E io l'ho fatto, senza pensarci due volte. Rimaniamo in silenzio, di nuovo affondati nei ricordi, ma è come se percepissi il fluire dei suoi pensieri. Alla fine lo sento mormorare: - Qoèlet. L'Ecclesiaste. Annuisco: - L'uomo della comunità, un uomo qualunque. Uno su cui il Magister faceva affidamento e che ci ha mandati al macello. Io non mi fido piú di nessuno, Johann, tantomeno di scribacchini e dottori. Non ho niente contro i tuoi amici, ma non chiedermi di regger loro il moccolo. - Se vuoi rimanerne fuori, rispetterò la tua decisione. Ma allora devo chiederti d'essermi ancora amico. Getta lo sguardo verso il buio dell'altra stanza: - La mia famiglia. Se fossi costretto a lasciare la città in fretta non potrei portarli con me. Non c'è bisogno di altre parole: abbiamo ancora qualcosa che nessuno sbirro o sconfitta potrà toglierci. - Non ti preoccupare. Veglierò su di loro. Johannes Denck è l'unico amico rimasto. Capitolo 9 Augusta, 25 agosto 1527 Tre colpi e una voce roca dietro la porta. - Sono io, sono Denck, apri! Salto giú dalla branda e tolgo il paletto. È rosso di sudore e ha il fiato grosso per la corsa. - Gli sbirri. Hanno preso Dachser, un'irruzione in casa sua, mentre dormivano tutti. - Merda! - Comincio a vestirmi in fretta. - Il quartiere è pieno di guardie, entrano nelle case, sanno dove abitiamo. E i tuoi? - Da amici, è un posto sicuro, devi venirci anche tu, qui è troppo pericoloso, stanno cercando gente venuta da fuori città... Raccolgo il bagaglio e assicuro la daga sotto il mantello. - Quella non servirà a niente. - O forse sí, andiamo, fai strada. Scendiamo le scale e usciamo nel vicolo, mi guida nel primo chiarore dell'alba per strade strette, dove si cominciano ad aprire le botteghe. Lo seguo senza riuscire a orientarmi, ci infiliamo in un quartiere miserabile, inciampo in un cane pulcioso, che allontano con un calcio, sempre dietro a Denck, col cuore in gola. Si ferma davanti a una porta piccolissima; due colpi e una parola mormorata. Ci aprono. Entriamo, dentro è buio, non vedo niente, mi spinge verso una botola. - Attento alle scale. Scendiamo e ci troviamo in una cantina, un lume rischiara facce sconvolte, riconosco i volti di alcuni fratelli visti a casa di Langenmantel. Ci sono anche la moglie e i figli di Denck. - Qui siete al sicuro. Bisogna avvertire gli altri, tornerò prima possibile. Abbraccia la moglie, un fagotto mugolante in braccio, una carezza alla bambina. - Vengo con te. - No. Mi hai fatto una promessa, ricordi? Mi trascina verso la scala: - Se non dovessi tornare, portali via di qui, non se la prenderanno con loro, ma non voglio che corrano rischi. Promettimi che ti prenderai cura di loro. È difficile abbandonarlo alla sua sorte cosí, è una cosa che non avrei voluto fare mai piú. - D'accordo, ma fai attenzione. Mi stringe forte la mano, con un mezzo sorriso. Slaccio la daga dalla cinta: - Prendi questa. - No, meglio non dargli una scusa per ammazzarmi come un cane. Già si arrampica su per la scala. Mi volto, sua moglie è lí, non una lacrima, il figlio al collo. Ripenso a Ottilie, la stessa forza nello sguardo. Cosí le ricordavo, le donne dei contadini. - Tuo marito è un grande uomo. Se la caverà. *** Tornano in tre. Uno di loro è Denck. Sapevo che la vecchia volpe non si sarebbe fatta mettere nel sacco. È riuscito a recuperare altri due fratelli. Sono state ore interminabili, chiusi qui sotto, con la luce debole filtrata da una feritoia. Lei lo abbraccia, soffocando un pianto di sollievo. Denck ha nello sguardo la determinazione di chi sa di non poter perdere un attimo. - Moglie, ascoltami. Non ce l'hanno con voi, tu e i bambini sarete al sicuro in questa casa e appena si saranno calmate le acque potrete uscire. Sarebbe certo piú pericoloso farvi tentare la fuga adesso che ogni porta della città è presidiata dalle guardie. La moglie di Dachser ti terrà con lei. Troverò io il modo di scriverti. - Dove andrai? - A Basilea. È l'ultimo posto rimasto dove non si rischia la testa. Mi raggiungerai con i bambini quando il peggio sarà passato, è questione di un paio di mesi -. Si rivolge a me: - Amico mio, non abbandonarmi adesso, mantieni fede alla parola che hai dato: non conoscono il tuo nome né il tuo volto. Annuisco senza quasi rendermene conto. - Grazie. Te ne sarò riconoscente per la vita. Reagisco stordito dalla sua fretta: - Come hai intenzione di uscire dalla città? Indica uno dei due compagni: - L'orto della casa di Karl è a ridosso delle mura. Con una scala e approfittando del buio dovremmo farcela. Dovremo correre tutta la notte attraverso i campi. Troverò il modo di farvi sapere se sono arrivato sano e salvo a Basilea. Bacia la figlia e il piccolo Nathan. Abbraccia la moglie, alla quale bisbiglia qualcosa: una forza incredibile le impedisce ancora di piangere. Lo accompagno verso la scala. Un ultimo saluto: - Che Iddio ti protegga. - Che illumini la tua strada in questa notte oscura. La sua ombra si arrampica veloce, incitata dai confratelli. Capitolo 10 Anversa, 4 maggio 1538 - Non lo rividi mai piú. Mi giunse voce, molto tempo dopo, che era morto di peste a Basilea, alla fine di quell'anno. La gola vorrebbe stringersi ancora, ma il tempo ha annacquato anche la tristezza. - E la sua famiglia? - Furono accolti nella casa del confratello Jacob Dachser. Hut lo presero il 15 settembre, lo ricordo ancora. Confessò la sua amicizia con Müntzer solo dopo essere stato torturato a lungo. Morí in modo stupido, come stupidamente aveva vissuto. Tentò la fuga incendiando la cella in cui era rinchiuso, perché le guardie accorressero ad aprirla. Nessuno lo soccorse: morí soffocato dal fumo che lui stesso aveva provocato. Leupold, il piú moderato dei confratelli, si rivelò il piú duro: non confessò né ritrattò mai. Dovettero rilasciarlo, lo bandirono dalla città insieme alla sua fazione: io riuscii ad aggregarmi a loro. Lasciai Augusta nel dicembre del '27 per non tornarci piú. Eloi è una sagoma scura sulla sedia oltre la grande scrivania di abete: - Dove andasti, allora? - Ad Augusta avevo appreso che un vecchio compagno di studi viveva a Strasburgo. Martin Borrhaus si chiamava, detto Cellario. Erano cinque anni che non lo vedevo e che lui non aveva mie notizie. Quando gli scrissi per chiedergli aiuto, seppe rivelarsi un vero amico -. Il bicchiere è di nuovo pieno, mi aiuterà a ricordare o mi ubriacherà, non ha molta importanza. - Cosí andasti a Strasburgo? - Sí, nel paradiso dei battisti. Capitolo 11 Strasburgo, Alsazia, 3 dicembre 1527 Il battere dei tacchi dell'usciere mi precede veloce tra le pareti. Una dopo l'altra si susseguono grandi stanze, dove s'incrociano sguardi di personaggi ritratti su tela e arazzi, soprammobili d'ogni fattezza e materiale affollano il legno lucido e il marmo di mobili preziosi. Vengo invitato ad accomodarmi su un divano in mezzo a due grandi finestre. Le tende nascondono appena i maestosi scheletri dei tigli del parco. L'usciere si fa avanti, con gli stivaletti neri, bussa e si affaccia oltre una porta. La voce di un ragazzino cantilena suoni strani che anch'io ricordo di aver imparato a memoria, negli anni dello studio delle lingue antiche. - Signore, è arrivata la visita che attendevate. La risposta è una sedia che stride scivolando sul pavimento e una voce gentile e affrettata che interrompe quella dello studente: - Bene, molto bene. Ora mi assento un attimo: nel frattempo ripasserai i paradigmi di eurisco e ghignosco, d'accordo? Si ferma, appena dietro la porta, un'entrata da attore consumato: - In un luogo e in un tempo migliori, non è cosí? - È quello che spero, amico mio. Martin Borrhaus, detto Cellario, è uno di quelli che mai avrei pensato di rincontrare. Mi era giunta notizia del suo incarico di precettore dei figli di un nobile, ed ero convinto che le nostre strade fossero ormai troppo distanti. Lui, al contrario, sostiene che ha sempre sperato che ci saremmo rivisti e, da quando è a Strasburgo, che il nostro incontro sarebbe avvenuto qui. Dice che gli studenti che hanno affollato le aule di Wittenberg nutrendo simpatie per Carlostadio piú che per Lutero e Melantone, sono passati da questa città dell'Alsazia. Lo stesso Carlostadio lo ha fatto. Parla di Strasburgo con tono entusiasta, mentre costeggiamo il cantiere della Cattedrale, diretti al mio futuro alloggio. La descrive come una città dove nessuno viene perseguitato per le sue convinzioni, dove l'eresia è persino motivo di interesse e discussioni, nelle botteghe e nei salotti, qualora sia sostenuta da argomentazioni brillanti e da una condotta morale ineccepibile. Un carro di blocchi di arenaria avanza faticosamente sul selciato della piazza. La chiesa di Nostra Signora ha il campanile piú alto e imponente che mi sia mai capitato di vedere. Sta sul lato sinistro della facciata e tra qualche anno il suo gemello di destra raddoppierà la grandiosità di questo straordinario edificio. - Gli stampatori, - mi spiega Cellario, - non hanno problemi a pubblicare testi scottanti. Chiamano questo loro privilegio rispetto ai colleghi di altre regioni «la benedizione di Gutenberg», perché proprio qui il padre della stampa ha aperto la sua prima bottega. - Mi piacerebbe proprio visitarla, se è possibile. - Certamente, ma prima dobbiamo occuparci di cose piú importanti. Questa sera infatti conoscerai tua moglie. - Mia moglie? - domando divertito. - Sono sposato e nessuno mi aveva avvertito! - Ursula Jost, la ragazza che sta facendo girare la testa a mezza Strasburgo. Tu, Lienhard Jost, sei suo marito. - D'accordo, amico, andiamo con ordine. Mi fa piacere sapere che è una bella signora, ma, prima di tutto, chi è questo Lienhard Jost? - Mi hai scritto che volevi stare tranquillo, cambiare nome, diventare praticamente irrintracciabile? Fidati di Martin Borrhaus, ormai sono esperto in questo genere di cose. Strasburgo è piena di gente che vuole cancellare le tracce. Tra l'altro Lienhard Jost non è mai esistito, e questo rende le cose molto piú semplici. Ursula non è nemmeno sposata, anche se da quando è arrivata qui ha dichiarato di esserlo. - E perché, se è lecito domandarlo? - Per molte ragioni, - risponde Cellario con la stessa aria che assumeva, a Wittenberg, per spiegarmi la teologia di sant'Agostino. - In città una donna che viaggia da sola dà nell'occhio piú di una strega, mentre lei preferisce non esporsi troppo: non so nemmeno se Ursula sia il suo vero nome. E poi il nobiluomo che la ospita in casa ha dimostrato fin da subito un'attenzione troppo pressante nei suoi confronti... - ...E parlargli del marito Lienhard, che prima o poi sarebbe arrivato, lo ha raffreddato a dovere, immagino -. Rido. Incontrare questo vecchio amico mi mette davvero di buon umore. - Bene. C'è altro che devo sapere? Il sole filtra in mezzo alle nubi scure. Un raggio di luce si disegna sullo sfondo grigio e accende il volto di Cellario: - Ho cercato di raccontare poco sul tuo conto. Sei stato mio collega all'università di Wittenberg. Avevi alcuni affari da sbrigare e soltanto ora puoi raggiungere tua moglie, che è venuta qui per parlare con Capitone. Cellario mi informa sulle due figure religiose piú importanti della città, Bucero e Capitone, personaggi decisamente tolleranti, amanti delle dispute teologiche e piú vicini a Zwingli che a Lutero. Dice che li conoscerò molto presto, forse questa sera stessa, in occasione di una cena offerta dal mio futuro ospite. Capitolo 12 Strasburgo, 3 dicembre 1527 È nel giardino della grande casa di messer Weiss. Da dietro una colonna, senza farmi scorgere, ne seguo il profilo affilato, la massa dei capelli che tiene sciolti, le dita sottili sul bordo della vasca. Un gatto va a strusciarsi contro la sua sottana. Le carezze sembrano i gesti ripetuti di un rito e le parole mormorate quelle di una formula magica: c'è un che di strano nei suoi movimenti, una casualità improbabile e affascinante. Esco alla luce che piove dall'alto, ma alle sue spalle, senza che mi possa vedere. Mentre le scivolo accanto percepisco l'odore acre di donna, quel misto inebriante di lavanda e umori, quel crocevia tra la terra e il cielo, l'inferno e il paradiso, che in un attimo ci perde e ci fa risorgere. Riempio le narici e osservo da vicino. Una voce tiepida: - È il mestruo che ti ubriaca, uomo? Si volta lenta, occhi neri luminosi. Attonito: - Il tuo odore... - È l'odore delle cose basse: il terriccio appena smosso, gli umori del corpo, il sangue, la melancolia. Immergo una mano nell'acqua gelida della vasca. Gli occhi di lei attraggono lo sguardo; la bocca è una curva strana sul volto ovale. - La melancolia? Guarda il gatto: - Sí. Hai mai visto l'opera di mastro Dürer? - Ho visto l'Imitatio Christi, il ciclo sull'Apocalisse... - L'angelo melancolico no, però. Altrimenti sapresti che è una donna. - Come? - Ha i tratti femminili. La melancolia è donna. Sono confuso, sotto i vestiti si diffonde il prurito. Scruto il profilo tagliente: - Saresti tu? Ride, i brividi scrosciano lungo la schiena: - Forse sí. Ma la donna che è anche in te. Ho conosciuto mastro Dürer, ho posato per lui una volta. È un uomo cupo. Spaventato. - Da cosa? - Dalla fine, come tutti. E tu hai paura? È una domanda sincera, curiosa. Penso a Frankenhausen. - Sí. Ma sono ancora vivo. Gli occhi le ridono, come se avesse aspettato questa risposta per anni. - Hai visto scorrere il sangue? - Troppo. Annuisce seria: - Gli uomini provano impressione del sangue, per questo fanno la guerra, cercano di scongiurarne il terrore. Le donne no, devono vedere scorrere il proprio a ogni cambio di luna. Rimaniamo zitti, a guardarci, come se la sua frase avesse sancito il silenzio con una saggezza sacra. Poi: - Sei Ursula Jost. - E tu sarai Lienhard Jost? - Tuo marito. Lo stesso silenzio, a sancire l'alleanza dei fuggiaschi. Cerca i dettagli del mio viso. La sua mano scivola sotto la sottana, poi sul mio polso, dove è incisa una vecchia cicatrice: il dito la ripercorre tingendola col rosso del sangue. Sento che impallidisco, un'onda di sudore freddo si spande sotto la camicia insieme al desiderio improvviso di toccarla. - Sí. Mio marito. Capitolo 13 Anversa, 5 maggio 1538 - La città era tranquilla, Michael Weiss, il mio ospite, generoso, e mia moglie stupenda. E tanto per cambiare avevo un nuovo nome. Dovevo a Martin piú di quanto avrei potuto rendergli in cambio. La cerchia di dottori che il buon Cellario frequentava vantava personaggi davvero anomali per quel tempo di repressione. Avevano voglia di discutere. Wolfgang Fabricius, detto Capitone, era quello che mi incuriosiva di piú. Anche se si professava fervido seguace di Lutero aveva un occhio di riguardo per quelli che allora cominciavano a essere chiamati Anabattisti e sembrava volerli includere nella cristianità riformata. Mi chiese molte cose, con una curiosità che mi parve sincera. Aveva letto gli scritti di Denck, restandone ammirato. Non gli feci capire che avevo conosciuto quella canaglia, ma mi divertii a saggiare la sua tolleranza con qualche uscita coraggiosa. Conobbi anche Otto Brunfels, il botanico, esperto delle capacità curative delle piante, che stava compilando un erbario universale e si interessava del mondo naturale. Non riuscii a strappargli molte informazioni sulla sua fede, ma intuii che doveva aver simpatizzato per i contadini all'epoca della rivolta. Era un mite, contrario alla violenza, pieno di sensi di colpa per come l'insurrezione si era conclusa. Un giorno, quando la nostra confidenza reciproca dovette sembrargli salda, mi fece addirittura leggere alcuni appunti per un'opera che stava scrivendo e in cui sosteneva che erano tempi in cui i veri cristiani, come all'epoca di Nerone, avrebbero fatto meglio a nascondere i loro riti nelle catacombe dell'animo, dissimulando la loro fede e fingendo consenso, nell'attesa della venuta del Signore. Questa sua religione privata ogni tanto mi strappava un sorriso, ma era interessante discutere con lui. Il piú rognoso era Martin Bucero. Lo incontrai una volta sola, a casa di Capitone: un uomo oscuro e serio, terrorizzato dalla rovina dei tempi. Restio alla vita. Era una città mondana, Strasburgo, colta, e allo stesso tempo pacifica e separata dall'odio che maturava fuori dalle sue mura. Eloi mi versa dell'acqua, perché possa continuare. Non apre bocca, assapora ogni parola silenzioso, gli occhi scintillano nell'ombra come quelli di un gatto. - Ursula era una donna strana, stregata. Capelli corvini, naso affilato, volto duro e sensuale insieme. Non riuscimmo a fingere a lungo: la passione ci prese la mano, ci inebriò fin da subito. Nemmeno lei aveva una storia, non sapevo da dove venisse, il suo accento non mi diceva niente, e non volli sapere, era cosí, semplice. Si avvicinava di soppiatto, sinuosa e zitta come un felino, premeva il seno contro la mia schiena e allora percepivo il suo desiderio. Quello che ci attanagliava entrambi era quell'incertezza, quel non sapere. Se fossimo stati altrove sarebbe stato diverso, tutto quanto. - L'hai amata? - La sua voce è roca. - Credo di sí. Come si ama quando non si ha piú niente alle spalle e soltanto un eterno presente senza promesse. Dio non c'entrava piú con le nostre vite: erano state incise a fondo, forse anche lei portava il ricordo di una catastrofe, di una sventura immane. Forse anche lei era morta una volta. Spesso, di notte, dopo un amplesso, mi sembrava di leggerglielo negli occhi, quel male. Sí, ci amammo davvero. Era l'unica persona a cui confidavo tutte le impressioni sul circolo di personaggi nel quale mi aggiravo durante il giorno. Non diceva niente, ascoltava attenta, poi all'improvviso suggellava con una frase lapidaria il mio giudizio incerto, una frase che un istante dopo mi trovavo a condividere in pieno, come se mi avesse letto nel pensiero, come se ragionasse piú in fretta di me. E sono convinto che fosse cosí. Non aveva il coraggio rabbioso di Ottilie, anche se a volte nel suo corruccio rivedevo la preoccupazione di quella grande femmina, la moglie del mio maestro. Era diversa, ma altrettanto straordinaria, di quelle creature che ti fanno ringraziare Iddio di averti concesso di calpestare la terra al loro fianco. Fisso il crepuscolo che entra nello scrittoio e ripesco quel corpo sinuoso: - Fin dal primo istante abbiamo saputo. Un giorno ci saremmo svegliati altrove, distanti, senza un motivo necessario, seguendo il corso sghembo delle nostre vite. Ursula fu una stagione, una quinta stagione dell'animo, per metà autunno e per metà primavera. Capitolo 14 Anversa, 6 maggio 1538 Il nuovo scalpellino lavora a meraviglia. Balthasar non ha perso tempo: me lo ha fatto trovare proprio questa mattina sul tavolo dello scrittoio. La punta solleva riccioli di legno come un cucchiaio sul burro mentre lo sguardo incredulo di Eloi accompagna ogni colpo del martelletto, ogni scheggia che vola sul pavimento, ogni particolare della Cattedrale di Strasburgo che esce in rilievo dalla tavoletta. - Davvero notevole, - commenta aggrottando le labbra. - Dove hai imparato a usare le mani cosí bene? - Ho fatto piú fatica a impratichirmi con la spada che con questo, - rispondo alzando l'arnese affilato. - È stato a Strasburgo. Lavoravo in una stamperia della città come operaio compositore. C'era un tizio che faceva le illustrazioni per i libri. Durante le pause poggiava le lastre e il bulino e prendeva in mano la sgorbia: ha fatto il ritratto di ognuno di noi e a ciascuno lo ha regalato in decine di copie. Ripeteva sempre che una cosa bella non deve mai essere unica. È lui che mi ha insegnato a intagliare il legno. Osserva il disegno per un attimo, poi indica la data in un angolo: - È da molto che avevi interrotto il tuo passatempo. Alzo le spalle: - Sai, ero sempre in giro. Mi tenevo in allenamento scolpendo delle statuine che poi regalavo ai bambini. A Münster avevo anche ripreso. Poi, be', - un sorriso copre la scusa, - ho perso gli attrezzi da qualche parte. Eloi esce e ricompare con la solita bottiglia di liquore. Ormai so bene cosa significa. Mi porge il bicchiere colmo: - Non sapevo ti fossi trovato un mestiere, a Strasburgo. - Grazie a Cellario. Le botteghe degli stampatori mi hanno sempre attirato. I libri hanno un fascino particolare. Lo scalpello alza qualche scheggia. È ora di passare al coltellino per i dettagli piú piccoli. Eloi si interrompe per seguire le fasi della lavorazione, poi riprende a parlare: - Fammi capire. A Strasburgo avevi trovato una certa tranquillità, un amico affettuoso, una donna piena di vita, un mestiere. Perché non sei rimasto là? Lo guardo negli occhi, parlando lentamente: - Hai mai sentito parlare di Melchior Hofmann? Questa volta è incredulo: - Non mi dirai che hai conosciuto anche lui!? Annuisco con la testa, in silenzio, sorridendo per la sua reazione: - Si può dire che lui sia stato solamente la causa finale della mia partenza. A quel tempo erano già successe molte cose. Mi rendo conto che comincio a provare gusto nel raccontare. Mi compiaccio di creare attesa, interesse. Anche Eloi deve aver notato il cambiamento. Ogni tanto mi dà corda; altre volte, come in questo caso, rimane in silenzio e aspetta che sia io a riprendere. - Ursula, col passare dei mesi, cominciò a diventare sempre piú insofferente nei confronti dell'atmosfera che regnava in città. Mi ripeteva che a Strasburgo viveva un sacco di gente con idee innovative e brillanti, ma l'unica cosa che la differenziava dalle altre città tedesche era la possibilità di esprimere quelle idee in una veste colta e raffinata. Il suo grido di battaglia diventò «A Strasburgo l'eresia è vivere». Alzo gli occhi dal finissimo intaglio del rosone della Cattedrale. Eloi ascolta col mento poggiato al dorso della mano. Il piacere del passatempo ritrovato scioglie le parole ancor piú del Liquore: - Andava in giro per le piazze a dare spettacolo, specialmente ballando danze considerate lascive o rozze, suonando il liuto e cantando gli stornelli della gente di strada. Coinvolse anche me. Eloi ride di gusto. Appoggia il bicchiere sul tavolo. - Ti ho sentito cantare qualcosa mentre tiravi su la palizzata dell'orto. Se il vostro scopo era quello di rendere la gente piú nervosa, Ursula ha fatto bene a ingaggiarti. - No, niente canto, per carità! Cominciai facendo il muratore. La prima azione che escogitammo fu quella di entrare di notte in una chiesa e di erigere un muro di mattoni davanti alla scalinata del pulpito. Sopra ci scrivemmo pure una frase di Cellario: «Nessuno può parlarmi di Dio meglio del mio cuore». Il liquore intanto comincia a fare il suo effetto. Lo scalpellino mi sfugge piú di una volta dal segno, finché non arrivo a staccare di netto un pezzo di campanile. Toccherà rincollarlo. - Il piú bello di tutti, comunque, è stato certamente lo scherzo che abbiamo tirato a Madama Buoncuore Carlotta Hasel. Devi sapere che Carlotta Hasel era una delle tante dame della città ad aver allestito in casa una mensa per i poveri e i vagabondi. Li faceva pregare e mangiare, bere e cantar salmi. - Conosco il genere, purtroppo. - Ursula non la poteva nemmeno sentir nominare. La odiava. In quel modo speciale in cui soltanto una donna può odiarne un'altra. D'altro canto Madama Buoncuore aveva la fastidiosa caratteristica di considerare i poveracci come dei santi. Il suo motto era: «Dategli il pane, e loderanno Dio». Ursula non era dello stesso avviso. Diceva che chi non ha nulla, una volta riempito lo stomaco, ha ben altro in testa che il pregare: bere, scopare, divertirsi, vivere. Diciamo che, alla prova dei fatti, la sua teoria si dimostrò molto piú azzeccata. - Quali fatti? - La colossale orgia a cui demmo vita nel salone di casa Hasel. - Non so cosa avrei dato per partecipare alla dimostrazione del teorema! - esclama Eloi divertito. - Tuttavia, non vedo cosa questa storia abbia a che vedere con Melchior Hofmann. Solo un attimo di concentrazione per l'ultimo colpo. Soffio via la segatura e alzo la tavoletta all'altezza degli occhi. Perfetta. - Faticherai a crederci, amico mio: anche Melchior il Visionario, alla fine, è uno degli spettacoli della affermata compagnia teatrale Lienhard e Ursula Jost. Capitolo 15 Anversa, 6 maggio 1538 - Non è piú il tempo dei predicatori d'apocalissi. L'ultimo l'hanno decollato a Vilvoorde davanti ai miei occhi un mese fa. Ma in questi dieci anni ne ho conosciuti davvero tanti, a ogni angolo di strada, in ogni postribolo, nelle chiese piú sperdute. Il mio peregrinare è costellato di questi incontri al punto che potrei scriverci un trattato. Alcuni non erano che ciarlatani e attori, altri credevano al proprio sincero terrore, ma soltanto pochissimi avevano la stoffa del profeta, la genialità, l'estro, il coraggio di ridipingere nell'animo degli uomini il grande affresco di Giovanni. Era gente in grado di scegliere le parole giuste, di carpire le situazioni, la gravità dei momenti, e di volgerle verso l'attesa dell'avvento imminente, anzi già presente. Folli, sí, ma anche abili. Non so se fosse Dio oppure Satana a suggerire loro le parole e le visioni, non ha importanza. Non l'aveva per me allora, e tantomeno adesso. Frankenhausen mi aveva insegnato a non aspettare nessun esercito di angeli: nessun Dio sarebbe disceso ad aiutare i miserabili. Dovevano aiutarsi da soli. E i profeti del Regno erano ancora quelli che potevano sollevarli e dar loro una speranza per cui combattere, l'idea che le cose non sarebbero state per sempre cosí. - Vuoi dire che ti rimettesti a lottare? Eloi sembra stupito. Bevo un po' d'acqua per schiarirmi la gola. - Non sapevo cosa avrei fatto. Io e Ursula cominciammo a odiare quei teologi che parlavano, parlavano, si atteggiavano a grandi pensatori della cristianità, discutendo della messa e dell'eucarestia, nei salotti dei ricchi strasburghesi. La loro tolleranza era un lusso per benestanti che non sarebbe mai andato oltre la concessione di un piatto di minestra ai poveri. Quegli unti bottegai potevano permettersi di mantenere quella cricca di dottori e perfino di assecondare la loro magnanimità verso gli eretici, perché erano ricchi. Era la ricchezza a garantire la fama di Strasburgo. Era quella fama a far affluire laggiú letterati e studenti. Sogghigno: - Si spaventarono, oh sí, si spaventarono davvero, quando facemmo capire loro che i poveri, gli umili che avrebbero voluto aiutare con qualche lauta elemosina per mettersi a posto quella coscienza di mercanti, aspiravano a rubar loro la borsa e magari anche a tagliare quelle belle gole bianche. Non occorse aspettare molto tempo perché Capitone e Bucero rispondessero alle nostre provocazioni, introducendo sottili distinzioni tra battisti «pacifici» e battisti «sediziosi». Noi rientravamo chiaramente nella seconda categoria. Eloi sorride storto, forse pensa alla sua Anversa, ma non mi interrompe. - Non si trattava di ricominciare una guerra perduta. Sarebbe stato stupido. Ma Ursula mi aveva rigenerato, come se il suo ventre mi avesse partorito una seconda volta. Volevamo tirare la corda, esasperare la filantropia ipocrita di quella gente finché non si fosse rivelata per quello che era: una schiera di ricchi attaccati all'oro, travestiti da pii cristiani. Fu uno dei periodi piú spensierati della mia vita. Mi fermo per tirare il fiato, forse aspetto una domanda per riprendere il filo del racconto. Eloi me la concede. - Quanto andò avanti? Uno sforzo di memoria: - Circa un anno. Poi nella primavera del '29 arrivò a Strasburgo l'uomo che avrebbe dato inizio al mio viaggio. Ora marcisce nelle prigioni di quella città: ha commesso l'errore fatale di rimetterci piede dopo quello che avevamo combinato. - Melchior Hofmann. - E chi se no? Uno dei piú strambi profeti che abbia mai incontrato, abbastanza unico nel suo genere e per follia e oratoria secondo soltanto al grande Matthys. - Sono tutt'orecchi. Bevo ancora e ricompongo quel volto lontanissimo: - Hofmann una volta era un pellicciaio. Un giorno era stato «folgorato sulla via di Damasco» e si era messo a predicare. Aveva corteggiato Lutero finché non era riuscito a farsi scrivere da lui una raccomandazione per le comunità del Nord. Quella firma gli aveva aperto le porte dei paesi baltici e della Scandinavia, consentendogli di acquistare notorietà e anche un certo seguito. Aveva girato moltissimo su nel Nord. Poi un bel giorno si era convinto che il regno dei santi e di Cristo fosse ormai prossimo e aveva cominciato a predicare il pentimento e l'abbandono di tutti i beni terreni. Non c'era voluto molto perché Lutero lo sconfessasse. Mi disse di essere stato scacciato dalla Danimarca con la promessa che se vi avesse rimesso piede la sua testa sarebbe stata affissa su un palo. Era davvero un pazzo geniale. Aveva conosciuto il buon vecchio Carlostadio, e ne condivideva il completo rifiuto della violenza. Arrivò a Strasburgo convinto di essere il profeta Elia, in cerca del martirio che gli confermasse la prossimità dell'avvento del Signore. Si innamorò subito degli Anabattisti locali e riuscí a inimicarsi tutti i riformatori luterani, Bucero prima, poi Capitone e tutti gli altri. Io e Ursula capimmo immediatamente che era il tipo che stavamo cercando per far saltare in aria la città. Ci venne spontaneo, senza bisogno di concordare niente: durante una cena improvvisammo delle rivelazioni sconvolgenti, lei si eccitò al punto da raggiungere l'estasi davanti ai suoi occhi, mentre io gli raccontavo di come i ricchi e i potenti sarebbero stati spazzati via dalla furia del Signore. Nelle settimane che seguirono gli dettammo passo passo le nostre visioni di cui non si lasciò sfuggire una sola parola. Quando tutto fu pronto, trovai il modo di mandare alla stampa quello che aveva scritto: due trattati con le profezie di Ursula e le mie. Si mise a predicare alla folla sulla piazza principale. Qualcuno gli sputò in faccia, qualcun altro cercò di picchiarlo, altri ancora tentarono di assalire un banco di pegni per distribuire i beni ai poveri. Quando gli scritti furono diffusi dai librai, Bucero cercò di farlo imprigionare. Ci furono giorni di subbuglio. Fu un anno di fuoco, sentivo che il sangue mi ribolliva nelle vene, che la corda stava per spezzarsi. E fu cosí, all'inizio del '30, se ricordo bene: Hofmann si fece ribattezzare e predicò per l'ultima volta, proclamando l'imminenza del regno di Cristo, denunciando l'attaccamento ai beni terreni e chiedendo che gli Anabattisti potessero utilizzare una chiesa cittadina. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Bucero fece pressioni fortissime sul Consiglio per farlo espellere dalla città. A Pasqua gli arrivò l'ingiunzione di lasciare Strasburgo. Se non avesse obbedito se lo sarebbero fatto con tutti i pantaloni. Anche per me l'aria era diventata pesante. Cellario non poteva piú proteggerci dall'ira di Bucero e Capitone: fu sincero con me, consapevole che mi avrebbe perso di nuovo, questa volta forse per sempre. Era il destino che mi ero scelto, il vecchio Martin non poteva farci niente. Lo abbracciai ancora e lo salutai, come avevo fatto anni prima a Wittenberg per mettermi alla ricerca di un maestro e di una nuova sorte. Vecchio amico, chissà dove si sarà cacciato: ancora a Strasburgo o in qualche nuova università a discutere di teologia. Alzo le spalle e scaccio la tristezza. Eloi attentissimo vuole sentire il finale. - Avevo deciso di andare con Hofmann. A Emden, nella Frisia orientale. La Germania del sud era una partita persa, una landa desolata che abbandonavo volentieri ai lupi e a Lutero. Dai Paesi Bassi erano stati espulsi in molti per la loro professione di fede: gente nuova, molto meno attaccata al saio di Lutero di quanto non lo fossero quelli di Strasburgo. C'era fermento, era il posto in cui potevano accadere le cose. Avevo il cavallo giusto: il mio Elia svevo che profetizzava l'avvento imminente di Cristo e predicava contro i ricchi. Era un lasciapassare un po' difficile da gestire, ma abbastanza entusiasta per riuscire a riscuotere successo. - E Ursula? Un attimo di silenzio gli consente di pentirsi della domanda, ma è tardi. Sorrido ancora al ricordo di quella donna. - La stagione passò. Per lasciar posto a un nuovo anno. Capitolo 16 Strasburgo, 16 aprile 1530 Le esplodo dentro, senza riuscire a trattenere l'urlo che si mescola al suo. Il piacere squassa il corpo fino a torcermi come un ramo secco nel fuoco. Scende su di me, madida, l'onda nera dei capelli mi avvolge, l'odore degli umori sulla bocca, sulle mani, il seno contro il petto. Si stende accanto, bianca e stupenda: ascolto il suo respiro rallentare. Mi prende la mano, in un gesto che ho imparato ad assecondare, e l'appoggia tra le cosce, a raccogliere in una sola presa delicata il sesso che ancora si contrae. Ursula è qualcosa che non proverò mai piú: è Melancolia, un'incisione nell'anima e sulla carne. Le travi del soffitto raccolgono lo sguardo immobile. Non ho bisogno di dirle nulla, anche adesso sa tutto, piú chiaro e limpido di me. - Hai deciso di partire con lui. - A Emden, su a nord. Hofmann dice che lassú si radunano i profughi dall'Olanda. Si preparano grandi cose. Si gira sul fianco, verso di me, concedendomi gli occhi brillanti: - Cose per cui vale la pena morire? - Cose per cui varrà la pena vivere. Il suo indice percorre il mio profilo storto, la barba rossa, scende sul petto, si ferma su una cicatrice, poi sulla pancia. - Tu vivrai. La guardo. - Tu non sei come Hofmann: non ti aspetti niente. Hai negli occhi una sconfitta, disperata, ma non è la rassegnazione che ti affligge. È la morte. Già una volta hai scelto la vita. Annuisco zitto, sperando che mi stupisca ancora. Sorride: - Ogni essere segue il suo destino nel ciclo del mondo: il tuo è vivere. - Questo lo devo anche a te. - Ma sai che io non verrò. È tristezza o commozione, le parole mancano. Sospira serena: - Melancolia. Cosí mi chiamava mio marito. Era un medico, un uomo coltissimo, anche lui amava la vita, ma non come te, lui ne amava i segreti, voleva cogliere il mistero della natura, delle pietre, delle stelle. L'hanno bruciato per questo. Una moglie fedele forse avrebbe seguito la sua sorte. Io invece sono scappata: ho scelto di sopravvivere -. Mi accarezza il volto. - Anche tu. Seguirai la tua stella. Capitolo 17 Anversa, 10 maggio 1538 L'orto è pronto. Tutti si complimentano con me. Nessuno fa domande; chi sono veramente, cosa ho fatto prima di capitare qui... Sono dei loro: un fratello tra gli altri. Magda, la figlia di Kathleen, continua a farmi regali; Balthasar mi chiede come sto almeno due volte al giorno, come a un ammalato in convalescenza. - Sono ancora vivo, - gli dico per farlo ridere. È un buon uomo, il vecchio anabattista: sembra che il suo compito sia quello di procacciare compratori per i manufatti che si fabbricano qui, e ci riesce bene. Nemmeno io chiedo niente, imparo giorno per giorno, scruto nel segreto di questa gente. Ho chiesto a Kathleen del padre di sua figlia. Ha detto che si imbarcò due anni fa, poi piú nulla. Naufragato, abbandonato su qualche isola ostile, o vivo e vegeto in un palazzo d'oro e diamanti, nei regni delle Indie. La stessa sorte che cercavo prima di imbattermi in questi uomini e in queste donne. Eloi mi incalza gentilmente, vuole il seguito della storia; è chiaro, vuole sentire di Münster. La Città della Follia ha il fascino delle cose fantastiche, è il brivido che quel nome suscita ancora, e che un tempo fu terremoto. A Balthasar ha già chiesto tutto, ma io ho percorso quel sentiero fino in fondo: Gert dal Pozzo è stato un eroe, il luogotenente del grande Matthys, il migliore nelle azioni di rappresaglia, nella razzia dentro l'accampamento del vescovo, nel propagare i fogli volanti e il messaggio dei battisti: Balthasar gli deve aver detto anche questo. Sí, Gerrit Boekbinder ha temprato il ferro con le proprie mani. Poi un giorno, senza dire nulla, se n'è andato, stanco, disgustato, consapevole d'un tratto dell'abisso d'orrore che si era aperto sotto la Nuova Gerusalemme. Gert ripensa ai giudici-bambini, il loro indice alzato. Ripensa ai morti di fame che si trascinano come larve bianche sulla neve. Risente i crampi del digiuno e il sollievo di quell'ultimo slancio, oltre le mura, verso l'iniquità del mondo, ma lontano dal delirio onnipotente e sanguinario. Eppure fuori non ha trovato Eloi Pruystinck che lo attendeva a braccia aperte, ma soltanto altro sangue e nuove visioni di gloria e di morte. Gert è caduto di nuovo, reclutato per l'Ultima Battaglia, con impresso a fuoco il marchio dei prescelti sul braccio. Gert ha visto ancora la stessa bandiera sventolare logora alle spalle di Batenburg il Terribile e non è riuscito a fermarsi. Gert si è innamorato di quel sangue e ha continuato, ha continuato. Ha continuato. Eloi ha l'espressione attenta che ormai conosco; versa un goccio per entrambi, che facilita il racconto. Riprendo il filo dei ricordi: - Partimmo verso nord, io e Hofmann, lungo il corso del Reno, su una chiatta di mercanti. Passammo Worms, Magonza, Colonia, su fino ad Arnhem. Ero riuscito a imporre il silenzio al mio compagno di viaggio finché non ci fossimo trovati nella Frisia: non volevo rischiare di vedermi fermare lungo la strada. Gli costò, ma mantenne la parola. Lasciato il corso del Reno, proseguimmo a piedi e a dorso di mulo, sempre a nord. Ci spostavamo da un paese all'altro, lungo il confine dei Paesi Bassi, verso le campagne della Frisia orientale. Hofmann era già stato in quelle terre durante le sue lunghe predicazioni itineranti e anche questa volta non mancò di istruire: i contadini di quelle lande su quale scelta obbligata il compiersi del tempo richiedesse a ogni cristiano: seguire il Cristo nel Suo esempio di vita. Li ribattezzava tutti, come un novello Giovanni. Intanto mi raccontava della situazione di Emden, la nostra prossima meta. Molti profughi si trovavano in quella città, per lo piú Sacramentisti olandesi, cosí li chiamava, quelli che non accettavano piú i sacramenti della Chiesa di Roma e non credevano alla transustanziazione. Questo, mi spiegava, li spingeva già oltre le posizioni di Lutero, aprendoli alla lucida promessa del millennio. Li descriveva come cani sciolti in attesa di un profeta che portasse loro il messaggio di speranza e la luce della fede rinnovata. Definiva quel viaggio «il nostro deserto», che ci avrebbe temprati mettendo alla prova la nostra fede e perfezionando la giustificazione del Signore attraverso l'ubbidienza assoluta a Cristo. Io lo assecondavo, senza cercare di sottrarmi al fascino che le sue parole riuscivano a esercitare sugli umili: ero davvero stupito da quella forza. Non gli avevo detto di aver combattuto al fianco di Thomas Müntzer: la sua condanna della violenza me lo impediva. Era solito riservarmi una frase lapidaria, ogniqualvolta lo provocavo accennando alla possibilità che Cristo chiamasse a sé il Suo esercito di prescelti per sterminare gli empi: «Chi prende la spada perirà di spada». Giungemmo a Emden in giugno. Era una piccola fredda città, uno scalo per le navi mercantili tra Amburgo e le città olandesi. La comunità di stranieri era numerosa, come aveva predetto Hofmann. Il principe regnante, il conte Enno II, lasciava che nelle sue terre le idee dei riformatori della Chiesa facessero il loro corso, senza tentare di ostacolarle in alcun modo. Il mio Ella cominciò a predicare per le strade fin dal primo giorno attirando su di sé l'attenzione di tutti. Apparve evidente che gli altri predicatori non avrebbero potuto competere con lui, se li sarebbe bevuti in un sorso. In capo a poche settimane aveva ribattezzato almeno trecento persone e fu in grado di fondare una comunità che accoglieva gli scontenti delle piú varie provenienze e condizioni. Erano soprattutto fuoriusciti dalla Chiesa papista e insoddisfatti di quella luterana, che anche senza preti e vescovi vantava già una gerarchia di teologi e dottori non troppo diversa da quella che aveva voluto abolire. La nomea di Anabattisti ci raggiunse quasi subito e spaventò a morte le autorità cittadine. Gli eventi mi giravano intorno, sentivo la terra fremere sotto i piedi e una strana sensazione nell'aria. No, non ero stato contagiato dal mio compagno di viaggio: era l'incombere degli eventi, il richiamo della vita di cui mi aveva parlato Ursula. Fu per questo che decisi di mollare Hofmann al suo destino di predicatore e seguire la mia strada. Una strada che mi avrebbe portato ancora altrove, in mezzo alla tempesta. Impossibile dire se fossi io a guidare la mia esistenza verso il limite da superare o se invece fosse quella tormenta a trascinarmi con sé. Le autorità di Emden espulsero Hofmann come sobillatore indesiderabile. Mi disse che sarebbe tornato indietro per scrivere ancora, che lassú il suo compito era terminato. Affidò la guida della nuova comunità a un certo Jan Volkertsz, detto Trijpmaker, perché di mestiere fabbricava zoccoli di legno. Questo olandese di Hoorn non era un grande oratore, ma conosceva la Bibbia e aveva il piglio di chi l'aveva ispirato e la stessa intraprendenza. Salutai il vecchio Melchior Hofmann alla porta della città, mentre lo scortavano fuori dal territorio di Emden. Sorrideva, ingenuo e fiducioso come sempre, confessandomi a bassa voce di esser certo che il Giorno del Giudizio sarebbe giunto in capo a tre anni. Anch'io gli concessi l'ultimo sorriso. E cosí lo ricordo, un saluto da lontano, mentre caracolla oltre la mia vista su un mulo magro. *** Ancora non mi è chiaro cosa Eloi stia cercando. Se ne resta muto dietro il tavolo, rapito dal racconto, forse anche a bocca aperta, nella penombra che m'impedisce di distinguerne il volto chiaramente. Io continuo, deciso ormai ad arrivare in fondo e disposto a stupirlo a ogni pagina di questa cronaca non scritta. - Avrei rivisto Melchior Hofmann soltanto due anni dopo, quando venne in Olanda a raccogliere quello che aveva seminato. Ma ti stavo raccontando di Emden. Eravamo rimasti io e Trijpmaker a reggere le sorti della comunità anabattista ed era ormai prossimo Natale quando fummo raggiunti dall'ingiunzione di lasciare la città. Non ne fui dispiaciuto: sentivo di dover ripartire, di non potermi fermare ancora in quel porto del Nord. Decidemmo di notte, con la determinazione e lo spirito di chi sa di affrontare una grande impresa: i Paesi Bassi, con gli esuli che lentamente stavano riuscendo a passare la frontiera e a tornare alle loro città d'origine, si aprivano ai nostri piedi come un territorio inesplorato, pronto a raccogliere il messaggio e la sfida che portavamo alle autorità costituite. Niente ci avrebbe fermato. Per Trijpmaker era una missione, come lo era stata per Hofmann. Per me era un altro calcio all'orizzonte, un modo di spingerlo avanti, nuova terra, nuove genti. Avremmo puntato su Amsterdam. Lungo il cammino Trijpmaker mi avrebbe insegnato qualche frase in olandese, perché fossi in grado di farmi capire, ma sarebbe stato lui a predicare e battezzare. Cominciò subito: prima di partire da Emden battezzò un sarto, un certo Sicke Freerks, che sarebbe tornato alla sua città natale, Leeuwarden, nella Frisia occidentale, col compito di fondare una comunità di fratelli, e dove invece trovò la morte nel marzo dell'anno successivo per mano del boia. Mentre scendevamo verso sud-ovest, attrversando Groninga, Assen, Meppel, fino all'Olanda, Trijpmaker mi illuminava sulla situazione della sua terra. I Paesi Bassi erano il cuore commerciale e manifatturiero dell'Impero, da lí l'Imperatore ricavava la maggior parte delle sue entrate. Le città portuali godevano di una certa autonomia che dovevano però difendere con le unghie e i denti dalle mire accentratrici dell'Imperatore. Carlo V continuava ad annettersi nuove terre, lasciando percorrere il paese dalle sue truppe, con grave danno per i traffici e le coltivazioni. Per altro l'Asburgo sembrava preferire l'assolata Spagna alle sue terre natali e aveva piazzato i suoi ufficiali su molti scranni importanti e un governo imperiale a Bruxelles, per poi andarsene a stare a sud. La condizione della Chiesa in questa parte d'Europa era quanto di piú tragico si potesse immaginare: regnava la religione delle abbuffate alle spalle dei contadini, la degenerazione lucrosa degli ordini monastici e dei vescovadi. Non esisteva alcuna guida spirituale nei Paesi Bassi e molti fedeli avevano cominciato ad abbandonare la Chiesa, per radunarsi in confraternite laiche che conducevano una vita comune e coltivavano lo studio della Scrittura. Costoro avrebbero potuto accogliere il nostro messaggio prima di tutti. Le idee di Lutero si erano diffuse tra il popolino e anche tra i mercanti che si arricchivano alle sue spalle. Le faccende di Germania rimanevano lontane, l'ubbidienza a cui erano stati ricondotti i contadini tedeschi non poteva riguardare i lavoratori delle manifatture olandesi, i tessitori, i carpentieri dei porti, gli artigiani di quelle città in costante espansione. La religione riformata di Lutero portava con sé nuovi dogmi, nuove autorità religiose, che allenavano la fede ai credenti in modo appena piú tenue di quanto facessero i papisti. L'eguaglianza nella fede, la vita comunitaria, avevano bisogno di una linfa diversa. Noi eravamo lí per portarla. Rimasi impressionato dal paesaggio di quella fertilissima terra. Venendo dalla Germania, dalle sue selve nere, era stupefacente vedere come gli abitanti dei Paesi Bassi avessero piegato la natura al loro volere, strappando al mare ogni metro di terreno coltivabile, per piantare grano, girasoli, cavoli. Mulini lungo la strada in numero impressionante, genti laboriose, instancabili, in grado di sfidare le avversità naturali e di vincerle. La città di Amsterdam non era da meno: i mercati, le banche, le botteghe, l'intreccio di canali, il porto, ogni angolo brulicava di attività febbrili. Erano i primi giorni del nuovo anno, il 1531, e nonostante il gelo intenso le strade e i canali erano zeppi di un andirivieni incessante. Una città travolgente, in cui avrei potuto perdermi. Ma Trijpmaker conosceva alcuni fratelli che risiedevano lí già da tempo, avremmo cominciato da loro. Prendemmo contatti con uno stampatore perché producesse alcuni stralci degli scritti di Hofmann che Trijpmaker aveva tradotto in olandese e anche dei fogli volanti da consegnare a mano. Me ne occupai io, mentre Trijpmaker pensava a radunare tutte le sue conoscenze in città. Trovammo un buon seguito tra gli artigiani e i lavoratori meccanici: gente scontenta di come stavano andando le cose. Si percepiva nell'aria l'imminenza di qualcosa che avrebbe potuto manifestarsi da un momento all'altro. In meno di un anno riuscimmo a organizzare una comunità consistente, le autorità sembravano non preoccuparsi troppo di questi Anabattisti infervorati che disdegnavano il lucro e annunciavano la fine del mondo. In cuor mio sentivo che le cose non potevano andare cosí lisce per molto tempo. Trijpmaker continuava a predicare la mitezza, la testimonianza, il martirio passivo, secondo le consegne di Hofmann. Io sapevo che non poteva durare: e se le autorità avessero deciso di considerarci pericolosi per il buon ordine cittadino? Cosa sarebbe successo se gli uomini e le donne che aveva convertito all'imitazione di Cristo si fossero trovati davanti alle armi? Credeva davvero che si sarebbero lasciati crocifiggere senza opporre resistenza? Lui ne era certo. E poi il tempo era prossimo, Hofmann aveva previsto il Giudizio per il 1533. Contro tali argomenti non c'era molto da controbattere, alzavo le spalle e lo lasciavo a quella fiducia illimitata. Continuavamo a crescere di numero, il morale era alto, la devozione dei ribattezzati immensa. Dai villaggi intorno ad Amsterdam ci giungevano le missive sgrammaticate di nuovi adepti, contadini, falegnami, tessitori. Avevo l'impressione di trovarmi in un grande calderone tappato da un coperchio che presto o tardi sarebbe saltato. Era inebriante. Infine la predicazione contro la ricchezza in una delle città piú lucrose d'Europa sortí il suo effetto. Nell'autunno di quell'anno la Corte dell'Aja ordinò alle autorità di Amsterdam di reprimere gli Anabattisti e consegnare Trijpmaker. Eloi mi versa dell'acqua. - Sei stanco, vuoi andare a dormire? La domanda contiene la supplica di continuare, è un bambino avvinto dalla narrazione, anche se probabilmente gli parlo di fatti che già conosce. - Tanto vale che ti racconti di quello che fecero a Trijpmaker e di come decisi di riprendere in mano una spada. All'inizio fu solo per resistere a chi voleva la mia testa -. Stiro le braccia e ghigno. - Poi incontrai il mio vero Giovanni Battista, quello che mi avrebbe convinto di nuovo a combattere il giogo mortifero dei preti, dei nobili, dei mercanti. E per dio lo feci: presi quella spada e incominciai. Di questo non mi pento. Non della scelta che feci allora, davanti a quelle teste mozzate, affisse in cima a un palo. La prima era quella dell'uomo che mi aveva condotto in Olanda, un pazzo invasato forse, uno stolto che cercava il martirio e l'aveva trovato. Ma era quello che gli avevano fatto. Quasi sento Eloi rabbrividire. - Sí, Trijpmaker scelse la sua fine, quella di Cristo. Avrebbe potuto fuggire se avesse voluto: Hubrechts, uno dei borgomastri della città, stava dalla nostra parte e aveva cercato fino a quel momento di intralciare la cattura. Fu lui a mandare una domestica a casa nostra ad avvertirci che gli sbirri stavano arrivando a prendere il capo della comunità. Ci misi un attimo a raccogliere la mia roba e come me molti altri. Ma lui no, non Jan Volkertsz, il fabbricante di zoccoli di Hoorn diventato missionario. Si sedette e aspettò le guardie: non aveva niente da temere, la verità di Cristo era dalla sua parte. Con lui ne presero altri sette e li portarono all'Aja. Li torturarono per giorni. Dicono che a Trijpmaker bruciarono i coglioni e gli conficcarono chiodi sotto le unghie. L'unica cosa che non gli toccarono fu la lingua: perché potesse fare i nomi di tutti gli altri. E li fece. Anche il mio. Non l'ho mai giudicato per questo, la tortura piega gli animi piú forti, e credo che la sua fede sia stata già schiacciata dal ferro rovente senza bisogno del rancore degli altri. Nessuno di noi gliene fece una colpa, riuscimmo a metterci in salvo, avevamo molte case sicure disposte a ospitarci. - Quegli otto li giustiziarono? Annuisco: - In punto di morte smentirono tutto quanto gli era stato estorto con la tortura: una magra consolazione che non so quanto abbia potuto farli crepare in pace. Le loro teste furono rispedite ad Amsterdam e affisse sulla piazza. Un messaggio chiaro: chi ci riprova fa la stessa fine. Era il novembre o dicembre del '31, il tempo che Lienhard Jost tirasse le cuoia. Quel nome attirava gli sbirri come il letame le mosche. La famiglia che mi nascondeva mi concesse il suo, spacciandomi per un cugino emigrato in Germania e tornato dopo molti anni. Boekbinder si chiamavano e il cugino esisteva veramente, solo che in Sassonia c'era morto, affogato in un fiume per il ribaltamento del traghetto su cui stava viaggiando. Il suo nome era Gerrit. E cosí fui il fantasma di Gerrit Boekbinder, Gert per i famigliari. Fu all'inizio del '32 che giunse una lettera di Hofmann. Se ne stava a Strasburgo, aveva avuto il fegato di ritornarci. Evidentemente quando aveva ricevuto la notizia del trattamento riservato a Trijpmaker e agli altri, il vecchio Melchior s'era cagato sotto. La lettera annunciava l'inizio dello Stillstand, la sospensione di tutti i battesimi, in Germania e nei Paesi Bassi, per almeno due anni. Da quel momento in poi avremmo dovuto muoverci nell'ombra in attesa che le acque si calmassero: niente piú piazzate alla luce del sole, niente piú proclami, tantomeno dichiarazioni di guerra al mondo. Per Hofmann avremmo dovuto essere un gregge di predicatori miti, solerti e non troppo chiassosi, disposti a farsi macellare tutti in fila uno dopo l'altro in nome dell'Altissimo. Piú o meno questo stava scrivendo in quei mesi a Strasburgo. Per quanto mi riguardava non era ancora chiaro cosa avrei fatto, ma non sarei piú rimasto con le mani in mano, nascosto come un cane preso a calci, anche se la gente che mi ospitava era gentile e generosa. Un giorno, nella legnaia trovai una vecchia spada arrugginita, un cimelio della guerra di Gheldria a cui qualche Boekbinder doveva aver partecipato. Provai un brivido strano nell'impugnare di nuovo un'arma e capii che era giunto il momento di tentare qualcosa di grandioso, che era necessario piantarla con quel proselitismo pacifico, perché sempre soltanto ferro avremmo trovato dall'altra parte, quello delle alabarde dei gendarmi e della scure del boia. Ma sapevo che non sarei andato molto lontano da solo. Era un nuovo inizio alla cieca, mi sentivo fremere, piú lucido e determinato di quanto non mi fossi mai sentito: non mi spaventava sapere che l'avventura si sarebbe trasformata in guerra, poiché sarebbe stata l'unica che sia mai valsa la pena combattere: quella per liberarsi dall'oppressione. Hofmann poteva continuare a fabbricare martiri, io avrei cercato dei combattenti. E avrei dato filo da torcere. E adesso, amico mio, credo proprio che ti lascerò per il mio letto, deve essere molto tardi. Continueremo domani, se non ti dispiace. - Un momento ancora. Balthasar ti chiama Gert «dal pozzo». Perché? A Eloi non sfugge nulla, ogni parola per lui contiene una deviazione percorribile del racconto. Sorrido: - Domani ti dirò anche di questo, di quanto casualmente possono nascere i soprannomi e di come sia poi impossibile toglierseli di dosso. Capitolo 18 Amsterdam, 6 febbraio 1532 Per fortuna la catena regge, aggrappato al secchio, a penzoloni come un impiccato, istinto, piú che altro istinto, l'ho preso sull'orecchio, se mi centrava a quest'ora ero a mollo là sotto, che botta, non sento piú niente, tutto suona lontano, le grida, le sedie che volano, tenermi stretto, se svengo affogo, almeno qui non posso prenderne piú, merda sono troppi, e io a mettermi in mezzo come uno stronzo, per uno che non conosco neanche, le braccia, devono tenere, le braccia o volo giú, se risalgo ne prendo ancora, se resto qui prima o poi i muscoli cedono, che cazzo di situazione, gira tutto, le spalle fanno male, un bestione grandioso, mica me lo potevo fare da solo, eh no, quello mi ammazza se torno su, ma merda quell'altro poveraccio lo staranno massacrando, quanti sono? tre, quattro, chi ha avuto il tempo di contarli, ce li siamo trovati addosso, è cominciato all'improvviso, quello si è messo a sbraitare, cosa facevano le loro madri? si facevano montare dai maiali di chi? Mi è volato un tavolo sopra la testa, roba che ci rimanevo secco, e se prendono i coltelli, non sembravano armati, cazzo mica si entra armati in osteria, a bere una birra, no, a raccontare qualche balla, a parlare del mercato, ma quel tipo ha tirato fuori la storia delle loro madri, le braccia, cristo, le braccia, tengo duro, sí, tengo duro, ma non ce la faccio ancora per molto, non posso affogare cosí, che razza di morte è, dopo tutto quello che ho passato, tutti i posti da cui sono uscito vivo, o forse sí, è cosí che va a finire, ti salvi dagli eserciti, dagli sbirri, e poi crepi come un topo affogato per colpa di uno che non è stato zitto, mi sono messo in mezzo, non mi riguardava, e mi sono messo in mezzo, eccheccazzo, quattro contro uno, perché facevano tintinnare quelle borse piene di soldi, armatori ben pasciuti sono, moglie casta da monta annuale e troie sifilitiche tutti i santi giorni, sfruttatori, tutti preghiere e affari d'oro, e dàgli con gli Anabattisti pagati dal Papa, gli Anabattisti sono solo untori da sgozzare per dare le loro budella ai cani, gran bei levrieri che devono avere nelle loro magioni di campagna, rottinculo pieni di soldi, gli Anabattisti in combutta con l'Imperatore, che ti si infilino in casa per convertirti la moglie a suon di verga, che bisognerebbe far piazza pulita, le braccia, cristo, stanno per cedere, ma perché mi sono messo in mezzo, è stato quell'altro pazzo a cominciare, non doveva alzarsi e sputargli la birra in faccia, e poi dire quella cosa delle madri, lo so anch'io che erano delle gran bagasce ma c'era da aspettarselo che l'avrebbero presa male, a quest'ora l'avranno già sgozzato, che se poi avesse solo sputato, era un ubriaco come tanti, invece no, è quello che ha detto, ma sí è per quello che mi ci sono ficcato, per quelle parole, grandiose, quelle che avrei voluto dire io, le braccia merda le braccia, devo tirarmi su, coraggio, issa, non posso finire in fondo a 'sto pozzo schifoso, non posso crepare cosí, come un coglione, forse quello è ancora vivo, forse dirà ancora qualcosa prima che lo facciano fuori a cazzotti, gran belle parole fratello; perché sí, sei un fratello, altrimenti mica ti alzavi, mica dicevi quello che hai detto, non l'avrei fatto per tutti, questo voglio riuscire a dirtelo, non mi sarei messo in mezzo per qualunque anabattista scoppiato, ne ho già conosciuti troppi amico mio, ma tu hai del fegato, issa per dio, issa, devo risalire, cosí, piano piano, su, ci sono quasi, devo uscire, o merda, eccomi, sono sull'orlo, ancora una spinta, ci sono. Sono diventati cinque. Mi sembravano quattro, giuro che mi era sembrato di contarne quattro. Adesso sono in cinque, tutti intorno a lui, è spacciato, l'oste è sul selciato del cortile, si regge la testa, la brocca che ho lanciato è andata in pezzi ma ha fatto i suoi danni. E l'amico sconosciuto se ne sta lí impalato a sfidarli con lo sguardo come se fosse il piú forte, e dài, di' qualcosa, com'era? cosa hai detto prima che il mondo mi crollasse sulla schiena, prima che quel gigante mi buttasse qua sotto? Salgo in piedi, e comincio a raccogliere la catena, non mi accorgo neanche di urlare: - Ehi quella cosa che hai detto... Su Gesú Cristo e i mercanti mangiamerda... Si volta stupefatto, quasi quanto gli altri. La scena si ferma, come stampata su una pagina, rischio di perdere l'equilibrio, devo sembrare uno stronzo maledetto. - Be', sono completamente d'accordo con te! E adesso segui il consiglio di un confratello: abbassa la testa. Il gigante che credeva di avermi affogato diventa paonazzo, si fa sotto, vieni vieni che ormai ho tirato su tutta la catena e ho il secchio in mano, vieni, bravo, vieni a farti staccare quella gran testa di porco che ti ritrovi sulle spalle. È un suono sordo, un tonfo secco, uno solo, che piega il metallo e fa volare per aria una pioggia di denti. Va giú come un sacco vuoto, senza un gemito, sputando fuori pezzi di lingua. Comincio a roteare la catena, sempre piú forte, ve lo faccio vedere io distinti messeri quanto può essere rognoso un anabattista. Il secchio colpisce teste, schiene, volteggia sempre piú lontano da me, la catena mi sega le mani, ma li vedo cadere, rannicchiarsi per terra, correre verso la porta senza raggiungerla, la Giustizia del Secchio è implacabile, rotea, rotea, sempre piú forte, non lo tengo piú, ormai è lui che trascina me, è la mano di Dio, potrei giurarlo signori, il Dio che avete fatto incazzare a morte. E giú, ancora un altro, dove pensavi di rintanarti ricco idiota beone? Uno strattone, il secchio incagliato, bloccato sui rami di un alberello che per poco non viene giú anche lui. Un'occhiata sul campo di battaglia: uh, stesi tutti. Qualcuno mugola, si lecca le ferite tramortito, lo sguardo sui coglioni. Il fratello è stato saggio, si è buttato a terra al primo giro e adesso si rialza attonito, con una strana luce negli occhi: come angelo sterminatore non me la sono cavata affatto male. Salto giú e traballo verso di lui. Alto e smilzo, barbetta scura appuntita. Mi stringe la mano troppo forte, la catena l'ha piagata. - Dio ci ha assistiti, fratello. - Dio e il secchio. Non l'avevo mai fatto prima. Sorride: - Mi chiamo Matthys, Jan Matthys, fornaio di Haarlem. Ricambio: - Gerrit Boekbinder. Quasi commosso: - Da dove vieni? Mi volto indietro e alzo le spalle: - Vengo dal pozzo. Capitolo 19 Anversa, 14 maggio 1538 - Fui Gert «dal pozzo». Matthys si divertiva a usare quel nome strambo, ma gli piaceva anche pensare che il nostro plateale incontro non fosse stato frutto del caso. Del resto per lui niente lo era mai, tutto aveva un senso nella visione di Dio, un significato che andava oltre la semplice apparenza e parlava agli uomini, a noi eletti. Perché questo pensava che fossero i battisti: eletti del Signore, i prescelti. C'era un'impresa da portare a compimento, grandiosa, finale. Il mio Giovanni di Haarlem conosceva Hofmann, era stato battezzato da lui in persona, e ne aveva letto le profezie. Il Giorno era vicino, giorno del riscatto e della vendetta. Ma capii subito che quel fornaio aveva fatto una scelta diversa dal vecchio Melchior: lui voleva combattere quella battaglia, eccome, aspettava soltanto il segnale del suo Dio per dichiarare guerra agli empi e ai servi dell'iniquità. Aveva un piano: radunare tutti i battisti e portarli a disertare il mondo, quel mondo di schiavitú e prostituzione a cui i potenti volevano condannarli in eterno. Sí, ma come riconoscere i prescelti? Matthys non si stancava mai di ripetere che Cristo aveva scelto dei poveri pescatori come seguaci e apostoli, sputando sui mercanti del Tempio. Perché di questo si trattava: il lucro, il maledetto lucro dei commercianti olandesi. Gente del genere avrebbe scelto quale fede professare in base al proprio interesse e questo la rendeva un nemico temibile. Piú la fede si legava a riti e dogmi indiscutibili, piú quelli ci si sarebbero attaccati: in fondo l'unico motivo per cui non simpatizzavano per la Chiesa di Roma era che il suo maggior paladino, l'Imperatore Carlo, li vessava di tasse e voleva spadroneggiare sui Paesi Bassi come un tiranno, intralciando i loro affari. Poco importava che tanti ricchi mercanti fossero in buona fede: la buona fede - diceva sovente il mio fornaio di Haarlem - non basta, occorre la verità. Se bastasse la buona fede non servirebbe la redenzione: «La buona fede non cancella gli errori, molti Giudei in buona fede hanno gridato il "crucifige". La buona fede è un'idea dell'Anticristo». Ma la cosa ancor piú sorprendente era il modo in cui Matthys aveva smascherato l'ipocrisia dei preti e dei dottori che ci avevano servito la Bibbia dai pulpiti e dalle cattedre: quella miserabile teologia della «dirittura morale» e della solita «onestà», spesso e volentieri conferita solo dal grado, dall'autorità. «Il Vangelo invece elogia i disonesti, si rivolge alle prostitute, ai lenoni, non alle prostitute pentite, ma alle puttane cosí come sono, ai malviventi, alla sentina della terra». Anche l'elogio dell'onestà e della morale erano per lui la religione raccontataci dall'Anticristo. Ecco perché era tra la gente comune, gli artigiani, i pezzenti e la feccia dei vicoli che avremmo trovato gli eletti, tra coloro che subivano piú di tutti gli altri e che non avevano nulla da perdere se non la loro condizione di reietti dal mondo. Lí la scintilla della fede in Cristo e nel suo ritorno imminente poteva sopravvivere, perché piú vicine alla sua scelta di vita erano le condizioni di quella gente. Cristo aveva scelto i diseredati, le puttane e i lenoni? Ebbene là avremmo reclutato i capitani per la battaglia. - Com'era? Voglio dire che razza di tipo era Jan Matthys? La domanda di Eloi scende lenta come la sera, alla fine di questa giornata dedicata all'orto e al sorriso di Kathleen. - Era il pazzo piú determinato che avessi mai incontrato. Ma questo prima che andassimo a Münster. Era determinato e forte abbastanza per mangiarsi Hofmann e il suo rifiuto della violenza. Se il vecchio Melchior era Elia, allora lui sarebbe stato Enoch, il secondo testimone dei passi dell'Apocalisse. Ebbi un saggio di quella forza quando un certo Poldermann, uno zelandese di Middelburg, disse di essere lui Enoch: Matthys salí in piedi su un tavolo e fulminò tutti i confratelli lí riuniti con una sfilza di maledizioni. Chiunque non l'avesse riconosciuto come il vero Enoch sarebbe bruciato all'inferno per l'eternità. Dopodiché rimase zitto per due giorni interi. Le sue parole erano state talmente convincenti che alcuni di noi si chiusero in una stanza senza cibo né acqua, implorando la misericordia di Dio. Fu una prova di forza, di oratoria e determinazione: la vinse. Forse a lui ancora non era chiaro, ma io sapevo che Jan Matthys era già il maggior concorrente di Hofmann, e con qualcosa in piú: la capacità di parlare alla rabbia degli umili. Sentivo che se avesse imparato a guidare quella rabbia, sarebbe diventato davvero il Capitano di Dio, in grado di mettere a rovescio il mondo e trasformare gli ultimi nei primi, di dare uno scossone forte e forse anche definitivo alle grasse Province del Nord. Era giunto ad Amsterdam con una donna, di nome Divara, una creatura splendida che custodiva gelosamente al riparo dagli sguardi di tutti. Dicevano che al suo paese fosse sposato con una donna anziana e che l'avesse abbandonata per scappare con questa giovanissima ragazza, figlia di un birraio di Haarlem. Anche Enoch aveva quindi un punto debole, lo stesso della maggior parte degli uomini, a metà strada tra l'uccello e il cuore. Quella donna mi ha sempre spaventato, anche prima di essere regina, profetessa, gran puttana del re degli Anabattisti. Aveva qualcosa di terrificante nello sguardo: l'innocenza. - L'innocenza? - Sí. Quella che ti può portare a essere e fare qualsiasi cosa, a commettere il crimine piú efferato e gratuito come se fosse l'azione piú insulsa del mondo. Era una femmina che non avrebbe mai pianto, che niente avrebbe mai potuto sconvolgere, una ragazzina ignorante e ancora inconsapevole della sua carne bianca, e per questo ancor piú temibile nel momento in cui avesse capito. Ma solo piú tardi avrei imparato a temere davvero quella donna. In quei primi mesi del '32 avevamo ben altro a cui pensare. Innanzi tutto il fatto che la predicazione clandestina di Matthys, quel nostro strano reclutamento, era entrata in collisione con lo Stillstand proclamato da Hofmann. In quei giorni ci era giunta voce che presto l'Elia tedesco sarebbe venuto in Olanda per visitare la nostra comunità e Matthys sapeva di doversi imporre sul maestro, se volevamo che i confratelli si svegliassero e si unissero a noi. Fu uno scontro all'ultimo sangue: Hofmann dalla sua aveva l'autorità del passato da predicatore. Ma Jan di Haarlem aveva il fuoco. Capitolo 20 Amsterdam, 7 luglio 1532 - No! No! No! E ancora no! - La voce sale alta sul brusio di tutti. - Non è ancora tempo di riprendere i battesimi! Farlo in questo momento significherebbe sfidare la Corte d'Olanda e condannarsi al patibolo! È questo che volete!? E chi annuncerà l'Avvento del Signore quando avrete fatto tutti la fine del povero Trijpmaker e dei suoi compagni!? Non se lo aspettava, il buon Elia svevo, di essere contestato, sperava lo accogliessimo come un padre. E invece... È lí, rosso in faccia e pronto a contraddirsi per l'esasperazione. Enoch non si scompone, la barba ad angolo acuto puntata verso l'avversario, un profeta contro l'altro: il libro dell'Apocalisse non parla di questo. Lo guarda negli occhi, con l'abbozzo di un sorriso. - So che non può essere il martirio a spaventare fratello Melchior, lo so perché nessuno piú di lui ha patito le pene dell'esilio e le difficoltà della testimonianza -. Una pausa studiata, magistrale. - Quello che teme è che in poche ore, senza lasciarci il tempo di scappare o spedire una lettera, l'autorità dell'Aja ci rintracci e ci piombi addosso, catturandoci tutti quanti -. L'attenzione è tutta per lui adesso. - Ma quanti siamo? Ce lo siamo mai chiesti? E cosa siamo disposti a tentare in vista dell'Ultimo Giorno? Io vi dico, fratelli, che con l'aiuto del Signore noi possiamo essere piú veloci del braccio armato degli iniqui, può esserlo il nostro messaggio, l'annuncio del Giudizio. Hofmann, corrucciato, lotta contro l'amarezza che lo pervade. Matthys insiste: - È vero: possono inseguirci, infiltrare delle spie, scoprire i nostri nomi, le nostre case sicure. Ebbene, perché dovremmo fermarci per questo!? Nella Bibbia è scritto che Cristo dovrà riconoscere i suoi santi. Pietro nella sua lettera incita i fedeli ad affrettare la venuta del giorno di Dio -. Cita a memoria i passi di cui piú volte abbiamo discusso: - «Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia». E ancora Giovanni afferma che «chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta». Ma come faranno i giusti ad ascoltarci se noi non parleremo loro!? Come potranno distinguere lo spirito di verità da quello dell'errore, se non scenderemo in campo aperto a lottare!? Come, se non avremo il coraggio di battezzarli, di predicare, di raggiungerli con il messaggio di speranza, sfidando gli editti e le leggi degli uomini!? Dobbiamo essere piú scaltri di loro! O forse crediamo che soltanto scrivendo trattati teologici e belle lettere potremo adempiere al nostro compito!? - Il tono sale, ferreo, le parole: colpi di martello sull'incudine. - Quanto, fratelli, quanto i santi apostoli ci hanno messo in guardia dagli anticristi, dai falsi profeti e i seduttori che nell'ultima ora imperversano sulla terra, per distogliere gli eletti dal loro compito!? Il nostro compito. Il Vangelo dice: «Convincete coloro che sono vacillanti, altri salvateli strappandoli dal fuoco». Il fuoco dei roghi che in tutti i Paesi Bassi si stanno approntando per noi, fratelli, per chiuderci la bocca e impedire che si prepari il campo per l'Avvento di Cristo e della Nuova Gerusalemme! E noi dovremmo piegare la testa e attendere il boia!? La sua voce danza, è una musica prorompente, un tuono che comincia da lontano, rimbalza nello stomaco e si placa all'improvviso. I confratelli sono divisi, il carisma di Elia contro il fuoco di Enoch, gli animi si scaldano. Hofmann si alza in piedi, scuotendo la testa: - Il giorno del Signore è ormai prossimo. Questo è testimoniato da molti segni, primo fra tutti il potere dell'iniquità che ci perseguita cosí crudelmente in Germania e qui in Olanda. Ecco perché il nostro compito è quello di attendere e testimoniare. Attendere Cristo, sí fratelli, e quel potere che solo piegherà le nazioni e cancellerà il male in eterno. Fratello Jan, - si rivolge solo a Matthys adesso, - l'attesa non può che essere breve. Le tenebre stanno già diradandosi e la vera luce già risplende. Giovanni ci dice: «Non amate il mondo, né le cose del mondo!» E cosí Paolo. Dobbiamo guardarci dalla superbia in questo momento critico, essere umili e aspettare, fratello, aspettare e soffrire mantenendo salda la pace dentro di noi -. Uno sguardo sui nostri volti. - Sarà presto. Questo è certo. Matthys: occhi acuminati, sembra non respirare: - Ma l'ora è giunta! È adesso! Adesso Cristo ci sta chiamando a muoverci! Non domani, non l'anno prossimo, ora! Abbiamo parlato tanto del ritorno del Signore da non accorgerci che esso è già qui, sta succedendo, fratelli, e se non ci metteremo in marcia il Regno ci sfuggirà senza che noi ce ne accorgiamo, troppo presi dai nostri trattati di teologia! - Corre alla finestra, quando la spalanca sui sobborghi di Amsterdam, un brivido mi scorre lungo la schiena. - Cosa aspettiamo ad abbandonare Babilonia, questo bordello di mercanti, e a marciare là fuori!? Chiamiamo all'adunata il popolo degli eletti e combattiamo la battaglia armati della Parola del Signore! Hofmann arranca, sconvolto: - Queste idee finiranno con lo scatenare una guerra civile! E non è a questo che siamo stati,chiamati! Gli occhi di vetro di Matthys sono fissi, assassini, la risposta è pronta, il sibilo di un serpente: - Questo lo hai deciso tu. Le due fazioni esplodono, sono ormai nette e divise, volano insulti, e anche qualche sputo ben mirato. Cerco di mettere calma tra i nostri, senza accorgermi che lo sguardo compassionevole di Hofmann si è posato su di me, su quello che proprio non pensava di trovare dalla parte opposta. Forse cerca aiuto, chiede che io faccia ragionare Matthys, in nome del nostro sodalizio strasburghese. - Fratello, almeno tu, parla a questi folli. Non sanno quello che dicono. Ho soltanto poche parole di commiato: - Lascia parlare la follia e la disperazione: questo è quello che abbiamo nel nostro sacco. Lo spengo del tutto. Resta lí, rabbuiato nella crepa che lo ha inghiottito. Sa che il fuoco di Enoch incendierà la pianura. Capitolo 21 Leida, 20 settembre 1533 - Ecco, la strada che cercate è la prima sulla destra. Da qui non potete sbagliare. Il ragazzino che ci ha accompagnato si ferma in attesa di qualche spicciolo e indica una viuzza in fondo all'isolato. Sembra quasi paralizzato. Un sussurro a occhi bassi: - La mamma lavora lí, non vuole vedermi da queste parti. Apre la mano per accogliere le monete. Jan Matthys non si scompone: - La tua ricompensa è grande nel cielo, - sentenzia con solennità. - Ma intanto, - aggiungo cacciando un fiorino dalla borsa, - un misero anticipo terreno non potrà farti male. Il biondino schizza via regalandoci il lampo di un sorriso sdentato, mentre Jan Matthys cerca di guardarmi con disappunto, senza riuscire a trattenere una risata: - Fin da piccoli bisogna abituarli all'urgenza del Regno, non credi? Forse è proprio la mamma della nostra piccola guida a darci il benvenuto nel vicolo. Bionda come lui, gli occhi chiari marcati di nero, appoggia le tette sul davanzale sbrecciato di una finestra al secondo piano. Le teste non fanno in tempo a voltarsi per osservarla, che sentiamo dietro di noi lo schioccare acuto di una decina di baci affidati al vento. Come nella galleria di ritratti di una qualche nobile famiglia, i busti generosi delle prostitute di Leida ci affiancano a destra e a sinistra, appesi a diverse altezze sui muri a graticcio delle case. Benché distratti da una simile accoglienza, non impieghiamo molto tempo a individuare il portone verde che stiamo cercando. È l'ultimo edificio del vicolo, all'angolo con un ponticello senza ballatoio che si inarca a scavalcare uno dei tanti canali sul Reno. Matthys, alto e allampanato, è raggiante. Sulle scale che ci conducono al primo piano, mi batte la mano sulla spalla e annuisce col capo: - Tra le puttane e i magnaccia, Gert! - E tra gli ubriachi di un'osteria, - aggiungo con un sorriso alludendo al reclutamento di Gert dal Pozzo. A farci gli onori di casa questa volta è una ragazza completamente vestita, per quanto non proprio come una dama che si rechi al mercato. - Cercate Jan Bockelson, Jan di Leida, non è vero? In questo momento non può... - Falli entrare! - la interrompe un grido dal fondo del corridoio. - Non vedi che sono profeti? Venite, avanti, avanti! La voce è bassa e corposa, di quelle che partono dall'addome e rimbombano in gola. Decisamente non si addice alla scena che ci troviamo di fronte una volta spalancata la porta da cui l'abbiamo udita uscire. Il nostro uomo è sdraiato su un divanetto corto, con una mano avvinghiata a una coperta e l'altra ai coglioni. È nudo dalla cintola in su, tutto spalmato d'olio sul petto. Una donna, anche lei mezza nuda, ha in mano un rasoio e lo sta depilando. - Dovete scusarmi, cari amici, - dice con quella voce che sembra quasi una presa in giro. - Non volevo farvi attendere troppo. La nostra anticamera è sempre un po' malfrequentata. Ci presentiamo. Matthys lo guarda un attimo, poi gira gli occhi intorno: - È il tuo lavoro? - Sono miei tutti i lavori che non fanno sudare la fronte, - è la risposta immediata, quasi la battuta di un attore sul palco. - Nego con la piú assoluta fermezza il peccato di Adamo e di conseguenza non accetto le maledizioni da esso derivate. Facevo il sarto, ma ho smesso in fretta. Adesso impersono sulle piazze i grandi protagonisti della Bibbia. - Ah, ecco: sei un attore! - Attore non è il termine giusto, amico mio: io non recito, io impersono. Afferra una spugna da un catino e si ripulisce dal sapone. Balza in piedi, strattonandosi decisamente in mezzo alle gambe. Il volto è una maschera di dolorosa rassegnazione, gli occhi puntati nei miei: - «Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte, e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo i suoi statuti, i suoi comandi e i suoi precetti». La ragazza applaude entusiasta, stringendo il seno tra le braccia. - Bravo, Jan! - Guardando me: - Non è bravissimo? Il re Davide fa un profondo inchino. Dal corridoio giungono strani rumori: tonfi, urla, grida soffocate. Il nostro Jan sulle prime sembra non farci caso, intento alla sua igiene personale. Poi c'è qualcosa che lo fa scattare, forse un «Aiuto» piú acuto degli altri o soltanto piú convincente. Afferra un rasoio e vola fuori. Il tuono della sua voce riempie la casa. Matthys e io ci guardiamo, incerti se intervenire. Passa un attimo e Jan di Leida ricompare sulla soglia. Respira a fondo, dà una sistemata al cavallo delle brache e affonda il rasoio in un catino smaltato. L'acqua si tinge di rosso. - Che ne dite? - dice senza voltarsi. - Avete mai sentito parlare di un lenone gentile, rispettoso del prossimo e di buone maniere? I magnaccia sono gente crudele, brutale. Io invece vorrei diventare il primo pappone santo della storia. Sí, amici, sono un magnaccia che sogna di sedere alla destra di Dio. Eppure ogni tanto il sogno si interrompe e il magnaccia si sveglia... - Non si tratta di sogno o di veglia -. La voce dell'altro Jan non è quella di un attore, è quella di Enoch. - Papponi, prostitute, ladri e assassini: ecco i santi degli ultimi giorni! Jan di Leida porta una mano sulle labbra e poi sui coglioni: - Uh! Non parlarmi della fine del mondo, amico. Ho conosciuto un sacco di profeti qui dentro e sono tutti iettatori. - Lo credo bene, - rispondo di getto, - attendere immobili l'Apocalisse porta rogna. La Rivelazione giunge soltanto dal basso. Da noi. Si volta con un ghigno. Difficile capire se è ironico o illuminato. - Capisco, - gli angoli della bocca continuano ad alzarsi gonfiando gli zigomi duri. - Si tratta né piú né meno che di fare l'Apocalisse! L'enfasi con cui riesce a pronunciare la parola fare colpisce davvero. Con la vecchia passione per il greco e per l'etimologia mi sforzo di trovare un nuovo nome all'impresa finale. Apocalisse, come apoteosi, contiene il prefisso di ciò che sta in alto. Ipocalisse sarebbe un nome molto piú adatto: c'è soltanto da cambiare una vocale. Osservo Jan Bockelson con la mano poggiata tra le cosce, una donna seminuda sdraiata sul divano, un rasoio insanguinato a mollo nell'acqua: i miei ragionamenti non varcheranno la soglia del cervello. Le parole del fornaio di Haarlem sapranno essere molto piú convincenti. Jan Matthys si liscia la barba nera e appuntita. Il Santo pappone sembra piacergli, anche se non ha le idee abbastanza chiare. Del resto i battisti di Amsterdam che ci hanno suggerito di incontrarlo non ci hanno parlato della sua lucidità o della sua fede, bensí dell'odio viscerale verso papisti e luterani, del fascino di attore e dei modi un po' rozzi. Matthys stringe le labbra tra le dita e decide di venire al sodo: - Stammi a sentire, fratello Jan, ecco l'idea: dodici apostoli percorreranno queste terre in lungo e in largo. Battezzeranno gli adulti, inviteranno a spianare le vie del Signore, predicheranno in suo nome. Soprattutto annuseranno l'aria di ogni città per valutare in quale sia possibile raccogliere il popolo eletto -. Si volta verso di me con un cenno del capo. - Stiamo cercando uomini capaci di fare tutto questo. L'altro Jan fa segno alla sua avvenente compagna di lasciare la stanza. Gli occhi si fanno attenti mentre sprofonda a sedere sul divano accomodandosi i calzoni. - Perché tutti in una città, amico Jan? Non sarebbe piú utile coinvolgere un territorio che sia il piú vasto possibile? La forza di un'idea si misura anche dalla sua capacità di coinvolgere le genti piú lontane. Matthys ha già risposto piú volte a questa obiezione. Socchiude gli occhi e parla lentamente: - Ascolta, soltanto quando governeremo una città e vi aboliremo l'uso del denaro, il possesso privato dei beni e le differenze di censo, allora la luce della nostra fede sarà cosí potente da illuminare tutte le genti. Sarà l'esempio! Se invece, fin da subito, ci preoccuperemo soltanto di diffondere il piú possibile le nostre idee, finiremo con l'attenuare l'effetto dirompente che da esse ci attendiamo e ci moriranno tra le dita come fiori senza radici. Jan di Leida batte le mani scuotendo la testa: - Siate benedetti, amici miei! Era da tempo che questo attore di strada aspettava una pazzia simile per dare finalmente vita ai suoi personaggi preferiti: Davide, Salomone, Sansone. Per dio, questa vostra Apocalisse è lo spettacolo che ho sempre sognato. Accetto la parte, se è questo che cercate: da oggi avete un apostolo in piú! Capitolo 22 Anversa, 20 maggio 1538 - Un puttaniere?! Il re di Münster un magnaccia?! - Eloi per un attimo perde l'accondiscendenza a cui mi ha abituato. Per la prima volta sembra non riuscire a credermi. Lo rassicuro: - Se la leggenda lo ha dipinto come un re terribile e sanguinario, sappi che ciò corrisponde al vero, ma né prima né dopo il nostro ingresso a Münster, Jan Bockelson di Leida fu mai niente di diverso da ciò che era sempre stato: un attore, un saltimbanco, un magnaccia. E naturalmente un profeta. Questo rende ancora piú grottesco l'epilogo della nostra vicenda, poiché l'attore dimenticò di recitare e confuse il canovaccio con la vita vera. La farsa diventò tragedia. Eloi è a disagio, ridacchia per superare lo stupore. - L'epopea anabattista e le leggende dei nemici hanno fatto di noi dei mostri d'astuzia e perversione. Be', in realtà questi erano i cavalieri dell'Apocalisse: un fornaio profeta, un poeta pappone e un reietto senza nome, in fuga da sempre. Il quarto fu un invasato puro, Pieter de Houtzager, uno che aveva cercato di farsi frate ma era stato respinto per la violenza delle sue parole: investiva la gente per la strada, le visioni che evocava erano fitte di sangue e sterminio, unica giustizia del Signore. Poi la famiglia Boekbinder forní alla banda di Matthys un altro congiunto, il giovane Bartholomeus, che ufficialmente risultava essere mio cugino e che si uní a noi nell'autunno del '33, insieme ai due fratelli Kuyper: Wilhelm e Dietrich. Convincemmo anche un uomo pacato e pio come Obbe Philips e ad Amsterdam Houtzager battezzò un altro adepto, Jacob Van Campen. E cosí i discepoli del grande Matthys raggiunsero il considerevole numero di otto. Reynier Van der Hulst e i tre fratelli Brundt, ragazzi che ancora puzzavano di latte, ma con delle mani come badili, agganciarono la brigata dalle parti di Delft, negli ultimi giorni di novembre del '33. Quasi senza accorgercene eravamo diventati dodici. Fu un segno piú che sufficiente per il nostro profeta. Gli si poteva leggere nello sguardo che stava progettando qualcosa. Del resto intorno a noi il mondo sembrava davvero sul punto di esplodere, le nostre parole non mancavano mai l'effetto voluto. Non eravamo che una banda di spostati, attori, folli, gente che aveva lasciato lavoro, casa, famiglia per darsi alla predicazione in nome di Cristo. Scelte compiute per i motivi piú diversi, dal senso di giustizia all'insofferenza per la vita a cui si era condannati, ma che portavano alla stessa conclusione, a un atto di volontà che coinvolgesse quanta piú gente possibile, che dimostrasse agli uomini come il mondo non sarebbe potuto durare cosí all'infinito e molto presto sarebbe stato messo a rovescio da Dio in persona. O da chi per Lui, vale a dire noi. Ecco perché eravamo quelli che potevano davvero far saltare tutto. - Ubbidivate agli ordini di Matthys? - Seguivamo le sue intuizioni. Eravamo in perfetta sintonia e in piú il nostro profeta era tutt'altro che stupido: sapeva valutare gli uomini. Aveva in grande considerazione il mio parere, si consultava spesso con me, mentre preferiva usare Jan di Leida come ariete: l'attitudine teatrale di Jan tornava utile. E anche la sua bellezza non guastava: era giovanissimo, ma appariva già un uomo maturo, atletico, biondo, un sorriso allucinato, che faceva breccia nel cuore delle ragazze, Matthys aveva preso a spedirlo in giro oltre confine, nei territori imperiali, a saggiare il terreno, mentre Houtzager continuava ad agire nei sobborghi di Amsterdam. Sul finire del '33 Matthys ci divise in coppie, proprio come agli apostoli, e ci diede l'incarico di annunciare al mondo a nome suo che il Giorno del Giudizio era imminente, che il Signore avrebbe fatto strage di tutti gli empi e che soltanto pochi si sarebbero salvati. Saremmo stati i suoi alfieri, i messaggeri dell'unico vero profeta. Ebbe parole dure, anche se non ingrate, per il vecchio Hofmann, imprigionato a Strasburgo. Questi aveva previsto il Giudizio per il '33: l'anno stava finendo e ancora niente era accaduto. L'autorità di Hofmann era destituita di fatto. Non parlò di armi. Non saprei dire se ne parlò mai. Non disse nulla riguardo al coinvolgimento degli apostoli nella battaglia del Signore e non so se già allora meditasse questa soluzione. Per quanto vedevo eravamo tutti disarmati. Tutti eccetto me. Avevo ridotto la vecchia spada ritrovata nella stalla dei Boekbinder, ricavandone una daga corta, un'arma piú agile e famigliare, che potevo tenere nascosta sotto il mantello e che mi faceva viaggiare piú tranquillo. Feci coppia con Jan di Leida, per volere dello stesso Matthys: la mia determinazione e la sua presa sulle platee, una combinata perfetta. Non mi dispiacque affatto, Bockelson era un tipo con cui non mi sarei mai annoiato, imprevedibile e folle al punto giusto. Ero certo che avremmo fatto grandi cose. Fu allora che per la prima volta sentii parlare di Münster, la città in cui i battisti facevano udire forte la loro voce. Jan di Leida era passato di là poche settimane prima e ne aveva riportato un'ottima impressione. Il predicatore locale, Bernhard Rothmann, aveva stretto amicizia con alcuni missionari battisti seguaci di Hofmann e riscuoteva grande successo presso la cittadinanza, tenendo testa a papisti e luterani insieme. Münster fu inclusa nell'itinerario che avremmo compiuto. - Foste tu e Bockelson i primi ad arrivare? - No, per la verità no. Una settimana prima di noi erano arrivati Bartholomeus Boekbinder e Wilhelm Kuyper. Erano ripartiti, non prima di aver ribattezzato piú di mille persone. L'entusiasmo in città era alle stelle e al nostro arrivo ne avemmo subito un saggio impressionante. L'occhio di Carafa (1532-1534) Lettera inviata a Roma dalla città di Strasburgo, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 20 giugno 1532. All'onorandissimo signore mio Giovanni Pietro Carafa, in Roma. Signore mio munificentissimo, la notizia della stipula della molto auspicata alleanza tra Francesco I e la Lega di Smalcalda mi riempie di speranza. I principi protestanti e il cattolico re di Francia uniscono le loro forze per arginare il potere dell'Imperatore. Non v'è dubbio che la guerra riprenderà presto, soprattutto se le voci che mi sono giunte attraverso canali assai riservati a proposito di una trattativa segreta tra Francesco e il turco Solimano troveranno conferma nei prossimi mesi. Ma la S.V. è sicuramente piú erudita di questo suo umile servitore, che scruta di traverso, da quest'angolo di mondo in cui la generosità Vostra ha concesso che svolgesse il suo piccolo compito. Eppure, come osserva giustamente il mio signore, i tempi ci impongono una vigilanza costante e solerte, onde non essere travolti, aggiungo io, da un incendio che cova sotto la cenere e si prepara a deflagrare con irruenza inaudita. Mi riferisco ancora alla peste anabattista, che tante vittime continua a mietere nei Paesi Bassi e nelle città di confine. Dall'Olanda giungono mercanti che raccontano di come vi siano già fitte comunità di Anabattisti a Emden, Groninga, Leeuwarden e finanche ad Amsterdam. Il movimento ingrossa le sue fila ogni giorno e si estende come una macchia d'inchiostro sulla mappa d'Europa. E questo proprio quando il Cristianissimo re di Francia sta per riuscire nel suo intento di raccogliere in una salvifica, per quanto bizzarra, alleanza tutte le forze avverse a Carlo e al suo sconfinato potere. Come la Signoria Vostra sa bene, la provincia imperiale dei Paesi Bassi non è un principato, ma una federazione di città, legate l'una all'altra da intensi traffici commerciali. Esse si considerano libere e indipendenti, tanto da saper fronteggiare l'Imperatore Carlo con caparbietà e coraggio. Carlo V è lassú il rappresentante della cattolicità e non è difficile leggere nell'avversione di quelle popolazioni per la Chiesa di Roma l'odio antico che nutrono per le mire dell'Imperatore. In questo momento quest'ultimo è impegnato a organizzare la resistenza contro i Turchi e ad arginare le manovre diplomatiche del re di Francia. Non può quindi prestare molta attenzione ai Paesi Bassi. A questo si aggiunga lo stato penoso in cui versa la Chiesa in quelle terre: Simonia e Lucro comandano incontrastate su conventi e vescovadi, suscitando lo scontento e l'ira della popolazione e spingendola ad abbandonare la Chiesa o a cercarne un'altra nelle promesse di questi predicatori erranti. E cosí l'eresia, approfittando dello scontento generale, riesce a trovare nuovi canali di diffusione. Il giudizio del servo della Signoria Vostra è che il pericolo rappresentato dagli Anabattisti sia piú consistente di quanto a prima vista appaia: se essi riuscissero a guadagnare la simpatia delle campagne e delle città commerciali d'Olanda, le loro idee eretiche non avrebbero piú contenimento e viaggerebbero sulle navi olandesi alla volta di chissà quali e quanti porti, finanche a minacciare la stabilità conquistata da Lutero e dai suoi nell'Europa del nord. E poiché la S.V. lusinga questo Suo servo con la richiesta d'un parere, mi sia consentito dire in tutta franchezza che, al confronto della diffusione dell'anabattismo, l'avvento della fede luterana è di gran lunga piú auspicabile. I luterani sono gente con cui è possibile stringere alleanze favorevoli alla Santa Sede, come dimostra l'alleanza tra il re di Francia e i principi tedeschi. Gli Anabattisti al contrario sono eretici indomabili, refrattari a ogni compromesso, spregiatori d'ogni regola, sacramento e autorità. Ma non oso aggiungere altro, lasciando alla saggezza del mio signore ogni valutazione, impaziente di tornare a servire la S.V. con questi umili occhi e il briciolo d'acume che Iddio ha voluto concedermi. Sinceramente mi raccomando alla bontà di V.S., di Strasburgo, il giorno 20 del giugno 1532 Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. Lettera inviata dalla città di Strasburgo, indirizzata a Gianpietro Carafa in Roma, datata 15 novembre 1533. All'onorandissimo signore mio Giovanni Pietro Carafa. Signore mio illustrissimo, scrivo alla S.V., dopo un lungo silenzio, nella speranza che l'attenzione e la cura dimostrata nei confronti di questo fedele servitore trovino ancora ragion d'essere e conferma presso di Voi. I fatti di cui tengo mettere al corrente la S.V. sono appunto a mio giudizio utili, e fors'anche necessari, a leggere nelle pieghe delle vicende delle terre settentrionali, che, come non ho mancato di riferire, vanno complicandosi ogni giorno di piú. Il teatro dei fatti di cui con tanta premura mi accingo a dar notizia è il principato vescovile che fa capo alla città di Münster, al confine tra il territorio dell'Impero e quello olandese, oggi affidato alla guida sapiente di Sua Eminenza il vescovo Franz von Waldeck. Costui sembra essere uomo risoluto e devotissimo alla Santa Sede, ma anche prudente e attento a non perdere il potere che tanto il Papa quanto l'Imperatore hanno rimesso nelle sue mani. La sua ascesa a principe vescovo è maturata in un clima acceso di diatribe e conflitti con quella parte della popolazione che professa fede luterana, per lo piú mercanti, esponenti delle gilde che controllano il Consiglio cittadino e che egli ha saputo affrontare con determinazione. Tutto questo non meriterebbe un solo istante dell'attenzione di V.S. se non fosse che i recenti avvenimenti in quella città sono oggi argomento di discussione per tutti, al punto che perfino il langravio d'Assia Filippo si è visto costretto a inviare dei pacieri per arginare il subbuglio che regna colà. Devo confessare che già da qualche tempo un nome che non mi era del tutto estraneo era giunto a queste orecchie, risalendo a ritroso il corso del Reno, portando fin qua l'eco di prediche ardite. Fin quando proprio ieri ho raccolto la testimonianza di un commerciante di pellami giunto da Münster e residente lassú. Quest'uomo di mercato mi ha parlato di un novello Isaia, osannato dal popolino, con molti seguaci nei vicoli e nelle osterie, consapevole dell'ascendente che esercita sui suoi concittadini e in grado di aizzarli contro il vescovo von Waldeck. Solo allora, quando ne ho avuto una descrizione fisica da un testimone diretto, ho associato il nome al volto dell'uomo dalla cui fama ero stato raggiunto. Bernhard Rothmann si chiama, e mi sono ricordato di averlo adocchiato proprio qui a Strasburgo, circa due anni fa, quando le sue simpatie luterane lo avevano spinto a visitare i piú importanti teologi protestanti. A quel tempo non lo avevo ritenuto persona pericolosa, almeno non piú degli altri suoi compari fuoriusciti dalla Santa Chiesa romana, ma oggi sento nuovamente parlare di lui e a gran voce. Si tratta di un predicatore münsterita, di circa quarant'anni, figlio d'un artigiano, ma che, dicono, fin dall'infanzia ha dato segni di grande intelligenza e capacità e per questo è stato avviato alla vita ecclesiastica e successivamente mandato a studiare a Colonia dai canonici che lo avevano in cura. Durante quel viaggio passò da qui, ma anche da Wittenberg, dove incontrò Martin Lutero e Filippo Melantone. A quanto pare al suo ritorno nella città natale è diventato predicatore ufficiale, dando inizio a un durissimo attacco contro la Chiesa. Le gilde dei mercanti lo hanno subito appoggiato, vedendo in lui un ottimo ariete da scagliare contro i portali del vescovado. Costui in poco tempo ha conquistato il favore del popolino e si è acceso di ambizione. All'arroganza sembra unire anche l'eccentricità blasfema di chi pretende di amministrare il culto come meglio crede: il mio mercante mi ha descritto il modo bizzarro in cui costui somministra la santa comunione, intingendo piccoli pani nel vino e servendoli ai fedeli. Inoltre da un po' di tempo ha preso a negare il battesimo agli infanti. Questo particolare ha destato in me un vivo sospetto, e mi ha spinto a chiedere di piú. E infatti, interrogando il mercante e convincendolo a darmi ogni informazione utile, sono venuto a sapere di come questo falso Isaia abbia simpatie anabattiste. Ho scoperto che all'inizio dell'anno sono giunti a Münster alcuni predicatori anabattisti, provenienti dall'Olanda, di cui ho minuziosamente annotato i nomi, almeno quelli che la buona memoria del mercante ha trattenuto. Costoro hanno eccitato il predicatore al punto di convertirlo alla loro falsa dottrina e di rinvigorirne l'acrimonia nei confronti del vescovo. Sembra anche che Lutero già da alcuni mesi tenga d'occhio questo personaggio, evidentemente impressionato dal rumore che riesce a suscitare, e si dice che in diverse lettere spedite al Consiglio cittadino di Münster abbia tentato di mettere in guardia i protestanti da un uomo di tal fatta. Ma ben si sa che il monaco Martino ha una paura maledetta di chiunque possa competere con lui in popolarità e oratoria, minacciando il suo primato. Ciò che però ha ravvivato ulteriormente la mia attenzione riguardo a quella città, è stato avere notizia del fatto che il langravio Filippo si è sentito in dovere di inviare a Münster due predicatori che riconducessero questo Rothmann entro gli argini della dottrina luterana. Quando ho chiesto al mio provvidenziale mercante perché il langravio Filippo si fosse scomodato tanto per un piccolo predicatore, che per giunta non risiede nemmeno entro i confini del suo principato, egli ha risposto fornendomi un resoconto quanto mai dettagliato degli ultimi eventi verificatisi in Münster. Ebbene, come la S.V. avrà modo di leggere, tali avvenimenti confermano i peggiori sospetti che quest'umile osservatore ha espresso nelle missive precedenti, ben magra consolazione nella sventura. Nel momento in cui questo Rothmann ha abbracciato la dottrina che nega il battesimo degli infanti, molti del partito degli amici di Lutero lo hanno abbandonato, scendendo in campo contro colui che prima osannavano. Ma per quanti l'hanno abbandonato altrettanti devono aver preso a seguirlo, se quello che mi è stato detto, come credo, corrisponde a verità. La città si è trovata dunque divisa in tre fedi, tre partiti egualmente distanti tra loro: i cattolici romani fedeli al vescovo, i luterani, per lo piú mercanti, che controllano il Consiglio cittadino, e gli Anabattisti, artigiani e lavoratori meccanici seguaci di Rothmann e dei suoi predicatori venuti dall'Olanda. Nemmeno il fatto che questi ultimi fossero degli stranieri ha potuto separare il volgo dal suo predicatore, anzi, quando il Consiglio ha cercato di espellerli dalla città, essi sono stati fatti rientrare nottetempo e al loro posto il popolo ha scacciato i predicatori locali! Chi è quest'uomo, mio signore? Quale incredibile potere esercita sulla plebe? Il ricordo corre da solo a quel Thomas Müntzer che anni orsono anche la S.V. ha avuto modo di conoscere attraverso questi umili occhi. Ma è meglio terminare la cronaca, che sembrerebbe frutto di fantasia, se non fossi ben certo della saviezza di chi me l'ha fornita. Or dunque, davanti a una tale situazione, si è pensato bene di tenere una pubblica disputa tra le tre confessioni sulla questione del battesimo, in modo che le cose non degenerassero in guerra aperta. Si era nell'agosto di quest'anno, quando le migliori menti si sono date battaglia nell'arena dottrinale. Ebbene, mio signore, Bernhard Rothmann e i suoi olandesi hanno riportato una vittoria schiacciante, trascinando la cittadinanza dalla loro parte. Piú volte la S.V. ha ricordato a questo Suo servo come i luterani, eretici estranei alla grazia di Dio, si siano rivelati utili alleati, per quanto indesiderabili, contro minacce peggiori per la Santa Sede. Münster ha dato ancora prova di questo, producendo un'alleanza tra luterani e cattolici contro il seduttore Rothmann. I borgomastri della città gli hanno ordinato il silenzio e in breve tempo anche l'esilio. Ma questi, forte dell'appoggio del popolino, ha spregiato le ordinanze continuando a sobillare e diffondere le sue pericolose dottrine. La città è parsa sul punto di scoppiare, tanto il sangue ribolliva nelle vene degli uni e degli altri. Ed ecco spiegato perché il langravio Filippo si è precipitato a inviare i suoi pacieri. Uomini dotti e diplomatici i due luterani, tali Theodor Fabricius e Johannes Lening, che hanno cercato di distogliere l'attenzione di tutti dalla questione del battesimo. Ma a detta di chi mi ha riferito i fatti, essi hanno ottenuto soltanto una tregua armata, in cui una sola scintilla basterebbe a incendiare tutta la città. Il mio mercante non ha avuto dubbi. Nel caso si arrivasse a una prova di forza, Rothmann e gli Anabattisti avrebbero la meglio in un baleno. A ciò si aggiungano due eventi di non secondaria importanza. Il capo delle gilde, tale Knipperdolling, spalleggia a fronte alta il predicatore, portando con sé gli artigiani cittadini. Non da ultimo, sembra che il diffondersi della fama di Rothmann stia facendo affluire in Münster molti esuli olandesi, Sacramentisti e Anabattisti, accorciando ogni ora che passa la miccia della polveriera. Ed ecco che vengo a esporre alla S.V. i miei timori riguardo alla gravità della situazione. In ogni luogo gli Anabattisti hanno dato prova di tenacia e perfido potere seduttivo, tanto Satana può sui mortali. Essi diffondono la loro peste in lungo e in largo nei Paesi Bassi ed entro i confini dell'Impero. Se adesso sono pochi e assai dispersi tra le regioni del Nord, essi hanno tuttavia mostrato quale fascinazione le loro dottrine esercitano, specialmente presso il volgo ignorante e già per sua natura sedizioso. Ebbene, cosa succederebbe se si unissero? Cosa accadrebbe se cominciassero a riscuotere un sempre piú largo successo con questo loro strisciare nei vicoli, nelle botteghe, lontani dal vaglio dell'autorità dottrinale? Cosa se nessuno, né un vescovo, né un principe quale è Filippo, né Lutero, sembrano in grado di arrestarli in questo loro avanzare sotterraneo, ma anzi li temono come la peste che si cerca di tenere lontana dai propri confini, ignari che essa avanza invisibile e può facilmente valicarli? Ogni risposta l'abbiamo davanti agli occhi. Il primo esiziale caso si sta già verificando ed è quello di Münster, dove un solo uomo tiene in scacco un'intera città. Il langravio Filippo e Martin Lutero, pur fiutando il pericolo grave che questi Anabattisti rappresentano, non sanno affatto come fermarli, pensano davvero di poter riuscire a contenerne l'impeto perverso e a mantenerli nell'isolamento. Temo, mio signore, che sia un'illusione e che si accorgeranno dell'errore soltanto quando se li troveranno davanti alla porta di casa. Orbene, quel che io penso è che, come la S.V. ha voluto cosí magnanimamente insegnarmi, le minacce vadano sventate in tempo e annientate, prima che possano realizzarsi. Per questo non ho mai trascurato di riferire alla S.V. ogni cosa che potesse essere anche minimamente utile a valutare i rischi che nascono in questa parte di mondo. Nel caso in questione i fatti stanno già verificandosi, ma forse non è troppo tardi: occorre fermare questo morbo, e fermarlo sul nascere, prima che possa trovare diffusione in tutta Europa e contaminare l'Impero, come già sta accadendo, magari senza fermarsi nemmeno davanti alle Alpi, scendendo in Italia e chissà fino a dove. Prima che ciò accada, occorre agire. Attendo dunque con impazienza la Vostra direttiva, se ancora vorrete gratificare un servo di Dio concedendogli di servire la Sua causa in quest'ora difficile. Bacio le mani della S.V., in attesa di una parola. Di Strasburgo, il giorno 15 novembre dell'anno 1533, Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. Lettera inviata a Roma dalla città di Strasburgo, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 10 gennaio 1534. All'onorandissimo e reverendissimo signore mio Giovanni Pietro Carafa. Signore illustrissimo, è giunta oggi la missiva di V.S. che attendevo quanto prima. Inutile infatti nasconderci che il tempo è fattore essenziale in questo grave frangente e il nulla osta della S.V. non è per me motivo di minore preoccupazione e premura, poiché ciò che occorrerà tentare avrà bisogno di tutta la protezione provvidenziale dell'Altissimo per andare a buon segno. Permettete dunque che esponga alla Signoria Vostra ciò che credo sia necessario intraprendere a breve contro la pestilenza anabattista. Innanzi tutto, mio signore, lo stato dei fatti: l'anabattismo si diffonde sotterraneamente; non ha un unico capo, che sia possibile spiccare dal collo per non pensarci piú; non ha un esercito da sconfiggere in battaglia; non ha confini veri e propri, si sparge ora di qua ora di là, come fa il morbo nero quando saltando da una regione all'altra miete le sue vittime senza distinzione di idioma o stato, sfruttando il veicolo degli umori corporei, del fiato, del lembo d'una veste; degli Anabattisti sappiamo che prediligono i ceti meccanici, ma si può ben dire che costoro si trovano dovunque e quindi non v'è confine che possa essere sicuro; né milizia, né esercito infatti riesce a bloccare l'avanzata di questa invisibile armata. Dunque come riuscire ad arrestare il pericolo che minaccia la cristianità tutta? Quante volte, signore mio munificentissimo, mi son posto questa domanda nelle ultime settimane... Tanto mi sono arrovellato la mente, arrivando quasi alla convinzione che in questo frangente il servo della S.V. non avrebbe potuto essere di alcun aiuto al suo signore. Dio voglia che mi sbagliassi e che ciò che mi accingo a proporre trovi buona accoglienza presso di Voi. Ebbene io credo che la soluzione ci venga suggerita dai medesimi untori; gli Anabattisti stessi ci indicano il modo di colpirli con efficacia. Se infatti il mio signore tornerà indietro con la memoria alle faccende che dovette sbrogliare dieci anni orsono, all'epoca della Guerra Contadina, avvalendosi di questo modesto servo, ricorderà che per circuire il fanatico Thomas Müntzer fu utile entrare in famigliarità con lui, fingere di stare dalla sua parte, perché potesse piú facilmente ostacolare Lutero, prima, come era nella sua natura, e sprofondare all'inferno, poi, quando ormai rischiava di mettere il mondo a rovescio nonché di aiutare senza volerlo l'Imperatore contro i principi tedeschi. Per quanto sia convinto che la memoria di quei momenti nella S.V. sia assai vivida, permettete a questo servo di ricordare che Thomas Müntzer era sí uomo perfido, guidato da Satana, ma anche intelligente e scaltro, dotato di ascendente sul volgo e capacità oratoria. I nostri Anabattisti che altro sono se non tanti Müntzer, solo di dimensioni minori? Anche tra di loro sembrano esserci personalità piú forti, guide spirituali, com'è il caso di questo Bernhard Rothmann, ma anche di altri, i cui nomi forse non direbbero nulla alla S.V., ma che corrono in lungo e in largo per queste terre: quelli di Melchior Hofmann e Jan Matthys primi fra tutti. Dunque il mio consiglio è che innanzi tutto sia necessario riuscire a sventare la loro apparente ubiquità. Occorre riuscire cioè a radunare tutti i loro capi, tutti i Müntzer, i coniatori, gli untori, in un unico luogo, tutte le mele marce in un solo paniere. Ma in questo osserviamo pure d'esser già favoriti, poiché come la S.V. ha potuto apprendere dalla mia precedente missiva, verso la città di Münster affluisce non soltanto l'attenzione di tutti gli Anabattisti, ma anche una folla di persone, famiglie intere, che con armi e masserizie vanno a trasferirsi là dall'Olanda e dall'Impero. Münster è diventata la Terra Promessa degli eretici piú impenitenti. Ebbene io credo che qualcuno potrebbe facilmente unirsi a tale flusso ed entrare in città. Costui dovrebbe poi acquisire confidenza con i capi della setta, fingere amicizia per riuscire a influenzarne l'agire senza mettersi troppo in luce, favorire l'affluenza di quanti piú Anabattisti è possibile. Una volta raccolte le mele marce, la prospettiva di poter spazzare via gli elementi piú pericolosi in un colpo solo basterà di per sé a far alleare il langravio Filippo e il vescovo von Waldeck, protestanti e cattolici, contro i piú pericolosi sobillatori. Or dunque, poiché l'attuazione di un tale piano investirà soltanto una singola persona, ovvero colui che si recherà sul posto, ritengo naturale che chi propone l'azione sia in questo caso anche colui che l'esegue. Ecco perché sono in partenza alla volta di Münster, con l'intenzione di prelevare una considerevole cifra presso la filiale dei Fugger di Colonia e portarla in dote agli ignari sposi anabattisti. Poiché mi accingo ad agire in clandestinità sarebbe importante che io potessi contare su una raccomandazione di Vostra Signoria presso il vescovo von Waldeck, e che questi fosse informato della mia presenza in Münster e del fatto che lo contatterò quanto prima per pianificare il da farsi. Una volta giunto a destinazione, mi affretterò a dare notizie piú dettagliate su ciò che accade lassú. Per ora non mi resta che rimettermi alla volontà di Dio e alla Sua protezione, sicuro che la S.V. vorrà menzionare quest'umile servo nelle Sue preghiere. Bacio le mani di Vostra Signoria, di Strasburgo il giorno 10 gennaio dell'anno 1534 Il fedele osservatore di Vostra Signoria Q. Il verbo si è fatto carne (1534) Capitolo 23 Nei dintorni di Münster, Westfalia, 13 gennaio 1534 Scatto in piedi per il rombo lontano, i cannoni nelle orecchie, occhi sbarrati, ancora uomini che fuggono nella piana. No. È soltanto il tuono che ci insegue da giorni lungo la strada. Un altro tempo, un altro sguardo. La paglia, puzzolente e calda: tepore animale di vacche e uomini che mi riporta qui. E subito freddo che strappa il sonno, appena scostato dal fiato del bove. Un occhio tondo ed enorme mi osserva: il ruminío quotidiano è già ripreso. Alla finestra, una luce stranissima, di ferro, sotto un cielo basso, carico di nubi e gelo che aspettano gli impavidi, sul cammino verso la città. Ecco il secondo, e ancora un brivido della memoria: le bestie inquiete sanno qualcosa di piú su quello che ci attende fuori. Ricaccio giú le immagini del passato. Il terzo tuono è un baluginío che spacca l'orizzonte. Si avvicina sommesso, con i passeri che gridano la fame e la frustrazione di non poter volare. Ci schiaccerà, nero incontrastato su tutto il cielo. E chissà che non sia proprio cosí la fine: il risucchio o il diluvio, invece che il terremoto di spingarde. Non credo che ce la farei di nuovo, una seconda volta. Comunque non è cosa da chiedersi all'alba, a stomaco vuoto da due giorni e con tutte queste miglia nelle gambe. Ecco il quarto, molto piú vicino. Ci è quasi addosso. Un botto che scuote la terra, e lo scroscio improvviso, che rimbalza sulle foglie, e piove giú dal tetto. Lo sguardo sulla strada, già un canale di fango, che scivola dietro la bassa collina: solo due pazzi viaggerebbero con questo tempo. Due come noi. Lo sento mugugnare nell'ombra della stalla, bestemmiare piano. L'orizzonte è del tutto chiuso: la città potrebbe anche non esistere piú. - Oh, Jan... non hai mai pensato che il giorno del giudizio potrebbe essere cosí? Vieni a vedere, il paesaggio è stravolto. Sembra incredibile che la terra e il cielo torneranno quelli di prima... Fruscio di fieno schiacciato, l'equilibrio ancora incerto: sbircia fuori, strizzando gli occhi. - Ma che cazzate dici... È soltanto l'inverno. *** - Eccola! Là sotto! Un profilo grigio, sfumato dal diluvio, si riesce appena a intravedere. - Sei sicuro? - È lei. - Come fai a saperlo? Abbiamo perso la strada. - È lei, ti dico. Ci sono già stato. Quasi ci mettiamo a correre, Spuntiamo sulla sponda della collina ed è lí, a solo un paio di miglia, ma le nuvole la risparmiano. Sulla città non piove: il cielo è squarciato sopra i campanili, e una colonna di luce scende a cingere le mura. Cosí, soltanto cosí ho sempre immaginato la città celeste... - Ti dico che lo ricorderanno questo giorno, fratello, lo ricorderanno come il principio. Ha gli occhi illuminati, l'acqua gli cola a rivoli dalla barba e dagli orli del cappuccio: - Certo. Ricorderanno il giorno in cui gli apostoli del grande Matthys giunsero a portare la speranza. Questo è l'inizio. Sento che sta per esplodere, zelante sbracato apostolo pappone sopraffatto dall'estasi di trovarsi qui. Ostenta un gesto cavalleresco per cedermi il passo, ma è sinceramente eccitato: - Benvenuto nella Nuova Gerusalemme, fratello Gert. Gli occhi ridono: - Benvenuto a te Jan di Leida, e attento a non rimanere indietro. Ci lanciamo giú per la collina, scivolando sull'erba fradicia, rialzandoci e ridendo come ubriachi. Capitolo 24 Münster, 13 gennaio 1534 Il nome latino, Monasterium, lascia pensare a un luogo di pace e lontananza dal mondo. Münster al contrario chiede d'essere ferrata col fuoco. Nove porte per accedere. Su ogni porta tre cannoni: pareti spesse, stretti i passaggi. Quattro torrioni bassi e massicci escono verso i punti cardinali a stringere in avamposto la città. Mura interamente percorribili da tre uomini affiancati la cingono tutta. L'acqua del fossato è il corso deviato del fiume Aa che taglia in due la città. Il fossato è doppio, acqua nera davanti alla prima cinta di mura e acqua nera dietro, scavalcata da piccoli ponti che accedono alla seconda cinta, piú bassa, marcata da torri tozze. Inespugnabile. *** - Fratelli e sorelle, i viandanti che aspettavamo sono giunti. Enoch ed Elia attraversano il mondo e arrivano a Münster per annunciare che l'ora è imminente, che i ricchi hanno i giorni contati, e il potere del vescovo sarà cancellato per sempre. Oggi sappiamo con certezza che ciò che ci attende è libertà e giustizia. Giustizia per noi, fratelli e sorelle, giustizia per chi viene tenuto in servitú, costretto a lavorare per un salario da fame, per chi ha fede e vede la casa del Signore imbrattata di immagini, e gli infanti venire lavati con l'acqua benedetta, come cani sotto una fontana. Ieri ho domandato a un pargolo di cinque anni chi fosse Gesú. Sapete cosa ha risposto? Una statua. Questo ha detto: una statua. Per la sua piccola mente Cristo non è altro che l'idolo davanti al quale i genitori lo costringono a dire le preghiere prima di dormire! Per i papisti questa è la fede! Prima imparare a venerare e ubbidire, poi capire e credere! Che razza di fede può essere questa, e che inutile supplizio per i bambini! Ma li vogliono battezzare, sí fratelli, perché temono che senza il battesimo lo Spirito Santo non discenda su di loro. In questo modo l'atto della fede diventa secondario: le coscienze vengono lavate con l'acqua benedetta prima che si possano compiere peccati. E cosí il loro battesimo copre le nefandezze piú innominabili: il trarre lucro dal lavoro del prossimo, l'accumulare i possessi, la proprietà delle terre che voi coltivate, dei telai che voi fate funzionare. I vecchi credenti non vogliono permettere a nessuno di scegliere quale vita condurre, vogliono che voi lavoriate per loro e siate contenti della fede che vi consegnano i dottori. La loro è una fede di condanna, è la fede spacciataci dall'Anticristo! Ma noi, fratelli, noi vogliamo Redenzione! Noi vogliamo libertà e giustizia per tutti! Noi vogliamo leggere liberamente la parola del Signore e liberamente scegliere chi deve parlarci dal pulpito e chi rappresentarci in Consiglio! Chi decideva infatti dei destini della città prima che lo scacciassimo a pedate? Il vescovo. E chi decide ora? I ricchi, i notabili borghigiani, illustri ammiratori di Lutero solo perché la sua dottrina consente loro di resistere al vescovo! E voi, fratelli e sorelle, voi che fate vivere questa città, non potete mettere parola nelle loro sentenze. Voi dovete soltanto ubbidire, come sbraita lo stesso Lutero dalla sua tana principesca. I vecchi credenti vengono a dirci che i buoni cristiani non possono occuparsi del mondo, che devono coltivare la loro fede in privato, seguitando a subire in silenzio i soprusi, perché tutti siamo peccatori condannati a espiare. Ma ecco qui i messaggeri di speranza, ecco chi viene ad annunciarci la fine del vecchio cielo e della vecchia terra, affinché noi ne pretendiamo altri. Questi due uomini hanno raccolto il nostro grido d'indignazione e sono venuti a portare testimonianza, come Enoch ed Elia, a dirci che non siamo soli, che il tempo è giunto. I potenti della terra saranno spodestati, i loro scranni cadranno, per mano del Signore. Cristo non viene a portare la pace, ma la spada. Le porte sono ora aperte per coloro che sapranno osare. Se penseranno di schiacciarci con un colpo di spada, con la spada pareremo quel colpo per restituirne cento! Bernhard Rothmann. Ho davanti il coraggio, la rabbia, i coglioni, la forza immensa di una fede che non incontravo da molto tempo. Magister, se fossi qui ora, se fosse finita diversamente, forse avresti la sensazione che non è andato tutto perduto, che qualcosa, strisciando e risalendo sotto la cenere, è sopravvissuto e concima una nuova terra. Cento, duecento? Ho disimparato a contare le folle, tu me lo avevi insegnato, l'ho dimenticato. Ho dimenticato la forza, Magister, e tu non puoi insegnarmi piú niente. Sono un altro, forse un figlio di puttana, disilluso e rabbioso, eppure per la prima volta, dopo tanti anni, nel posto giusto. Qui dovevamo arrivare, da nessun'altra parte, a questa verità: non c'è fede senza conflitto. Cosí è sempre stato e anche se della mia fede non m'importa piú niente, oggi torna a bruciare qualcosa che avevo perso nella piana di maggio. È la consapevolezza che mi avevi dato: non libereremo mai i nostri spiriti, senza liberare i nostri corpi. E se non ci riusciremo, di questi corpi non sapremo che farcene: sono tempi in cui la miseria e la forca non sono poi tanto diverse. E allora vale ancora la pena spezzare il giogo e accettare quanto il destino ci consegnerà alla fine. Combatteremo ancora. Di nuovo. O moriremo provandoci. Tocca a Jan di Leida adesso, pronto, deciso, una platea per lui. Lo sguardo scivola nel vuoto sopra le teste, non sbagliare Jan, è il tuo momento: posa d'attore, come al solito eccessiva, ridicola, vomita fuori parole assurde che acquistano senso poco alla volta nella mente, e trovano una sequenza particolare; colpiscono nel segno. Saranno i movimenti, i gesti, gli occhi strabuzzati e un istante dopo ammalianti, sarà la bellezza, la giovinezza, che ne so. So che funziona. - Jan cammina per queste vie, senza meta come un naufrago alla deriva, e cerca un segno, un indizio, che faccia capire se proprio qui troverà ciò che cerca -. Il tono sale rapido: - Stupido coglione, figlio d'una cagna di Leida! Il segno non è intorno a te, non è nei muri, nei mattoni, nella calce, nei ciottoli, no, non troverai ciò che vai cercando. Il segno è la ricerca stessa, il segno sei tu che arranchi nel fango delle strade. Siete voi. Noi che siamo in cerca: noi che siamo l'adesso, il già e non ancora. I vecchi sono fermi, sono già stati. Vecchi credenti già morti. Il mattone della Cattedrale non dice nulla. I vostri sguardi invece dicono che Dio è qui, Dio è qui adesso, il Suo Spirito è tra di noi, in questa giovinezza, in queste braccia, questi muscoli, gambe, seni, occhi. Qualcosa di immenso si prospetta sulla soglia della vita, sporca, maledetta, insulsa vita di merda che credevi una scoreggia silenziosa nel piano divino. E invece no! Dio farà di te un soldato. Ascoltalo: Egli ti chiama a un'impresa. Ascoltalo, ascoltalo dentro. Ecco, lo senti chiamarti all'appello per nome, per l'ultima battaglia. Jan, ascolta, maledetto verme! - Gli occhi si stringono improvvisamente, due fessure azzurre, volano rasenti alle teste, planano, poi si alzano di nuovo, in un sibilo: - Sí, tu, buffoneciarlatanoputtaniere, perché è di questo che stiamo parlando, che ti credi!? Pensavi di lottare per uno straccio di carta imbrattata delle tue libertà civiche!? All'inferno! Dio ti sta parlando di ben altro: non di Münster, no, non di queste case, queste pietre, queste strade, non di tutto questo com'è ora. Ma di quello che diventa. Di voi e di me nella Città, fratelli! Dio non chiede di combattere per un trattato, non per una pace equa: ma di combattere per la Nuova Gerusalemme. Cielo e terra nuovi! Un mondo, il nostro nuovo mondo al di qua dell'Oceano! - Panico e di nuovo stupore negli sguardi. - Questa è la promessa che bandisce i ciarlatani, gli indecisi, gli inetti, la feccia sorda alla chiamata. Che ci mollino ora e raggiungano il cimitero della vecchia fede. Noi edificheremo la piramide di fuoco, noi fonderemo la Nuova Gerusalemme. Da soli, ti chiedi? No Jan, figlio d'un cane! Adesso pensi che quelle mani sporche e callose che hanno sempre saputo costruire soltanto castelli di merda non riusciranno mai a impastare la malta celeste. Ti sbagli, buffonegiullarementecatto! La promessa è chiara: Io manderò a voi un profeta, che vi guiderà in battaglia e raccoglierà la vostra forza per sputarla in faccia ai miei nemici. Ascoltate! Spianate la strada al profeta, che oggi ha inviato due suoi emissari, Jan di Leida e Gert dal Pozzo, ad accendere la scintilla. Quando il profeta arriverà, non saremo piú soli e Münster sarà un grande fuoco, un'enorme gigantesca piramide di fuoco che si innalza contro il cielo, squarcia le nubi e costruisce la scala verso il regno. Io lo so, il nome gela già il sangue dei potenti, dei ricchi e degli empi, corrono a rintanarsi sotto le coperte di broccato, appena lo sentono risuonare tra le fila dei miserabili, pronunciano editti, spiccano taglie, stupidi giganti d'argilla, ignari che egli è ovunque, che i suoi apostoli hanno raggiunto le città, i villaggi, portando l'annuncio della fine del tempo. Jan Matthys è quel nome, fratelli! Egli è il vero Enoch, colui che giungerà al compimento del tempo per inaugurare la città celeste! Dopo di noi, Matthys il Grande! Ammutoliti, imbarazzati, zitti. L'ansia si è diffusa tra le fila mentre Jan parlava, un disagio straniante, che spinge la gente a guardarsi bene in faccia per riconoscersi, per sincerarsi d'essere sempre gli stessi. Borghigiani, operai, artigiani, madri, facce ruvide, mani forti. Giovani, tutti quanti, poiché la miseria non dà il tempo di invecchiare. Sono davvero venuto a dire che da qualche parte esiste ancora la speranza del riscatto e del regno? La bellezza matura di Rothmann, il loro predicatore, e i venticinque anni di Bockelson sussurrano alle loro orecchie che è possibile. Un uomo corpulento, pancia di birra e spalle possenti abbracciano Jan di Leida baciandolo sulla barba. La magrezza di Rothmann e la sua voce suadente alleate alla mole d'orso del rappresentante delle gilde artigiane di Münster: Berndt Knipperdolling, conciatore e sarto. Sale sul tavolo che ci sorregge con scricchiolii preoccupanti: - Il benvenuto agli apostoli del Grande Matthys da parte di tutta la comunità dei fratelli di Münster. Voi qui presenti racconterete questa giornata ai vostri nipoti, perché questo è l'inizio di tutto. Dio ha posato lo sguardo sulla nostra città di Münster e ha deciso: è da qui che tutto avrà principio. Noi abbiamo cominciato la lotta, noi la porteremo a termine. E state certi che non sarà facile: dovremo resistere al vescovo, dovremo strappare il potere dalle mani dei notabili, dovremo sudare e fors'anche versare il nostro sangue in quest'impresa. Ma il momento è giunto, non si potrà temporeggiare a lungo. Ecco perché dico: chi non se la sente, ci lasci ora e se ne vada all'inferno. Amen. Un solo clangore di pugni alzati, battere di mani e arnesi da lavoro che cozzano. *** - Il tuo nome viaggia sulle ali del vento: Bernhard Rothmann, il predicatore degli oppressi. Ride, suadente, sincero, con un modo di muovere le mani e il corpo che accattiva simpatia. Non saprei dire se sia un atteggiamento voluto o naturale, ma sono già stato informato delle voci che circolano a proposito dell'irresistibile ascendente di Rothmann sulle signore di Münster. Dicono che piú di un marito, vorrebbe vederlo penzolare da una forca, e non per questioni di fede. Pare che le mogli trovino proprio irresistibili i suoi sermoni e si trattengano a lungo, dopo le funzioni, per discuterli in privato con il predicatore. Del resto non è la presenza a mancargli, non dimostra affatto i suoi quarant'anni. - Il nome di Matthys ha fatto altrettanta strada, se non di piú. Lo attendiamo con ansia. - Arriverà presto. Per tutti noi è importante che vi incontriate. Annuisce, mentre mi offre da bere: - C'è moltissimo da fare. Hai visto, siamo saldi, ma ancora pochi. Le cose devono essere condotte a nostro favore giorno per giorno. - Mmh. Vi siete contati? Mi offre una sediaccia tarlata, unico mobilio della stanza in cui alloggia, oltre la branda di vimini. - È difficile vagliare le forze effettive su cui possiamo contare. La situazione è incerta. Il vescovo von Waldeck se l'è squagliata non appena le cose in città hanno cominciato a pendere dalla parte protestante e adesso se ne sta a poche miglia da qui a confabulare con i suoi feudatari. I cattolici stanno nascosti e se la fanno sotto in attesa che il porco rientri, possibilmente armato, e faccia piazza pulita di noi altri battisti e di tutti i luterani. - E perché non lo fa? - Perché sa che se lo facesse risveglierebbe lo spirito municipale di Münster e coalizzerebbe tutti contro se stesso. La città non vuole tornare a essere un suo possesso personale -. Un sorriso. - Qualcosa di buono l'abbiamo fatto, devono riconoscercelo. Von Waldeck è furbo, amico mio, molto furbo. Non bisogna commettere l'errore di sottovalutarlo o pensare che sia fuori dai giochi. Resta il nostro maggior nemico. Comincio a capire: - E dentro le mura? Si accende: - I luterani e i cattolici fanno comunella per osteggiare il nostro successo presso il popolo, gli operai e gli artigiani di Knipperdolling. Quasi tutti i grandi mercanti che votano per il Consiglio sono luterani, e hanno eletto borgomastri due dei loro: Judefeldt e Tilbeck. Judefeldt è un infido, un senzapalle che ha paura del vescovo come del demonio. Tilbeck sembra avere un occhio di riguardo per noi, farebbe di tutto pur di non far rientrare in città i vescovili, ma nemmeno di lui ci si può fidare troppo. Il popolino pende dalla nostra parte e questo li spaventa, hanno paura di essere spodestati. E fanno bene ad averne. A loro volta però non si fidano dei cattolici, perché temono che quelli regalino la città al vescovo -. Alza le spalle. - Come vedi, la situazione è tutt'altro che definita. Dobbiamo giocare su due fronti: il vescovo là fuori, con le sue spie in città, e i luterani dentro, suoi avversari ma non certo amici nostri. Finora siamo riusciti a batterli ogni volta che hanno cercato di buttarci fuori. La popolazione ci ha difesi, è la nostra forza. - Il popolo, sí. Le tue parole di oggi mi hanno ricordato un uomo che ho conosciuto anni fa, quando avevo piú o meno l'età di Jan. Ho combattuto per quelle parole. E ti confesso che non credevo che l'avrei fatto di nuovo. - Vuole essere un complimento? - Penso di sí. Ma sappi che allora persi tutto. Uno sguardo comprensivo: - Capisco. Hai paura? L'apostolo del Grande Matthys teme di essere sconfitto una seconda volta? - No, non è questo. Volevo soltanto dire che devi stare attento, essere prudente. Passa una mano tra i capelli e aggiusta le pieghe della veste, un tessuto povero portato con incredibile eleganza: - Lo so. Ma adesso ho degli ottimi alleati al mio fianco, - riesce sempre a lusingarti. - Jan di Leida ha parlato col fuoco nelle vene. Ridacchio: - Jan è un pazzo, un colossale cialtrone, un grande attore e un puttaniere di successo. Ma ci sa fare, altroché. È importante averlo con noi, l'ho visto all'opera: quando vuole è una vera macchina da guerra. Questa volta ridiamo insieme. Capitolo 25 Münster, 13 gennaio 1534, sera - Buon Dio, amici, se la fede degli abitanti di Münster è prosperosa come le tette delle sue donne allora non sono mai stato in un luogo cosí vicino al paradiso! Jan di Leida affonda il viso eccitato nel grandioso seno della sua prima ammiratrice münsterita. Le sue parole sono la miccia per la risata di Knipperdolling. - E non hai mai visto la spanna abbondante del capo delle gilde cittadine, - gli ribatte quello con poca modestia dopo alcuni vani tentativi di articolare una frase comprensibile. - Una spanna, amico Berndt? - domanda Jan con una punta di sarcasmo. - Allora gli indigeni delle Americhe ci sono davanti nel Regno dei Cieli! - Che intendi dire? - chiede Knipperdolling incuriosito mentre slaccia il busto della sua dama. - Ah, lascia perdere, amico. Non vorrei ferirti nell'orgoglio. Un cuscino centra Jan in piena faccia. Le due donne sghignazzano divertite e ripagano i loro cavalieri con un crescendo di attenzioni. La ragazza che si prende cura di me non bada alle chiacchiere, non perde tempo. Due o tre baci sulle labbra, poi va giú con la testa a occuparsi del resto. Sono riuscito appena a capire il suo nome e ho fatto pure in tempo a dimenticarlo. Knipperdolling intanto sguazza pesante tra le coperte. Tenta di girarsi a sedere senza staccarsi dalla sua amica, ma la pancia gli crea qualche problema. - Ehi, Jan, tu che sei del mestiere, conosci qualche posizione comoda per noi altri un po' bassi di torace? - Eh, amico Berndt, non saprei dire. Però posso raccontarti di quando lavoravo con la puttana piú grassa d'Europa. Non puoi immaginare quanti clienti aveva quella troia! - Dài! Ma quanto era grassa? - Guarda, una cicciona schifosa. Però a quelli come te piaceva un sacco. - In che senso? Jan stringe le labbra e stritola fra le mani le tette della bionda. La voce gli esce piú acuta del solito: - Sí, Matilda, la tua ciccia mi fa godere. Le magre no, perché sono un trippone. - Ma vaffanculo! - Te lo giuro! Tutti ci stavano: anche solo per poter dire di essersi fatti una che ce ne volevano cinque per sollevarla. Un bacio aggressivo zittisce Knipperdolling. Per parte mia non ho bisogno di un simile bavaglio. Mezzo sdraiato per terra, con la nuca appoggiata al muro e una ragazza che mi inghiotte lentamente, ho perso già da tempo la parola. Jan adesso è mezzo soffocato dalla procace compagna. Si direbbe sia riuscita nell'impresa di farlo tacere. Cosí, è nel silenzio generale che Knipperdolling comincia a emettere un sordo, ansimante, definitivo muggito. - Tagli sempre il traguardo cosí in fretta, amico Berndt? - lo interroga Jan con il solito ghigno. - Ho il rimedio che fa al caso tuo. Fai bollire delle cipolle nell'acqua e quando è fredda te lo sciacqui lí dentro -. Agita le mani per aria. - Infallibile, te lo garantisco io. Altrimenti, se passi da Leida, chiedi di Hélène. Lavorava per me: è l'unica puttana che conosco che riesce a farti godere senza venire mai. - E come fa? - Non ne ho idea, ma ci riesce davvero. Pensa che me la facevo pagare a ore e dovevo fare persino le prenotazioni. Ti dico: una volta venne uno che voleva farsi una sveltina, mi spiego? Lei invece pensava di doverlo far star lí per almeno un'oretta. Il tipo pare che spingesse come un dannato, però niente. Dopo un po' si è innervosito di brutto. Ha tirato fuori il coltello e me l'ha sfregiata, mi spiego? Naturalmente è stata l'ultima cosa che ha fatto in vita sua. Cioè, cazzo, rovinarmi un capitale del genere! Knipperdolling scosta i capelli della sua bella dal faccione sudato e guarda in direzione di Jan: - Merda! - è il suo unico commento. Mi esce una risatina, ma non ho la forza per illustrargli la strana abitudine del nostro attore: quando racconta una balla non riesce mai a trattenere quel «mi spiego?». È un metodo infallibile per fare la tara ai suoi aneddoti. Knipperdolling ora non vuole lasciarsi sfuggire nessuna delle storie dell'amico magnaccia: - Cos'è che dicevi prima sugli indigeni delle Indie? - Quando? - Prima, no? La storia che ci sono davanti nel Regno dei Cieli! - Oh, niente. Me l'ha detto un marinaio mio cliente che è stato laggiú. Là sono molto piú bassi di noi, però hanno un batacchio cosí. E se ti può interessare, un altro cliente che è stato in Africa, mi ha detto che là si circoncidono perché alle donne piace molto di piú. - Quei fetenti dei Giudei! Allora è sicuro che anche loro lo fanno per quel motivo, altro che popolo eletto. Ormai anche Jan è arrivato alla fine. L'accenno a Israele lo eccita ancora di piú. Alza le braccia al cielo e non si trattiene: - Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa! Pronuncia l'ultima vocale come un lungo lamento, mentre lentamente si lascia andare sul letto. Se lo conosco bene non parlerà piú. Pochi minuti ed è di nuovo in sella. Non lo conosco poi cosí bene. - Signori, signore, amici tutti, por favor -. Nudo, braccia larghe, in ginocchio sul letto. - Alcune istruzioni prima, o richieste se vi pare: tu, amico Berndt, hai forse intenzione di uccidermi per arsura, porco bottegaio taccagno, è forse cosí? Perché allora su di te ricadranno... - Eh sí, sí, eccheccazzo, vado, vado subito, ma, ma tu fai paura, bevi come una cisterna, non mi ero accorto... - La pancia di Knipperdolling traballa verso la stanza accanto. - Ecco bravo, bravoo! - applaude fragorosamente. - E tu, amica, mia devota puttana santa, continua a trastullare il divino aspersorio che ho tra le gambe, mentre il Santo Pappone vi racconta la storia delle sue nobili origini. Sí, brava, sí. Knipperdolling rientra con tre bottiglie di acquavite e un sorriso ebete stampato sulla faccia che gli si spegne quando si accorge che la sua signora affonda ormai completamente la faccia nel culo di Jan. - Bene, sono pronto, anzi no. Gert! Gert, c'è qualcuno lí? Sei sicuro che la signorina non te l'abbia sciolto del tutto? È un'ora che ce l'ha in bocca, cosí rischia di soffocare! - Cagati addosso! - è la mia risposta. - Eh no, mio caro, non sarebbe il caso, anche per il bene di Madama Baciamilculo qua sotto. Ma adesso basta, un po' di attenzione, por favor! Knipperdolling non è molto convinto, fa per buttarsi goffamente nella mischia di carne e guadagnare posizione. - Mia madre era un'immigrata tedesca, nubile. Si fece prendere in un fosso dal vecchio Schulze Bockel, gran sottaniere dell'Aja, e mi mise al mondo col nome di Johann, in olandese Jan. A sedici anni mi sono imbarcato su un mercantile: Inghilterra... Fiandre, Portogallo... Lubecca... poi il nostromo cominciò ad avere delle attenzioni particolari per me. Una notte durante una burrasca gli spaccai la testa con un remo e lo buttai fuori bordo. Due giorni dopo sbarcai a Leida infilandomi nel letto di sua moglie. Ho consolato la vedova per un paio d'anni, vissuto in casa sua e ricavato un gruzzoletto dalle sue riserve. La signora mi trovò lavoro come sarto: diceva che ero tagliato per quel mestiere, non so cosa glielo facesse credere, non ho mai avuto voglia di fare un cazzo. Gran puttanone era: aveva perso un marito grasso e beone in cambio di un meraviglioso ventenne... Ma la mia vera vocazione era un'altra, non volevo rompermi la schiena a lavorare per tutta la vita, ero chiamato a qualcosa di meglio, di piú alto e spirituale, fare l'attore, scrivere versi, dovevo mollare la vecchia bagascia... vivere la mia vita... sí. Dov'ero rimasto, ah sí, quando piantai la vedova e aprii la mia taverna... un postribolo di gran lusso, buoni guadagni e poche grane. Allietavo i clienti declamando le mie strofe, prima che le ragazze si occupassero di loro. Una volta ho anche recitato in una chiesa, passi del Vecchio Testamento a memoria, mica cazzi. La Camera dei Retori mi ha fatto membro onorario. Sapete, erano assidui frequentatori del mio casino e gli praticavo degli sconti eccezionali, tariffe di favore. Ero piú vicino io a Dio in mezzo alle mie puttane che tutti quei letterati con la puzza sotto il naso e che poi venivano a farsi trattare i piselli da loro! Un giorno arrivano al mio bordello due viandanti inviatimi da Dio. Uno è Jan Matthys e l'altro è quello che Inge sta massacrando sul tappeto. Gert, sei ancora vivo? E mi fanno: «Jan di Leida, il Signore ha bisogno di te, molla tutto e seguici». - E tu l'hai fatto... - Certo, perché sentivo che era la cosa giusta da fare, il mio destino, cazzo, Dio mi ha parlato e ha detto: «Jan, bastardosciupafemmine, ti ho cacato sulla terra per un motivo, non perché ti rotolassi nel fango e negli umori per tutta la vita! Alzati e segui questi uomini, c'è un lavoro da compiere». Ed eccoci qui a ricevere il tuo comitato di benvenuto. E il nostro ringraziamento, amico Berndt, ti seguirà fino in cielo, dove riceverai quel che meriti! Knipperdolling sghignazza con le mani sui coglioni: - Col cazzo, menagramo, col cazzo, ma ascolta, davvero prima dicevi quella cosa degli indigeni lí, dài, è una stronzata. - Lungo un braccio, Berndt, lungo un braccio. Knipperdolling si incupisce. Jan tracanna dalla bottiglia lasciandosi cadere lungo disteso sul letto. Comincia a blaterare: - Chi sono? Indovinate, chi sono? Silenzio. - Dài, dài, è facile -. Prende un lembo del lenzuolo con due dita e comincia lentamente a coprirsi: - Chi sono? - Un ubriaco perso. Si tira su, serissimo, avvolto nel lenzuolo: - Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli! - Un urlo verso Knipperdolling: - Chi sono?! Il capo delle gilde mi guarda sgomento, visibilmente impaurito. Sto per rassicurarlo quando Inge solleva il capo, si gira verso Jan e dice: - Noè. Capitolo 26 Münster, 28 gennaio 1534 Münster ha un fascino particolare, vicoli stretti, case scure, la piazza del Mercato ai cui margini si innalza San Lamberto: l'architettura e la disposizione degli edifici, tutto sembra casuale, caotico, e invece col passare dei giorni ti accorgi che esiste un ordine, celato nel dedalo di vie. Ho trascorso il tempo: libero a conoscere la città girovagando, senza meta per ore, perdendomi nel labirinto, e ritrovando l'orientamento, ogni volta in punti diversi della città. Scopro passaggi semisegreti, chiacchiero con i commercianti, la gente è aperta con gli stranieri, forse perché l'anabattismo qui è giunto sulle gambe dei profeti erranti olandesi. Ho conosciuto uno di loro, Heinrich Rol, a cui è stata assegnata una parrocchia entro le mura. Abbiamo parlato a lungo dell'Olanda, mi ha fatto nomi di confratelli di laggiú, non li ho riconosciuti. Dicono che Münster faccia quindicimila abitanti, ma nei giorni di mercato devono essere certamente di piú. I borghigiani di qua sono tipi che viaggiano, manifatture tessili, moltissimi operai. Aver scacciato il vescovo ha permesso di abolire le tasse sui tessuti e di entrare in concorrenza con i prodotti dei conventi: i fraticelli se la vedono brutta, i mercanti ingrassano. Ho imparato a captare la forza emanata dai luoghi, questi muri trasudano eccitazione, scontento, vita: è un crocevia importante, tra il Nord della Germania e il basso Reno, ma c'è un'energia vitale che viene da qui, dal suo interno, dal conflitto che nasce tra la sporcizia e le ruote dei carri. Münster è uno di quei posti che ti dà la sensazione che qualche cosa presto o tardi inevitabilmente dovrà accadere. *** Volo sul fango della strada, già avvolta dal buio, senza badare agli schizzi che mi smerdano le brache, volo veloce, sulla punta degli stivali, fino alla casa. È stato Knipperdolling a mandarci a chiamare tutti, me mi hanno trovato in osteria, che mi attardavo dietro alla disputa teologica tra due maniscalchi. Veloce, veloce, un gran guaio, il ragazzo che mi ha rintracciato ha detto di filare alla casa del capo delle gilde, e di appuntarmi sul mantello la spilla, un pezzaccio di rame che raffigura l'acrostico del nostro motto: DWWF, Il Verbo si è Fatto Carne, che senza quella non mi avrebbero fatto entrare. Tre colpi al batacchio e dopo un istante una voce nota: - Chi siete? - Gert dal Pozzo. - Qual è la parola? Stringo la spilla: Il Verbo si è fatto carne. Chiavistelli che scorrono: Rothmann mi fa cenno di entrare, un'occhiata rapida alle mie spalle, prima di richiudere la porta. - Per fortuna ti abbiamo trovato: tira un'aria bruttissima. - Che succede? - Non hai saputo niente? Alzo le spalle come per scusarmi. La preoccupazione si legge limpida sul suo volto: - Il vescovo, quel figlio di puttana, ha fatto affiggere un editto: ci ha tolto ogni diritto civile, a noi e a chiunque ci dia sostegno. Minaccia ripercussioni sulla cittadinanza se continua a coprirci. - Merda. - Von Waldeck sta preparando qualcosa, lo conosco, vuole dividerci, spera di portare i luterani dalla sua parte per lasciarci isolati. Vieni, abbiamo convocato questa riunione per decidere come reagire. C'è bisogno del parere di tutti. La stanza da pranzo è già affollata, una ventina di persone si accalca intorno al tavolo rotondo, il brusio ricorda il rumore del mercato colto da lontano. Knipperdolling e Kibbenbrock stanno discutendo sottovoce tra loro, le facce paonazze dei due rappresentanti delle corporazioni tessili parlano da sole. Quando mi vedono fanno cenno di sedere accanto a loro. Li raggiungo sgomitando, Bockelson è già lí, un cenno grave di saluto: - Hai sentito dell'editto? - Me lo ha detto Rothmann, non ne sapevo niente, ho cazzeggiato tutto il giorno. Rothmann fa cessare il brusio con ampi gesti, i confratelli si zittiscono a vicenda. - Fratelli, l'ora è grave, inutile nascondercelo, l'offensiva di von Waldeck mira a isolarci in città, metterci fuori legge per poterci perseguitare, possibilmente con la connivenza dei luterani. Questa notte dobbiamo decidere come difenderci, ora che il vescovo ha scoperto le carte e dà battaglia, e il pericolo incombe su di noi. Battono alla porta, facce attonite, qualcuno corre a vedere, la parola d'ordine risuona fin qui, piú d'una, sono parecchi. Una dozzina di operai, martelli e accette in mano, in testa un piccoletto magro e scuro, enorme pistola in cintura, sguardo da figlio di puttana e gesti rapidi. È Redeker, bandito di strada di mestiere, unitosi ai battisti per alleggerire le borse dei ricchi e poi convertitosi alla causa comune. Rothmann stesso lo ha battezzato pochi giorni fa, dopo che questi aveva dato prova di affidabilità donando al fondo battista il ricavato della rapina piú lucrosa: cinquecento fiorini d'oro strappati al cavaliere vescovile von Büren, un'impresa memorabile. Rothmann li fulmina tutti con lo sguardo: - Che significa?! - Che la gente non vuole restare con le mani in mano mentre le stringono la corda al collo. - Non è un buon motivo per venire armati in casa di Knipperdolling, fratello Redeker. Non dobbiamo dare ai nostri avversari il pretesto per attaccarci. - Accadrà comunque, cosa credi? - Il piccoletto è nero di rabbia. - Batterli sul tempo, questo si deve fare, e subito. I luterani sono pronti a leccare il culo a von Waldeck e a venderci tutti quanti! Li hanno visti trasportare armi sull'altra sponda del canale, nel monastero di Überwasser: si preparano ad attaccarci. - Redeker ha ragione, cazzo! Non possiamo aspettare che entrino da quella porta per sgozzarci! - L'eco viene da chi l'ha seguito, un coro di incitazioni: - Eh sí! Diamogli addosso, facciamola finita una volta per tutte! Rothmann stringe gli occhi, un lupo: - Cosa vorreste fare? Redeker lo squadra, piantato in mezzo alla stanza: - Io dico: facciamoli fuori. Tagliamo la gola ai papisti, tagliamo la gola ai luterani. Preferirei fidarmi di un serpente, piuttosto che di Judefeldt e dei suoi compari del Consiglio, - E Tilbeck? L'altro borgomastro non ci è ostile, vuoi sgozzare anche lui? - Sono tutti d'accordo, Rothmann, non lo vedi? Uno fa il buono e l'altro fa il duro, sono dei venduti, preferiscono mille volte von Waldeck a noi, aspettano soltanto l'occasione buona per pugnalarci nel sonno, e il vescovo gliela sta offrendo su un piatto d'argento. Mettiamo fine a questa faccenda e chi deve andarsene all'inferno ci vada subito. Rothmann incrocia le braccia, fa qualche passo meditabondo da istrione: - No, fratelli, no. Non può essere questa la via -. Lascia che le parole raccolgano l'attenzione delle parti. - Per due anni abbiamo lottato, uniti, a volte soli, guadagnandoci l'appoggio della popolazione di Münster, degli operai, passo passo, spargendo il seme del nostro messaggio, raccogliendo adesioni in città e ora anche da fuori -. Lo sguardo cade su me, su Bockelson. - Gli apostoli di Matthys sono qui. E insieme a loro, altra gente sta affluendo, guidata dalla speranza fino alla nostra città. E costoro, questi uomini e queste donne pieni di fede in Dio e in noi, sí, fratelli, in noi, nella nostra capacità di vincere questa battaglia, non possono vedere messo tutto a repentaglio in una sola notte, sull'onda del panico. Non soltanto la loro fede ci dà forza, ma anche il loro contributo materiale, finanche i patrimoni, fratelli, i soldi che ci vengono donati -. Un mormorio percorre la sala, sguardi interrogativi a cercare i donatori. La rabbia trattenuta di Redeker lo interrompe: - Anch'io ho donato alla causa un sacco di soldi. E ora dico, con quei soldi compriamo dei cannoni! - Sí, una spingarda e delle spade! - E pistole! - No, non può risolversi tutto cosí, non i nostri sforzi, Redeker, non il nostro lavoro. Se adesso diamo inizio a una strage, che diranno le città vicine, cosa i fratelli che guardano a Münster come a un faro per la cristianità rinnovata!? Penseranno che siamo dei pazzi sanguinari e si tireranno indietro. Quello che tu hai dato alla causa, quello che altri oggi donano, non è bottino di guerra. E io dico che può essere utilizzato ben diversamente e messo a profitto. - Che cazzo significa? - Significa che oggi il vescovo tenta di mettere la popolazione contro di noi, minacciandola se ci darà man forte. Ebbene dobbiamo fare in modo che restino dalla nostra parte. Bisogna essere i capitani degli umili, non solo di noi stessi. Non capisci cos'è che vuole von Waldeck?! Io non farò il suo gioco, reagiremo, Redeker, ma piú efficacemente -. Una pausa per creare attesa. - Propongo che l'assemblea deliberi sull'utilizzo dei soldi raccolti a favore di un fondo per i poveri. Che tutti i bisognosi possano attingere, secondo le modalità che decideremo, a una cassa di mutuo soccorso, e che chi ha di piú vi contribuisca come può. Seduti, Knipperdolling e Kibbenbrock annuiscono convinti. Redeker dondola sulle gambe, indeciso: non basta. Rothmann insiste: - Allora i poveri capiranno che la loro causa è la nostra causa. Il fondo di mutua assistenza varrà piú di ogni sermone, qualcosa di tangibile nelle loro vite. I luterani possono tramare finché vogliono, ma saremo piú forti, il vescovo può bandire mille editti, ma avremo il popolo dalla nostra! Ha finito, i due restano a guardarsi per un lungo momento. Alle spalle di Rothmann un annuire di teste, dietro Redeker, un brusio d'incertezza. Il brigante storce la bocca: - E se decidono di farci il culo? Mi alzo facendo volar via la sedia, da sotto il mantello sguaino la daga sul tavolo, Rothmann e Knipperdolling sobbalzano. - Se è il ferro che vorranno assaggiare, non glielo faremo mancare, fratello, parola di Gert dal Pozzo. Ma se il popolo sarà con noi, le spade si solleveranno a migliaia -. Silenzio di tomba in tutta la sala. - Ora andremo là fuori a stracciare l'editto del vescovo e i luterani vedranno che non tentiamo von Waldeck e tantomeno loro. Che ci pensino due volte prima di attaccarci. Lo stupore di tutti svanisce rapidamente, anche la tensione di Rothmann. Redeker mi fissa spavaldo, oltre la spada, e annuisce appena. - D'accordo. Faremo come dite. Ma nessuno di noi ha intenzione di fare il martire. Se devo essere fottuto, voglio farlo con la spada in mano, portando un bel po' di quei bastardi con me. L'intesa è raggiunta, merito delle parole di Rothmann e della mossa efficace dell'apostolo di Matthys. Ai voti la fondazione della cassa per i poveri: l'unanimità. Kibbenbrock, carta e penna, segna tutto sui libri contabili, mentre Redeker organizza squadre di cinque uomini che strappino l'editto dai muri della città. Rothmann e Knipperdolling mi prendono da parte, mentre i confratelli escono a gruppetti di tre o quattro per non dare nell'occhio. La notte risucchia le sagome a una a una. Pacca sulla spalla e un complimento: - Le parole giuste. Era quello che volevano sentirsi dire. - Ed è quello che penso. Redeker è avventato, ma sa il fatto suo. Siamo riusciti a farlo ragionare e ha capito. Knipperdolling alza le spalle: - È un bandito di strada, difficile da trattare... - Un bandito che ruba ai ricchi cavalieri per dare ai poveracci. Ce ne vorrebbero di tipi del genere. Matthys dice che è tra la feccia della strada che troveremo i soldati di Dio, tra gli ultimi, i fuorilegge, i saltimbanchi, i magnaccia... - Faccio un gesto in direzione di Bockelson, accoccolato su una sedia vicino al camino, mezzo addormentato con le mani sui coglioni. Il grosso tessitore si gratta la barba: - Secondo te si arriverà alle armi? - Non lo so, von Waldeck non mi sembra il tipo che molla facilmente. - E i luterani? - Dipenderà da loro, credo. Knipperdolling continua a frugarsi il mento: - Mmh. Senti, manca meno di un mese alle elezioni per rinnovare il Consiglio e i borgomastri. Io e Kibbenbrock potremmo candidarci. Rothmann scuote la testa: - I nostri sostenitori sono troppo poveri per poter votare: o cambi l'ordinamento o hai perso prima di cominciare. Il parere degli apostoli di Matthys sembra essere essenziale, insisto: - Vi auguro di cuore di riuscire a prendere la città pacificamente, ma dall'aria che si respira potrebbe anche andare in modo diverso. Rothmann annuisce grave: - Già. Staremo a vedere. Intanto che il fondo per i poveri funzioni da subito. Elezioni o no, riusciremo a mettere in minoranza luterani e cattolici. Per precauzione sposteremo i culti dalle parrocchie alle case private per proteggerci dalle spie. - Che il Signore ci assista. - Non ne dubito, amici miei, adesso se permettete vado con i fratelli a far coriandoli dell'editto del vescovo. - E Jan, lo lasci qui? - Knipperdolling mi ricorda la carcassa dell'amico, accasciata davanti al fuoco. - Lascialo dormire, non ci sarebbe di grande aiuto... Fuori la notte è di ghiaccio, nessuna luce, brividi scivolano sotto il mantello, mentre cerco la strada per la piazza del Mercato. Mi aiuta la memoria delle lunghe derive per queste vie. Appena un'ombra, la sensazione di una presenza e ho già la daga sguainata, piantata nel buio davanti a me. - Ferma la mano, fratello. - Perché dovrei? - Perché il Verbo si è fatto carne. Dal buio emerge un volto, era alla riunione. - Un po' piú vicino e ti infilzavo senza pensarci due volte... Chi sei? - Uno che ha ammirato il tuo modo di fare. Heinrich Gresbeck mi chiamo -. Una cicatrice obliqua gli spacca il sopracciglio, occhi azzurri, ben piantato, piú o meno la mia età. - Sei di qui? - No, di un paese qua vicino, anche se l'ultima volta che sono capitato da queste parti è stato dieci anni fa. - Predicatore? - Mercenario. - Non credevo ci fossero battisti addestrati a combattere. - Soltanto io e te. - Chi te lo dice? - Riconosco una buona spada. Matthys sa scegliere i suoi uomini. - Solo questo volevi dirmi? Il volto è scavato, la cicatrice fa apparire i tratti piú cupi e minacciosi di quanto in realtà non siano: - Ammiro Rothmann, è stato lui a battezzarmi. Abbiamo un grande predicatore, presto o tardi ci servirà anche un capitano. - Intendi dire me. E perché non tu? Sogghigna, denti bianchi: - Non scherzare: io sono il piccolo Gresbeck, tu il grande Gert dal Pozzo, l'apostolo. Ti seguiranno, cosí come ti hanno dato ascolto stasera. - Questi non sono mercenari, fratello. - Lo so. Non combatteranno per il bottino, combatteranno per il Regno, e per questo possono spaccare il culo a tutti. Ma qualcuno dovrà guidarli. - Io tengo il posto di Matthys fino a quando lui... - Matthys faceva il fornaio, non prendiamoci in giro, quello di Leida era un pappone, Knipperdolling e Kibbenbrock sono tessitori, Rothmann uomo di Bibbia. Annuisco, senza aggiungere nulla. Una rassicurazione: - Quando sarà il momento saprai dove trovarmi. - Ci saremo tutti. E adesso andiamo a pulirci il culo con quell'editto. Si inoltra già nella notte della via, a caccia del fantasma di von Waldeck. Capitolo 27 Wolbeck, nei pressi di Münster, 2 febbraio 1534 Tile Bussenschute, detto il Ciclope, di mestiere scatolaio, è un essere enorme, mitologico. Bussenschute è una di quelle creature che senti nominare dalle madri spazientite: - Se non dormi chiamo lo Scatolaio... In lui tutto assume il carattere dell'enormità, a eccezione del cervello. Non so cosa gli abbia raccontato Kibbenbrock, che è andato a prelevarlo nella sua bottega, ma anche se gli avesse spiegato la questione per filo e per segno, sono convinto che lo scatolaio non abbia la piú pallida idea di quello che sta facendo. Si dimena infastidito nell'unico vestito elegante che siamo riusciti a fargli indossare: viene dal guardaroba di Knipperdolling e ha delle impressionanti difficoltà a contenere la pancia, il culo e gli innumerevoli doppi menti del nostro capo delegazione. Generalmente non parla, grugnisce; dicono che lo hanno rovinato tre anni di galera per omicidio: faceva il facchino e sulla scalinata di un palazzo lanciò a un aiutante un peso talmente enorme da fargli perdere l'equilibrio, rotolare per un'intera rampa e finire schiacciato. Immediatamente dietro a Bussenschute, completamente coperto dalla sua mole, avanza Redeker, che con il nostro scatolaio ha condiviso per qualche tempo una delle celle della prigione vescovile. Il vizio di farsi la borsa altrui non gli è certo passato, ma ha la pessima abitudine di vantarsi pubblicamente delle proprie gesta e questo prima o poi gli procurerà dei guai. Chiude il terzetto Hans von der Wieck, leguleio, che fin da subito si è candidato per prender parte alla delegazione. Crede veramente di poter negoziare la pace con il vescovo e i luterani e non ha saputo tirarsi indietro neppure quando abbiamo deciso di trasformare l'incontro in una carnevalata. Il vescovo ha convocato questa Dieta per trovare un compromesso tra le parti che gli consenta di rientrare in città e se fosse per il borgomastro Judefeldt, al quale la partecipazione alla delegazione cittadina spetta di diritto, un compromesso lo troverebbero eccome, a danno nostro: von Waldeck concede alcune libertà municipali per accontentare i ricchi luterani amici di Judefeldt, riprende il controllo del suo principato, liquida i battisti e il popolo se lo prende nel culo. Divide et impera, storia vecchia. Non c'era molto altro da fare che far saltare tutta la messa in scena. Abbiamo costretto Judefeldt e il Consiglio ad accettare la presenza dei rappresentanti del popolo di Münster scelti per l'occasione: un gigante mostruoso, un ladro di strada, un azzeccagarbugli fallito, e tutti noi a guardar loro le spalle. Saliamo le scale uno dietro l'altro, in fila ordinata, cercando di darci un contegno. Knipperdolling ha le lacrime agli occhi e dalle labbra serrate a fatica sputacchia piccoli frammenti della sua monumentale risata. È lui che per primo ha fatto quel nome, quando si cercava un capo delegazione che fosse all'altezza dei nostri propositi: - Tile il Ciclope! Sí, sí, è l'uomo che fa al caso nostro! La sala della Dieta, in casa del cavaliere Dietrich von Merfeld, una delle lingue piú illustri tra quelle che leccano il culo del vescovo: travi del soffitto intarsiate, arazzi alle pareti in uno stile grossolano, uno spaccone da quattro soldi. Gli scranni su cui stanno i vassalli del vescovo si aprono come le ali d'un uccello. L'ospite siede alla destra del trono, tronfio della parata in pompa magna: tutti i blasoni spianati a impressionare i poveri borghigiani ignoranti. Il trono nel mezzo, i poggiamano di legno a forma di teste di leone, lo stemma vescovile accanto a quello della sua casata a campeggiare sulla vetta dello schienale. Imponente, nero da capo a piedi. Stivali lucidi; brache di lana fine e una blusa elegante; la fibbia della cintura che regge la spada, dagli intarsi sull'elsa una toledana purosangue; l'anello vescovile brilla al dito, oro e rubino, e sul petto il medaglione principesco dell'Impero. Dentro, un corpo magro ed eretto. La faccia del nemico. Capelli d'argento e barba grigia, il volto scavato, senza guance, il tarlo del potere che lo mastica da anni. Von Waldeck: cinque decenni ben portati e lo sguardo dell'aquila che avvista la preda dall'alto. Eccoci qua. Tile Bussenschute, messo in soggezione dagli ori e dagli stucchi, si prodiga in un inchino, con grave pericolo per le cuciture e i bottoni dell'abito di Knipperdolling. Uno dei cavalieri del vescovo si contorce sul sedile, allunga il collo e si alza con le mani sui braccioli nel tentativo di capire chi si nasconda dietro la montagna di carne che pian piano avanza verso il centro della sala. Finché il ciclopico scatolaio non si inchina cosí profondamente da far emergere, dietro di sé, il ghigno strafottente di Redeker. È un attimo. Melchior von Büren, assalito sulla strada per Telgte non piú d'un mese fa e rapinato a volto scoperto, si trova di fronte l'uomo che gli ha scippato le tasse delle sue terre. Forse non lo riconosce subito: strizza gli occhi per vederci meglio. Heinrich Redeker non si trattiene, scatta in avanti come a voler scavalcare d'un balzo la schiena che ha di fronte, rosso in faccia, petto in fuori. - Ti rode ancora il culo, amico? - esclama a denti stretti. Il derubato per tutta risposta sguaina la spada con un gesto rapidissimo e la sventola in faccia all'allibito Bussenschute: - Battiti, carogna, pagherai ogni fiorino con una goccia di sangue. - Intanto prendi qualche goccia di questo! - gli grida il nostro delegato sputandogli in piena faccia, da sopra le spalle del capodelegazione. Il cavaliere vescovile cerca di rispondergli con un colpo del suo ferro. Il gesto innervosisce non poco Tile Bussenschute che si sente passare la lama a un dito dall'orecchio. La sua reazione è immediata: carica la mano aperta con tutto il braccio e la stampa sulla faccia dello spadaccino che crolla insieme alla sedia, travolgendo altri due cavalieri. Judefeldt grida di farla finita e prova a frenare Redeker. Von Waldeck l'aquila non si scompone, non dice una parola; ci osserva con il miglior sguardo di disprezzo del suo repertorio. Redeker dà fondo al suo: insulti per i genitori, per i morti, per i santi protettori. Sradica l'albero genealogico dell'avversario con la forza del turpiloquio. Il nostro von der Wieck schiamazza in mezzo alla confusione, cercando di darsi il tono dell'avvocato serio che non è mai stato: - Nel luogo prescelto per una Dieta vige l'immunità per tutti e il bando completo delle armi! I suoi compari trattengono von Büren che vorrebbe raggiungere Redeker, Judefeldt si prodiga in vani tentativi di tranquillizzare tutti, imbarazzato e paonazzo come un bambino incapace. La scena si blocca quando von Waldeck si alza in piedi. Rimaniamo impietriti. Il suo sguardo incenerisce la sala: ora sa che il borgomastro conta come un soldo di cacio, i suoi avversari siamo noi. Ci fulmina in silenzio, poi si gira sdegnato e si allontana, il passo zoppo, claudica fino all'uscita, scortato da von Merfeld e dalla sua guardia personale. Capitolo 28 Münster, 8 febbraio 1534 Piú d'una fuor dell'Ordine rimase e nella sua follia dal chiostro evase; molte in preda a carnal concupiscenza, si diedero a sfrenata delinquenza. Redeker si concentra rigirando la moneta tra le mani. Guarda un attimo il muro poi socchiude gli occhi, lancia e vince la sua quinta birra con aggiunta d'acquavite. - È l'ultima, - ci assicura subito, mentre torniamo verso il nostro tavolo. C'è calca attorno alle due arene sorte tra i tavoli della taverna di Mercurio. Sono le disfide del Carnevale di questa sera: da una parte si balla al suono del liuto e vince un barile di birra l'ultimo che abbandona le danze; dall'altra ci si gioca una pinta di birra e acquavite a chi lancia una moneta il piú vicino possibile al muro, senza toccare però il muro stesso. Redeker è il campione indiscusso. Knipperdolling ha un credito con l'oste e gli dà fondo. Quattro boccali vuoti sono già allineati di fronte al suo naso spugnoso. Si alza un po' ondeggiante in piedi sulla sedia, cerca di richiamare l'attenzione della sala e attacca a improvvisare sulla musica del liuto una canzone sui fatti che tutti stanno commentando: Fu uno spirito impuro, un sozzo mostro quel che le spinse fuor del dolce chiostro. Fuggite insane dalle sacre mura ebbero asilo in mezzo a gente impura. Due tavoli piú in là qualcuno si allaccia immediatamente alle rime del capo delle gilde e prosegue la descrizione delle fuggitive di Überwasser. Non fa in tempo a finire che un altro ha già accolto l'invito e celebra le gesta di Rothmann sotto le mura del convento. Funziona cosí: chi ha cominciato la canzone, in questo caso il nostro Knipperdolling, paga da bere a chi la conclude. È una gara a chi lascia tutta la taverna senza strofe da aggiungere. - Il massimo è stato quando ha rammentato alle monache la loro funzione di procreatrici. Non so come facesse a star serio, - ricorda Kibbenbrock scuotendo la testa incredulo. - Be', aveva ragione, no? - ribatte un altro. - Che c'è da ridere? Lo dice anche la Bibbia che bisogna moltiplicarsi. - Sí, giusto, a me piuttosto ha fatto ghignare la badessa affacciata alla finestra che cercava di richiamare le consorelle all'amore per il loro unico sposo! - Quella vecchia bagascia della von Merfeld! Troia e pure spia del vescovo! Tanti saluti alle belle novizie. Arriva un giro di birra offerto da Redeker con i proventi del bottino racimolato a Wolbeck. Il piccolo bandito balla su un tavolo al ritmo degli osanna in suo onore. È ubriaco. Si cala le brache dondolando i fianchi e ripete a gran voce l'invito fatto alle monache dai sostenitori di Rothmann qualche ora fa: - Forza sorelle, consolate questi poveracci! Un vecchio con due grandi baffi abbraccia me e Knipperdolling da dietro: - Il prossimo giro lo offro io, ragazzi, - esclama contento. - È da quando ho capito di avere il pisello che per Carnevale vado con gli amici sotto le finestre dei conventi a far proposte alle monache ma, per dio, non m'era mai capitato di vederle scappar fuori cosí. Merito vostro, lo ammetto, siete stati grandi! Alziamo i boccali per brindare al complimento. L'unico che lascia sul tavolo il suo è Jan di Leida. Stranamente non ha ancora detto una parola. Se ne sta fermo al suo posto, con aria disinteressata. Se lo conosco bene è seccato perché sotto la torre di Überwasser a fare casino non c'è venuto. Ha cercato di ottenere un risultato simile con le puttane di un bordello, invitandole a offrire una scopata gratis a tutti quelli che si fossero fatti ribattezzare da Rothmann, però ha raccolto soltanto insulti. Alza gli occhi e vede che lo sto fissando. Attacca a grattarsi una spalla con fare infastidito, come per darsi contegno, ma non cosí. Sfrutta un momento di silenzio e si inserisce: - Ehi, gente, questo è facile, guardate: Chi sono, eh? Chi sono? - Si gratta sempre piú forte usando un cucchiaio sporco di zuppa. Knipperdolling si irrigidisce sulla sedia. Qualcuno guarda da un'altra parte per evitare la domanda diretta. Sento il dovere di salvarli: - Sei Giobbe che si gratta la rogna, Jan, è chiaro -. Poi, rivolto agli altri: - Come avete fatto a non capirlo? L'ha fatto benissimo, no? Un coro: - Vero, vero, bravo Jan! L'attore si schernisce. - Sí, vabbe', era facile questa. Invece state attenti adesso -. Dalla sedia scivola sotto il tavolo con un movimento felino, soffiando tra i denti con forza: - Chi sono? Chi sono? Knipperdolling si alza senza fare rumore, mormorando che ha bisogno di pisciare. Dal basso la voce insiste: - Non andate via, ignoranti! Vi darò una mano: «Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio, quando in me sentivo venir meno la vita ho ricordato il Signore». - Chi recita a memoria il libro di Giona in osteria? - La voce incredula e un po' divertita è quella di Rothmann, che si è appena accostato al nostro tavolo. Il profeta non fa in tempo a riemergere dal ventre della balena che esplode il boato d'ammirazione per il conquistatore di Überwasser. Una settimana fa ha fatto consegnare alle donne di Münster tutti i gioielli per devolverli al fondo per i poveri, oggi ha convinto uno stuolo di monache ad abbracciare la fede rinnovata. - Un tempo per piacere alle donne ci voleva il danaro, - è il commento di un tessitore, - adesso occorre interessarsi alle Scritture. Che gli fai alle nostre signore, Bernhard? - Sulle vostre signore non apro bocca, ma alle novizie di Überwasser è bastato dire che se non fossero uscite Dio gli avrebbe fatto crollare in testa la torre campanaria -. Una bordata di risate. - E comunque, gente, là dentro di vocazione ce n'è poca: sono quei grassi bottegai dei loro padri che convincono le novizie a rinunciare al mondo pur di non dover scucire la dote. Un bicchiere di liquore offerto dall'oste in persona «al piú affascinante di tutti i münsteriti» plana sul tavolo, Rothmann sorseggia lentamente. Uno sguardo a Bockelson: - Che aria abbattuta che ha il nostro Jan! Che t'è successo stasera, dov'eri finito? Il Santo Pappone scatta in piedi: - Cercavo l'ispirazione, mi spiego? Per il grande spettacolo di questa sera. Io rigetto con assoluta fermezza l'idea del peccato originale! Per questo ora mi spoglierò delle vesti e, nudo come padre Adamo, andrò per le strade per invitare gli abitanti della città a riscoprire l'uomo incorrotto che sta dentro di loro -. Comincia a togliersi la casacca, sempre piú eccitato, si avventa sul pancione di Knipperdolling. - Coraggio, amico Berndt, io e te saremo gli attori principali di questa grande commedia dell'Eden! - Cazzo, Jan, ma sta nevicando! Knipperdolling lancia occhiate impaurite all'intorno, poi si lascia convincere. Jan gli sta già sfilando la cintura: - Ravvedetevi, cittadini di Münster, spogliatevi del peccato! Il grido fa sobbalzare gli avventori. Qualcuno comincia a ripeterlo per scherzo e, quasi per sfida, visto il freddo che fa là fuori, una dozzina di persone comincia a spogliarsi. Nel tentativo di capire cosa stia succedendo, Redeker si distrae e spiattella contro il muro la sua moneta, perdendo la prima di almeno quindici partite. Jan grida a squarciagola. Jan è completamente nudo. Jan esce dal locale. Knipperdolling lo segue in ogni gesto. Dietro di loro, almeno una dozzina di Adami. Una folla si raduna sulla porta della Taverna di Mercurio. Bisogna spingere per assistere alla scena. Knipperdolling, nonostante il grasso che lo riveste, non regge al freddo e corre come un fiume in piena per riscaldarsi. Jan lo raggiunge. Si piazza alla testa dello strano corteo. La gente scende in strada e si fa il segno della croce non si sa se per devozione o per allontanare una sciagura. Ci sparpagliamo tra i vari capannelli di persone buttandoci a terra in preda a finta agitazione, ma ci scappa da ridere. Rothmann declama le visioni del libro di Ezechiele, Redeker schiuma dalla bocca, io assalgo con la spada dèmoni immaginari. Molti ci imitano divertiti, pensando a una carnevalata. Altri la prendono fin troppo seriamente. Qualcuno comincia a piangere e si inginocchia per chiedere il battesimo. C'è chi vorrebbe punizioni corporali e chi getta sulla strada i suoi averi. Un vecchio, che è stato tra i primi a denudarsi, cade a terra incapace di muoversi. Kibbenbrock lo copre con la sua pelliccia e lo porta via. Il sarto Schneider, la cui figlia già una volta è stata rapita dagli angeli, con lo sguardo al cielo, grida: - Guardate: Dio troneggia tra le nubi. Guardate il vessillo di vittoria che schiaccerà gli empi! Si mette a correre lungo le mura, batte le mani, con le braccia fa il gesto di volare, salta, ma non avendo le ali cade nel fango a mo' di crocifisso. Capitolo 29 Münster, 9 febbraio 1534, mattina Mi sveglia la raffica di colpi sulla porta. D'istinto la mano sotto il materasso, l'elsa della daga. - Gert! Gert! Alzati Gert, muoviti! Il sonno rincula colpendomi in mezzo agli occhi: macchiccazzo... - Gert siamo nella merda, svegliati! Caracollo giú dal letto cercando di mantenere l'equilibrio: - Chi è? - Sono Adrianson! Muoviti, stanno correndo tutti in piazza! Mentre infilo le brache e agguanto la vecchia giubba penso già al peggio: - Che succede? - Apri, dobbiamo andare al Municipio! Pronuncia l'ultima parola mentre gli spalanco la porta in faccia. Devo sembrare un fantasma, ma il freddo acuisce i sensi in pochi istanti. Il maniscalco Adrianson non ha l'aria gioviale con cui è solito animare le nostre discussioni serali. Il fiato grosso: - Redeker. Ha portato in piazza un forestiero appena arrivato... Dice che ad Anmarsch ha visto il vescovo che radunava un'armata, tremila uomini. Stanno per piombarci addosso, Gert. Una stretta allo stomaco: - Lanzichenecchi? - Muoviti, andiamo, Redeker vuole interpellare i borgomastri. - Ma sei sicuro? Chi è il forestiero? - Non lo so, ma se quello che dice è vero ci assedieranno presto. Nel corridoio busso alla porta di fronte: - Jan! Svegliati, Jan! Apro la porta che nonostante i consigli il mio compare di Leida non chiude mai a chiave: il letto è intatto. - Sempre a fottere in qualche fienile... Il maniscalco mi trascina giú per le scale. Quasi cado in fondo alla rampa. Adrianson mi precede per la strada, ha nevicato tutta la notte, la fanghiglia schizza dagli stivali, qualcuno mi manda affanculo. Di corsa fino alla piazza centrale: un prato bianco. In mezzo la massa scura della Cattedrale sembra ancora piú grande. L'agitazione serpeggia tra i capannelli raccolti sotto le finestre del Municipio. - Il vescovo vuole entrare in città in armi. - Col cazzo! Dovrà passare sul mio cadavere! - È stata quella puttana della badessa a chiamarlo! - Con le nostre tasse. Quel bastardo paga un esercito per fotterci. - No, no, quella gran troia della badessa di Überwasser... è per la storia delle novizie. Nonostante il gelo, almeno cinquecento persone sono affluite in piazza sull'onda della notizia. - Dobbiamo difenderci, ci servono le armi. - - Sí, sí, sentiamo il borgomastro. Scorgo Redeker in mezzo a una trentina di persone. Aria spavalda di chi vuol dire la sua contro il parere di tutti. - Tremila armati. - Sí, sono alle porte della città. - Basta salire sul cassero della Judefeldertor per vederli. Sento un colpo sulla spalla, mi giro. Redeker contro tutti, palle di neve in mano. Qualcuno deve aver cercato di zittirlo. Il trambusto cala improvvisamente. Sguardi verso l'alto: il borgomastro Tilbeck è alla finestra del Municipio. Esplode una raffica di proteste. - L'esercito del vescovo marcia sulla città! - Qualcuno l'ha fatta sporca! - Ci hanno venduti a von Waldeck! - Dobbiamo difendere le mura! - La badessa, la badessa, incarcerate la badessa! - Macché badessa, vogliamo i cannoni! I capannelli si sciolgono in una calca generale. Sembrano ancora di piú. Tilbeck, impettito, si allarga ad abbracciare l'intera piazza. - Gente di Münster, non perdiamo la calma. Questa storia dei tremila uomini non ha ancora alcuna conferma. - Cazzo, li hanno visti dalle mura! - Sí, sí, c'è uno che viene da Anmarsch. Stanno venendo qua. Il borgomastro non si scompone. Scuote la testa e con un gesto serafico fa cenno di calmarsi: - State tranquilli: manderemo qualcuno ad appurare. La folla si scambia sguardi spazientiti. - Esercito o no, il vescovo von Waldeck mi ha dato personalmente tutte le garanzie che non violerà i privilegi municipali. Münster rimarrà una città libera. Si è impegnato personalmente. Non mostriamo di aver perso la testa: è il momento di essere responsabili! Münster deve dimostrarsi all'altezza della sua antica tradizione di convivenza civile. In un momento in cui tutti i territori confinanti sono sconvolti da guerre intestine e subbugli, Münster è chiamata a essere l'esempio di come... La pallata lo centra in piena faccia. Il borgomastro si accascia sul davanzale, sommerso da una bordata di insulti. Uno dei consiglieri lo aiuta a sollevarsi. Il sangue cola dallo zigomo spaccato: la neve doveva nascondere qualcos'altro. C'è una sola persona in tutta Münster con una mira del genere. Tilbeck batte in ritirata inseguito dalle grida dei piú infuocati. - Venduto, venduto! - Tilbeck, sei una troia: tu e tutti i tuoi amici luterani! - Che cazzo vuoi? Se non fosse per voi maledetti Anabattisti von Waldeck non alzerebbe un dito contro la città. - Bastardi, lo sappiamo che siete d'accordo col vescovo! Qualcuno si spintona. Volano le prime mazzate. Redeker è ancora da solo. Gli altri sono in tre, tutti ben piantati. Non sanno contro chi si sono messi. Il piú grosso sferra un pugno all'altezza della faccia, Redeker si abbassa, lo prende sull'orecchio, caracolla indietro e sferra un calcio in mezzo alle gambe: il luterano si piega in due, le palle in gola. Ancora una ginocchiata sul naso e i due compari già tengono stretto Redeker che scalcia come un mulo impazzito. Il grosso lo colpisce allo stomaco. Non gli do il tempo di replicare: una mazzata a due mani sulla nuca. Quando si gira i pugni volano in serie contro il suo naso. Casca seduto. Mi volto, Redeker s'è liberato dalla presa degli altri due. Schiena contro schiena ci difendiamo dall'attacco. - A chi è venuta in mente la storia dei tremila cavalieri? Sputa all'avversario e mi dà di gomito: - Chi ha detto che sono cavalieri? Quasi mi scappa da ridere mentre ci avventiamo ognuno sul suo. Ma la rissa è ormai generale, ci travolge. Da dietro la Cattedrale spunta un drappello di cinquanta uomini: i tessitori di Sant'Egidio, appassionati dei sermoni di Rothmann. In un attimo i luterani sono nell'angolo opposto della piazza. Redeker, piú figlio di puttana che mai, mi guarda con un ghigno: - Meglio della cavalleria! - D'accordo, e adesso cosa facciamo? Dalla piazza del Mercato, il suono delle campane di San Lamberto. Come un richiamo. - A San Lamberto, a San Lamberto! Di corsa fino alla piazza del Mercato, invadiamo i banchetti sotto gli sguardi attoniti dei commercianti. - Il vescovo sta per entrare in città! - Tremila soldati! - I borgomastri e i luterani sono in combutta con von Waldeck! Tra le bancarelle gli arnesi del lavoro quotidiano diventano armi. Martelli, accette, fionde, vanghe, coltelli. In un batter d'occhio le bancarelle stesse diventano barricate che bloccano ogni accesso alla piazza. Qualcuno ha tirato fuori gli inginocchiatoi da San Lamberto a rafforzare quelle mura improvvisate. Redeker mi agguanta nella confusione: - Quelli di Sant'Egidio hanno portato dieci balestre, cinque archibugi e due barili di polvere. Vado dall'armaiolo Wesel a vedere cosa posso rimediare ancora. - Io vado da Rothmann, bisogna portarlo qui. Ci lasciamo senza perdere altro tempo, rapidi, saettando tra la rabbia dei popolani. Nella canonica di San Lamberto ci sono anche Knipperdolling e Kibbenbrock. Sono seduti al tavolo, corrucciati, balzano in piedi tutti e tre quando mi vedono entrare. - Gert! Per fortuna. Che diavolo sta succedendo? Squadro il predicatore dei battisti: - Un'ora fa è arrivata la notizia che von Waldeck ha armato un esercito per marciare sulla città -. I due rappresentanti delle gilde sbiancano. - Non so quanto ci sia di vero, la notizia deve essersi ingigantita strada facendo, ma di certo non è uno scherzo di Carnevale. Knipperdolling: - Ma stanno tirando giú tutto, hanno suonato le campane, ho visto svuotare la chiesa... - Tilbeck si è sputtanato davanti a tutti. Può darsi che i luterani abbiano preso accordi con von Waldeck. La gente è inferocita, gli operai tessili sono giú in piazza, hanno eretto barricate, Rothmann, sono armati. Kibbenbrock dà un calcio al pavimento: - Merda! Sono impazziti tutti quanti!? Rothmann tamburella nervoso le dita sul tavolo, deve decidere il da farsi. - Redeker è andato a cercare altre armi, i luterani potrebbero tentare di farci fuori per consegnare la città al vescovo. Knipperdolling dondola il pancione stizzito: - Quel tagliagole del cazzo! Solo lui poteva esserci dietro questa storia. Ma non gli hai detto che rischia di mandare a monte tutto quello che abbiamo fatto!? Se arriviamo allo scontro armato... - Ci siamo già, amico mio. E se adesso non andate dietro a quelle barricate rimarrete tagliati fuori e la gente proseguirà da sola. Dovete esserci. Un lungo istante di silenzio. Il predicatore mi guarda dritto negli occhi: - Credi che il vescovo abbia deciso di rompere gli indugi? - È un problema che ci porremo dopo. Adesso ci vuole qualcuno che gestisca la situazione. Rothmann si gira verso gli altri due: - È successo prima di quanto immaginassi. Esitare adesso comunque sarebbe fatale. Andiamo. Scendiamo alla piazza, sono almeno trecento, uomini e donne vocianti dietro le barricate, gli arnesi da lavoro trasformati in lance, mazze, alabarde. Redeker spinge un carretto coperto da una tenda di tela verso il centro della piazza. Quando la solleva le lame luccicano al sole invernale: spade, asce, oltre a un paio d'archibugi e una pistola. Le armi vengono distribuite, tutti vogliono avere qualcosa in mano per difendersi. Passo svelto, spada e pistola in cintura, l'ex mercenario Heinrich Gresbeck ci viene incontro. - I luterani hanno il deposito di armi a Überwasser. Le stanno trasportando alla piazza centrale. Ci scruta come in attesa di un ordine da parte mia o di Rothmann. Il predicatore afferra un banchetto del mercato e lo trascina nel mezzo, saltandoci sopra. - Fratelli, noi non vogliamo fomentare il conflitto fratricida tra gli abitanti di questa città. Ma se c'è qualcuno che non capisce che il vero nemico è il vescovo von Waldeck, allora toccherà a noi difendere la libertà di Münster da chi la minaccia! E chiunque si unisca in questa battaglia di libertà non soltanto godrà della protezione che l'Altissimo riserva ai Suoi eletti, ma potrà anche attingere al fondo di mutua assistenza che da questo momento viene messo a disposizione della difesa comune -. Un boato d'acclamazione. - Il Faraone d'Egitto è là fuori, e aspira a tornare per renderci nuovamente suoi schiavi. Ma noi non glielo permetteremo. E Dio sarà con noi in questa impresa. Dice infatti il Signore: «Cadranno gli alleati dell'Egitto e sarà abbattuto l'orgoglio della sua forza: da Migdòl fino ad Assuan cadranno di spada. Parola del Signore Dio. Sapranno che io sono il Signore quando darò fuoco all'Egitto e tutti i suoi sostenitori saranno schiacciati!» I cuori si innalzano in un'eccitazione unanime: il popolo di Münster ritrova il suo predicatore. L'imponente Knipperdolling e Kibbenbrock il rosso si aggirano tra i capannelli dei tessitori: il grosso della corporazione piú organizzata e numerosa è già lí. Gresbeck mi prende da parte: - Sembra che siamo alla resa dei conti -. Un'occhiata alle spalle. - Sai di che cosa hanno bisogno. Annuisco: - Raduna i trenta piú in gamba davanti alla chiesa, gente che conosca bene la città e con pochi scrupoli. Raggiungiamo Redeker che ha finito di vuotare il carretto. - Fai tre squadre di quattro uomini ciascuna e mandale di ronda dalle parti di Überwasser: voglio un rapporto ogni ora sugli spostamenti dei luterani. Il piccoletto guizza via. A Gresbeck: - Io devo potermi muovere, il comando della piazza è tuo. Che nessuno prenda iniziative avventate e che non possano coglierci di sorpresa: fai presidiare le barricate, metti una vedetta sul campanile della chiesa. Quanti archibugi abbiamo? - Sette. - Tre di fronte alla chiesa e quattro davanti all'ingresso della piazza centrale. Sparsi in giro servirebbero a poco. Gresbeck: - E tu che fai? - Devo capire qual è il campo di battaglia e chi tiene le postazioni. Redeker esaltatissimo sta radunando gli uomini, mi vede, alza una pistola gigantesca e urla: - Rompiamogli il culo! *** La ricognizione sulle mura è stata rassicurante: a vista d'occhio non c'è traccia dei tremila mercenari annunciati. La seconda ronda viene a dire che i luterani hanno piazzato degli uomini armati d'archibugio sul campanile della Cattedrale e da lí dominano la piazza del Municipio, il cui ingresso è sbarrato da due carri messi di traverso, esattamente dirimpetto alla nostra barricata. Dietro i carri non piú di dieci luterani, ma ben armati e riforniti da Überwasser: in caso di attacco non avrebbero alcun bisogno di risparmiare le pallottole. Noi invece dobbiamo fare con quello che abbiamo, i colpi sono contati. La piazza del Mercato in cui siamo asserragliati è facilmente difendibile, ma può rivelarsi anche una trappola. Bisogna aggirarli, chiudere i ponti sull'Aa e isolare la piazza del Municipio dal monastero. - Redeker! Dieci uomini e due archibugi. Andiamo a chiudere il ponte di Nostra Signora, dietro la piazza. Subito. Usciamo dal presidio a sud della nostra roccaforte. Percorriamo velocemente il primo tratto, nessuno in vista. Poi la strada si biforca: dobbiamo andare a destra, seguire la curva che porta al primo ponte sul canale. Ci siamo, il ponte è lí davanti. Un colpo d'archibugio scheggia il muro a un metro da Redeker che cammina in testa. Si gira: - I luterani! Vengono giú da una stradina stretta che conduce alla piazza centrale, altre archibugiate. - Via, via! Mentre risaliamo la strada ci inseguono urla e tramestio: - Gli Anabattisti! Eccoli là! Scappano! All'altezza di Sant'Egidio ci fermiamo. Urlo a Redeker: - Quanti ne hai visti!? - Cinque, sei al massimo. - Li aspettiamo qui, quando spuntano dalla curva facciamo fuoco. Colpi in canna: i due archibugi, la mia pistola e quella di Redeker. Saltano fuori a una decina di passi: ne conto cinque, non se l'aspettavano, rallentano, mentre le nostre armi fanno fuoco all'unisono. Uno viene colpito alla testa e va giú stecchito, un altro si ribalta indietro, ferito alla spalla. Partiamo all'assalto e quelli arretrano scomposti, trascinandosi dietro il ferito. Dalla curva ne spuntano altri, alcuni si infilano in Sant'Egidio. Ancora spari e poi l'impatto: paro un colpo con la daga e il manico della pistola spacca la testa del luterano. C'è un casino d'inferno. Altri colpi. - Via, Gert! Sparano dal campanile! Via! Qualcuno mi afferra da dietro, corriamo come pazzi con le pallottole che ci fischiano intorno. Da qui non si passa piú. Raggiungiamo le nostre barricate e ci infiliamo dentro. Subito a contarsi: ci siamo tutti, piú o meno interi, se si escludono un taglio di spada sulla fronte che avrà bisogno di un rattoppo, una spalla slogata per il rinculo dell'archibugio e una buona dose di paura per tutti. Redeker sputa per terra: - Figli di puttana. Prendiamo un cannone e facciamogli crollare Sant'Egidio sulla testa! - Lascia perdere, è andata buca. Knipperdolling e alcuni dei suoi ci corrono incontro: - Ehi, ci sono dei feriti? Qualcuno s'è fatto ammazzare? - No, no, per fortuna, ma c'è una testa che avrebbe bisogno di una ricucita. - Non ti preoccupare, cucire è il nostro mestiere. Il ferito viene preso in consegna dai tessitori. In nostra assenza, nel mezzo della piazza, dove stavano i banchetti dei venditori, è stato allestito un fuoco per cucinare il pranzo: alcune donne girano un vitello sullo spiedo. - E quello, da dove salta fuori? Una donna grassa e rubiconda che trasporta stoviglie mi scosta sgomitando: - Gentilmente offerto dal munificentissimo consigliere Wördemann. I suoi stallieri non hanno voluto accettare i nostri soldi, cosí ce lo siamo preso... con le buone! - sghignazza contenta. Scuoto la testa: - Ci mancava solo che ci mettessimo a cucinare... La grassona posa giú il carico, le mani sui fianchi e l'aria di sfida: - E come vorresti sfamare i tuoi soldati, Capitano Gert! Col piombo!? Senza le donne di Münster saresti perduto, te lo dico io! Mi giro verso Redeker: - Capitano? Il bandito alza le spalle. - Sí, Capitano -. La voce di Rothmann ci raggiunge da dietro, è insieme a Gresbeck, hanno delle pergamene in mano. Il predicatore ha l'aria di chi non vuole perder tempo in spiegazioni: - E Gresbeck è il tuo luogotenente... - avverte l'agitazione immediata di Redeker, che allunga il collo tra di noi per farsi notare, e subito aggiunge rassegnato: -...e Redeker il secondo. - È andata male. Volevo aggirare la piazza, ci hanno presi di sorpresa prima che passassimo il canale. - Le ronde dicono che se ne stanno asserragliati con le armi a Überwasser. Il borgomastro Judefeldt è con loro insieme alla maggior parte dei consiglieri, Tilbeck no. Sono una quarantina, non credo che tenteranno di attaccarci, stanno sulla difensiva. Hanno un cannone nel cimitero del convento, l'edificio è imprendibile. Sbuffo fuori la tensione. E adesso? Rothmann scuote la testa: - Se il vescovo ha veramente radunato un esercito le cose potrebbero mettersi molto male. Gresbeck mi srotola le pergamene davanti: - Dài un'occhiata qui intanto. Abbiamo rimediato delle vecchie mappe della città. Possono esserci utili. Il disegno non è preciso, ma sono segnati anche i passaggi piú stretti e tutti gli anfratti dell'Aa. - Ottimo, vedremo se ci suggeriscono qualcosa. Adesso però c'è una cosa da fare, l'idea me l'ha data Redeker. Tiriamo giú dalle mura un cannone, un pezzo piccolo, non troppo pesante, che possa essere facilmente trasportato fin qui. Gresbeck si gratta la cicatrice: - Ci vorrà un argano. - Procuralo. Sette archibugi servirebbero a poco se dovessimo resistere a un attacco. Prendi gli uomini che ti servono, ma vedi di portarlo giú al piú presto, il tempo passa e quando comincia a fare scuro sarà meglio, essere ben protetti. Rimango solo con Rothmann. Sulla faccia del predicatore un'aria d'ammirazione che si trasforma quasi in rimbrotto. - Sei sicuro di quello che stai facendo? - No. Qualsiasi cosa pensi Gresbeck, non sono un soldato. Isolare quelli che stanno sulla piazza mi sembrava l'idea giusta, ma evidentemente hanno organizzato dei drappelli che battono le strade tutt'attorno. Si coprono il culo i bastardi. - Tu hai già combattuto, non è vero? - Un ex mercenario mi insegnò a destreggiarmi con la spada, molti anni fa. Ho combattuto con i contadini, ma ero un ragazzo. Annuisce deciso: - Fa' tutto quello che credi debba essere fatto. Saremo con te. E che Dio ci assista. In quel momento, dietro la spalla di Rothmann compare in fondo alla piazza Jan di Leida, ci scorge anche lui, si avvicina, un espressione quasi divertita. - Era ora, dove ti eri cacciato? Muove la mano su e giú in un gesto allusivo: - Sai com'è... Ma che è successo, abbiamo preso la città? - No, puttaniere del cazzo, siamo asserragliati qui, là fuori ci sono i luterani. Segue il mio gesto e si infervora: - Dove? Gli indico la barricata che fronteggia i carri all'ingresso della piazza centrale. - Laggiú, sono là dietro? - Esatto, e guarda che sono armati fino ai denti. Riconosco lo sguardo del mio santo pappone, è quello delle grandi occasioni. - Sta' attento, Jan... È già tardi, si sta incamminando verso le nostre difese. Non ho tempo di pensare a lui, devo andare a istruire le ronde. Ma mentre sto parlando con Redeker e Gresbeck, con la coda dell'occhio vedo Jan che si avvicina ai difensori della barricata, che cazzo si sarà messo in testa? Mi tranquillizzo quando lo vedo sedersi e tirar fuori di tasca la Bibbia. Ecco bravo, leggi qualcosa. La mappa di Münster ci mostra quali percorsi si potrebbero tentare per aggirare le postazioni dei luterani. Redeker dà una serie di consigli, quali sono le zone piú esposte, quale caseggiato potrebbe coprire un'eventuale azione d'avvicinamento. Ma ogni congettura si arresta davanti all'imprendibilità di Überwasser: un conto è stato far uscire le novizie, ben altro è strapparlo a quaranta uomini armati. Improvvisamente il trambusto ci raggiunge dall'altro lato della piazza. Merda! Il tempo di lanciare un'occhiata verso le nostre difese e vedo Jan di Leida ritto in piedi sulla barricata con le braccia aperte. - Che cazzo sta facendo!? - Corri Gert, quello si fa ammazzare! - Jaaaaan! Mi precipito attraverso la piazza, quasi travolgo il vitello allo spiedo, inciampo, mi rialzo: - Jan, vieni giú, pazzo! La camicia aperta, mostra il petto glabro a chiamare i colpi. Gli occhi fiammeggiano verso i carri luterani. - Ora, fra breve, rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere e ti domanderò conto di tutte le tue nefandezze, luterano immondo. - Vieni giú, Jan! - Potrei essere invisibile. E non si impietosirà il mio occhio e non avrò compassione, ma ti riterrò responsabile della tua condotta e saranno palesi in mezzo a te le tue nefandezze: saprai allora che sono io, il Signore, colui che colpisce. Hai capito, grande figlio d'una troia luterana, le tue pallottole non possono farmi nulla. Rimbalzeranno su questo petto e ti torneranno indietro, perché il Padre è in me, Egli può ingoiarle e sparartele fuori dal culo quando vuole, dritte in faccia! - Jan, per dio! Se ne sta lí dritto con la bocca spalancata a emettere un suono spaventoso. Poi il biondo leidano pazzo alza il volto al cielo: - Padre, ascolta questo figlio, esaudisci il tuo bastardo: spazza via dal selciato queste merde di cane! Hai sentito luterano, cagati addosso, affogherai in uno sputo di Dio e il Regno sarà per noi. Banchetterò coi santi sul tuo cadavere! L'archibugiata esplode impietrendo Jan. Per un istante penso che l'abbiano colpito. Si gira verso di noi, dall'orecchio destro gli cola un rivolo di sangue, gli occhi spiritati. Si lascia cadere giú e lo prendo al volo prima che sbatta per terra, sviene, no, si riprende: - Gert, Geeert! Ammazzalo, Gert, ammazzalo! Mi ha quasi staccato un orecchio! Dammi la pistola che lo devo ammazzare... ti prego, dammela! Sparagli Gert, sparagli o lo faccio io... È laggiú, lo vedi, è là, Gert, la pistola, la pistola... mi ha rovinato! Lo lascio accasciare contro il muro e dico due parole ai nostri difensori: se ci riprova legatelo. *** Il sole scende dietro il campanile della Cattedrale. I cani rosicano le ossa del vitello ammucchiate al centro della piazza. Ho stabilito dei turni di guardia alle barricate: due ore ciascuno, per consentire a tutti di dormire un po'. Le donne hanno approntato dei giacigli di fortuna con quello che avevano a disposizione e acceso i fuochi per la notte. Il freddo è intenso: qualcuno ha preferito un tetto sulla testa. I piú determinati sono rimasti però, gente su cui si può contare. Ci scaldiamo davanti a un fuoco, stretti nelle coperte. Un improvviso trambusto alla barricata che chiude la piazza a sud ci fa scattare in piedi. Le sentinelle scortano fino qui un ragazzo sui vent'anni, aria impaurita e fiato grosso. - Dice di essere il servitore del consigliere Palken. - Il senatore e suo figlio... li hanno trascinati via, erano armati, non ho potuto far niente, Wördemann... c'era anche, il borgomastro Judefeldt, se li sono presi... - Con calma, prendi fiato. Chi erano? Quanti? Il ragazzo è sudato marcio, faccio portare una coperta. Gli occhi saltano da uno all'altro dei nostri volti, gli allungo una tazza di brodo fumante. - Io servo in casa del consigliere Palken. Mezz'ora fa... una dozzina di uomini armati... sono entrati. Judefeldt li guidava. Hanno costretto il consigliere e suo figlio a seguirli. - Cosa vogliono da Palken? Knipperdolling, corrucciato: - È uno dei pochi che ci appoggia in Consiglio. Wördemann, Judefeldt e tutti gli altri luterani lo odiano. Rothmann non sembra convinto. A cosa gli serve un ostaggio? A Überwasser sono inattaccabili. Il panico negli occhi di Rothmann: - Le chiavi! - Cosa? - Le chiavi, Palken ha in custodia le chiavi delle porte a nord-ovest delle mura. - Sí, sí, - il servo solleva il naso dalla tazza. - Volevano proprio delle chiavi! - Gresbeck, la mappa! La srotolo alla luce del fuoco con l'aiuto di Knipperdolling. La Frauentor e la Judefeldertor: le porte dietro Überwasser, la strada per Anmarsch: - Vogliono far entrare i vescovili in città. Si mette male. Lo si può leggere nei volti di ciascuno. Ingabbiati nella stretta piazza del Mercato, tagliati fuori dall'altra sponda dell'Aa, dove i luterani stanno compiendo il crimine scellerato che ci annienterà. Tentare una sortita? Uscire da questo imbuto e scatenare a sorpresa l'assalto a Überwasser? L'intera città sprofonda in un silenzio irreale: tranne i contendenti, tutti sono rinchiusi nelle abitazioni. Muti, intorno a tenui fuochi d'attesa del destino imminente e ignoto. Chi sta giungendo in città? I tremila prezzolati al seguito di von Waldeck? Un'avanguardia d'assaggio in attesa del giorno? Questa notte darà le risposte. Knipperdolling è furente: - 'Sti gran coglioni! Bifolchi arricchiti! Mi ricordo tutti quei bei discorsi contro il vescovo, i papisti e tutto quel riempirsi la bocca di libertà municipali, di fede nuova... Me lo devono dire in faccia che si vendono al vescovo per una manciata di scudi! Il vescovo lo abbiamo scacciato insieme! Voglio parlarci, Gert, fino a ieri tutto avrei potuto pensare meno che lasciassero la città in pasto ai mercenari. Che me lo dica in faccia quel porco di Judefeldt cosa gli ha promesso von Waldeck! Dammi una scorta, Gert, ci voglio parlare con quei cialtroni. Redeker scuote il capo: - Tu sei pazzo. Le loro parole non contano un cazzo, hanno gli occhi fissi sulle borse, sei tu il coglione che ci perdeva il tempo a parlare. Rothmann interviene: - Forse si può tentare. Ma senza correre rischi inutili. Forse non sono cosí compatti come sembrano. Forse hanno solo una paura maledetta... Partono due squadre. Una diretta alla Frauentor da sud, poi risalendo le mura, in tutto una decina di fantasmi. Redeker dalla parte opposta verso la Judefeldertor. Niente iniziative o assalti disperati, non ancora. Sorvegliare gli ingressi caduti nelle loro mani, controllare i movimenti in entrata e uscita. Provare a leggere il futuro nelle loro mosse. Le due squadre hanno il compito di perlustrare e lasciare vedette sul percorso e sulla via di Überwasser: occhi a scrutare ogni battito d'ali e staffette pronte a dare notizia ogni ora. Con me, a scortare il capo delle gilde tessili, una ventina, quasi tutti ragazzi, sedici, diciassette anni, ma hanno fegato da vendere e occhi buoni. - Hai paura? - chiedo a quei baffi che ancora stentano a crescere. La voce roca del sonno ricacciato lontano: - No, Capitano. - Che mestiere fai? - Garzone di bottega, Capitano. - Lascia stare il Capitano, come ti chiami? - Karl. - Karl, sai correre veloce? - Quanto possono queste gambe. - Bene. Se ci attaccano e vengo ferito, se vedi che si mette male, tu non perderai tempo a raccogliermi, correrai qui come il vento e darai l'allarme. Hai capito? - Sí. Knipperdolling prende con sé tre dei suoi e si avvia in testa con un drappo bianco in segno di tregua. Lo seguiamo a qualche decina di passi. Il capo dei tessili è già in prossimità del monastero, inizia a chiedere che qualcuno venga fuori a parlamentare. Noi restiamo poco piú avanti di San Nicola, colpi in canna e fionde pronte al lancio. Da Überwasser silenzio. Knipperdolling avanza ancora. - Allora, Judefeldt, vieni fuori! Borgomastro del cazzo, è cosí che difendi la città?! Rapisci un consigliere e apri le porte a von Waldeck! La città vuole sapere perché avete deciso di farci ammazzare tutti quanti. Vieni fuori e parliamone da uomini! Qualcuno da una finestra gli dà la voce: - Che cazzo sei venuto a fare, porco anabattista!? Ci hai portato qualcuna delle tue puttane? Knipperdolling traballa, perde la calma: - Figlio di cane! È tua madre la puttana! - Avanza ancora. Troppo. - Ti stai mettendo con i papisti, Judefeldt, con il vescovo! Che cazzo ti è saltato in testa!? Torna indietro idiota, dài, non cosí sotto. Il portale si spalanca, escono in una decina, armati, gli sono addosso. - Attacchiamo! Ci lanciamo, Knipperdolling si dimena sbraitando, lo tengono in quattro. Arretrano mentre li bersagliamo con le fionde e le balestre. Si sentono le prime archibugiate, un paio di noi sono colpiti, sparano dalla torre. Il portone si richiude e noi siamo allo scoperto, sbandiamo, ci allarghiamo nel piazzale, rispondiamo al fuoco, rimbombano le urla di Knipperdolling e i colpi d'archibugio. Ci hanno fottuto. Non c'è niente da fare, bisogna ritirarsi, raccogliere i feriti. Do l'ordine: - Indietro! Indietro! Imprecazioni e lamenti ci accompagnano verso la piazza del Mercato. Ci hanno fottuti e siamo nella merda. Attraversiamo le nostre barricate e ci fermiamo sulla scalinata di San Lamberto, trambusto, voci, bestemmie, tutti si accalcano intorno a noi. Stendiamo i feriti, li affidiamo alle donne, la notizia della cattura di Knipperdolling si diffonde immediatamente insieme al boato di rabbia. Rothmann è costernato, Gresbeck invece mantiene la calma, ordina di tenere le posizioni, dobbiamo arginare il panico. Sono furioso, sento il sangue che ribolle, le tempie pulsano. Siamo nella merda e non so che fare. Gresbeck mi scuote: - È tornato Redeker. Arriva trafelato anche lui, faccia scura: - Sono entrati. Non piú di una ventina, al galoppo sfrenato, cavalieri di von Waldeck. - Sei sicuro? - Ho visto le corazze, i blasoni del cazzo. Scommetto che c'è anche quel porco di von Büren. Rothmann, la testa tra le mani: - È finita. Silenzio intorno. Kibbenbrock cerca di rincuorarci: - Stiamo calmi. Fintanto che il grosso delle truppe del vescovo non entra in città non possono toccarci. Siamo di piú e sanno che non abbiamo niente da perdere. Ma serve qualcosa. Il tessitore ha ragione, bisogna pensare. Pensare. Il tempo passa. Rinforziamo il presidio sulle barricate. Il nostro unico cannone viene messo al centro della piazza, per respingere l'assalto nel caso una delle difese vada giú. Gli uomini non devono avere il tempo di scoraggiarsi. Ancora ronde e raccolta di armi, recuperiamo altri archibugi. Dicono che i cattolici stiano affiggendo ghirlande sui portoni di casa, per essere risparmiati dalle orde di von Waldeck. Altre squadre per strapparle via. La città è immobile, la piazza, illuminata dai fuochi, potrebbe essere un'isola in mezzo a un oceano oscuro. Là fuori, come animali terrorizzati, tutti attendono rintanati nelle loro case. Nelle loro case. Nelle loro case. Mi apparto con Gresbeck e Redeker. Confabuliamo stretti. Si può fare. Tentare almeno. Piú nella merda di cosí... L'ultima consegna per Gresbeck: - Siamo d'accordo allora. Avverti Rothmann. Che si muova, dàgli gli uomini piú in gamba, il tempo è appena sufficiente. - Gert... - L'ex mercenario mi porge le sue pistole tenendole per la canna. - Prendi queste. Sono precise, un regalo della campagna in Svizzera. Me le infilo incrociate in cintura: - Ci vediamo tra un'ora. Redeker mi fa strada nel buio quasi totale, passo deciso. Giriamo due o tre strade strette, pochi passi ancora e mi indica il portone. Sottovoce: - Jürgen Blatt. Carico le pistole. Tre pugni sulla porta con forza: - Capitano Jürgen Blatt, della Guardia municipale. Le truppe del vescovo stanno entrando in città. Il borgomastro vuole che scortiamo la signora e le figlie al monastero. Subito. Aprite! Passi dietro il portone: - Chi siete? - Capitano Blatt ho detto, aprite. Trattengo il respiro, rumore di chiavistello, appoggio la canna sulla fessura della porta. Si apre appena uno spiraglio. Gli porto via mezza testa. Dentro. Quello in cima alle scale non fa in tempo a puntare l'archibugio: lo prendo alla gamba, cade, urla, sguaina un pugnale, con due balzi Redeker è già in cima alla rampa e lo finisce con il coltello. Poi sputa. Daga in mano, in fondo al corridoio grida di donne: una vecchia mi si para davanti: - Portami dalla signora. Una grande camera da letto, baldacchino e ammennicoli vari. La signora Judefeldt, in un angolo, stringe a sé le due bambine, una domestica terrorizzata inginocchiata a pregare. Tra noi e loro il cazzone con la spada in mano, vent'anni al massimo. Trema, non parla. Non sa che fare. Redeker: - Metti giú che potresti farti male. La fisso: - Signora, gli eventi convulsi di questa notte hanno reso necessaria la mia visita. Non intendo farvi del male, ma sono costretto a chiedervi di seguirci. Le vostre figlie rimarranno qui con tutti gli altri. Redeker sogghigna: - Do un'occhiata alla casa, che non ci siano altri servi zelanti. La moglie del borgomastro Judefeldt è una bella donna, sui trent'anni. Dignitosa, trattiene le lacrime e alza lo sguardo su di me: - Vigliacco. - Un vigliacco che lotta per la libertà di Münster, signora. La città sta per essere invasa da un'orda di assassini al soldo del vescovo. Non perdiamo altro tempo. Faccio un fischio a Redeker, che ci raggiunge per le scale con un cofanetto sotto braccio. L'espressione della mia faccia non lo scoraggia: - Gli ammazziamo i servi, gli prendiamo la moglie. E i fiorini no!? Sull'uscio, la vecchia getta una pelliccia sulle spalle della padrona, mentre mormora un Padrenostro. Scortiamo la signora Judefeldt alla piazza del Mercato. Quando la prigioniera viene riconosciuta ci accoglie un ovazione che rinfranca lo spirito, le armi si innalzano al cielo: i battisti sono ancora vivi! Dall'altra parte ci viene incontro Rothmann, portando sotto braccio una dama distinta, avvolta in uno zibellino, con una lunga treccia nera che le scivola sulle spalle. - Vi presento la signora Wördemann, moglie del consigliere Wördemann. Madama è una consorella: io stesso l'ho battezzata. Redeker si accosta al mio orecchio: - Quando ha appreso dalle sue spie di quel battesimo, il marito l'ha confermata nella fede a suon di bastonate. La poveretta credevano che morisse: per giorni non ha potuto non dico camminare, ma nemmeno strisciare per terra. Madama Wördemann, bellezza austera, si stringe nella pelliccia: - Spero, signori, che ci lascerete scaldare davanti a un fuoco, dopo averci tratte a forza fuori dalle nostre stanze in piena notte. - Certamente, ma prima sono costretto a privarvi di un oggetto personale. Sfilo gli anelli dalle dita esili, due pezzi d'oro intarsiato. - Karl! Il ragazzo arriva di corsa, muso sporco di sonno e fumo. - Prendi il drappo bianco e vola fino a Überwasser. Il messaggio è per il borgomastro Judefeldt: di' che tra mezz'ora ci presenteremo al monastero, dobbiamo parlare -. Stringo gli anelli nel pugno di Karl. - Consegnagli questi. Tutto chiaro? - Sí, Capitano. - Vai, svelto! Karl si toglie gli scarponi troppo larghi rimanendo a piedi nudi sul nevischio. Saetta come una lepre attraverso l'accampamento, mentre faccio cenno alle sentinelle di lasciarlo uscire. - Chi va di noi? - chiede Rothmann. Kibbenbrock il rosso si fa avanti, slacciando la cintura che regge la spada e consegnandola a Gresbeck: - Vado io -. Guarda me e il predicatore. - Se vedono uno di voi due potrebbe venirgli una gran voglia di sparare. Io rappresento la gilda dei tessili, non apriranno il fuoco su di me. Gresbeck interviene: - Ha ragione, Gert, tu servi qui. Mi sfilo le pistole dalla cinta: - Queste sono tue. È buio, non mi riconosceranno, userò un nome diverso. - Ti farai ammazzare -. Il tono è già rassegnato. Gli sorrido: - Non abbiamo piú niente da perdere, è questa la nostra forza. La mappa, presto. A Redeker: - Conosci questi passaggi dietro il cimitero? - Certo, ci si arriva passando sulle passerelle del Reine Closter. - Probabilmente avranno piazzato delle sentinelle qui e qui. Fai dei gruppi di tre o quattro e falli passare sull'altra sponda. - Quanti uomini in tutto? - Almeno trenta. - E le sentinelle? - Tiratele giú, ma senza chiasso. - Cosa intendi fare? Qui rimarremo sguarniti -. Gresbeck segue il mio dito sulla pergamena. - Il monastero è imprendibile. Ma il cimitero no. Gresbeck si tortura il sopracciglio: - È una piazza d'armi, Gert, c'è anche un cannone. - Ma può essere raggiunto facilmente ed è fuori tiro dal monastero -. Di nuovo a Redeker: - Avvicinatevi il piú possibile, sono barricati dentro, non controlleranno il muro esterno. Ma sbrigatevi, tra un'ora al massimo è l'alba. Un'occhiata d'intesa con Kibbenbrock. - Andiamo. Mentre ci incamminiamo verso il limite della piazza, la voce di Rothmann ci raggiunge alle spalle: - Fratelli! Stagliato contro la luce della torcia, alto, pallidissimo, il fiato che si perde nel gelo notturno: potrebbe essere Aronne. O lo stesso Mosè. - Che il Padre accompagni i vostri passi... e vegli su tutti voi. *** Poco oltre la nostra barricata incrociamo la corsa di Karl, i piedi congelati, il fiato grosso quasi gli impedisce di parlare: - Capitano! Dicono di andare... che non apriranno il fuoco. - Hai consegnato gli anelli? - Al borgomastro in persona, Capitano. Una pacca sulla spalla: - Bene. Adesso corri a scaldarti davanti al fuoco, per stanotte hai fatto la tua parte. Proseguiamo. Überwasser si staglia come una fortezza nera sull'Aa. La chiesa di Nostra Signora affianca il monastero: dalla torre campanaria le nostre ronde per un'ora hanno sentito provenire le urla sguaiate di Knipperdolling, finché non ha perso la voce. Adesso soltanto silenzio e lo scorrere lieve del fiume. Io e Kibbenbrock avanziamo affiancati, con un lenzuolo bianco teso in mezzo. Il cigolio del portale che si socchiude e una voce allarmata: - Altolà! Chi siete? - Kibbenbrock, rappresentante della corporazione dei tessitori. - Sei venuto a far compagnia al tuo socio? Chi è quell'altro con te? - Il fabbro Swedartho, portavoce dei battisti di Münster. Vogliamo parlare al borgomastro Judefeldt e al consigliere Wördemann, le loro mogli li mandano a salutare. Aspettiamo, il tempo non passa. Poi un'altra voce: - Sono Judefeldt, parlate. - Sappiamo che hai fatto entrare in città l'avanguardia del vescovo. Dobbiamo parlare. Venite fuori tu e Wördemann, al cimitero -. Nessuna inutile indulgenza. - E ricordati che se non torniamo al campo entro mezz'ora, gli operai di Sant'Egidio prenderanno tua moglie, davanti e di dietro, cosí forse la signora ti partorirà il maschio che desideri da tanto! Silenzio e gelo. Poi: - D'accordo. Al cimitero. Gli uomini non apriranno il fuoco su di voi. Aggiriamo il convento: il cimitero dove marciscono almeno tre generazioni di monache è per tre lati circondato dall'acqua e chiuso in fondo da un muro basso di pietre, tra le croci di legno è allestito un accampamento. Una ventina di cavalli legati sul muro rivolto al monastero ci dice che le ronde hanno contato giusto. C'è un cannoncino che spunta dietro a un cumulo di sacchi, presidiato da tre luterani, altri due con gli archibugi stanno all'ingresso e ci seguono cauti. I cavalieri di von Waldeck lucidano le spade bivaccati intorno ai fuochi, occhiate truci e la superiorità scritta in faccia: gli affari di questi borghigiani non ci riguardano. Il borgomastro e l'uomo piú ricco di Münster ci vengono incontro, torce in mano, una dozzina di armati alle spalle. Li metto in guardia: - Tienili a distanza, Wördemann, i tuoi sgherri, o la signora potrebbe decidere che l'uccello di Rothmann è davvero meglio del tuo... Il mercante, secco e grifagno, trasalisce e mi scruta disgustato: - Anabattista, il tuo predicatore è soltanto un buffone ribelle. Judefeldt gli fa cenno di tacere: - Cosa volete? Non ha copricapo, i capelli scompigliati dalla nottata insonne, la mano che suda nervosa sullo stiletto in cintura. Lascio che sia Kibbenbrock a parlare: - Stai per fare la cazzata della tua vita, Judefeldt. Una cazzata di cui ti pentirai per il resto dei tuoi giorni. Fermati finché sei in tempo. All'alba le truppe di von Waldeck prenderanno possesso della città, riavrà il dominio... Il borgomastro lo interrompe stizzito: - Il vescovo mi ha assicurato che non toccherà i privilegi municipali, ho un documento scritto di suo pugno... - Stronzate! - sputa fuori Kibbenbrock. - Quando riavrà il potere potrà pulirsi il culo con i tuoi privilegi municipali! Chi potrà dirgli niente quando sarà di nuovo il padrone di Münster!? Ragiona, Judefeldt. E anche tu Wördemann, fai un po' i tuoi conti: quanto gioveranno ai tuoi affari le gabelle del vescovo? La produzione dei conventi tornerà a schiacciare la tua, e i francescani si arricchiranno mentre tu paghi le tasse a von Waldeck. Pensaci. Il vescovo è un figlio di puttana navigato, promettere non gli è costato niente, i papisti sono abituati a questi sotterfugi, lo sapete meglio di me. Kibbenbrock ha alzato troppo la voce. Il cigolio di corazze e speroni ci avverte dell'avvicinarsi dei cavalieri, le torce illuminano la barba curata e i guanti di cuoio di Dietrich von Merfeld di Wolbeck, fratello della badessa di Überwasser, e braccio destro del vescovo. Al suo fianco, Melchior von Büren: probabilmente è qui perché spera di saldare di persona il conto con Redeker. Judefeldt previene ogni domanda: - Signori, sono battisti, sono qui per parlamentare. Abbiamo promesso loro l'incolumità. Dietrich Baffiallinsú sogghigna stupito: - Che succede, Judefeldt, ancora trattate con questi pezzenti? Tra un'ora, di loro non rimarrà che un mucchio d'ossa. Sono morti che camminano, lasciateli perdere. - Il signore von Merfeld non sbaglia, - intervengo. - Di tutti i contendenti di questa notte, gli unici che non hanno nulla da perdere siamo noi. L'ingresso del vescovo in città per noi significherebbe solo morte certa. Quindi, state sicuri che combatteremo e venderemo cara la pelle, la città dovrete prenderla palmo a palmo. Von Büren sbuffa: - Siete dei conigli, non resisterete il tempo di uno sbadiglio di Sua Signoria. Borseggiatori e ladri di strada, questo siete. Kibbenbrock sorride e scuote la testa in modo da raccogliere l'attenzione nervosa dei due mercanti: - Temete tanto di perdere il vostro potere che vi siete presi i vassalli di von Waldeck in casa per paura dei nostri quattro archibugi. Sai cosa ti dico, Judefeldt? Von Waldeck questo lo sapeva fin dall'inizio. Sapeva di poter usare la divisione tra voi e noi, di poter tagliare la città in due. La fronte alta del borgomastro è un riprodursi di rughe, gli occhi guizzano dal volto di Wördemann, nero piú che mai, ai miei e a quelli di Kibbenbrock, che non gli dà tregua: - È tutto un maledetto imbroglio, non te ne sei ancora accorto!? Fin dall'inizio il vescovo ha giocato su due tavoli, ha rassicurato voi per avere un appoggio dentro le mura, qualcuno che gli aprisse le porte al momento giusto, e una volta rientrato si ricorderà improvvisamente che siete luterani, ribelli come noi all'autorità del Papa -. Una pausa, il tempo che realizzino, poi: - Puoi scordartele le tue libertà municipali: dopo di noi, sarà il vostro turno sul patibolo. Pensaci, Judefeldt. Pensaci bene. I due borghigiani sono immobili, lo sguardo su Kibbenbrock e poi intorno, a cercare un invisibile consigliere. Von Merfeld incredulo: - Judefeldt, non vorrai ascoltare questi due pezzenti!? Non vedi che stanno cercando di salvarsi la vita, sono alla disperazione ormai, quando Sua Signoria sarà qui sistemeremo tutto, c'è un accordo tra di noi, ricordatelo. Ancora silenzio. Ascolto il battito del cuore, che dà il ritmo allo scorrere del tempo. Wördemann recita a mente il Rosario della contabilità. Judefeldt pensa alla moglie. Judefeldt pensa all'esercito del vescovo. Judefeldt pensa ai suoi quaranta uomini asserragliati nel convento. Pensa ai baffi ridicoli di von Merfeld. Pensa alla troia di sua sorella la badessa, che sí, s'è sempre saputo che era la spia del vescovo in città. Pensa alle ghirlande sulle case dei cattolici... Allargo le braccia: - Siamo venuti disarmati. Smettiamo di combatterci e difendiamo insieme la nostra città. Che cazzo c'entrano i nobili? Münster siamo noi, non i papisti, non i vescovili. Von Merfeld sbotta: - Per dio, non potete lasciarvi convincere cosí da due bifolchi con la lingua sciolta! Judefeldt sospira e stritola un serpente immaginario nel pugno: - Non sono loro a convincermi, signore di Wolbeck. Voi ci portate promesse. - La parola di Sua Signoria Franz von Waldeck! - Ma questi... bifolchi, come li chiamate, offrono la pace senza bisogno di alcuna armata mercenaria in città, è una proposta che devo prendere in considerazione. Von Merfeld impreca: - Ma non vorrete credere a queste facce di merda!? - Sono ancora il borgomastro di questa città. Devo pensare all'interesse dei suoi abitanti. Sappiamo che i cattolici hanno ricevuto l'ordine di appendere ghirlande fuori dalle porte di casa. Perché, signore, sapete spiegarmelo? È forse perché i mercenari del vescovo possano riconoscere quali case risparmiare dal saccheggio? Non erano questi i nostri accordi... Von Merfeld impietrisce, un cazzuto luterano lo sta accusando apertamente, ma è von Büren il primo a scattare: - Se è cosí, conosco un modo per trattare i voltagabbana! - Sguaina la spada e la punta alla gola del borgomastro. I luterani reagiscono, ma basta un cenno di von Merfeld e i cavalieri sono in piedi: venti cavalieri armati fino ai denti e addestrati a combattere contro una dozzina di borghigiani impauriti. In uno scontro diretto non ci sarebbe storia. Von Merfeld mi offre un ghigno trionfante. È un urlo orribile a spegnerlo, come il gracchiare d'un rapace, dal muro in fondo al cimitero, un grido che gela il sangue e rizza i peli delle braccia, si arrampica su per la schiena come un ragno: - Fermo, porco! Ombre lunghe di spettri avanzano tra le tombe, l'esercito dei morti che si risvegliano. Qualcuno si butta in ginocchio a pregare. - Dico a te, porco! Macabri attraverso il campo emergono dalla notte, alla luce delle torce, l'armata delle ombre, trenta fantasmi con balestre e archibugi spianati, il suo capitano in testa. Si avvicina, due pistole piú grandi di lui, le ali dell'angelo della morte: - Von Büren, figlio di una gran troia -. Si ferma, sputa per terra e sibila: - Sono venuto a mangiarti il cuore. Il cavaliere sbianca, la spada vacilla. L'Angelo delle tenebre Redeker si spinge fino a pochi passi da noi: - Tutto bene, Gert? - Giusto in tempo. La situazione si è a dir poco ribaltata, adesso tocca a voi decidere, signori. O risolviamo subito i nostri conti sul campo, o risalite a cavallo e ve ne andate per dove siete venuti. I baffi restano sull'attenti, von Büren ha già dato il suo voto abbassando la spada, Judefeldt finalmente respira. Siamo il doppio di loro e piú determinati. Non abbiamo niente da perdere, e von Merfeld questo lo sa. Uno schiocco della lingua e un'imprecazione sottovoce, un'ultima occhiata sprezzante al borgomastro, gira sui tacchi e raggiunge i suoi uomini con un gran tintinnio di speroni. Redeker appoggia la canna al petto di von Büren, quello chiude gli occhi e aspetta il colpo impietrito. Una mano esperta gli slaccia il portamonete dalla cintura: - Fila via, bastardo. Torna a leccare il culo del tuo vescovo. *** Il sole spunta opaco dietro San Lamberto, mentre ritorniamo alla piazza del Mercato. I cavalieri stanno lasciando la città scortati dagli uomini di Redeker e dai luterani insieme: qualcuno giura di aver visto von Büren piangere di rabbia mentre varcava la porta della città. Le signore Judefeldt e Wördemann hanno ritrovato i mariti e Knipperdolling cammina al nostro fianco insieme al consigliere Palken e a suo figlio, un filo di voce roca, un occhio pesto, ma l'umore alto, quasi passeggiasse spensierato alla ricerca di un'osteria. Nell'accampamento siamo accolti da un grido d'esultanza, gli archibugi sparano verso il cielo, una foresta di mani ci solleva sopra le teste, le donne ci baciano, vedo gente spogliarsi, Jan di Leida portato in trionfo da un gruppo di ragazze come se la sola forza delle sue parole avesse sconfitto la iella. La gente abbatte le barricate e si riversa nelle strade, quelle strade che per una notte intera sono state percorse dalla minaccia piú grande. Le finestre si aprono, donne, vecchi e bambini scendono in strada, nonostante il gelo intenso, nonostante l'alba cominci appena a dipanare le tenebre. Knipperdolling mesce birra per tutti. Rothmann mi viene incontro soddisfatto, il volto stanco ma ridente: - Ce l'abbiamo fatta. Te l'avevo detto che il Signore ci avrebbe protetti. - Sí, il Signore e gli archibugi, - sorrido. - E adesso? - Come? - E adesso cosa facciamo? La risposta nella voce di Gresbeck, annerito dal fumo delle torce, sgualcito e sporco, la cicatrice bianca sul sopracciglio sembra essersi ingigantita in mezzo a quel volto scuro. - E adesso tiriamo il fiato, Capitano Gert dal Pozzo. Mi sorride, gli stringo la mano mentre lo ringrazio. Knipperdolling sta ascoltando il messaggio di una delle ronde, aria preoccupata, traballa verso di noi: - Gert, questa non ci voleva... - Cosa cazzo è successo ancora!? - Von Waldeck ha scatenato contro di noi i contadini delle sue terre. Stanno venendo qui, tremila dicono, vogliono sistemare le cose in città una volta per tutte. Capitolo 30 Münster, Carnevale 1534 Il pisciatoio della guerra è la cantina. Se è il sangue degli uomini a irrorarne il corpo marcio, certamente l'urina che ne inonda il campo è la birra. Birra che gonfia lo stomaco dei maschi guerrieri, ne attutisce la paura prima dello scontro, ne esalta l'ebbrezza dopo la vittoria. Piscio che arricchisce smisuratamente i custodi della latrina. Non meno importante del sangue e del coraggio profusi per decidere le sorti di una battaglia. Piscia sul tuo nemico prima di colpirlo, potrebbe risvegliarsi, placare la sua ira, diradare quella nebbia che avvolge la brama di sangue. Potrebbe considerare assurda la sorte che sta per infliggere, o toccargli. E ritirarsi. Sono arrivati incazzati neri, se ne sono andati ubriachi fradici. Venti barili di birra, la riserva della cantina municipale. L'omaggio della cittadinanza di Münster ai fratelli del contado, con tanto di delegazione in pompa magna a riceverli sulla Judefeldertor. L'astio ottuso dei tremila contadini si è sciolto insieme alla schiuma. L'ulteriore pericolo scampato trasforma i festeggiamenti in un baccanale, ricco di momenti grotteschi. Accorre alla piazza del Mercato un gruppo di donne scapigliate, mezzo svestite, o addirittura nude. Si abbattono a terra in posa di crocefisse, si rotolano nel fango, piangono, ridono e si percuotono il petto invocando il Padre celeste. Vedono sangue grondare dal cielo. Vedono fuochi neri. Vedono un uomo incoronato d'oro su un cavallo bianco che impugna la spada destinata agli empi galoppare nel cielo. Chiamano a gran voce il re di Sion, ma l'unico che potrebbe soddisfarle con la sua presenza di scena è a sbronzarsi in qualche taverna. La gente ride e si diverte, lasciandosi coinvolgere come per una messinscena di Jan il leidano. Ma non il maniscalco Adrianson, stufo delle urla isteriche, che impugna l'archibugio e abbatte con un colpo la banderuola dal tetto di una casa. Rovina giú con un clangore terrificante. La scena si blocca all'istante. Le donne si riprendono come risvegliate da un incubo. Adrianson raccoglie gli applausi dei presenti. Nei giorni successivi si fa ormai sempre piú chiaro che von Waldeck non riuscirà a tornare in città. Molti cattolici fanno i bagagli. Il rapporto di forza è tutto a nostro favore, nemmeno i luterani possono piú osteggiarci: il borgomastro Tilbeck, da buon opportunista, si è perfino fatto battezzare da Rothmann, forse sperando di essere rieletto. Judefeldt ci ha ricevuti in Municipio e non ha potuto che prendere atto della nostra decisione di far votare tutti i capifamiglia alle prossime elezioni, senza alcuna distinzione di censo. Il piatto per lui era indigesto, ma un rifiuto da parte sua lo sarebbe stato di piú, la cittadinanza è tutta per noi. Knipperdolling e Kibbenbrock si sono candidati. Ormai è chiaro che i ricchi mercanti non avranno piú in pugno la città. Molti luterani fanno i bagagli. Raccolgono gli ori, il denaro, i gioielli, l'argenteria di casa, perfino i prosciutti piú prelibati. Ma c'è da superare l'ispezione del cappellaio Sündermann, instancabile sentinella della piazza del Mercato nei giorni della nostra vittoria. Wördemann il Ricco, bloccato sulla Frauentor, pistola alla testa è costretto a cagar fuori i quattro anelli che si è infilati nel culo, mentre la bella signora subisce un indecoroso palpamento e i suoi servitori non riescono a trattenere le risate. Le proteste muliebri spingono a rimuovere Sündermann dall'incarico: chi vuole andarsene può farlo liberamente. Ed è proprio questa l'idea del nobile Johann von der Recke, senonché la moglie e la figlia sono del parere che chi vuole restare possa farlo altrettanto liberamente e volano tra le braccia dell'amabile Rothmann, che le accoglie in casa sua. Quando va a prelevarle il vecchio coglione prende solo insulti: scopre di non essere piú né padre né marito, di non poter piú usare il bastone sulle sue donne di casa, né dettare legge a proprio piacimento e che anzi, è meglio per lui se si dimentica d'aver avuto una moglie e una figlia e se ne va a fare in culo il piú lontano possibile. Mentre lascia la città la voce della sua figuraccia s'è già sparsa tra la popolazione femminile di Münster: von der Recke scappa sotto una gragnuola di oggetti d'ogni tipo. *** Adrianson scassina la serratura con gli arnesi del mestiere. Entriamo. Una sala grande, mobilio lussuoso e tappeti. I legittimi proprietari non hanno nemmeno spento la brace nel camino, prima di andarsene. Uno dei fratelli Brundt la rianima. La scala porta al piano superiore. Una camera da letto, una stanza piú piccola. Al centro una tinozza di legno, il lavabo e il secchio in un angolo. Sali da bagno e tutto l'occorrente per la cura personale di una nobildonna. Adrianson compare sulla porta, l'aria interrogativa. Annuisco: - Mi piace. Metti a scaldare dell'acqua. Mi svesto, allontano con un calcio la camicia e la giubba, un unico ammasso nero maleodorante. Via anche le calze. Bruciarle. In un grande armadio trovo dei vestiti puliti, stoffa elegante. Andranno benissimo. Adrianson versa i primi due secchi fumanti nella tinozza, lanciandomi un'occhiata incerta. Esce scuotendo la testa. Il coro giunge dalla strada. Arrivarono tronfi e sferraglianti se ne andarono lugubri e piangenti, quella notte dentro il cimitero incontrarono un fantasma nero. Al borgomastro requisí la moglie, al porco vescovo annientò le voglie, questa è la sorte se incontri Gert dal Pozzo, gli pesti i piedi e ti taglia il gozzo. - Ma li senti!? - Knipperdolling irrompe sghignazzando. - Ti amano! Li hai conquistati! Vieni, vieni a vedere. Mi trascina alla finestra. Una trentina di fanatici, che esultano all'unisono appena mi vedono. - Sei già nelle loro canzoni. Tutta Münster ti acclama -. Si sporge, mi mette una mano sulla spalla. Grida a quelli di sotto: - Evviva il Capitano Gert dal Pozzo! - Evviva! - Viva il liberatore di Münster! Rido e mi tiro indietro. Knipperdolling mi trattiene e sbraita: - Con voi abbiamo liberato Münster, e con voi ne faremo l'orgoglio della cristianità! Viva il Capitano Gert dal Pozzo! Tutta la birra della città non potrà mai bastare per brindare alla sua salute! Schiamazzi, urla, lancio di oggetti, Knipperdolling frocione, isseremo la tua panza in cima al Municipio, risate, boccali al cielo... Knipperdolling chiude la finestra salutando ad ampi gesti. - Vinciamo. Vinciamo le elezioni, basta una tua parola e non ci sarà concorrenza. Indico la città oltre il vetro: - È piú facile scacciare il tiranno, che essere all'altezza delle loro speranze. Forse il difficile viene adesso. Mi guarda perplesso, poi sbotta: - Non fare il cupo! Quando avremo vinto le elezioni decideremo come amministrare questa città. Adesso goditi la gloria. - La gloria mi aspetta in un catino di acqua fumante. Capitolo 31 Münster, 24 febbraio 1534 La marea è montata fino a questo giorno cruciale. Ieri Redeker ha arringato i popolani sulla piazza del Municipio: come risultato ventiquattro di loro sono stati eletti al Consiglio. Maniscalchi, tessitori, falegnami, operai, perfino un fornaio e un ciabattino. I nuovi rappresentanti della città coprono tutto l'arco dei mestieri minori, la feccia cui mai si poteva immaginare fossero assegnate le sorti di questo mondo. La notte è trascorsa in festeggiamenti e danze carnevalesche, e questa mattina sono state sbrigate le ultime formalità: Knipperdolling e Kibbenbrock sono i nuovi borgomastri. Il Carnevale può avere inizio. Cominciano i mendicanti di Münster, che entrano nella Cattedrale e da buoni ultimi si prendono un anticipo su quello che dovrebbe spettargli nel regno dei cieli: spariscono gli ori, i candelabri, i broccati delle statue e l'obolo per i poveri passa direttamente nelle mani degli interessati, senza che i preti possano farci la cresta. Quando Bernhard Mumme, filatore e cardatore, si trova di fronte all'orologio che per anni ha scandito il tempo della sua fatica, ascia in mano, non ci pensa due volte a far saltare quei marchingegni infernali. Intanto i suoi colleghi cagano nella biblioteca capitolare, lasciano ricordi maleodoranti nei libroni liturgici del vescovo, le pale d'altare vengono tirate giú e, affinché possano servire da stimolo agli stitici, con esse viene edificata una latrina pubblica sull'Aa. Il battistero viene giú a suon di mazzate, insieme all'organo a canne. Ci si dà alla gozzoviglia sfrenata sotto le volte, un banchetto è allestito sull'altare, finalmente si mangia in quantità, finalmente si scopa, contro le colonne della navata, per terra, lo spirito liberato d'ogni fardello, tutti a pisciare sulle pietre tombali dei signori di Münster, su quei nobilissimi scheletri che giacciono lí sotto il pavimento. E dopo aver dato concime a volontà a quelle salme aristocratiche, tutti a lavarsi il culo nelle acquasantiere. Piangete, santi, strappatevi la barba, il vostro culto è finito. Piangete, signori di Münster, voi che con la devozione dell'oro circondate il presepe di Cristo: la vostra epoca è tramontata. Niente di tutto ciò che per secoli ha rappresentato il potere nefando dei preti e dei signori deve rimanere in piedi. Le altre chiese subiscono lo stesso genere di visite, frotte di poveracci carichi di bottino si aggirano per le strade, regalano i paramenti da messa alle puttane, danno fuoco ai documenti di proprietà asportati dalle parrocchie. Tutta la città è in festa, le processioni carnevalesche percorrono le vie sui carri. Tile Bussenschute vestito da frate attaccato a un aratro. La puttana piú famosa di Münster portata intorno al cimitero di Überwasser con l'accompagnamento di salmi, sventolio di vessilli sacri e suono di campane. *** - Siete voi Gert Boekbinder? - Un assenso distratto. - Mi manda Jan Matthys. Vi informa che sarà in città prima del calar del sole. Stacco gli occhi dal palco. Un volto giovane. - Eh? - Jan Matthys. Non siete uno dei suoi apostoli? Cerco negli occhi il luccicare dello scherzo, invano: - Quando hai detto che arriverà? - Prima di sera. Abbiamo dormito a trenta miglia da qui. Io sono partito di buon mattino. Lo afferro per la spalla: - Andiamo. Ci facciamo strada a bracciate tra la folla. Lo spettacolo ha richiamato molta gente: è di scena il miglior imitatore di von Waldeck in tutta Münster. Ogni piazza ha la sua attrazione quest'oggi: musica e danze, birra e porchetta, giochi di abilità, mondi alla rovescia, rappresentazioni bibliche. Il mio giovane amico si lascia distrarre da un paio di tette esibite con disinvoltura all'angolo della via. - Vieni, forza. Ti faccio conoscere un altro degli apostoli. C'è bisogno di lui adesso. Bockelson è l'unico che possa improvvisare qualcosa in un momento simile. Se non ricordo male sta recitando davanti alla chiesa di San Pietro. Un corteo di Carnevale ci viene incontro e ci schiaccia contro i muri delle case. Lo aprono tre uomini con in groppa un piccolo somarello. Dietro fatica un carro, tirato da una decina di re. Al centro ha un alberello con le radici in alto, in una tinozza un uomo nudo si sporca di fango. Nell'angolo il Papa prega con fare raccolto. - Muoia Sansone, con tutti i Filistei! La voce di Jan ci raggiunge in lontananza, dà il meglio di sé: par di sentirla vibrare nello sforzo sovrumano di demolire le colonne del tempio di Tiro. L'entusiasmo degli spettatori non è da meno. Salgo sul palco al fianco del Santo Pappone e lo scrosciare degli applausi si arresta quasi di colpo. Un senso di attesa, un ribollire di voci che si fanno sommesse. In un orecchio: - Matthys sarà qui prima del tramonto. Che si fa? - Matthys? - Jan di Leida non sa parlare sottovoce. Il nome del Profeta di Haarlem è un masso nello stagno vociante sotto di noi. I cerchi si allargano veloci. - Stasera doveva essere il banchetto di festeggiamento a spese dei consiglieri, la distribuzione delle pellicce e tutto il resto... - Una carezza sulla barba: - Tranquillo, amico Gert, ci penso io. Vai pure ad avvisare gli altri, se non l'hai già fatto. Knipperdolling sarà entusiasta di conoscere il grande Jan Matthys. Annuisco, ancora indeciso. Lasciandogli il palco, quasi una supplica: - Jan, mi raccomando, niente cazzate... Verso sera si alza un vento da metter freddo ai lupi. Le folate sono cariche di un nevischio gelido e tagliente. Le strade si imbiancano. La voce dell'arrivo di Matthys ha raggiunto ogni orecchio della città. Attorno alla Aegiditor, lungo la via che porta alla Cattedrale, qualcuno ha già preso posto da tempo. Le torce si accendono man mano che la luce si dilegua. - Eccolo, è lui! Ecco Enoch! Kibbenbrock e metà del Consiglio da una parte, Knipperdolling e l'altra metà dall'altra, spingono dall'esterno i pesanti battenti. Il cigolare dei cardini è un segnale. I colli si allungano verso la porta. La poca luce rimasta di questo giorno filtra prima come una lama, poi lentamente si spande a riempire l'intera arcata. Jan Matthys è un'ombra scura, dritta, il bastone in mano. Avanza a passi lenti, senza uno sguardo per la folla. I due nuovi borgomastri, insieme a tutto il Consiglio, si incamminano dietro di lui, a breve distanza, le torce alte sopra la testa. Un cant